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"Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill": prima monografia dedicata al regista inglese. Recensito incontra l'autrice Elisa Torsiello

Mentre sui siti di cinema si riporta la notizia che il gruppo alternative metal statunitense dei Nine Inch Nails curerà la colonna sonora di The woman in the window (2019), prossimo film di Joe Wright, quest’ultimo è protagonista in Italia della prima, accurata, intrigante monografia dedicatagli. Edita dalla Bietti collana Heterotopia, Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, è un must have per chiunque sia appassionato o voglia occuparsi di cinema. Ma soprattutto non può mancare nella libreria di chi è rimasto affascinato più di una volta dalla tecnica registica di Wright. Come è successo alla preparata autrice del volume, Elisa Torsiello, giovane critica cinematografica, la quale, da grande ammiratrice dello stile del regista inglese, ha deciso di lanciare un impulso affinché altri possano interessarsi alla sua arte. Recensito ha incontrato Elisa per parlare del suo libro e della sua passione per la settima arte, oltre che di Joe Wright. Su cui l’autrice tiene subito a precisare: «Joe sa che ho scritto questa monografia e ha richiesto una copia in inglese. Me l’ha detto Seamus McGarvey».

Iniziamo quindi con la domanda più convenzionale: perché Joe Wright?
È stato il regista che mi ha cambiato la vita. Alfred Hitchcock e David Fincher sono i miei preferiti, però Joe mi ha aperto la strada della critica cinematografica. Prima ero solo una spettatrice comune, andavo al cinema perché c’era tale attore o tale film e non ero interessata agli aspetti più tecnici; invece dopo Espiazione è cambiato tutto. Questo lo devo anche a Dario Marianelli e Seamus McGarvey, oltre che alla fotografia e al montaggio: tutti quegli universi e nomi del tutto ignorati dallo spettatore medio, insomma. joe wright

Il regista inglese si definisce “figlio di burattinai”: per te chi è, invece, Joe Wright?
Per me è il cinema. Ma anche la rivincita di tutti quei ragazzi che, con la propria immaginazione, sono riusciti a dare un calcio al passato, ad avere la meglio su cattiverie e bullismo, di cui lo stesso Wright fu vittima a causa della sua dislessia. Joe è riuscito coraggiosamente a dimostrare quanto il cinema possa migliorare davvero una vita. Lui a me l’ha cambiata, quindi per me Joe Wright è il cinema, proprio come lo è Hitchcock per altri motivi.

Questa idea di rivalsa nei confronti di difficoltà giovanili vale anche per te?
Occupandomi di cinema, sono diventata un po’ più ottimista e ho imparato a credere nei sogni. Con il tempo ho scoperto nuovi modi di approcciarmi alla realtà. Ora penso anche che, se veramente vuoi una cosa, vai e te la prendi. Magari non sempre accade, però almeno puoi dire di averci provato. E solo per questo, devi darti una pacca sulla spalla. Joe Wright ha ricevuto anche dei premi a conferma del lavoro svolto. Io per ora ho ricevuto solo pacche sulle spalle: è grazie a Joe se sono disoccupata (ride, ndr).

Hai nominato anche Hitchcock e Fincher come registi preferiti. Insieme a Wright, che tipo di cinema rappresentano per te?
Joe è l’intermediazione fra la fantasia e la realtà. È anche lo sguardo, e in questo ha un punto di contatto con Hitchcock. Alfred è il voyerismo, lo sguardo che guarda attraverso la fessura: Joe va a studiare quello sguardo, appunto. Fincher è una trottola, è quell’autore che riesce a toccare vari generi, rendendosi sempre riconoscibile: non ha una definizione, per questo è così importante e fantastico per me.

Che legame ha Joe Wright con l’Italia?
Molto forte. Da quello che ho capito parlando con Seamus McGarvey, lui affitta, qualche volta, una casa a San Casciano in Val di Pesa, vicino Firenze, da una signora che ha una figlia amica di Rosamund Pike, ex fidanzata di Joe. In questo posto ha scritto Espiazione e Anna Karenina. Quindi l’Italia è una grande fonte di ispirazione. Ma basti solo pensare che due dei suoi collaboratori più stretti, Valerio Bonelli e Dario Marianelli, sono italiani. E McGarvey abita in Italia.

Nella Prefazione al tuo libro, Dario Marianelli scrive che Wright tocca ogni immagine come se fosse un dipinto. Tu a quale pittore accosteresti Joe?
Non ce n’è uno in particolare, cambia in base ai film. Ad esempio, in Anna Karenina è vicino tantissimo a Claude Monet. In Orgoglio e Pregiudizio vi rivedo John Constable con un pizzico di William Turner. Espiazione ricorda la pittura di Giovanni Fattori.

Oscilla fra Impressionismo e Realismo, dunque?
Esatto. Forse più Impressionismo.

elisa okQual è, secondo te, la colonna sonora più riuscita del duo Marianelli-Wright?
Espiazione. Perché riesce a rendere musica un suono come quello del battere sui tasti di una macchina da scrivere. Ti fa commuovere anche senza guardare un’immagine. Sentendo le note di Elegy for Dunkirk, per esempio, davvero sembra di vivere quel piano sequenza osservato sullo schermo poco prima.

Hai intitolato il tuo volume “La danza dell’immaginazione”: che ballo è Joe Wright?
(ride, ndr) È un valzer, molto simile a quello sentito in Anna Karenina. Quando parlo di danza non intendo quella compiuta materialmente dagli attori, ma soprattutto quella della cinepresa nei piani sequenza: talmente elegante e sinuosa che non puoi non accostarla ad un valzer. Non è di certo un tango, o un fandango, comunque.

