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Pixar: 30 anni di sogni animati e innovazione digitale

In principio fu la Computer Graphics Division della Lucasfilm (all’epoca al lavoro ance su “Star Wars”). Poi, nel 1986, la Pixar si costituì software house indipendente – e fra i membri fondatori c’era anche un certo Steve Jobs, che si era appena licenziato dalla Apple. Dopo cominciò un lungo percorso, inizialmente accidentato – come in tutte le storie di formazione che si rispettino – in un mercato in cui le imprese dell’industria audiovisiva digitali nascevano e morivano in un battito di ciglia o quasi. C’era, anche, tanta voglia di innovare e una creatività fuori dai canoni tradizionali alla base di quest’azienda, che appena dieci anni dopo avrebbe portato nei cinema, grazie a una collaborazione con la Disney, “Toy Story”.

Da lì inizia la storia che il grande pubblico conosce bene, la storia dell’animazione digitale su grande schermo, composta di film dalla qualità tanto elevata da meritarsi persino candidature agli Oscar. “Pixar: 30 anni di animazione”, però, parte dal principio. Da “The Adventures of André and Wally B.”, primo cortometraggio realizzato nel 1984 da quel John Lasseter che tanta parte avrà nella vita della bottega di animazione digitale più famosa del mondo. IMG 20181031 115718

La mostra, ospitata a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 20 gennaio 2019, ripercorre così le varie tappe dello sviluppo e del successo della Pixar, correndo su due percorsi paralleli: quello dedicato ai concept originari dietro ogni film prodotto dalla multinazionale di Emeryville; quello tematico, che affronta, sala per sala, un aspetto tecnico e artistico differente dietro la creazione di un lungometraggio animato Pixar.

La mostra non si limita, infatti, a essere uno showcase di bozzetti, illustrazioni e riproduzioni in resina di personaggi e panorami, ormai entrati nell’immaginario collettivo del visitatore. E non è nemmeno un depliant propagandistico dei valori dei Pixar Animation Studios. Certo, la filosofia dell’azienda è presente in tutte le didascali, i pannelli e nell’assetto della mostra, che però si rivela molto di più. È un viaggio a tutto tondo, prima di tutto nelle tecniche digitali sviluppate per la realizzazione dei più semplici corti animati iniziali e poi di storie così ambiziose, da richiedere algoritmi appositi, per ricreare realisticamente l’effetto di movimento del pelo lucido di un orsetto di pezza come il Lotso di “Toy Story 3”.

A disposizione dei visitatori non c’è solo una serie di date – la storia della nascita e dello sviluppo degli Studios occupa una sala a sé stante – ma tutto il modus operandi dietro la creazione di un film Pixar. Si parte dalla triade “Storia – Personaggi – Mondo”, che ogni membro del team creativo deve tener presente come unica linea guida, potendo poi esplorare in totale libertà ogni versione possibile della storia da raccontare, prima di giungere a un concept condiviso. C’è la “credibilità”, quella coerenza interna fatta di regole proprie di cui bisogna tener conto, se si vuole offrire al pubblico una storia convincente. C’è il passaggio dal bozzetto alla scultura al modello in 3D per la creazione dei personaggi definitivi – una gestazione che tocca più arti e più competenze contemporaneamente.

IMG 20181031 120952 C’è poi tutto l’aspetto strettamente tecnico della creazione di uno storyboard e della trasformazione di quello storyboard in suoni, colori, emozioni e in una base convincente per un lungo processo di animazione e ripulitura, che solo software messi a punto ad hoc possono permettere di realizzare – la Pixar, ai suoi esordi, brevettò Renderman®, ad oggi il software più utilizzato a Hollywood per il rendering delle scene animate in digitale.

