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Danza in Arte a Pietrasanta: la seconda edizione di DAP Festival

Dopo il successo della prima edizione, DAP Festival torna ad animare i luoghi di Pietrasanta (LU) per il secondo anno consecutivo. Dal 17 al 30 giugno 2018 piazze, teatri, chiese, vicoli e altri spazi della piccola città versiliese saranno abitati da opere d’arte e danza contemporanea con la direzione artistica di Adria Ferrali. Dodici spettacoli, danzatori internazionali e college per studenti di livello intermedio avanzato che studieranno danza classica e contemporanea, musica e teatro. Così si esprime Adria Ferrali: «Pietrasanta, fulcro delle arti visive, della creatività e dell’intelletto, diviene il luogo dove la passione e la fisicità della danza si uniscono al pensiero artistico, alla forza e al simbolismo della scultura per dar vita a un movimento innovativo».

DAP2Tra le novità di quest’anno la collaborazione con la Kemerovo State University of Culture and Arts e il percorso musical, il cui esito sarà visibile il 30 giugno sul palco della Versiliana, dove andrà in scena un estratto dal noto “Peter Pan” su musica di Edoardo Bennato, con il regista Pietro Pignatelli e la direzione musicale di Davide Magnabosco. Il Festival parte domenica 17 con un Flash Mob in piazza Duomo e il Solo Celebration Gala nella bellissima Chiesa di Sant’Agostino, un debutto tra danza e musica nato dalla collaborazione tra New Dance Drama, Pietrasanta in Concerto e Troy University. Tra i danzatori, Angelica Stella, Adrienne Hicks, James Boyd, Thomas Johansen, GennyMatt Prodancers, Tamara Fragale e Nateli Ruiz che si esibiranno sulle musiche di Piazzolla, Ibert e De Falla eseguite dai maestri Michael Guttman (violino), Jing Zhao (violoncello) e Robert Gibson (chitarra). Il DAP si chiuderà il 30 giugno con il Gran Galà Finale sul palcoscenico della Versiliana, dove si succederanno una serie di esibizioni tra cui quella del coreografo e danzatore Kevin Stea, famosissimo in America in virtù delle sue esperienze con Madonna, Beyoncé, Lady Gaga; la sua ultima creazione per il pubblico di Pietrasanta è ispirata allo scultore Manolo Valdes. Durante le quattordici giornate, una serie di spettacoli nei luoghi più significativi della città: oltre alla Chiesa di Sant’Agostino, al Duomo e al Gran Teatro all’aperto della Versiliana, il chiostro di Sant’Agostino, le vie del centro, il Teatro Comunale, il pontile di Marina di Pietrasanta e il CAV. Protagonisti delle esibizioni, ospiti nazionali e internazionali da paesi come gli Usa, la Russia, la Norvegia: i già citati Kevin Stea, New Dance Drama, Robert Gibson, Kemerovo e Troy, Posainopera Ballet, Ksenia Mikheeva, Subjazz, Miriam Barbosa, Movement Migration, Emox/Barabani, Lyric Dance Company, Richard Alston Dance, Imperfect Dancers. Per ulteriori informazioni consultare il sito www.dapfestival.com.

Benedetta Colasanti 13-06-2018

Recensito incontra Viviana Di Bert in occasione dello spettacolo "Le Onde di Ellida"

Lo scorso mercoledì 7 giugno al Teatro Tordinona di Roma è andato in scena "Le Onde di Ellida (da Ibsen a Omero e Viceversa)" scritto e diretto da Viviana Di Bert. La regista e autrice, insieme ai suoi attori, ha coinvolto il pubblico in un viaggio nella complessità della mente e, anche, della follia. A dialogare, nello spettacolo, sono personaggi di opere distanti fra loro, ma accomunati dalla stessa ricerca del proprio io, ondeggiando tra Luce e Ombra, tra Terra e Mare.
Siamo riusciti ad incontrare Viviana Di Bert che si è mostrata disponibile a raccontarsi e rispondere a qualche domanda, ecco la nostra intervista:

Dichiarata ed evidente è l’associazione tra i personaggi dell’Odissea e della Donna del Mare di Ibsen, ci può raccontare però cosa l’ha portata a questa scelta di accostamento?