Elegante e regale, ma anche romantica…
In Joe c’è poco di romantico. È vero che le storie sono d’amore, ma vanno a finire quasi tutte male. A parte in Orgoglio e Pregiudizio, ma in Espiazione, Anna Karenina, Hanna, L’ora più buia c’è sempre quel pizzico di “bittersweet”, (dolceamaro, ndr) come direbbero gli Inglesi. Non si riesce mai a toccare l’apice del romanticismo. Quindi, quando sento che Joe Wright è sottovalutato proprio perché le sue opere vengono reputate romantiche, mi arrabbio. Spero che con il mio libro questo mito venga sfatato, finalmente. Ci tenevo a rendere giustizia all’opera di un autore che ha tanto da dire e in pochi lo hanno compreso.

Secondo te che tipo di magia ha regalato al cinema?
Aver trovato un connubio fra realtà e immaginazione. La sua magia è riuscire a catapultarti nella storia. Non tutti ci riescono. Sarà per questo che forse, secondo me, gli affidano sempre film tratti da libri: lui prende una storia e la fa sua, non fa un banale copia e incolla, niente è pedissequo in Joe Wright. Lui ti proietta nella storia e te la fa amare. Quando uno dei due aspetti, immaginazione o realtà, va a superare troppo l’altro, questa magia viene meno. Penso a Pan, dove l’immaginazione ha preso il sopravvento. Oppure a Il solista, dove era troppo neorealista. In certi film cala un po’ il suo tocco magico.

Seamus McGarvey scrive nella Postfazione: “Nulla è lasciato al caso all’interno delle sue inquadrature: tutto parla di lui, tutto parla della vicenda che sta raccontando”. Qual è, per te, la sua inquadratura più potente a livello di immaginazione?
Ci dovrei pensare su a lungo, sono troppe! Ne posso forse indicare due: una è in Espiazione, la scena d’amore nella libreria, ossia Cecilia sospesa tra le braccia di Robbie. E la seconda è in Anna Karenina, quando si butta sotto il treno e dice “Forgive me” (“Perdonami”, ndr). Da critica, però, direi la scena in cui Winston Churchill accende il sigaro in L’ora più buia, con il bagliore che illumina il viso mentre attorno è tutto scuro.

Che film ti piacerebbe realizzasse Wright?
Finalmente qualcuno che me lo chiede! Un film su Mary e Percy Shelley: credo che lui sia nato per fare un film del genere. Con Aaron Taylor-Johnson nei panni di Percy e Keyra Knightley in quelli di Mary. Oppure Miele di Ian McEwan. Già vedo il cast: Tom Hardy, Tom Hiddleston, Rufus Sewell e Saoirse Ronan come protagonista.

Da Elizabeth Bennet ad Anna Karenina, passando per Briony Tallis e Hanna Heller: chi è la donna per Joe Wright?
Una donna forte, che lui modella in base ai ricordi di sua mamma e di sua sorella. È una donna capace di distruggere una vita con la forza dell’immaginazione, come Briony, oppure di togliere o salvare una vita, come Hanna. Sono donne di tutte le età, ma accomunate da una forza interiore capace o di amare alla follia, o di distruggere. elisa con seamus

Qual è secondo te quella più riuscita?
Hanna.

E il film di Wright più sottovalutato?
Hanna, senza esitare. È un film completo. Per ogni appassionato di cinema, esso è un’esperienza catartica, penso. Trovi di tutto, a cominciare da Robert Bresson. E poi c’è la musica dei The Chemical Brothers, Tom Hollander vestito con una tuta che ricorda quella di Uma Thurman in Kill Bill, il fischiettio che rammenta il film Il mostro di Düsseldorf: è ricco di citazioni, ma nessuno lo ha compreso, non riesco a capirne il motivo. Probabilmente perché si distaccava dall’estetica tipica di Wright, o meglio: da quella che gli altri pensavano fosse la sua estetica, tra film romantici e storie d’amore. In Hanna c’è una ragazza che è cresciuta con le favole dei Fratelli Grimm e deve imparare a diventare grande da sola, combattendo contro la strega cattiva che è una bravissima Cate Blanchett. Da rivalutare.

Qual è la tua citazione preferita tratta da uno dei suoi film?
Come back, come back to me” tratta da Espiazione. Oppure “Mi avete stregato anima e corpo, vi amo vi amo” di Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: è stata la frase che ho scritto per anni nei diari della Smemoranda.

Tre aggettivi per descrivere Joe Wright e il suo cinema?
Cinema: elegante, sognatore ma realistico. Lo so che sembra un ossimoro...
Lui: meticoloso, attento, sognatore.

In uno dei capitoli finali del tuo libro scrivi riguardo ad una “prima chiusura del cerchio”: è davvero stato ultimato un ciclo? E ora quale si aprirà?
Con Nosedive (primo episodio della terza serie di Black Mirror, diretto da Joe Wright, ndr), secondo me, lui ha concluso un ciclo. Dopo Pan voleva lasciare il cinema: era giusto che ritornasse all’origine proprio con una serie tv. Ora si apre un nuovo cerchio che, probabilmente, sarà una sorta di copia e incolla di quello precedente. Spero però sempre su base inglese perché, quando ha virato sulle produzioni americane, Joe Wright non ha avuto gran successo. Che sia un ciclo di film più bilanciato su quel famoso equilibrio fra realtà e immaginazione, ecco.

copertina wrightA chi consiglieresti di vedere Joe Wright?
Sicuramente ai ragazzi che si stanno approcciando all’università: se sei interessato al mondo dell’arte o del cinema, lui dà la spinta finale, il coraggio di iscriverti e di perseguire quel determinato sogno. È successo a me e sono venuta a scoprire a Venezia che è accaduto anche ad un’altra ragazza. Inoltre, suggerisco agli appassionati di cinema e di arte di guardarlo: Joe è un uomo che è cresciuto con l’arte e, quindi, è normale che quando sei un autore tu porti la tua arte, quello che ti ha fatto crescere, che ti ha modellato nelle tue opere. Lui vive di cinema, di storia dell’arte e ciò si ritrova nei suoi film.

