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La musica di un popolo plurale: il "Viaggio in Italia" di Valerio Buchicchio

Tra gli artisti coinvolti nel progetto Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici c’è Valerio Buchicchio, o più semplicemente “Buva”: trentadue anni, nato e cresciuto a Cerignola, in provincia di Foggia, il giovane cantautore ha già dalla sua, tra le altre cose, una menzione speciale dell’associazione Musica contro le Mafie (nel 2018) per il brano "Sud", oltre ad essere l’autore di "Ercole", l’ultimo singolo di Ermal Meta. Nello spettacolo e nel disco nati dal lavoro collettivo AdoRiza, Buva suona la chitarra e presta la sua voce sia al brano d’apertura Ripabottoni Brun Brun sia all’intenso Lamento dei Mendicanti. Il cantautore ha ripercorso con noi le diverse tappe del progetto, dal laboratorio biennale di Officina Pasolini (nel 2016-2017) ai piani futuri del collettivo: per lui l’avventura di Viaggio in Italia non è stata solo un’occasione di crescita personale e confronto con altri artisti, ma anche un modo per scoprire e far scoprire la realtà profondamente e proficuamente eterogenea della musica (e della cultura) italiana.

Ci racconti la tua esperienza all’interno di Officina Pasolini e che importanza ha avuto nel tuo percorso?
L’esperienza è stata molto bella e importante, perché ha permesso a un giovane cantautore pugliese come me, che strimpellava canzoni nella sua stanza, di confrontarsi non solo con altri ragazzi che vorrebbero vivere di musica, ma anche con professionisti del settore altamente qualificati. È stato perciò un salto sconvolgente ed entusiasmante al tempo stesso, ogni giorno era sempre una scoperta nuova, una conoscenza che si aggiungeva al nostro bagaglio. Personalmente poi è stata un’occasione per commettere quanti più errori possibile nell’approccio alla scrittura delle canzoni: nel senso che in quel luogo si poteva appunto provare, sbagliare ed essere corretti da docenti che non erano interessati ad assegnare medaglie ma ad aiutare chi ne aveva bisogno a mettersi più “a fuoco”.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti diversi per un progetto comune?
Sicuramente all’inizio eravamo un po’ spaesati, anche perché il bagaglio della musica popolare era abbastanza distante dalle nostre conoscenze e dai nostri interessi. Forse il collante iniziale è stata la sfida comune e la volontà di superarla. In aggiunta, chi ha lavorato alla produzione dello spettacolo ha saputo mettere ciascuno di noi nelle condizioni di poter dare il meglio di sé, a seconda della sua vocalità, della sua propensione a suonare o meno uno strumento o di altro ancora: ognuno aveva il suo ruolo e giocava per il risultato, come in una squadra di calcio.

Quali elementi della tradizione musicale pugliese hai potuto valorizzare, o anche riscoprire, durante il lavoro per questo progetto?
Prima di questo progetto la mia conoscenza della musica popolare pugliese era abbastanza limitata. Andando avanti, però, ho scoperto tanto di questa tradizione, in particolare la qualità dei testi, ma anche delle armonie e delle melodie: qualcosa che tuttora porto con me e cerco di mettere al servizio della mia attività di autore di canzoni, per me o per altri artisti. Indubbiamente il fatto di vivere in una terra che ha delle radici così forti nella musica popolare è un vantaggio, mi permette di giocare “in casa”, facendo mio questo patrimonio.

Andando ai brani del disco: in Ripabottoni Brun Brun canti insieme ad un altro giovane artista, Andrea Caligiuri. Come è stato lavorare con lui su questo pezzo?
È stato molto interessante, innanzitutto perché abbiamo due vocalità molto differenti, lui ha una voce molto bassa, quasi da baritono, io invece ho una vocalità più leggera, quasi da tenore. Questo si è rivelato un vantaggio, perché ogni contrasto nell’arte, e in particolare nella musica, genera qualcosa di positivo in più. Inoltre, il fatto di esserci misurati con una lingua, l’arbëreshe, a noi inizialmente estranea, ci ha spinto a darci una mano a vicenda per la pronuncia e l’espressione del testo.