Non mancano, ovviamente, i contributi filmati: dai primissimi cortometraggi in un’animazione 3D che per l’epoca era rivoluzionaria a chicche artistiche molto ricercate. Come lo Zootropio di Toy Story, sorta di lanterna cinese 2.0, che si rifà a uno zootropio tridimensionale de “Il mio vicino Totoro”, messo appunto dagli amici della Pixar per il Museo Ghibli di Mikitaka, a Tokyo. Qui è stato riadattato per mostrare come funziona l’animazione frame per frame, ricorrendo a delle sculture poste su piattaforme girevoli, invece che ai fotogrammi disegnati. E come l’Artscape: questo video, per la regia di Andrew Jimenez, prende il visitatore per mano e lo trasporta in un’esperienza visivamente immersiva all’interno di dipinti tradizionali, che vengono esplorati attraverso un movimento tridimensionale simulato e che raccontano i momenti salienti di ogni lungometraggio realizzato dai Pixar Studios fino a “Toy Story 3”.

Pixar: 30 anni di animazione” si rivela così un’attrazione coloratissima per i bambini, sicuramente, ma soprattutto un’occasione per appassionati e addetti ai lavori di esplorare il dietro le quinte di un mondo complesso. Troppo spesso ci si convince che chi lavora nel mondo dell’animazione produca sogni bellissimi, frutto di un’ispirazione momentanea. Questa mostra prova, invece, quanto lavoro e quanto metodo esista persino dietro un semplice cortometraggio. Un’esperienza arricchente e alla portata di tutti, anche dei fan, semplicemente curiosi di scoprire cosa si nasconde dietro quei film che hanno segnato la loro infanzia.

Di Ilaria Vigorito, 31/10/2018

Recensito incontra Leonardo Angelucci: l'importanza di un minuto

Leonardo Angelucci, classe '91, nasce a Roma e sin dalla tenerissima età di sette anni inizia a studiare e amare la musica incrociando sul suo percorso le corde della sua chitarra elettrica, strumento da cui non si è mai separato. Coltiva svariati progetti musicali dal 2011 al 2016, per poi iniziare a lavorare al suo debutto da solista, l'ep “Contemporaneamente”, uscito a maggio 2017 per l’etichetta ferrarese Alka Record Label. In autunno parte in tour con Daniele Coccia Paifelman de Il muro del canto come chitarrista elettrico insieme alla sua band, girando l’Italia per portare sui palchi il primo disco solista del cantante folk rock romano. Dal singolo “Sedile posteriore”, che anticipa “Questo frastuono immenso”, incomincia a prendere piede il vero e proprio io dell'artista e persona Leonardo Angelucci, che dimostra crescita artistica e doti vocali degne di dota. Il disco è caratterizzato da sonorità disparate, plasmando su ogni brano un'impronta differente che non inscatola il cantautore in un unico genere ma dà vita propria a tutte le tracce, in relazione a stati d'animo e sensazioni reali. Le parole d'ordine sono freschezza travolgente e scrittura scorrevole, non pretenziosa, poetica nel più puro significato del termine. La necessità di dar voce ai propri pensieri è l'unico credo del cantautore, che dimostra una forte dissonanza in fatto di stile, arrangiamenti e scrittura rispetto al contesto progressive; una scoperta e una personalissima marcia in più da prendere in considerazione come valida alternativa agli album tutti uguali che dilagano in totale liberà. Noi di Recensito lo abbiamo intervistato, ed eccone il resoconto.

In "Altopiano", uno dei tuoi pezzi di maggior successo, si parla di Daniela. Esiste una persona reale che ti ha ispirato questo teso così dettagliato?
Daniela è una figura reale, come in tutte le mie canzoni descrivo emozioni che ho provato davvero sulla mia pelle, perché i miei brani sono prettamente autobiografici, e cerco di essere sempre sincero e diretto. Lei è una mia ex ragazza, siamo rimasti in ottimi rapporti, pensa che era seduta all'Asino che Vola il giorno della presentazione dell'album. Ho immaginato questa storia d'amore in divenire che viaggia nel tempo, dal primo incontro, al passato presente e futuro in cui Daniela torna a casa dopo aver fatto la spesa, per poi arrivare alla nostalgia: a 70 anni lei che racconta la nostra storia ai nipotini.angelucci2