Se dicessi la parola “mani”, tu a cosa la accosteresti?
Fil rouge di tutta la produzione di Joe.

“Occhi”?
Lily James in L’ora più buia.

Specchi?
Il vero sé.

Chi butti dalla torre, Keyra Knightley o Saoirse Ronan?
Benchè mi piaccia molto anche Saoirse, salvo Keyra.

Jane Austen o Ian McEwan?
Giù Jane Austen!

Carlo II o Winston Churchill?
Scelgo Churchill.

Lev Tolstoj o James Matthew Barrie?
Non li amo entrambi, però vada per Barrie.

Che effetto ti ha fatto pubblicare il libro con la Bietti Editore? Che avventura è stata?
Penso di aver giocato tutta la carta del karma e delle buone azioni che ho fatto in passato per arrivare a ciò. È stata una cosa inaspettata: io inviai una copia ad alcune case editrici e la Bietti mi rispose subito sì. Il libro era impostato in maniera totalmente diversa: ad esempio, i capitoli erano suddivisi in base ai temi riscontrabili nei film di Wright, tra cui la donna, i bambini.... Seguivo un altro modello, ma la Bietti mi convinse a cambiare tutto: trattandosi del primo libro al mondo su Joe Wright, dovevo analizzare tutto fin dall’inizio, a partire dalle serie televisive, comprendendo anche gli spot pubblicitari. È stata una rivoluzione completa e grazie a loro, forse, sono anche meno prolissa e proustiana. Per me virgole e punti erano quasi inesistenti: con la Bietti ho imparato tanto. Devo ringraziarli molto, perché non è facile puntare su Joe Wright, avevano molta paura. È vero che è conosciuto, però non ai livelli di David Lynch o Christopher Nolan, per intenderci. E invece ho avuto ragione io, per ora sta andando bene: ci sono tanti sognatori in giro.

Quando è nato in te quest’amore per la settima arte?
Penso da piccolissima. Ogni ricordo che ho di me da bambina sono io davanti ad uno schermo, fosse del cinema, della tv o del PC. Il primo film che ho visto è stato Il Re Leone della Disney: avevo quattro anni e mia zia mi portò al cinema. Rimasi tutto il tempo a guardare la luce di proiezione: zia ripete sempre, infatti, che ero già predisposta, che era nel mio destino esaminare cosa c’è oltre un film. Mio padre mi ha poi fatto “coltivare” la passione perché, quando sceglievamo insieme un film, lui si addormentava ed io andavo avanti tutta la sera, finendo per vedere a sei anni Le Iene di Tarantino. Ma questa è un’altra storia. (ride, ndr) Mamma invece mi ha supportato, sebbene arrivassi ogni giorno con un dvd nuovo a casa: era disperata perché non sapeva dove metterli! Però è stata lei che mi ha lasciato andare, con il motorino, a vedere Espiazione al cinema, nonostante quel giorno piovesse a dirotto.

Meglio spettatrice o meglio critica?
Per quanto riguarda Joe Wright, una via di mezzo: per riuscire ad apprezzare certi aspetti come i piani sequenza, devi essere critico. Però, per come riesce a gestire lui la regia, bisogna essere spettatori. Comunque non riesco più ad essere solo spettatrice, da anni ormai. Un po’ mi maledico per aver studiato cinema: a volte vorrei avere ancora quell’ingenuità di visione che avevo una volta.anna karenina

Hai già presentato il libro a Venezia, Pisa e Roma. Il 17 novembre sarai alla manifestazione Bookcity di Milano invece: che effetto fa passare dall’altra parte, da intervistatrice a intervistata?
Io ho intervistato per anni persone legate al mondo del cinema, andando a conferenze e presentazioni…Essere dall’altra parte è un viaggio extracorporeo. La prima presentazione c’è stata a Venezia, un esordio col botto, ero emozionatissima, quasi non riuscivo a parlare. Per fortuna che ad affiancarmi c’erano Alessandro Boschi (redattore e conduttore storico del programma radiofonico Hollywood Party su Rai Radio3, ndr) e Steve della Casa (critico cinematografico e conduttore storico di Hollywood Party su Rai Radio3, ndr). La seconda a Pisa ho avuto come ospite Seamus McGarvey: anche lì cuore a mille, ma lui è riuscito a mettermi a mio agio. E poi c’era anche un mio amico, Antonio Capellupo (responsabile della programmazione per il Cineclub Arsenale di Pisa, ndr), che ha organizzato l’evento: un’altra persona che non ringrazierò mai abbastanza. A Roma è andata ugualmente bene, grazie anche alla presenza di Emanuele Rauco, giornalista e critico cinematografico.
Un conto è parlare degli altri, come un critico, male o bene che sia. Quando devi parlare di te stesso, cambia tutto. Se non avessi parlato per anni davanti ad un microfono, probabilmente sarei svenuta alla prima presentazione, quindi grazie anche a Radio Eco (web radio degli studenti dell'Università di Pisa, ndr). Devo anche aggiungere che con il libro la mia autostima è aumentata: non avendo nulla su cui basarmi, mi sono affidata molto al mio senso critico e alle mie capacità, ho avuto fiducia in me stessa.