"Scoprii quasi per caso, tanti anni fa, un comune denominatore tra la figura di Ulisse e quella di Ellida in un elemento molto concreto: una spilla. Nella descrizione del mantello di Ulisse al suo ritorno ad Itaca, Omero parla di una spilla grazie alla quale Penelope riesce a riconoscerlo, allo stesso modo, anche la Ellida di Ibsen riconosce lo straniero proprio dal ricordo di un oggetto simile. Questo mi aveva fatto pensare. Così, ho cominciato a ricercare e mi sono resa conto che le sirene di Ulisse rappresentano un vero e proprio tentativo di quella parte dell’io di fermare Ulisse dal continuare la sua ricerca. Parallelamente le sirene di Ibsen sono le voci dell’inconscio di Ellida che, in effetti, soffre di quello che veniva chiamato “male oscuro”, di depressione. Mi sono resa conto che Ellida e Ulisse combattono entrambi contro l’oscurità che invece è propria della loro anima e della loro mente, la metafora in Ulisse è il resistere alle sirene e lo stesso per Ellide.
Basti pensare che gli anni in cui scrive Ibsen sono gli anni della scoperta della psicanalisi e secondo alcune ipotesi il personaggio del marito “dottore” di Ellida sarebbe proprio Freud.
Incredibile è anche come si somiglino le parti dell’incontro tra Ulisse e Penelope e tra Ellida e lo straniero, come se ci fosse un’unità in quegli incontri. Inoltre ho fatto una ricerca dal punto di vista femminile e ho trovato la stessa forza e lo stesso coraggio in Ellida e Penelope".

le onde di e

Come ne ha costruito poi la drammaturgia?

"Come vi dicevo ho scelto questo punto di vista, quello dell’accostamento tra i personaggi e guardando Ibsen ho scelto dei dettagli specifici del testo prendendone le parole esatte. Poi quelle delle sirene sono invece le parole del testo omerico, ad entrambi ho poi inserito delle parti di scrittura mia come collante. Diciamo che dell’Odissea ho preso nello specifico quello che riguardava il rapporto di Ulisse e Penelope, la parte del viaggio per mare e delle sirene. Devo dire che da anni sto sviluppando la ricerca di materiale tra il repertorio dell’universo onirico. Ho prodotto anche lavori di costruzione del rituale, di trasformazione del conflitto (e l ho proposto anche ai miei attori, ma solo due sono arrivati fino alla fine). Il metodo con cui ho lavorato sul testo è stata proprio una circolarità di necessità ed esigenze intime".

Le sirene sono una parte fondamentale e centrale dello spettacolo. Sono una figura associabile alle moire, o ad un'allegoria onirica?

"Le attrici che le hanno interpretate hanno dovuto affrontare un percorso sulla figura delle sirene omeriche e sulla figura animalesca dell'avvoltoio che mangia i cadaveri; nello specifico sull'avvoltoio dell'agnello, che viene anche associato all’aquila ed è molto diffuso nel territorio greco e nel sud Italia. C’è inoltre un chiaro riferimento alle arpie omeriche da cui vengono ispirate nelle loro fattezze di volatili. Simboleggiano la caccia, la ricerca nei meandri di se stessi; è una vera e propria indagine circa la fisicità a cui attribuisco molta importanza. Cosa ancor più di rilievo è la simbologia che quei personaggi rappresentano all'interno del Le Onde: come ho già detto, sono l'inconscio e le voci nella testa di Ellida. È tutto ciò che la mente ripropone. Quando si ha una forte depressione anche la cosa più semplice sembra impossibile e porta con l'inganno verso il baratro. Le battute delle sirene omeriche sono esattamente le stesse che io ho riportato nella drammaturgia dello spettacolo, ad esempio “il declino del corpo” e così via, perché appunto il loro tentativo verte sull'illusione di una vita migliore. Quando qualcuno arriva al suicidio è perché ha rifiutato di convivere con la propria realtà, e di affrontare quello che sembra dolore ma che, alla fine di tutto, è solo un espediente della vita, perché nessuno è esente dai mali del mondo. Bisogna trovare la forza di affrontarli, ed è l'assenza di questa qualità che mette in gioco le sirene che trascinano i mal capitati giù sui fondali oscuri insieme a loro".

