Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Beatrice Gattai racconta l'esordio di “Petrolio – Una storia a colori”: "sesso e disabilità sono un tabù di cui dovremmo parlare"

Fino al 24 marzo il teatro Cometa Off di Roma ospiterà Petrolio – Una storia a colori, di e con Beatrice Gattai, per la regia di Alessio Di Clemente. Il giorno dopo la prima ho parlato con Beatrice:

Ieri sera c'è stata la prima di Petrolio, uno spettacolo che hai scritto e interpretato. Raccontami le emozioni dell'esordio.

“Volevo mettere in scena Petrolio da almeno tre anni, c'è voluto un po' di tempo per trovare la squadra giusta e finalmente ci siamo riusciti. È stata un'emozione molto grande: tutta l'ansia che ho di solito prima di salire sul palco è stata sostituita da una sensazione diversa e completamente nuova, dovuta alla gratitudine e alla felicità di quello che stavo per fare.”

Petrolio è la tua prima esperienza come drammaturga: come ti sei avvicinata alla scrittura?

“Non avevo mai pensato di scrivere prima di approcciarmi a questa storia. Mi sono avvicinata alla scrittura attraverso le mie esperienze professionali e sopratutto grazie allo studio degli autori che amo: Tennessee Williams, Ibsen, Strindberg e i contemporanei come Shanley. Volevo cimentarmi in qualcosa di nuovo, raccontare una storia alla quale tengo molto. Il processo creativo è stato istintivo, ho scritto quasi di getto, e penso che gli anni di letture mi abbiano aiutato.”

Perché hai scelto questo titolo?

“Si chiama Petrolio, innanzitutto, perché è un nome che richiama il denaro: ogni cosa al giorno d'oggi è diventata un prodotto e ciò riflette alcune tematiche dello spettacolo. Mentre il sottotitolo Storia a Colori si riferisce alla ricchezza della vita interiore della protagonista, appassionata di pittura e disegno.

immagine1

Prima mi dicevi che Petrolio è un progetto che ha avuto una lunga gestazione. Parlami dell'esigenza che hai sentito nel voler raccontare questa storia a tutti i costi.

“Ho degli amici che hanno difficoltà a concepire un figlio, sento questa tematica molto vicino, poi il mio compagno ha lavorato diversi anni nella cooperativa Serena che si occupa di aiutare i ragazzi disabili. Ci siamo fatti quelle domande che si fanno tutte le coppie ad un certo punto della propria vita: come ci comporteremmo se avessimo difficoltà a concepire o se dovessimo avere un figlio disabile? Ecco, due dei temi di Petrolio riguardano il sesso e la disabilità. Sono un tabù per la nostra società, ma essendo dei problemi bisognerebbe parlarne. All'estero esistono gli assistenti sessuali, in Italia ancora no.”

E sull'utero in affitto?

“Anche in questo caso ci siamo posti delle domande. Sappiamo che negli ultimi anni c'è stato un crollo delle adozioni, mentre la medicina sta offrendo nuove soluzioni: l'utero in affitto, la donazione di ovuli o spermatozoi. Non voglio dare delle risposte o dire se sia giusto o sbagliato, credo però che dovremmo affrontare queste tematiche guardando entrambe le facce della medaglia. Ci sono delle questioni etiche di cui non si parla abbastanza, la più evidente riguarda lo squilibrio in termini di ricchezza tra chi offre questi trattamenti e chi li richiede.”

In che senso “Petrolio” è una storia d'amore ma non è una storia romantica?

“È una di quelle storie d'amore che molti vivono, nelle quali c'è tanta passione ma poco romanticismo. Non è una commedia romantica, quindi non bisogna aspettarsi il classico lieto fine.”

immagine2

È più difficile scrivere o recitare?