Tante soddisfazioni, quindi. Progetti futuri, invece?
C’è un’idea che vorrei portare avanti e che è su un altro Wright, Edgar. Non ha avuto il potere, come Joe, di cambiarmi la vita, però è un altro dei registi a cui devo qualcosa. Ma questa è un’altra storia, buona per un’altra intervista. Mi piacerebbe anche scrivere un libro su Alex Garland. Ma se fai di cognome Wright per me parti avvantaggiato e quindi ho gli occhi puntati su Edgar.

Chiara Ragosta, 16/11/2018

Recensito incontra il giovane attore Enrico Torzillo

Nel vasto panorama teatrale italiano sono tanti i giovani che si stanno distinguendo per talento, impegno, dedizione e vera e propria passione per un mestiere affascinate, ma molto complesso come quello dell’attore. Tra questi anche Enrico Torzillo, classe 1998, il quale dopo le varie esperienze con la compagnia del Teatro dell’Orologio e il debutto lo scorso luglio al Festival dei Due Mondi di Spoleto con lo spettacolo “Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack” di Francesco Petruzzelli, è pronto a spiccare il volo verso nuovi importanti impegni e una carriera che siamo certi sarà brillante.
Una vera e propria vocazione quella per la recitazione, che ha rapito Enrico fin dai primi anni d’età, quando ha iniziato a muovere i primi passi in teatro a Benevento, sua città natale, per poi proseguire nella Capitale, dove diplomatosi alla Scuola del Teatro dell’Orologio, ne è entrato a far parte della compagnia, prendendo parte a numerosi spettacoli, tra i quali “Walking on the moon” con cui ha esordito sul palcoscenico del Teatro India.
In questa intervista sulle pagine di Recensito il giovane interprete ci parla del suo percorso, i suoi sogni, i suoi progetti, le sue prospettive.
Un racconto in cui poter conoscere e scoprire l’umanità di un ragazzo sensibile e determinato, la professionalità di un attore brillante e talentuoso, l’eclettismo di un artista di cui siamo certi sentiremo parlare.

Come è nata la tua passione/vocazione per la recitazione?
“Se rispondesse a questa domanda un qualsiasi membro della mia famiglia, direbbe senza alcun dubbio, che il virus della recitazione mi aveva già infettato nel primo anno di vita, quando, grazie ai loro racconti, so di essermi esibito nel bagno di casa mia, mentre la mia mamma si preparava, oppure in macchina con i miei nonni, piuttosto che in eterni giochi di ruolo dittatoriali imposti ai miei amichetti nella riproduzione dei personaggi (generalmente malvagi!) dei grandi classici Walt Disney, che guardavo e riguardavo fino a consumare le vecchie care VHS. In realtà ai miei genitori, ai miei nonni, a mia zia devo una costante stimolazione della fantasia … Io risponderei di aver “capito il problema” grazie allo sport, grazie al fatto che quel piccolo bimbo grassottello non ne voleva sapere di calcio, pallacanestro o nuoto e, alla giusta esigenza dei miei di non voler farmi passare interi pomeriggi a casa, rispondeva sempre con capricci e opposizioni … Fin quando, a sei anni, un po’ per caso, un po’ per disperazione, tra i vari hobby con cui mi mettevano alla prova, toccò ad una lezione di teatro per bambini. Entrai il quel posto strano convinto che, come sempre, si sarebbe trattato della prima e ultima volta. Da allora, però, non ne sono più uscito.”enrico torzillo img2

Quando hai capito che avresti voluto fare l’attore?
"In realtà, è stato proprio quel luogo magico a farmi capire quale fosse il mio sogno e a definire sempre di più i miei obiettivi. Per dodici anni, infatti, ho passato la maggior parte del mio tempo libero a “Teatro Studio”, la scuola di Recitazione di Benevento, gestita dalla Solot, compagnia stabile della mia città d’origine, una realtà “spaventosamente” professionale, attenta ai suoi prodotti, stimolante e concretamente utile per avviare un percorso di studi artistico, un vero e proprio gioiello del Sud Italia, che, a parer mio, dovrebbe giovare di grande sostegno da parte delle Amministrazioni. Grazie a questa meravigliosa esperienza, ho assunto consapevolezza del mondo del teatro e ho avuto la possibilità di incontrare numerosi professionisti che condividevano con noi ragazzi la loro esperienza. Con tanto studio, tanti sacrifici e tante esibizioni, ho capito, gradualmente, che nella vita si può vivere di quel che si ama, solo se lo si ama davvero, che il lavoro deve essere una gioia e non un imposto mezzo di sostentamento. Per questo mi reputo molto fortunato: ho capito molto presto quale era la mia passione e, “un passetto alla volta”, ho lavorato su quelli che erano i miei obiettivi (Che non finiscono mai! Quando finiranno, lascerò questo mondo!)”

Quale è stato il primo spettacolo con il quale ti sei misurato?
“Il mio “battesimo di palcoscenico” non lo dimenticherò mai: avevo poco più di sei anni e raccontavo, con la mia classe di Recitazione, la storia di Iqbal Masih, bambino attivista pakistano. Le messe in scena di quegli anni erano meravigliose: trionfi di colori, fiabe e canzoni (che ricordo ancora!), mi capita di invidiare ancora i piccoletti che prendono parte oggi a quelle esperienze! A circa undici anni, invece, fui chiamato dal Maestro Ugo Gregoretti per una sua produzione a Benevento … interpretavo un piccolo centurione … e ho ancora la spada di plastica in camera!”