Raccontaci i retaggi che hanno contaminato la tua musica.
Io, come avrai sentito, ho composto un album variegato. Non è un segno di confusione, anzi. Nel mio Ep avevo scritto cinque brani molto differenti, e così anche nel disco: c'è qualcosa rock, c'è il cantautorato e poi il folk sardo. Nasco come chitarrista elettrico quindi agli albori ero appassionato di rock e blues anni '60 '70, '80, '90, dai Guns N' Roses agli Iron Maiden; poi scrivendo canzoni mi sono affezionato ai nostri cantautori come Rino Gaetano, Battisti, De Gregori, De André, che sono stati ascolti importantissimi per la mia formazione. Ascolto anche i cantautori romani, e la musica folcloristica dal mondo come la bossa nova ad esempio. La scelta di scrivere in italiano è un discorso di appartenenza alla nostra cultura.

Cosa è cambiato dal Leonardo Angelucci dei Black Butterlfy a oggi?
Dal mio primissimo disco nel 2011 a oggi, con il mio settimo disco ma primo d'esordio come cantautore solista, sono cambiato io tanto, c'è una maggiore consapevolezza di scrittura e arrangiamento: prima era tutto verace e istintivo, propro perché in una fase adolescenziale. Ora c'è un briciolo di istinto rock ma anche un pensiero al progetto in toto.

Cosa pensi dell'iper-comunicazione odierna sui social per quanto riguarda la figura degli artisti?
Come dice Stefano Benni, viviamo nell'epoca della rivoluzione mentale e digitale, nella quale a mio avviso bisogna accettare i lati positivi e negativi. Ci sono molti artisti che sono attivissimi sui social e poi fanno tre concerti l'anno, e poi ci sono persone che incanalano bene i nuovi ascoltatori e che valgono anche come artisti. Non bisogna abusarne, la musica vera si fa sul palco e non solo tramite un profilo Instagram. Nell'ultima canzone del disco, Un minuto, da cui poi è tratto il titolo dell'album, c'è il riassunto del mio punto di vista su molti fronti; la nostra è una generazione che spesso cade vittima di attacchi di panico perché abbiamo un futuro sfocato in una società che corre forte e non si ferma mai un attimo per investire questo tempo nel dilatare quel minuto che servirebbe. È una delle tracce per me più emotive.

angeluccicoverIn un momento storico in cui la musica viene etichettata facilmente, senti di far parte di questa settorializzazione?
A me piace spaziare tanto, però se parliamo di movimento culturale forse anche io faccio parte di questa scena romana indipendente. Non mi etichetto sul genere musicale perché non fa per me, dato che voglio solo la sincerità nei brani, ma se devo inserirmi nella scena e in questo movimento, penso di far proprio parte di questo fermento, e anche uscendo da Roma la situazione si sta sviluppando esponenzialmente. Ci sono molti locali che stanno promuovendo la musica dal vivo delle nuove generazioni di cantautori, evitando così le cover band, perché, come dice Giorgio Montanini, la rivoluzione non ci sarà mai fino a che ci saranno le cover band.

Cosa pensi del dislivello numerico tra cantautori e cantautrici?
Io amo circondarmi di artisti di sesso femminile, mi piace spronarle. Ho un profondo animo femminile, è capitato più volte che delle artiste aprissero un mio concerto, come ad esempio Elettra e Marat; lì in studio da me ho curato pre-produzioni di una cantautrice, l'attrice che ha recitato nel mio video ha scritto e recitato un monologo sul brano Un minuto. Cosa emozionantissima. In più anche in pre-produzione ho collaborato con artiste per i cori come Argento, e così via. Ho sempre collaborato con cantuatici, forse è vero, fanno più fatica ad emergere ma dipende anche da quanto uno ci si mette, perché secondo me le possibilità e le occasioni di farsi ascoltare non mancano. Mi viene in mente Mèsa, che ha firmato per Bomba Dischi, Flora, Giulia Mei e molte altre. Io vedo che le artiste ci sono e sono capaci, fanno fatica certo. Io dalla mia cerco sempre di collaborare con loro il più possibile, perché è una cosa a cui tengo e ho un feeling musicale spiccato con l'altro sesso: c'è un vero e proprio amore platonico, ho bisogno dell'altra metà sul palco.