“Ah, bella domanda. Forse scrivere perché recito da quando ho sette anni e riesco a stare tranquilla, anche se le ansie in quanto attrice ci sono eccome. Invece se faccio un'intervista o mi trovo in ogni altra situazione in cui mi devo esporre senza avere le battute sottomano, non mi sento a mio agio come quando sto sul palco. Quindi direi che per me è più facile recitare, però è vero che la scrittura è molto intima e nella solitudine della propria stanza è più facile esprimersi.”

Cosa diresti a qualcuno poco incline a frequentare i teatri se dovessi convincerlo a venire a vedere il tuo spettacolo?

“Innanzitutto che il teatro fa bene. Poi punterei sui temi affrontati dallo spettacolo, specificando che non ho la presunzione di dare delle risposte. Ho inserito la mia opinione, certo, ma il testo serve soltanto ad aprire un dibattito.”

Alessandro Ottaviani – 20/03/2019

La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia al Teatro Palladium: Recensito incontra il regista Fabrizio Catalano

Sarà in scena in prima nazionale al Teatro Palladium, dal 21 al 24 marzo, "La scomparsa di Majorana", spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia e diretto da Fabrizio Catalano - nipote del grande scrittore di Racalmuto. Un sogno a occhi aperti, un thriller mozzafiato che ripercorre e va a ricostruire gli eventi che condussero alla presunta morte del celebre fisico siciliano Ettore Majorana, facendoci riscoprire i suoi i suoi tormenti e i suoi pensieri.
La storia di un uomo che avrebbe potuto stravolgere il destino dell’intera umanità e che invece scelse di essere un ragazzo modesto, schivo.
La raffinata scrittura di Sciascia ne offre un ritratto inedito e accurato, a metà tra un’inchiesta e un saggio romanzato, che Fabrizio Catalano ha adattato per la scena. Durante una notte d’agosto del 1945, in un ospedale di provincia, una donna, dopo aver ucciso da partigiana, è tornata a indossare il camice bianco per medicare, per guarire. Un uomo, avvolto in una tunica da certosino, rifiuta di rivelare la propria identità. Un commissario di pubblica sicurezza crede di riconoscere, nei tratti del monaco, quelli di Ettore Majorana, al quale invano ha dato la caccia per tanto tempo. Laura Fermi, la moglie dell’illustre premio Nobel, è chiamata a identificare il giovane scienziato dileguatosi nel nulla.
Sul palco Loredana Cannata, Alessio Caruso, Roberto Negri e Giovanna Rossi nelle vesti dei quattro personaggi che per tutta la notte, oltre l’alba, fino al tragico scioglimento dell’enigma, daranno vita ad una sorta di processo: dove l’intruso si trasformerà da imputato in accusatore, da inquisito in voce della coscienza.
In questa intervista sulle Pagine di Recensito, il regista ci guida alla scoperta del suo spettacolo, ma anche di un’opera letteraria come quella di Leonardo Sciascia, a trenta anni dalla sua scomparsa, e di una personalità geniale come quella di Ettore Majorana.

Cosa vuol dire per Lei dirigere un testo così importante, scritto da suo nonno?
Non è la prima volta che mi capita; e, sebbene percepisca che, in un sistema produttivo molto schematico e poco incline alle novità, questo tende a confinarmi a volte in uno spazio sicuro ma angusto, è per me sempre un piacere confrontarmi con l’opera di mio nonno. Considero questa discendenza un privilegio. Nel caso de La scomparsa di Majorana, poi, si affronta un tema dolorosamente attuale: quello della deriva della scienza e, soprattutto, dell’etica.