Fondamentale per te la Scuola del Teatro dell’Orologio. Qual è l’insegnamento che ti ha segnato di più e porterai sempre con te?
“Il Teatro dell’Orologio, la Scuola e la produzione sono stati la benzina del mio percorso artistico. Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbero venti cartelle.
Il percorso formativo dell’Orologio diretto da Leonardo Ferrari Carissimi (che considero il mio Maestro) mi ha dato davvero molto; l’insegnamento che porterò sempre con me è sicuramente la consapevolezza del tipo di attore che sono e che posso essere, del mondo a cui appartengo e di ciò che voglio raccontare. La realtà del Teatro dell’Orologio di Roma, che negli ultimi tempi ha passato momenti di buio ma di grande luce, è molto simile a quella di una bottega artistica (mi piace paragonarla alla concezione teatrale di Eduardo De Filippo), un luogo che fa da palestra, da stimolo e da concreta possibilità di messa in pratica dell’artigianato dello spettacolo, nel rispetto dei giovani e del lavoro.
Le esperienze professionali che vivo in quel luogo sono sempre le più speciali. Inoltre non posso non soffermarmi sulla più grande conquista a cui quella realtà mi ha portato: un gruppo di persone meravigliose, una famiglia, un capitale umano sul quale tutti abbiamo deciso di investire … La Compagnia Del Teatro dell’Orologio!”

Con la Compagnia dell’Orologio hai recitato in spettacoli che mirano alla riqualificazione della periferia romana. Credi che il teatro possa avere la forza di migliorare la società? In che modo può farlo?                                 “Ebbene si, con la mia Compagnia siamo andati in scena nei luoghi meno canonici che si possano immaginare, da giardini di Trastevere alle strade di San Lorenzo, dalla metropolitana agli scavi di Ostia Antica, da vicoletti di Centocelle alle strade di Torpignattara, da uffici a foyer di teatri, e tanti altri ancora . Sempre mossi e carburati dalla consapevolezza di star facendo Spettacolo per la gente, per le famiglie, per i bambini, per persone che macinano kilometri pur di inseguirci o che, semplicemente, si affacciano dal balcone di casa. In un’epoca nella quale il Teatro è diventato uno spargimento di ego di tecnici per tecnici, è davvero soddisfacente far si che “per far andare la gente a Teatro, è il Teatro che va dalla gente”, riscoprendo che, proprio come accadeva durante le prime messe in scena dei capolavori della drammaturgia classica o dell’operato artistico di Shakespeare, le persone sono presenti, coinvolte, felici e spronate alla riflessione. Credo sia questa la missione dell’arte. Si tratta di un lavoro come tutti gli altri, fatto di studio, coraggio e passione. A parer mio, però, può essere considerato come “il mestiere più bello del mondo” proprio in merito alle sue finalità. Il Teatro può e deve migliorare la società, vivendo per la società, non per l’accrescimento delle egocentricità artistiche. La Cultura è politica, la politica è sempre stata cultura … E’ in questo momento che le carte in tavola si sono un po’ mischiate. Comunque, nemmeno il disfattismo o la convinzione di agire nel modo giusto conducono lontano. I valori missionari dello spettacolo possono essere portati in scena in qualsiasi contesto, dal Teatro Argentina alla Stazione Termini.”

A Spoleto hai mostrato una grande maturità scenica con lo spettacolo “Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack” di Francesco Petruzzelli, vincitore del premio Carmelo Rocca. Cosa ha significato per te questa esperienza?
“Il debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto è stato, senza dubbio, uno dei momenti più belli ed emotivamente precari della mia vita.
Avere la possibilità di essere in quel cartellone in età così giovane non è affatto scontato e la mia gratitudine in merito va a Francesco che ha creduto in me, dandomi, inoltre, la possibilità di andare in scena con una storia meravigliosa come “Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack”. Quell’esperienza ha significato un grande impegno, vista la posta in gioco, una grande paura (quella che mi spinge, poi, in fondo, a non arrendermi mai alle difficoltà di questo lavoro), un grande riconoscimento da parte dell’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” (da me tanto inseguita), che ha dato la possibilità al progetto e al cast di allestire un bellissimo prodotto. Lavorare con il gruppo di professionisti che ho conosciuto per quell’occasione è stato incredibilmente formativo, per quanto, nonostante in quell’ambiente mi sentissi l’ultimo arrivato e il meno pronto, sia stato messo a mio agio in un clima di grande umiltà e amicizia. Ammetto che la paura di fallire è stata alta, per quanto ero coinvolto … Un po’ come le montagne russe: ci sei salito, lo hai voluto tu, quando arrivi in cima sai che dovrai scivolare giù, non puoi scendere, non puoi appellarti a nulla … quindi puoi solo divertirti per vivere un’esperienza straordinaria! E così è stato … Poi l’aria di Spoleto e del Festival sono magiche … Insomma, di quelle fiabe che vorresti non finissero mai, destinate, purtroppo, ad averla una fine.”

Sei molto giovane, ma già molto bravo. Con quale regista sogni di lavorare?
“Innanzitutto, ti ringrazio. Se ti dico Tim Burton, la sparo troppo alta?
Scherzo. Sogno, innanzitutto, di poter continuare ad essere grato alla vita nel poter fare ancora questo mestiere, fino alla fine dei miei giorni. Siccome sono molto più giovane che bravo, sogno di lavorare con artisti che mi chiedano di arrivare ad un obiettivo sempre più alto, che la posta in gioco non sia mai scontata. Mi piace vivere ogni progetto come una sfida. Sogno di incontrare colleghi che mi permettano di scoprire sempre più luoghi del mio mondo umano e artistico. Ovviamente ci sono dei nomi con i quali, per lavorare, mi venderei la mia collezione di bacchette di Harry Potter, perché ne respiro il gusto, che, quando è affine al mio, mi permette di raggiungere l’estasi … Però non li farò, in quanto spero di arrivarci al momento giusto e con la giusta consapevolezza.
Per quanto riguarda Tim Burton, invece, può considerarlo un appello, se ci legge …
Scherzo: lo amo talmente tanto da spettatore che potrei non essere disposto a godermi un suo prodotto dall’interno e non dalla sala cinematografica …
Scherzo ancora, Tim! Se vuoi, sto qua!”

