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Microsoft forma il suo emisfero di partner italiani con la Microsoft 365 Academy

Microsoft inaugura un percorso di formazione dedicato alle PMI che puntano sul programma Microsoft 365 Business. Si tratta di un progetto nominato Microsoft 365 Academy che si articola in sei incontri guidati da esperti di formazione OverNet, attraverso i quali Microsoft intende aiutare le imprese partner ad implementare la produttività, sfruttando al meglio gli strumenti di sicurezza e gestione offerti da Office 365, e formando alla digitalizzazione database sul Cloud e agli ultimi trend in materia di Intelligenza Artificiale.

Il progetto s'inserisce all’interno di un’iniziativa chiamata Ambizione Italia: composta da una coalizione di grandi aziende (Adecco Group, LinkedIn, Fondazione Mondo Digitale, Invitalia, Cariplo Factory e CRUI), ha lo scopo di inserire le PMI italiane in un ecosistema, sostenuto da Microsoft, costantemente formato e aggiornato che, al tempo stesso, dia un impulso determinante al mercato del lavoro nazionale, proponendosi di raggiungere entro il 2020 oltre 2 milioni di studenti e professionisti in tutta Italia. Come afferma il Direttore Divisione One Commercial Partner & Small, Medium and Corporate di Microsoft Italia, Fabio Santini, infatti: “In un’epoca di rapida evoluzione tecnologica, le aziende ICT giocano un ruolo fondamentale nell’aiutare le PMI italiane a crescere al passo con i tempi per fronteggiare la competition internazionale, formando professionisti qualificati, in grado di offrire competenze ad hoc per guidare il Paese nel suo percorso di trasformazione digitale”.

L’Academy non dimostra soltanto come Microsoft sia un’azienda viva e fisicamente presente sul territorio italiano, dove risponde concretamente alle esigenze dei propri partner per sostenerne la competitività a livello globale, ma mette anche in luce il vantaggio di essere partner Microsoft, sia in chiave tecnologica che economica: secondo l’IDC, leader mondiale nelle ricerche di mercato, l’ecosistema genera 9,64 dollari per ogni dollaro fatturato da Microsoft. 

Alessio Tommasoli 22/01/2019

 

Recensito incontra Caterina Dazzi, in scena al Teatro Studio Uno di Roma con "Le Serve" di Genet

Caterina Dazzi e Michele Eburnea, entrambi allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dal 17 al 20 gennaio 2019 saranno al Teatro Studio Uno di Roma con "Le Serve" di Jean Genet: lo spettacolo è valso ai due registi il Premio Nazionale delle Arti 2018 - sezione regia. L’opera, ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia, è il dramma di due donne e della loro ossessione per la Signora, è un gioco grottesco e delirante, in cui si alternano amore e odio e in cui l’individuo non distingue più se stesso dal suo doppio. Sul palco vedremo lo stesso Michele Eburnea, Sara Mafodda e Mersila Sokoli (tutti allievi in corso dell’Accademia). In occasione di queste quattro serate, abbiamo intervistato Caterina Dazzi.

Come mai un adattamento di Genet, di cosa volevate parlare?

"Abbiamo preso "Le Serve" come pretesto, che in fondo è quello che ha fatto anche Genet. A lui interessavano da un lato la condizione dell’emarginato - anche perché la maggior parte delle sue opere, compresa questa, furono scritte in carcere - e dall’altro il dualismo realtà-menzogna. Nel nostro adattamento ci siamo concentrati molto sull’idea di chiusura e di gabbia poiché le serve sono chiuse in un gioco di finzione, di menzogna. E lo abbiamo fatto lavorando soprattutto su ripetizione e variazione."

Dove sta, secondo te, la contemporaneità di Genet oggi?

"Credo che non stia nella forma, e nemmeno in una denuncia politica, ma nel tentativo di spiegare se stessi e a se stessi i propri comportamenti. Le serve fanno molti sogni che sono sogni erotici dello stesso Genet, come ad esempio quello di seguire un galeotto in giro per il mondo. L’opera di Genet è un’indagine su se stessi, è un’indagine sul ruolo che ciascuno ha all’interno del proprio quadrato."

Quali sono i cardini dello spettacolo?

"Lo spettacolo è costruito su colpi di scena, anche perché abbiamo tradito in certe misure il testo originale. Ma è fondamentale l’aspetto metateatrale, che è un artificio che ricorre spesso nei miei spettacoli."

Come mai questa passione del teatro nel teatro?

"Perché in fondo è quello che facciamo. Perché nel teatro siamo dei bugiardi. Come ha detto Peter Brook, sul palco distilliamo una bugia, portiamo sulla scena una finzione e la vendiamo al pubblico."

Genet avrebbe voluto che ad interpretare le tre donne fossero tre uomini, come hai letto questa sua volontà?

"Sartre descrive molto bene il motivo per cui Genet non volesse tre donne: è interessato alla bugia, alla menzogna, alla rottura tra la realtà e l’apparenza. La realtà si può vedere solo in quel punto di rottura. Genet esaspera la bugia e quindi vuole che ad interpretare tre donne siano tre uomini."