Che differenze ci sono tra il romanzo di Sciascia e il suo adattamento teatrale? Ha apportato importanti modifiche?
Il libro di mio nonno è al contempo un saggio romanzato e un’inchiesta; ho provato a calare il dramma di questo scienziato giovane e geniale in un contesto simbolico ma riconoscibile: tutto si svolge in una notte d’estate del 1945, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Un mondo in cui l’entusiasmo per la rinascita nasconde già i germi delle derive che si verificheranno nei decenni successivi e di cui oggi constatiamo gli effetti…

Dal punto di vista registico come ha trasposto in scena il testo e come sta lavorando con gli attori? Come è avvenuta la scelta del cast?
In questa notte d’agosto del ’45, nell’ospedale di una cittadina della provincia italiana, viene ritrovato un uomo che, per i suoi tratti somatici e per le sue conoscenze, potrebbe essere Ettore Majorana. Il presunto Majorana è interpretato da Alessio Caruso, il commissario che tenta di accertarne l’identità da Roberto Negri: due attori che hanno lavorato con me diverse volte negli ultimi anni. La dottoressa, ed ex partigiana, che scopre il presunto Majorana ha il volto e la presenza scenica di Giovanna Rossi. La signora Laura Fermi, chiamata a riconoscere Majorana, è invece Loredana Cannata. Mi è sembrata subito suggestiva l’idea che fosse un’attrice da tempo impegnata nella difesa dell’ambiente ad interpretare la moglie di uno di quelli che hanno progettato la bomba atomica. E del resto io stesso, nell’autobiografia della Fermi, ho avuto l’impressione, o l’illusione, di cogliere l’ombra del rimorso…
Un cast di persone giuste al posto giusto, dunque, che si deve anche ad un rapporto di stretta collaborazione ma mai invasivo con il produttore Gino Caudai. Inoltre, l’avvolgente atmosfera della pièce non sarebbe stata possibile senza la scena dall’eco Art Déco di Katia Titolo, le musiche struggenti di Fabio Lombardi, l’attenzione ad alcuni movimenti coreografici, e non solo, di Giulia Avino, e al lavoro di un’eccellente squadra tecnica.

La storia di Majorana è un vero e proprio enigma, reso come un processo. Ha accentuato l’aspetto più “giallo”?FotoJet
Lo spettacolo ha un gran ritmo ed è condotto come un interrogatorio. Più ottant’anni dopo la sua scomparsa, credo che non sia risolutivo sapere dov’è andato Majorana, ma perché ha deciso di dileguarsi. Insomma, è il tratto psicologico di quest’uomo – introverso, timido, per nulla competitivo, per nulla interessato a far carriera – l’elemento più importante della vicenda.

È la storia di un uomo, di uno scienziato che ha dedicato la sua vita per la scienza e che per il bene e la salvezza dell’umanità ha in qualche modo annientato se stesso. Un sacrificio per il bene del pianeta. Che valore ha tutto ciò nel contesto e nella società odierna?
È probabile che Ettore abbia avuto prima degli altri l’intuizione di qualcosa di terribile. Forse la bomba atomica. Secondo alcuni addirittura di un raggio in grado di annichilire la materia. Probabilmente è stato, di fronte a questa intuizione, sopraffatto dallo sgomento. Vista da questa angolazione, la storia di Majorana ci insegna che abbiamo sempre il diritto e il dovere di assumerci le nostre responsabilità. Oggi il progresso scientifico e tecnologico è gestito con l’intento di anestetizzare l’indipendenza di giudizio, non di stimolarla. Oggi vige una regola non scritta, di fronte a molte scelte: tanto, se non lo farò io, lo farà qualcun altro. Ma non dovrebbero essere queste le regole del gioco.

La scomparsa di Majorana è un thriller a orologeria, dove emergono i tormenti di un uomo, ma anche il contesto storico sociale e politico di quegli anni. Tutto questo come viene reso in scena?
Come ha detto Gesualdo Bufalino, “Il gioco fra mistero e verità è tale che non si può frugare troppo addentro nell’animo di un uomo”. Negli anni ’30 e ’40 del ‘900 molta gente ha dovuto fare una scelta. Queste scelte hanno creato deliri, dittature, guerre, ma hanno anche forgiato le coscienze. Tutti questi contrasti emergono sulla scena: secondo la tradizione del buon teatro, attraverso i dissidi e i momenti di empatia fra i vari personaggi.