Nel tuo futuro vedi anche la tv?
“Perché no? Per quanto non abbia remore ad avere l’obiettivo di sviluppare un percorso molto più legato al palcoscenico che all’audiovisivo, almeno didatticamente, al giorno d’oggi è difficile rinunciare alla televisione, che, ahimè, è molto più ricca e strutturata a livello produttivo. E poi, perché rinunciare ? … lo abbiamo detto prima: se c’è studio, impegno e passione, la qualità può vivere in qualsiasi forma di spettacolo! E, per fortuna, qualcosa è rimasto…”

Progetti futuri?
"A inizio Dicembre, con la Compagnia del Teatro dell’Orologio, saremo in scena nei mercati rionali di Roma (giusto per restare in tema) con una folle versione de “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, in cui, tra l’altro, interpreto una donna! A Natale, tornerò nei panni di Oliver Twist (nella versione più “Twisted”). Per l’anno prossimo, oltre a numerosi progetti di Compagnia, mi aspetta uno spettacolo scritto da un giovanissimo, per la regia di Roberto Marafante dal titolo “Per favore non uccidete Cenerentola” con Ludovico Fremont, che ha debuttato in anteprima al Next di Milano … poi qualcosa che avrà a che fare con una giungla e un cucciolo d’uomo!”

Maresa Palmacci 15-11-2018
Ph: Luisa Fabriziani

"Un sogno nella notte di Mezzestate" al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma: Recensito incontra l'allievo regista Tommaso Capodanno

«Un sogno nella notte di Mezzestate è fatto di tranelli, doppi ruoli e giochi di potere. Ma soprattutto parla di un sogno: la vera anima dello spettacolo»: con queste parole Tommaso Capodanno presenta la sua versione di una delle più amate commedie di William Shakespeare, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma dal 15 al 22 novembre. Recensito ha intervistato il giovane allievo-regista dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: opinioni e riflessioni, un “dietro le quinte” del suo saggio di diploma.

Perché misurarsi con William Shakespeare per il saggio di diploma?
Più che William Shakespeare, ho proprio scelto in base al testo: Sogno di una notte di mezza estate. Perché è stato il percorso di questi tre anni: cercare di capire cosa posso fare e cosa no, alzare l’asticella e rendere la sfida sempre un po’ più complicata. Mi sono detto: quando mi ricapiterà di fare uno spettacolo con quattordici attori? Volevo mettermi in gioco e vedere cosa sarebbe successo, comprendendo meglio i miei limiti e i miei punti di forza. Nello spettacolo ci sono i costumi di Graziella Pepe e le luci fantastiche di Camilla Piccioni, ma il grosso della rappresentazione è basato sul testo, tradotto insieme a Matilde D’Accardi, e al lavoro svolto con gli attori, non c’è altro. Quando, durante le prove, qualcosa non funziona, si riprende il testo di Shakespeare e lì si intuisce che o sei tu regista o tu attore che ha sbagliato un attacco o un’intenzione rispetto a quella che è l’indicazione originale del Bardo. Se qualcosa non va, è colpa nostra, non sua. Ed è bello tuttora mettersi con e contro un colosso di questo tipo. Non so, però, quale sarà la risposta del pubblico, sono molto curioso. Sarà una prova e un’esperienza anche questa.

Per quale motivo proprio questa commedia shakespeariana, dunque?
Sogno di una notte di mezza estate è un testo che mi perseguita dal liceo. Il primo personaggio che ho interpretato a teatro è stato un Puck e, quindi, mi piaceva chiudere questo lungo percorso che parte da prima dell’Accademia con questo spettacolo, prima di iniziare altro. Mi interessava concluderlo con un’opera che è un saluto a qualcosa di vecchio e un benvenuto a qualcosa di nuovo, che è un rito di fertilità, un augurio per le nuove generazioni, per le nuove nascite. È un testo che parla di morte e di rinascita e mi allettava l’idea di compiere questo rito con la maggior parte dei miei compagni di classe.IMG 7305

L’opera è stata più volte trasposta o adattata. Che versione hai voluto dare tu?
È una domanda difficilissima. Ho provato a fare Shakespeare senza adattarlo o ambientarlo in nessun luogo specifico. Ho lavorato molto sulle immagini del testo e sull’idea di bosco come rave party, ma senza caratterizzare i personaggi come suoi frequentatori o cubisti. È un’opera che parla di poesia, amore, magia, immaginazione, follia e la mia regia parla di cambiamento, potere, rinascita. Sono un appassionato di psicanalisi, di interpretazione dei sogni e ho cercato di capire cosa significa mettere in scena un sogno, che a volte è un incubo probabilmente. Con Graziella Pepe abbiamo lavorato molto sulle immagini oniriche: le maschere sono state create dalla sua fantasia, stimolata dal diario dei miei sogni. Ho cercato insomma, di costruire delle situazioni che venissero dal mio mondo onirico e di mettere queste cose dentro Shakespeare.