Interpreti anche Il Lamento dei Mendicanti, un brano che veicola un tema sociale molto forte. Come e perché avete scelto questo pezzo?
Ricordo benissimo come è andata: lavoravamo divisi in gruppi di ricerca e io, come altri, ero avvantaggiato perché mi trovavo nel gruppo che si occupava anche della mia regione di provenienza. Scorrendo su internet è saltato alla mia attenzione questo brano di Matteo Salvatore, un cantore della mia terra, e ha subito conquistato non solo me ma anche Tosca e Piero Fabrizi. In particolare ci ha colpiti quel riff di chitarra, così desolante, con lo strumento quasi scordato, che trasmette la sensazione di trovarsi un mondo arido, fatto di polvere, di arsura: ci ho visto l’immagine, quasi cinematografica, di un mendicante nelle ore più calde della giornata. Il contenuto sociale poi è stato importante per contribuire a veicolare alcuni temi che lo spettacolo sviluppa, come quello dei migranti, di coloro che hanno lasciato la propria casa d’origine per andare in America o al Nord, e la mia terra è piena di questa gente.

Nel tuo percorso artistico non è nuova l’attenzione a temi sociali e alla condizione della tua terra d’origine. Secondo te qual è allora il valore sociale, oltre che culturale, di un progetto come Viaggio in Italia?
Secondo me l’importanza del progetto da questo punto di vista sta nel fatto che non si tratta, come a prima vista potrebbe sembrare, tanto e solo di un excursus temporale, attraverso canzoni che vanno dai secoli passati a epoche più recenti, ma anche e soprattutto di un incontro sul piano spaziale: il progetto infatti vuole coinvolgere e coniugare ritmi e tradizioni di terre differenti, per dimostrare come la nostra cultura sia la più eterogenea che si possa immaginare. A prescindere da qualunque ideologia penso sia utile, in un momento come quello attuale, dove si rivendicano determinate e specifiche “radici” da parte di chi vive in un territorio, ricordare come il nostro patrimonio sia molto più eterogeneo di quanto non si pensi.

Come si svilupperà da qui in avanti il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Credo innanzitutto che continueremo a lavorare sullo spettacolo, per farlo conoscere a chi non ha avuto modo di vederlo e ascoltarlo: cercheremo altri teatri e date e ci concentreremo su questi. Dopodiché esploreremo altre possibilità, compreso il lavoro di cantautorato inedito, visto che il nostro collettivo è formato da cantautori oltre che da interpreti: non sarebbe male costruire insieme un percorso di musica inedita da portare in giro.

Foto copertina: Manuela Ferro

Emanuele Bucci 28/07/2019

"Viaggio in Italia": intervista al bassista del progetto, Walter Silvestrelli

Abbiamo incontrato Walter Silvestrelli, bassista e interprete del disco-spettacolo Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici, con cui il collettivo AdoRiza ha vinto la Targa Tenco 2019 nella categoria Album collettivo a progetto.

Ci racconti la tua esperienza all’interno del laboratorio? Che importanza ha avuto nel tuo percorso?
È stata un’esperienza importantissima. Prima già suonavo musica popolare con il mio gruppo, i Chissenefolk, ma Viaggio in Italia è stato un lavoro di scrittura artistica sul folk in cui la guida di personaggi come Tosca e Piero Fabrizi mi ha arricchito in maniera determinante.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti in un progetto comune?
È stato facile, perché il gruppo era molto affiatato. C’era una splendida atmosfera che Tosca, Piero Fabrizi, Felice Liperi e Paolo Coletta hanno creato alla perfezione, stimolandoci continuamente con la loro personalità.