Cosa spera possa arrivare al pubblico?                                                                                                                                                                 Intanto 75 minuti di emozioni e di suggestioni. Poi, molto semplicemente, che, come Leonardo Sciascia ed Ettore Majorana, tutti noi abbiamo il dovere di farci una nostra idea sulle cose. Sono le idee che muovono il mondo.

Gli scienziati moderni cosa dovrebbero imparare da un fisico come Majorana? Quale insegnamento ha lasciato secondo lei?
Dire che dovrebbe esserci sempre l’etica alla base di ogni decisione è perfino scontato. Quello che credo abbia innescato la deriva delle società in cui viviamo è che esse non sono più dirette dalla cultura. È l’arte il perno di una società sana. Della vita culturale italiana degli ultimi trent’anni rimarrà ben poca traccia. Prima in Italia c’erano Sciascia, Pasolini, Calvino, Moravia, registi, pittori, intellettuali coraggiosi; e ora?

A trent’anni dalla scomparsa di Sciascia, secondo lei in cosa risiede l’attualità e la grandezza della sua opera letteraria?
L’essere libero e controcorrente. Non per il gusto dello scandalo ma per quello del ragionamento. Non per un tornaconto personale ma per amore della giustizia.

Prossimi progetti?
Nell’ansia di utilizzare bene la mia vita, cerco di differenziare le mie attività. È appena uscito, per i tipi delle Edizioni Rogas, un mio saggio dal titolo spero eloquente: L’immaginario rubato: senza arte, ogni società è indifesa. Ho faticosamente in preparazione un film in Bolivia, Il lato invisibile dell’eternità. E mi piacerebbe ritornare presto in teatro, magari per un spettacolo, come mi è fuggevolmente accaduto in passato, che mescoli prosa e danza…

Maresa Palmacci 20-03-2019

Intervista al Maestro Valentino Villa per “IL SOGNO” di Strindberg in scena dal prossimo 24 marzo al teatro Eleonora Duse di Roma

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

Questo è un lavoro che faccio con i ragazzi allievi del III anno del corso di recitazione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Solitamente il terzo anno è un anno in cui gli attori incontrano i registi su progetti che poi vanno in scena, proprio come quello che dal prossimo 24 marzo sarà al teatro Eleonora Duse di Roma. La scelta del testo è mia ed è in realtà la prima volta che mi trovo ad affrontare questo autore, ma stimolato da diverse altre esperienze con gli allievi attori del terzo anno, mi sembrava interessante lavorare su Il Sogno di Strindberg.

Tempo e Spazio, per Kant erano forme a priori della sensibilità, cosa sono invece per l’autore svedese? E che significato anno all’interno dello spettacolo?

Tempo e spazio sono, da sempre, due elementi fondativi del teatro, su cui ci si deve confrontare e misurare continuamente qualsiasi sia l’oggetto portato in scena. D’altro canto però questi due elementi sono la specificità di questo spettacolo che definiscono la cornice che Strindberg chiama “sogno”; le riflessioni sul tempo e sullo spazio sono infatti qualcosa in più che meri strumenti in mano a registi. L’autore vuole farci riflettere sulla nostra percezione del tempo e dello spazio che è in fondo costantemente mutevole nella nostra realtà di tutti i giorni, per quanto ci possa far piacere pensare che il tempo sia qualcosa di definito così come lo è lo spazio. Il sogno dà esattamente questa sensazione di continuo e costante mutamento dell’ordine temporale.
Strindberg rispetto allo spazio fa continuamente modifica delle ambientazioni in cui gli autori recitano. C’è una sequenza di queste ambientazioni tutte completamente diverse fino poi a ritornare, come in un cerchio, a quelle iniziali. Quando si deve mettere in scena uno spettacolo di questo tipo la prima che scelta che fai è decidere se seguire il costante cambiamento di spazio o pensare, come in realtà abbiamo pensato noi, che lo spazio sia in realtà il luogo della mente. Lo spazio strindberghiano “che porterò in scena” con questo spettacolo può essere cambiato non essendo uno spazio fisico: può essere cambiato nel suo uso e nella percezione che i personaggi hanno dello spazio stesso. Il tempo invece prevede, soprattutto nella percezione del quotidiano, una linearità che viene contraddetta anche dal testo originale; in un’esperienza che noi facciamo, talvolta nella realtà, ma più frequentemente nel sogno.
Non è mai veramente chiaro se una cosa è in un ordine cronologico con quella precedente, magari ci sono stati salti temporali in avanti o in indietro e il risultato poi di tutto questo è principalmente un salto fuori da gli elementi più strettamente narrativi e da una linearità del tempo. La narrazione è meno importante della percezione, che è invece un po’ perturbante nella visione d’insieme della vicenda oppure di quello che vediamo accadere sul palcoscenico.