Cos’è il sogno per te?
Tutto quello che non si può esprimere con il linguaggio verbale se non tramite immagini. Shakespeare in questo è maestro: riesce a raccontare le immagini attraverso le parole, a conciliare l’inconciliabile. Abbiamo lavorato molto sugli opposti, sui contrari: ci sono due Puck, un ragazzo e una ragazza, ci sono Teseo ed Ippolita che giocano a scambiarsi il ruolo di potere e di notte Ippolita diventa Oberon e Teseo diventa Titania. È un testo che è comico e tragico al tempo stesso, lungo e breve. Tutto ciò che è razionale fa parte del mondo maschile: la città, la legge di Atene, il pensiero. Il mondo femminile è l’irrazionale, il sogno, la notte, l’emozione. Abbiamo giocato su questi opposti continuamente. Il sogno per me è tutto ciò che fa parte del mondo irrazionale: è un linguaggio comprensibilissimo, solo che il codice è diverso, non è linguistico, verbale, ma è composto da immagini che possono diventare simboli, a volte.

Tra questi due mondi esiste un equilibrio?
Secondo me sì. Esiste anche alla fine del testo, perché nel quinto atto, dopo che sono usciti tutti dal bosco, ogni battuta è il contrario di un’altra e, forse, Shakespeare trova l’unione nell’immaginazione che accumuna i poeti, gli attori, i teatranti, gli artigiani del sogno, gli innamorati e i pazzi. È nell’immaginazione che il Bardo concilia i due opposti: in quella di chi guarda e di chi recita.

E il Teatro è più razionalità o più immaginazione?
È un equilibrio sottilissimo fra le due. Una cosa che ho ripetuto continuamente agli attori è appunto che lo spettacolo, soprattutto per come l’ho impostato, è sempre in bilico, si regge su una lama e può diventare, da un momento all’altro, o una sorta di Zelig oppure un dramma noiosissimo. Non ho adottato un solo stile di regia, ma ne ho mischiati vari: ogni atto è montato in maniera diversa e ho cercato di trovare una coerenza nell’incoerenza. In questo testo, in particolare, l’intreccio è molto complesso, difficile, folle. Unisce artigiani, gente del popolo, con innamorati dell’alta società, duca, duchessa e fate: nello stesso bosco si incontrano mondi completamente diversi ed è in questa disarmonia che nasce l’armonia. Mischiarsi, perdersi, ritrovarsi e poi uscire completamente trasformati da questo bosco.

Tu sei uscito dal bosco?
Forse sì, ma forse anche no. Mi piace starci, magari comincio ad arredarlo (ride, ndr). A volte è solo un’illusione uscirne fuori.

COPERTINACom’è stato dirigere quattordici attori?
Un inferno, un incubo! (ride, ndr) No, scherzo. È stato divertentissimo. Le prime domande che ho fatto sono state: ma come si fa a far fare l’artigiano all’attore nel 2018? E come si rappresentano le fate? Il rischio è cadere nella pantomima, nel ridicolo. Noi abbiamo trovato delle soluzioni, forse. O meglio: abbiamo cercato di portare in scena il problema, forse facendo delle scelte estremamente semplici e immediate, sia a livello di recitazione che di regia. Potrebbero premiarci oppure no, ma questa è la strada che abbiamo percorso insieme. Sono tutti attori che conosco molto bene, a cui sono molto affezionato. Con ognuno ho fatto un lavoro completamente diverso, quindi è stato difficile star dietro alle esigenze di tutti. Però è stato molto divertente, emozionante e ripagante vedere i risultati. Bisognerebbe avere più spettacoli con giovani attori, perché il teatro è un rito e più siamo a celebrarlo e più le energie che vengono tirate in campo sono forti.

Nel comunicato stampa si legge che questo spettacolo è, per te, un inno alla femminilità
Sono partito da un ragionamento: ci sono tante immagini in questo testo e anche un forte gioco di opposti. Il giorno e la notte, la città e il bosco, Teseo, che è la legge dell’uomo, e Ippolita, che è la regina delle Amazzoni conquistata da Teseo ma che segue le leggi della natura. C’è una battuta che mi ha fatto riflettere: Teseo condanna a morte Ermia e, prima di uscire, chiama Demetrio ed Egeo con sé e anche Ippolita, alla quale chiede che cosa abbia. Nella versione inglese questa domanda suona come: cosa ti turba? Sicuramente in quel momento succede qualcosa ad Ippolita, la quale sta zitta per tutto il tempo e che, secondo me, esce molto arrabbiata dall’affronto che Teseo fa alle donne tramite la pena inflitta ad Ermia, ragazza che deve obbedire alla volontà, alla legge del padre Egeo, il quale non cambierà mai, neanche dopo essere uscito dal bosco e con Teseo che acconsente al matrimonio della ragazza con il suo innamorato: Egeo continua ad appellarsi alla legge, per ottenere un’unione che garantisca la successione in linea di sangue e Teseo lo blocca affermando che solo la sua volontà è legge. Da quel momento Egeo sparisce. L’idea era, quindi, di estremizzare molto questi opposti: se Teseo è la legge che governa di giorno, allora che sia Ippolita a diventare Oberon e a regnare di notte. E poi capire come il maschile si ricompatta al mattino successivo dopo le vicende notturne. A me sembra che in tutto il testo ci sia un’invocazione continua al bisogno di riconciliare i due opposti – si citano spesso la luna, la dea Diana… – e io sento, come essere umano, il bisogno in questa società di una riconciliazione del patriarcato, che si sta autodistruggendo, con la sua parte opposta, che il patriarcato impari da essa. E viceversa. In questo senso è un inno alla femminilità: vuol dire accettare tutta una parte emotiva e irrazionale che la società maschile reprime e non considera, che tiene da parte. C’è bisogno di unire le due cose, di stare in ascolto dei propri pensieri ma anche delle proprie emozioni. Non si può essere più solo Teseo o solo Ippolita.