Hai avuto la possibilità di portare degli elementi della tua tradizione locale nel progetto?
In realtà no. Ma, nel momento in cui si affidavano le canzoni ai vari musicisti, mi sono imposto con una grandissima decisione per cantare proprio Diavule Diavule, perché mi ricordava la mia terra. Anche se la tarantella è comunemente considerata della Puglia, con piccole differenze ritmiche fa anche parte della tradizione lucana. Questo perché la Basilicata è esattamente al centro del Sud, e la sua cultura è il perfetto mix di tutte le tradizioni meridionali.

Una delle caratteristiche più interessanti di questo progetto è la reinterpretazione della tradizione. Quanto ci hai messo di tuo in Diavule Diavule?
Non volevo stravolgerla, l’ho semplicemente fatta mia e il risultato è stato quello di dargli un ritmo diverso e di cantare, in certi momenti, quasi rappando nel microfono.

Nonostante testi e melodie restino quelle originali in ogni brano, senti di essere riuscito a dargli un’impronta attuale?
Musicalmente, sì. Ma le canzoni popolari sono sempre attuali, perché hanno la straordinaria forza comunicativa di rompere le barriere e dire senza peli sulla lingua cose che oggi sarebbe considerato immorale dire. È una musica in grado di rispecchiare una cultura che, pur evolvendosi, continua e si fonda sempre sulle stesse basi, le radici. E oggi, come sempre, risulta attuale, soprattutto se si pensa alle storie di fame e migrazione che raccontano… Ma stiamo finendo a parlare di cose troppo serie ora e ho paura che così mi si svegli la bambina (sorride, ndr).

Diavule Diavule è forse uno dei brani più coinvolgenti del progetto. Quale è stata la reazione del pubblico?
Per quanto fosse il pezzo più eccitante, in tutti i brani il pubblico è stato coinvolto, forse perché questa è la forza della musica popolare. Al bis soprattutto, nonostante ci trovassimo in teatro, la gente si è alzata e ha ballato in una danza liberatoria. Ma, a dirti la verità, me lo hanno raccontato i miei colleghi, perché io, purtroppo, quando sono sul palco entro in trance e non mi accorgo più di nulla che non sia la musica stessa.

In una recente intervista hai detto che la radice è quando ti metti a nudo e cominci a capire dove andare. Questo lavoro ti ha fatto capire dove andare?
Mi ha confermato definitivamente quale strada voglio percorrere: senza dubbi, quella della musica.

Come si svilupperà in seguito il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Si, abbiamo un obiettivo che riteniamo fondamentale: portare il progetto in giro per l’Italia e, perché no, anche per il mondo.

Alessio Tommasoli 28/07/2019

Collettivo Adoriza

Dall’esperienza dell’Officina Pasolini è nato il disco Viaggio in Italia: raccontando le nostre radici, con cui il collettivo AdoRiza ha vinto la Targa Tenco 2019 nella categoria Album collettivo a progetto: è grazie alla testimonianza di Eleonora Tosto (interprete romana e presidente del collettivo) che abbiamo modo di andare più a fondo, di soffermarci sui tratti e sui significati più profondi di un lavoro nato dalla sinergia di sedici artisti.

Raccontaci la tua esperienza all’interno di questo laboratorio: come ha preso forma, come si è articolata nel tuo percorso?
Tutto è iniziato due anni fa all’interno di Officina Pasolini: è lì che abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con tantissimi artisti come Tosca, Piero Fabrizi, Massimo Venturiello. Non semplici docenti ma artigiani che, spinti dal desiderio di tramandare, ci hanno passato il ferro del mestiere. La ricchezza di questo progetto consiste in primo luogo nella concessione di un “tempo sospeso”, non semplice pausa rispetto alle attività quotidiane ma tempo necessario alla creatività: tutti noi abbiamo avuto la possibilità di creare con il giusto tempo. E' stato quello il momento di una ricerca etnico-musicologica sul campo, possibile grazie all’aiuto di Tosca e di Felice Liperi, sulla musica popolare del nostro Paese.