Vi sono state delle scelte peculiari, ad esempio per l’ambientazione, per la scenografia del suo spettacolo?

Proprio per non inseguire tutti quei cambiamenti di spazio che Strindberg pone noi abbiamo pensato di individuare un luogo unico che avesse alcune caratteristiche come ad esempio quella di essere un luogo di passaggio, tutti possiamo così capire che i luoghi di passaggio hanno a che fare con i nostri sogni. L’idea è stata quella di mettere in scena l’esterno di un motel, qualcosa appunto che fosse simile a un albergo, un luogo che appunto per definizione appartiene a tutti quelli che ci passano, ma che di fatto non appartiene a nessuno. Questa per me è una metafora del sogno. Abbiamo in realtà tentato di rendere riconoscibile il motel come uno di quelli di una piccola provincia di uno sperduto paesino di uno Stato americano di certi film che a volte a tutti ci capita di vedere. 

Come si è avvicinato all’autore Strindberg?

Questo è un testo che io, in realtà, non ho mia affrontato come regista, ma tantissimi anni fa quando ancora facevo principalmente l’attore fui nel cast de Il Sogno di Ronconi. Senz’altro poi mi ha colpito la nota biografica dell’autore svedese ma l’avvicinamento al testo non poteva non essere condizionato dall’esperienza che avevo fatto quando ero più piccolo. Lo spettacolo di Ronconi rimane molto diverso però da quel che io ho deciso di fare. Mano a mano che sono arrivato al testo ho dovuto fare una specie di cernita tra un rapporto più personale e più emotivo con quello che rimaneva un po’ nella mia testa e quello che avevo vissuto. Dopo di che, in realtà, mi sono dedicato in maniera sostanziale al testo. Ho cercato di mettere le mani, da una parte sulla traduzione, pur non dominando la lingua, ma cercando di rivedere la traduzione quella che usualmente abbiamo come riferimento in Italia, prediligendo un adattamento del testo fatto da Caryl Churchill. A lei va il merito di aver riportato il linguaggio di Strindberg un po’ di più al contemporaneo, togliendo anche tutti i riferimenti più legati alla spiritualità, che sono molto presenti nel sogno. Quindi poi, superato il passaggio in cui ho pensato alla traduzione, è stato anche l’incontro con gli attori allievi a far nascere il progetto.

Per la realizzazione dello spettacolo si è quindi ispirato a dei modelli del passato? Nella genesi di uno spettacolo qual è l’elemento più importante e qual è stato questa volta?

Uno spettacolo è sempre l’incontro tra me come sono in questo momento, quello su cui mi interessa ragionare e le circostanze, che come in questo caso, consistevano nel dare delle sfide agli attori in modo da continuare a permettere loro di porsi nuove domande rispetto alla professione di attori.

Matteo Petri  20/03/2019

Pagina 1 di 108

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#musica @danielecelona in #abissitascabili: un album/fumetto per i supereroi del nuovo millennio Giorgia Groccia https://t.co/FRbaVw7KVO

Digital COM