È questo che vorresti far emergere dallo spettacolo?
Ci provo e spero venga colto. A parte lo scambio di ruolo, non c’è molto altro che lo sottolinei, non l’ho voluto io. Però ne ho ragionato a lungo con gli attori, interrogandoci sulla questione e mi auguro che la traduzione faccia emergere questa riflessione. Ma non volevo fare una regia basata solo su questo tema, perché chiude ad altre possibilità su un testo che invece ne apre molte. La forza di Shakespeare è questa. È un’opera che investiga l’essere umano in quanto animale sociale, l’istinto e il pensiero, la razionalità e l’irrazionalità.

Come avete affrontato la traduzione con Matilde D’Accardi?
Siamo rimasti fedeli a Shakespeare. Nel senso che ci siamo presi delle libertà cercando di restituire esattamente il senso che secondo noi lui voleva dare con una certa battuta. La difficoltà è stato tradurre da una lingua, come l’inglese, polisemantica a una, come l’italiano, che è molto meno aperta all’ambiguità. E abbiamo cercato il più possibile di mantenere i giochi di parole e, in maniera folle e sconsiderata, anche la struttura: dove ci sono versi abbiamo scritto in versi, ad esempio, abbiamo tenuto tutta la costruzione delle rime e la prosa è stata tradotta in prosa. Con Matilde avevo già collaborato per altre cose fatte in Accademia: mi trovo molto bene con lei e il nostro lavoro è durato da aprile fino a settembre.

La tua laurea in Psicologia quanto ha influito sul lavoro con gli attori?
Il giusto. Dicono che li manipolo, ma non è vero (ride, ndr). Sto imparando con il tempo. Dirigere l’attore è, secondo me, la cosa più bella del lavoro di regista ed anche quella che trovo più complessa, perché ogni volta ti confronti con testi ed essere umani diversi, devi riuscire a metterli a loro agio e tirare fuori il meglio possibile senza che diventino indisciplinati. IMG 7300

A chi ti sei ispirato o a chi hai fatto riferimento per la messa in scena?
Questa è una domanda infame! A nessuno, sinceramente. Di sicuro ci saranno scene che faranno affermare che è già stato visto o detto. Ecco, questa è una frase che mi fa innervosire: quando si esclama che una cosa è già stata fatta negli Anni Settanta, ad esempio. A me viene da rispondere che i giovani non vanno più a teatro anche per ciò: quello che gli altri hanno già visto non si può più fare e quindi noi ragazzi che non l’abbiamo vissuto non lo potremo vedere mai?

E vorreste anche farlo, giusto?
Certo! Fateci fare cose che avete già visto. Capisco che il teatro è per tutti e che tutto è già stato visto, ma dipende da chi. Ora ci sono i media e puoi andarti a vedere le registrazioni di chi vuoi, ma il teatro va fatto dal vivo e io dal vivo certe cose non le ho mai osservate e, quindi, voglio prendermi la libertà di vederle, ma anche di farle e farle a modo mio.

Chi vorresti vedere seduto in platea?
Un po’ di persone che non ci sono più, purtroppo. Non vorrei sembrare autoreferenziale, ma di persone a me care vorrei vedere la mia famiglia e sicuramente ci sarà in parte. Ho fatto questo spettacolo pensando molto ai miei genitori. Mi sono detto: se lo capiscono e piace a loro, allora va bene. Non ho considerato un pubblico di addetti ai lavori. E vorrei seduti in teatro tanti giovani al di sotto dei 30 anni, soprattutto quelli che non hanno ancora mai visto Sogno di una notte di mezza estate.

Che cosa vorresti trasmettere a questi giovani?
Altra domanda infame! (ride, ndr) La passione che abbiamo noi per questo lavoro, l’entusiasmo che c’è dietro, il divertimento con cui lo facciamo e sicuramente ciò che cerca di trasmettere Shakespeare con questo testo, ossia conciliare la nostra parte umana con quella animale.

Com’è stato il tuo percorso in Accademia?
Sono entrato con l’idea di chiudermi in un posto per cercare di capire alcune cose di me e come regista cosa mi interessa davvero fare. È stato un cammino di scoperta continua, molto più destrutturante che di costruzione. Sicuramente ho compreso cosa non bisogna fare. In questi tre anni abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con diversi autori e maestri, tra cui Giorgio Barberio Corsetti, Arturo Cirillo, Massimiliano Civica, Valerio Binasco: mi hanno insegnato tanto, è stato bello vedere come ognuno di loro porta e ti porta dentro il proprio mondo. Abbiamo affrontato anche vari autori, come Heiner Müller, che non conoscevo e della cui scrittura mi sono innamorato, o come Tennessee Williams. È stato un bel percorso da condividere con i miei colleghi registi e attori.

IMG 7342L’incontro più emozionante, quello che ti ha fatto pensare di aver fatto la scelta giusta?
Non c’è stato. Anzi, c’è stato quello che mi ha fatto esclamare il contrario (ride, ndr). Scherzo. Forse l’incontro con Heiner Müller. Difficile dire, invece, qual è stato quello più emozionante, perché non ce n’è stato uno in particolare.

Chi sono i tuoi registi preferiti?
I miei compagni di classe Paolo Costantini e Marco Fasciana.

Più cinema o più teatro?
A me piacerebbe fare più teatro. Il cinema, per ora, non si può affrontare per incompetenza mia (ride, ndr).

Progetti futuri?
Fondare un’associazione culturale con Marco Fasciana e Paolo Costantini. Poi ci sono dei progetti da portare avanti con l’Accademia ancora per un po’. E vorrei presentare qualcosa alla Biennale Teatro di Antonio Latella (a Venezia, ndr).

Chiara Ragosta, 14/11/2018

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