Quali sono stati gli snodi e le motivazioni che hanno condotto dalla ricerca iniziale all’incisione di un disco?
Dal Trentino Alto Adige alla Sardegna, abbiamo ricercato più di duecento canzoni a regione, a partire dalle quali abbiamo effettuato una scelta che si è poi trasformata nel nostro spettacolo “Viaggio in Italia”: uno spettacolo che ci racconta, racconta le nostre radici attraverso la canzone; questa è stata la motivazione che ci ha permesso di portarlo in scena e, dopo il debutto, farlo girare in Italia. L’anno successivo Piero Fabrizi ha deciso di dare una testimonianza audio a questo lavoro; è nata così l’idea del disco “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, la cui uscita è stata accompagnata da un booklet insolito che, in più di venti pagine, racconta accuratamente il nostro percorso.

Fulcro di questo progetto è proprio l’idea di viaggio, un “nostos” che permette di ricongiungersi ai propri luoghi, e attraverso il quale ci si scopre mutati, arricchiti di qualcosa di autentico: qual è il tuo riscontro?
Un po’ come Ulisse che, spinto dal desiderio di ritorno, scopre il proprio viaggio facendolo, il momento del ritorno forse è per noi proprio il disco, il supporto fisico. Dal punto di vista musicale mi sono sempre occupata di jazz, quindi all’inizio approcciarmi alla musica popolare non è stato semplice. Andando avanti ho però avuto modo di scoprire come sia proprio la sua struttura elementare a dare occasione all’interprete di colorare i propri brani a seconda della propria inclinazione. E’ proprio questa sua semplicità l’elemento che permette di accedere in modo più immediato all’interpretazione.

A questo proposito vorrei ricollegarmi al brano di cui sei stata interprete: “Serenata sincera”. Il suo linguaggio è tanto diretto quanto sincero, struggente eppure ancorato alla terra. Come è stato per te confrontarti con una “romanità” che da sempre ti appartiene?
Private di ogni artificio, le parole e la musica arrivano lì dove devono arrivare. Provenendo da una famiglia di artisti, ho avuto sempre modo di dedicarmi alla canzone romana. I miei genitori sono attori-cantanti e moltissime volte mi è capitato di affrontare un repertorio di questo tipo: in questo caso credo che la delicatezza dell’arrangiamento abbia permesso di innalzare il brano a qualcosa che ha più a che fare con la musica classica che con la musica popolare. 

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti per un progetto comune? Quale sinergia si è creata tra voi?
Il tempo passato a stretto contatto l’uno con l’altro ci ha permesso di avvicinarci da tutti i punti di vista, da quello umano a quello artistico. Io sono il presidente del Collettivo; è difficilissimo mettere insieme sedici teste, in quanto ognuno nella sua complessità vede le cose in maniera diversa: il collante è stato però la progettualità comune, resa possibile anche dal ruolo determinante della direzione. Basti pensare che uscirò in autunno con un disco scritto integralmente dai ragazzi della mia classe di Officina Pasolini. In un periodo di trasversale egoismo, artistico, sociale, politico, questa collaborazione rappresenta un’isola, un luogo di sostegno reciproco.

Dice Josè Saramago che “bisogna ricominciare il viaggio, sempre”: quali sono gli altri progetti che consentiranno a questa esperienza di non esaurirsi in se stessa?
La nostra idea è quella di andare oltre, facendo conoscere questo progetto a tutte le Regioni e, se sarà possibile, anche all’estero. Alla base c'è un’idea di continua ripartenza, di circolarità, simile ad una danza vitale, simile alla danza di Matisse. 

Foto copertina: Adriano Natale

Giorgia Leuratti 22/07/2019

 

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