Consigliaci un album che bisogna necessariamente ascoltare almeno una volta nella vita e perché.
Sicuramente un disco dei Genesis, SELLING ENGLAND BY THE POUND, uno dei dischi del periodo di massimo splendore della band. Se dovessi sceglierne uno in italiano sicuramente di De André, Non al denaro non all'amore nè al cielo.

Tour e progetti futuri?
Dopo la presentazione del disco saremo in giro nelle varie province del Lazio, a dicembre presento il disco a Ferrara -la mia seconda città- per poi passare a Bologna, in Liguria, scendere in Puglia e cosi via. Il booking è in continua evoluzione e porteremo in giro il disco almeno per un anno, sino al prossimo autunno.

Foto: Tamara Casula

Giorgia Groccia 30/10/2018

“Sulle punte e no”. Astra Roma Ballet punta sui giovani e sulla cultura dei danzatori

Dopo il grande successo della tournée in Portogallo la compagnia Astra Roma Ballet, diretta dall’étoile del Teatro dell’Opera Diana Ferrara, torna al Teatro Greco di Roma e debutta con Sulle punte e no, una nuova produzione che spazia dalla danza classica a quella contemporanea. La compagnia, composta da danzatori giovanissimi, nasce appunto “per i giovani”, come afferma la stessa Diana Ferrara, “per dare loro la possibilità di esprimersi senza dover necessariamente trasferirsi all’estero”, sottolineando il proprio rammarico per "quanto sia scarsa la considerazione per la professione del danzatore in Italia rispetto agli altri paesi europei".

Lo spettacolo, andato in scena lo scorso 24 ottobre, è stato preceduto da una vera e propria conferenza danzata in cui la direttrice della compagnia ha delineato una breve ma esauriente panoramica della storia della danza, invitando i suoi danzatori non solo a mostrare alcuni passi di codificazione accademica ma anche a prendere parte al dibattito, fornendo al pubblico particolari osservazioni su alcuni balletti analizzati durante l’excursus storico. L’incontro, focalizzandosi sul tema della cultura dei danzatori, è stato un riuscitissimo tentativo di sfatare il mito della loro ignoranza, in favore di una maggiore valorizzazione della loro formazione classico-umanistica che, sempre più spesso, raggiunge i più alti gradi dell’istruzione universitaria.

Ma la novità di questo nuovo lavoro è stata la presentazione di due coreografie, Essenza e Ma! Che? Bah.., create da due danzatori dell’Astra Roma Ballet, Kevin Arduini e Giada Primiano.

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Si tratta di due creazioni completamente differenti per stile e gusto musicale. La prima coreografia, eseguita dalla danzatrice Elisa Amendola sull’aria "Pace mio Dio", tratta dall'opera lirica "La Forza Del Destino" di Giuseppe Verdi, nella versione interpretata da Maria Callas, è un delicato ritratto dell’animo femminile, il sogno notturno di una donna che rivela tutte le sue sfumature, sprigionandole come, appunto, "l'essenza" di un profumo. Le sue intimità, apparentemente intrappolate nelle linee balanchiniane della coreografia, irrompono improvvisamente con la loro dolcezza, smussando certe rigidità e contraddizioni dalle quali la donna riesce a liberarsi solo quando è veramente sola con se stessa; la seconda creazione è un esplosivo remix musicale di brani house-commerciali, del tutto insoliti per uno spettacolo di danza realizzato in teatro, ma che proprio per questo motivo porta al pubblico una ventata di frescezza e un pizzico di follia. Si tratta, inoltre, di un racconto introspettivo della stessa giovanissima coreografa. Mettendo a confronto differenti aspetti della sua personalità ne riassume i principali connotati in tre figure allegoriche, interpretate da tre danzatrici (Camilla Madama, Mary Fico e Giulia Colcerasa) del Corso di Perfezionamento del Teatro Greco tenuto dalla stessa Diana Ferrara. Le tre ragazze diventano lo specchio fisico e mentale di tre diverse creature: una istintiva e rabbiosa, l’altra più cupa e riflessiva e un’altra ancora piena di una solare allegrezza. Insieme danzano non le loro peculiarità ma le emozioni che ne scaturiscono, quel rapporto di amore-odio che lega indissolubilmente l'una all'altra e che riflette quello stesso legame che governa il mondo, ossia dell’Uno con l’Universale, del singolo con la moltitudine.