La menzogna sembra essere il filo conduttore…
"Sì, alla prima Genet venne criticato per il modo in cui faceva parlare le due serve: a detta del pubblico, si esprimevano in modo troppo pomposo. Lui disse che se fosse stato una serva, avrebbe certamente parlato così."

Torniamo agli attori. Perché avete deciso di portare sul palco due donne e un uomo?

"Oggi come oggi non è motivo di scandalo avere degli uomini che interpretano donne: se posso dire la verità, ce ne siamo fregati del genere. Anche perché la nostra idea di regia è quella di un gioco, quindi non ha nessuna importanza che ad interpretare una donna sia necessariamente una donna."

A proposito di quest’opera Sartre scrisse: «La signora vive sulla scena, attraverso pareti ed oggetti»: avete mantenuto questo elemento nella vostra scenografia?

"Gli oggetti e le pareti trasudano l’essenza della Signora, perché è attraverso i suoi oggetti che quella vive, ed è attraverso questi che si fa amare ed odiare. Inoltre le serve vivono solo in questo spazio, tra i suoi oggetti, anche se lei non c’è. Lo spazio definisce le serve e risponde alle loro domande e a quelle di ciascuno di noi: chi sono io, che ruolo ho in questo gioco, che ruolo ho nella vita."

L’unico modo che ci rimane per definire le due serve è attraverso lo spazio?

"Sì, come è per tutti. Ognuno di noi si ridefinisce ogni volta che cambia spazio. Quando sono a Parma parlo il parmigiano, quando sono a Roma torno a parlare come un cristiano. Lo fanno tutti, è normale. La nevrosi delle due serve deriva dal fatto che non hanno un ambiente proprio, se non la mansarda, che però detestano fino alla morte. E infatti nella mansarda loro non ci stanno mai, la mansarda non compare, viene solo nominata. Loro sono chiuse in uno spazio unico, quello della Signora, che è una gabbia, ma è anche l’unico spazio che le definisce."

La prima volta con Eburnea alla regia?
"Sì, è la prima volta che condividiamo la regia di uno spettacolo. Michele ed io abbiamo già lavorato insieme ad altri progetti, ma in genere la regia è mia e lui mi fa da attore."

Come è andata?
"Michele ed io funzioniamo perché anche se siamo molto diversi, e arriviamo a scontrarci, riusciamo a compensarci e abbiamo sempre un obiettivo comune, una “poetica” comune. Quando si parla di teatro due teste funzionano meglio di una, e noi lavoriamo come una compagnia, ci affidiamo a degli attori intelligenti. Poi è sempre una bella esperienza fare una regia condivisa, ti mette molto in discussione e sentivo di volerlo fare. Del resto Michele è una persona di cui mi fido."

Un anno fa hai detto in un’intervista a Elisa Torsiello che ti sarebbe piaciuto mettere in scena "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov: è ancora così?

""Il Maestro e Margherita" lo sta facendo Baracco in questo momento, un capolavoro, e Letizia Russo è una bomba, quindi adesso per almeno dieci anni non ci posso proprio pensare."

E prima di questi dieci anni?

"Sono sempre molto interessata a raccontare il mondo dell’assurdo, e non parlo di teatro dell’assurdo, ma di elementi surreali, magici, grotteschi: per esempio ho appena messo in scena Garcia Lorca. Noi viviamo in una realtà violenta, anche se a volte è velata, e tutto ciò che mi fa paura tendo a renderlo grottesco nella mia testa per sopportarlo. Sono interessata a questi meccanismi: da dove derivano? A cosa portano? Perché funzionano? Perché le persone hanno bisogno di credere in una realtà falsa o parallela? L’altro giorno al semaforo un tizio ha cercato di vendermi un bradipo impagliato: pazzesco! Forse sono molto spaventata dalla noia, ma mi sembra che l’assurdo dia senso al mio quotidiano, alla mia giornata."

Laura Caccavale 19/01/2019

 

 

Se "Le Serve" di Genet fosse una puntata di Black Mirror: intervista a Michele Eburnea, in scena al Teatro Studio Uno di Roma

È da tempo che Claire e Solange lavorano per la Signora. Si prendono cura di lei, delle sue cose, della sua casa. La amano, perché lei è generosa con loro. La odiano, perché è tutto ciò che loro non saranno mai. Artifici onirici e suggestioni paranoidi alimentano un loop che ha le sembianze di un rito sacrale: la Signora è il loro Dio. E Dio deve morire.

Ispirato a un caso di cronaca che sconvolse la Francia del 1933, “Le Serve” è considerato il capolavoro di Jean Genet, un testo che Sartre definì «uno straordinario esempio di continuo ribaltamento fra essere e apparire, fra immaginario e realtà».

Con Michele Eburnea, Sara Mafodda e Mersila Sokoli, adattato e diretto da Michele Eburnea e Caterina Dazzi - vincitori del Premio Nazionale delle Arti 2018 per la regia – “Le Serve” sarà in scena al Teatro Studio Uno di Roma dal 17 al 20 gennaio. In attesa della prima abbiamo incontrato il regista.