Parlando della messa in scena, come gli elementi dell'origami, della manualità e del galleggiare si inseriscono all'interno della rappresentazione?

"Tutte le barchette sono state fatte dall'attore Adriano Greco perché rappresentano esattamente la sua capacità di creare. Nonostante non si abbia avuto molto tempo per le prove, ho avuto modo di fare un lavoro sensoriale sull'acqua; in verità avrei preferito per questo tipo di spettacolo un luogo industriale per poter inserire ruscelli che scorrono in maniera più evidente e mastodontica, ma ho dovuto fare le cose in restrizione, e quindi più semplici. Ad esempio le fontane sono state sostituite dall'ampolla che inizialmente era destinata ad un pesce rosso, dopodiché è stata tagliata. Nonostante non abbiamo avuto a disposizione un grande recipiente siamo riusciti a creare un qualcosa che va al di là, costruendo una simbologia con tutto ciò che avevamo a disposizione compreso lo spazio risicato. Non ho potuto dipingere le pareti però ho dipinto il telo azzurro, e così via.
Ho anche fatto passare il pubblico attraverso il palcoscenico perché una delle cose che più desideravo era di avere a disposizione la possibilità di permettere alle persone di avvicinarsi e guardare da vicino l'azione scenica. In ogni caso, passando attraverso le quinte che ho fatto rimuovere per l'occasione, moltissimi spettatori sono corsi via verso il posto a sedere ma tanti altri si sono fermati ad ammirare le sirene, incuriositi dagli oggetti di scena e soprattutto esprimendo la grandissima emozione di salire lì per la prima volta, cosa che può apparentemente sembrare banale ma è tutt'altro che banale; questo mi ha resa molto felice e soddisfatta. Ho cercato di fare in miniatura ciò che in altro modo, con altri mezzi, avrei potuto sviluppare in maniera differente. L'arte è in ogni frammento di ciò che ho creato. Nell'ultima scena, ad esempio, vi è l'Abbraccio di Klimt, all'inizio Ulisse incarna l'Urlo di Munch, e così via".

Locandina Ellida v.7

Come mai hai selezionato per la colonna sonora due universi così apparentemente distanti come Mozart e Bjork?

"Lacrimosa di Mozart innanzitutto è uno dei miei brani preferiti in assoluto. Ma l'ho scelta anche perché è una vera e propria messa, un requiem che celebra il dare vita alla morte, è un messaggio importante che desideravo arrivasse. La vita e la morte sono come l'onda del mare; anche quando non riesci a vederla, prolunga verso il basso la sua energia, è invisibile ma poi risale e si palesa nuovamente, la morte ti da solo l'illusione d'assenza ma in realtà continua, nonostante tutti vedano solo la parte in superficie che è la vita. Ho voluto sottolinearlo nei ringraziamenti e a fine spettacolo con la frase incentrata esattamente su questo concetto. Hunter di Bjiork, invece, significa cacciatore, figura associabile alle sirene che hanno bisogno di mangiare, di nutrirsi, in più la stessa Bjiork è legata alla cultura nordica norvegese esattamente come Ibsen; hanno la stessa matrice culturale, la stessa energia. Ho fortemente desiderato i collegamenti con le terre natie dei miei due protagonisti: il mio Ultisse parla nel suo dialetto proprio per rimarcare l'origine meridionale. Poiché ho creato questi mari diversi volevo evidenziarli maggiormente anche tramite la musica".