Questo primo spazio della serata dedicato ai giovani coreografi esordienti ha lasciato poi il posto alle coreografie di Diana Ferrara: Overture, un balletto neoclassico in cui alcune coppie danno vita ad una vera e propria antologia di virtuosismi sulle musiche di M.Glinka; quasi come in una gara i danzatori si sfidano con fare scherzoso e bonario. Di tutt'altro sapore è Adagio, un romantico pas de deux danzato sulle musiche di L.V. Beethoven, un fugace appuntamento per un breve respiro d'amore. Momento fiabesco che tanto ricorda le favole della buonanotte che si raccontano ai bambini è quello de La bambola e il soldatino, la cui coreografia originale di A. Mendez è stata riprodotta dalla direttrice della compagnia rimarcandone la straordinaria pantomima e l’alternanza di gesti che da una meccanica robotizzazione passano ad essere fluidi e umani, trasudando anima, vita reale. Il balletto è un ritorno all'infanzia, un allegro curiosare in una vecchia soffitta per giocare con automi e pupazzi animati da gesti infantili pieni di tenerezza come il visetto della bambola, a tratti imbronciato, a tratti divertito e innamorato del suo soldatino.

diana3Tutti i danzatori (Claudia Buoncore, Giada Primiano, Giorgia Montepaone, Simona Natilla, Kevin Arduini, Elio ZingarelliManuel Carbone) concludono la serata con Start, un lavoro di danza contemporanea firmato dal coreografo Paolo Arcangeli. La musica di Bela Bartok, con i suoi ritmi popolari e le sue rivisitazioni tradizionali, è l’ambientazione musicale perfetta per rappresentare la frenesia e l’inquietudine del nostro attuale periodo storico. Un nervoso tremore scuote i corpi dei danzatori che agitano le braccia smaniosi. Sfuggono l'isolamento, cercano il contatto tra i loro corpi, sfidano i pesi e le cadute lanciandosi in prese quasi acrobatiche. Sono uomini e donne di tutti i giorni che corrono con impazienza nella loro quotidianeità, come per le strade di una metropoli, cercando forse l’inizio di un nuovo tempo e di una nuova danza.

Ogni balletto è stato presentato da un'esauriente sinossi impreziosita da riferimenti storici per permettere al pubblico di coglierne pienamente il significato. Ciò va a ribadire l'attenzione di Diana Ferrara alla diffusione della cultura della danza, intesa come patrimonio umanistico che non deve assolutamente prescindere dalla formazione di danzatori e non. "In tal senso..." chiarisce l'étoile, "..è già molto forte l'impegno dell'Accademia Nazionale di Danza, unica istituzione universitaria della danza in Italia, ma ci si augura che anche nelle scuole ordinarie, e non solo nei licei sperimentali coreutici, venga data ai giovani la possibilità di conoscere la storia della danza e la meravigliosa arte tersicorea, patrimonio prezioso e indiscutibile del nostro paese al pari della storia della musica e del teatro".

Nel frattempo Astra Roma Ballet non si risparmia e continua con professionalità la sua missione di diffusione della danza e di valorizzazione dei danzatori e della loro culura.

Roberta Leo
26/10/2018

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