Michele, partiamo da lontano: perché Jean Genet?

"Genet è un autore monomaniacale i cui testi si prestano ad essere usati per andare oltre, per essere superati. Sono un medium per raggiungere qualcos’altro".

Ad esempio?

"Qualcosa che ha poco a che fare con la forma e molto con l’ontologia, con lo squarcio che si crea tra ciò che c’è e non si mostra e ciò che non c’è ma si mostra lo stesso".

Perché Le Serve?

"Ci piaceva l’idea di rispettare gli intenti di Genet senza sottostare alle sue regole. Nella struttura dei suoi testi due personaggi rimandano a un terzo, che è assente. Basti pensare a “Les Nègres” o ad alcuni suoi cortometraggi. E’ molto disturbante. Nella nostra versione la Signora è assente, viene evocata dalle battute, dagli oggetti, dalle pareti che trasudano la sua presenza, ma non c’è. Le serve l’hanno fagocitata. La vediamo solo quando si manifesta attraverso i corpi delle ragazze".

Parliamo dell’adattamento: nelle sue indicazioni Genet chiede di evitare “un modulo realistico”.

"Esatto. Certe battute suggeriscono un’atmosfera che abbiamo voluto calcare. L’azione si consuma in un non-luogo che cambia a seconda dell’uso degli oggetti, può essere la camera della Signora o la mansarda in cui vivono le serve. Abbiamo insistito sulla deformazione dei corpi e sul registro fornito dal testo, che è volutamente artefatto. Nell’introduzione Genet ricorda al regista che si tratta “di una favola”, l’intento è inorridire il pubblico".

Più che la ferocia dell’atto Genet indaga l’ambivalenza del rapporto serve-padrona, l’ambiguità di un legame che si afferma per contraddizione. Com’è inscenato questo meccanismo?

"Come amano e odiano la Signora, si amano e odiano tra loro. E’ un riflesso. Durante il gioco delle parti non interpretano mai se stesse. Credo sia un modo per sanare il proprio lezzo. Di fatto abbiamo esasperato un meccanismo che nel testo c’è già: le serve simulano l’omicidio e puntualmente si fermano prima di compierlo. Lo fanno apposta, perché se la Signora non esistesse, non esisterebbero neanche loro".

E come lo avete esasperato?

"Negandolo: la Signora non c’è. Sta allo spettatore decidere se l’abbiano già uccisa o se non ci sia mai stata, ma perde d’importanza. Lei deve comunque esserci, è la conditio sine qua non esistano loro".

LE SERVE foto di Federica Di Benedetto 5

Genet sacralizza il gesto, gli assegna un valore liturgico; le sorelle Papin ritualizzano il gioco delle parti fino a confondere finzione e realtà. Che rilevanza ha la ripetizione in questo adattamento?

"Moltissima. Sulla scena abbiamo voluto solo gli oggetti essenziali: un appendiabiti, un comodino, una lampada e un baule. La ripetizione, che si fa cerimonia, dà rilevanza al gesto e agli oggetti attribuendogli un potere. E’ attraverso la ripetizione, il loop, che le serve evocano la Signora".

Jodorowsky lo definirebbe “rituale psicomagico”.

"Esattamente. Il punto è: sono oggetti della Signora o sono le serve a fingere che lo siano? Ha realmente importanza?"

Da sempre il Teatro attinge dalla cronaca, un esempio tra tutti il “Roberto Zucco” di Koltès, recentemente inscenato da Licia Lanera. C’è un fatto di cronaca che, meglio di altri, saprebbe raccontare la società contemporanea in Italia, per te?

"Certo, basti pensare a “My Generation”. Di recente ho riflettuto sul caso di Sfera Ebbasta; la politica si è intromessa, ha spostato l’attenzione in modo drastico e trasformato una tragedia in un tribunale morale dell’assurdo. Si sentenzia sulle qualità artistiche di Sfera, che ora è indagato per “istigazione all’uso di droghe”. Com’è successo? Secondo questa logica andrebbero arrestati tutti, da Tarantino ai Rolling Stones, passando per Vasco Rossi. Sfera è esponente di un genere che è specchio di una generazione figlia del crac finanziario, piaccia o non piaccia rappresenta la nostra epoca, chiediamoci il perché".

«L’enfer c’est les autres», sosteneva Sartre, grande amico di Genet. Conosciamo le sorelle Papin come efferate omicide ma poco si sa del loro passato di abusi: quanto sono vittime e quanto carnefici?

"Di recente ho visto l’ultimo episodio interattivo di Black Mirror, a proposito del libero arbitrio: lo spettatore sceglie per il personaggio, il quale a un certo punto realizzerà di non essere lui a scegliere ma di essere scelto dalle cose. Il confine tra vittima e carnefice è sottile, una cosa non esclude l’altra. Nel testo sono le cose a costringere le serve a diventare carnefici, gli oggetti le tradiscono. Per citare di nuovo Sartre «Il male è un niente che produce se stesso sulle rovine del bene»: è contenuto nello stesso cerchio".

Federica Cucci 15/01/2019

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