Giorgia Groccia, Marta Perroni 11/06/2018

Recensito incontra Alex Scarpa, regista emergente che porterà il suo ultimo lavoro al festival cinematografico italiano in Canada

Ama il cinema sin da bambino, da quando per la prima volta ha avuto tra le mani le storiche VHS. Ora Alex Scarpa è un giovane regista trentino che ha realizzato due cortometraggi: “Luce Spenta” e “Stakhanov”. Con quest’ultimo, oltre ad essere stato selezionato a vari festival in Italia e all’estero, parteciperà all’Italian Contemporary Film Festival in Canada. Scarpa ci parla della sua passione per il cinema e del suo ultimo lavoro.

In che modo ti sei avvicinato al mondo del cinema? Perché proprio la passione per i cortometraggi?

“Non so dire con precisione se sono stato io ad avvicinarmi al mondo del cinema o se è quest’ultimo che si è avvicinato a me in un modo che non riesco a ricordare in maniera razionale. Quello che so, è che ricordo ancora il brivido che ogni volta provavo quando da bambino tenevo in mano una nuova VHS: non mi importava quale film stessi per guardare, mi affascinava la magia che si creava e le storie impossibili da immaginare per un piccolo uomo che abitava in un paese di 1.200 abitanti in Trentino Alto Adige. Poi la passione e l’amore per la settima arte sono aumentati di pari passo, anche se non sono mai diventato realmente “produttivo” in quest’ambiente. In ogni caso questo desiderio era latente in me, come un fiammifero chiuso in una scatola e pronto ad accendersi al passaggio della prima scintilla.

Nella mia vita questa “scintilla” è stato l’incontro casuale nel 2014, all’età di 26 anni, con i registi di origine afghana Razi e Soheila Mohebi. Quest’ultimi sono arrivati a Trento nel 2007 come rifugiati politici e, prima di essere obbligati a scappare dalla loro terra natia, hanno ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale e lavorato a molti film/progetti con artisti come Atiq Rahimi, Siddiq Barmak e Samira Makhmalbaf. L’incontro con una nuova ed affascinante cultura, la nascita di una grande amicizia e la possibilità di imparare molto da loro mi hanno fatto decidere di provare a percorrere questa strada e, dopo aver fatto alcuni esperimenti, ho realizzato il mio primo piccolo cortometraggio e ho collaborato a molti dei loro lavori in qualità di aiuto regista (Su tutti spicca “Cittadini del Nulla” di Razi Mohebi, premio Mutti 2014 per il miglior trattamento sul cinema migrante, consegnato nell’ambito della 71esima Mostra del Cinema di Venezia). Per quanto riguarda la passione per i cortometraggi, direi che non si tratta di una passione ma più che altro di una palestra di vita e di lavoro senza eguali. Essi portano con sé la nobile e stimolante sfida di dover raccontare una storia in maniera chiara ed incisiva in pochissimo tempo e inoltre costituiscono il passaggio naturale per raggiungere il sogno di ogni aspirante regista: il lungometraggio d’esordio”.

Parlaci del tuo ultimo lavoro. Di cosa parla e qual è il tema centrale di “Stakhanov”?

“Stakhanov può essere considerato come uno sguardo soggettivo ed onirico sulle relazioni tra gli individui e sulle dinamiche sociali della nostra società. Partendo dalla prima stesura di una sceneggiatura scritta da Ivan Pavlović, sceneggiatore principale del corto, entrambi abbiamo lavorato per creare un mondo di fantasia e pieno di regole imposte dall’esterno, con delle persone chiuse in una stanza e sedute ad un tavolo per tutto il giorno mentre costruiscono aeroplani di carta senza sosta, salvo per mangiare solo al suono di una campanella. Questo film, che fa dell’utilizzo della metafora un pregio ma pure una necessità, mi ha portato a riflettere su quanto l’alienazione e la paura dell’ignoto possano limare e plasmare le peculiarità, i sogni, il carattere e le capacità di valutazione e relazionali di un essere umano. Parlando dell’ambito relazionale, il cortometraggio evidenzia come la mancanza di dialogo ed empatia tra le persone possano creare dei problemi davvero gravi per la nostra società. Non voglio fare della retorica spiccia, ma basti pensare ad un tram ai giorni nostri dove le persone invece che parlare tra loro e relazionarsi, fissano alienati lo schermo del telefonino creando una sorta di “solitudine di massa” per mezzo di un intrattenimento senza sosta che è quanto di più spaventoso la nostra epoca stia producendo. Come si vede nel film, ma anche come dovrebbe essere nella vita secondo il mio parere, credo che agire “fuori dal coro” cercando un contatto vero e sincero con gli altri essere umani, possa essere una soluzione verso un mondo più inclusivo ed aperto a tutti. Sta a noi diventare più furbi e riappropriarci della libertà di non avere paura del prossimo a priori e di sentirci di nuovo parte di una collettività reale e non virtuale”.

A breve partirai per il Canada per presentare “Stakhanov” all’Italian Contemporary Film Festival. Cosa ti aspetti da questa grande manifestazione?

“Prima di andare ad ogni festival o manifestazione, quello che mi aspetto è di creare più relazioni possibili con persone nuove da ogni parte del mondo. Ovviamente poi se il film viene apprezzato da pubblico, critica o giuria questa è sempre una soddisfazione molto piacevole per chi come me ci mette l’anima in quest’attività. “Stakhanov” ha appena iniziato il suo giro nei festival e fino ad ora è stato selezionato a 6 manifestazioni tra Italia ed estero. A breve parteciperò all’Italian Contemporary Film Festival che si tiene ogni anno nelle città di Toronto, Vaughan, Hamilton, Niagara City, Québec City, Montreal e Vancouver. L’obiettivo della rassegna è di portare dall’altra parte dell’Oceano Atlantico una selezione delle ultime produzioni del cinema italiano, dai cortometraggi ai lungometraggi. Nel mio caso specifico, sono molto orgoglioso di far parte con “Stakhanov” dei 24 corti selezionati per questa manifestazione: la mia proiezione si terrà il 20 giugno 2018 alle ore 18.15 al Cineplex Cinema Vaughan”.                            

Credi che attualmente sia difficile per i nuovi emergenti entrare nel mondo cinematografico?Locandina Scarpa 1

“Questa domanda, in qualità di emergente, mi viene posta molte volte e la risposta più rapida, concisa e che mi viene senza esitare è: si. Il cinema, come ogni altro settore che offre pochi posti e fa sognare molti, è un mondo molto complicato in cui entrare. Bisogna essere caparbi, avere talento, essere fortunati e non è detto che l’unione di tutti questi fattori possa bastare. Per aiutare gli emergenti, che spesso sono coloro che realizzano cortometraggi per prepararsi un giorno all’eventualità di girare un lungometraggio, bisognerebbe dar loro spazio, creare un mercato che possa far emergere questo mondo pieno di belle sorprese. Personalmente, mi piacerebbe moltissimo poter vedere dei corti al cinema o in televisione. Questa possibilità potrebbe essere una via innovativa per l’Italia (all’estero è una strada già percorsa) per trovare nuovi autori e soprattutto per creare un nuovo mercato e di conseguenza aumentare il lavoro per tutte le figure necessarie al processo creativo e tecnico della creazione di un film”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Attualmente sono al lavoro su una nuova storia con Ivan Pavlović, finalista all’ultima edizione del SeriesLab Italia del Torino FilmLab che nella sua carriera ha lavorato con James Hart e con Wiktor Piatkowski, il creatore della prima serie HBO polacca “Wataha”. Per ora non voglio dire molto riguardo a questo nuovo progetto se non che, partendo da una mia idea iniziale, stiamo lavorando ad un racconto che avrà come tema centrale l’amore, abbandonando però le ambientazioni oniriche e di fantasia che hanno caratterizzato la storia del nostro precedente cortometraggio per abbracciare un mondo più vicino alla realtà e alla vita quotidiana di tutti noi. Un’altra notizia che posso dare riguardo a questo mio nuovo progetto è che il cortometraggio verrà prodotto dalla Vangard Film, casa di produzione romana fondata da Elisa Possenti, regista pluri-selezionata e pluri-premiata di “AXIoMA”, e dal regista Rodolfo Gusmeroli”.

Eugenia Giannone 18/06/2018

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