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MARE: Recensito incontra Francesca Pica in scena il 28 e 29 gennaio al Teatro Trastevere per "Trastestorie"

Il 28 e 29 gennaio, in occasione della rassegna “Trastestorie”, al Teatro Trastevere, torna “Mare” uno spettacolo di e con Francesca Pica con la supervisione di Elena Bucci liberamente tratto da "Donne di mare", "La danza delle streghe" e “I confini irreali delle Eolie” di Macrina Marilena Maffei. Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice e inteprete Francesca Pica per scoprire di più sullo spettacolo.

“Storie vere di fatti straordinari, successi realmente, documentati. Forse dimenticati.” È stato questo il punto di partenza per la scrittura di “Mare”?MARE1 1

Il mondo è ricco di fatti che superano l’immaginazione e la fantasia e che varrebbe la pena di raccontare. Ci facciamo trasportare da una storia quando questa genera in noi una scintilla, è una sorta di innamoramento, ed è quello che mi è successo imbattendomi nei racconti della tradizione eoliana. Fattore non da poco è quello di essere eoliana da parte materna: scoprire di un luogo conosciuto e amato una realtà nascosta, sotterranea, arcaica, ancora presente e palpabile seppur modificata dalla modernità, ha generato in me il desiderio di impossessarmi, tramite il mio lavoro, di quel passato che mi appartiene. In questo sono stati fondamentali i testi “Donne di mare”, “La danza delle streghe” e “I confini irreali delle Eolie” dell’antropologa Macrina Marilena Maffei che ha salvato dall’oblio il patrimonio narrativo orale dell’arcipelago eoliano nel suo quasi quarantennale lavoro di raccolta sistematica.

Un ruolo fondamentale è stato quello della regista e drammaturga Elena Bucci. Era la prima volta che mi cimentavo nella scrittura di un testo teatrale, avevo tante possibili trame da sviluppare e un grande timore reverenziale della drammaturgia e del foglio bianco. È stato nella pratica della scrittura di scena che ho trovato lo spiraglio per iniziare, durante un laboratorio guidato dall’attrice, regista e drammaturga Elena Bucci. Il lavoro con la Bucci è stato molto intenso e si è dipanato in vari incontri in giro per l’Italia. I luoghi sono stati i più vari perché dettati dai suoi innumerevoli impegni: dal camerino del teatro in cui doveva andare in scena, alla sede de Le Belle Bandiere. In alcuni di questi incontri, tramite improvvisazioni guidate, sono state messe a fuoco le varie scene ed e in seguito fissate, scritte e sistemate. Si è così arrivati man mano alla forma attuale, ragionando assieme su tutti gli elementi che compongono lo spettacolo. È raro trovare chi sia disposto a passare i propri saperi con generosità e dedizione lasciando la libertà di potersi esprimere secondo la propria natura e infondendo fiducia nel mestiere. È un incontro, questo, che ha cambiato non solo la mia prospettiva rispetto allo spettacolo che volevo costruire ma anche rispetto al lavoro attoriale.

Mitologia e tradizione orale, piano onirico e realtà: come si traducono in scena le immagini, le visioni di cui lo spettacolo si fa portatore?

La mitologia e la tradizione orale non sono poi così distanti così come non lo sono sogno e realtà, ed è proprio su questo piano che si pone lo spettacolo: dov’è il confine tra vivere e sognare? L’essere umano è uno scrigno in cui si tramandano le memorie delle vecchie generazioni, dentro di noi c’è tutta la mappatura del passato e, mi piace pensare, anche del futuro, basta usare la chiave giusta per trovare una sintonia, per respirare all’unisono ed essere comunità. Mi sono affidata a questo sentire comune per trovare l’accesso alla messa in scena, è un lavoro che si rinnova e si impreziosisce ogni volta che faccio lo spettacolo. Anche l’idea scenografica di Domenico Latronico è mutata e si è lasciata plasmare dalle esperienze dei diversi luoghi in cui lo spettacolo è stato ospitato, non ultimo uno scoglio di Stromboli, per arrivare ad una sintesi dell’immaginario che vogliamo rappresentare e ancora non sappiamo se siamo arrivati alla versione definitiva.

mare23Di fronte al mare la dimensione temporale e quella spaziale si confondono, quasi si annullano. Qual è il suo rapporto umano - e quindi anche artistico - con il mare?

Il mare è per me un rifugio, il luogo in cui riesco finalmente a scomparire a me stessa ma anche il passaggio da un mondo ad un altro, più intimo, silenzioso, potente.  

Nello spettacolo due figure femminili, un sogno e il parto: in che modo questi elementi si intrecciano nel racconto?

Ci troviamo in un sogno, un sogno che fanno due donne contemporaneamente, lì si incontrano. Appartengono ad epoche diverse: una è dei nostri tempi, l’altra, che è incinta, è degli inizi del secolo scorso. Non sappiamo chi delle due stia sognando o se stiano sognando entrambe, non sappiamo chi sia reale e chi inventata o se siano entrambe il volto di una sola persona. Dal sogno dell’una si scivola in quello dell’altra, dalla vita dell’una si passa a quella dell’altra. È il parto che conduce a conclusione il loro incontro e le obbliga a dividersi. O a fondersi definitivamente?

Le Isole Eolie si dischiudono come una conchiglia e regalano l’eco del tempo delle pescatrici: il Mediterraneo ancora oggi è “teatro” di storie meravigliose e vicende terribili, di umanità a perdere e di vite possibili finite negli abissi. Qual è, secondo lei, l’urgenza di uno spettacolo come “Mare”?

Ho cercato di immaginare i travagli delle pescatrici eoliane degli inizi del novecento, una vita difficile, una quotidianità fatta di grandi fatiche e continue vessazioni. Le donne si occupavano di tutto, c’era grande povertà: coltivavano la terra, andavano a lavorare in mare in piccole barche di legno, a remi e a vela, anche in procinto di partorire, con i bambini piccoli al seguito, di notte. L’imprevedibilità del mare era sempre in agguato. Emigravano o rimanevano sulle isole mentre parte della famiglia, in genere gli uomini, cercava di gettare le basi per un futuro migliore.  C’è un sottile filo emotivo che collega quello che racconto in MARE con il presente e i suoi orrori, sia perché la storia dell’uomo, infondo, si ripete sempre uguale, sia perché da quando ho cominciato il lavoro non ho potuto non tenere conto del significato che hanno assunto oggi le acque di cui parlo. L’urgenza, se così vogliamo chiamarla, deriva dal sentimento di spaesamento che provo. I pescatori si orizzontavano nella notte attraverso gli scogli e le stelle, penso sia possibile orizzontarsi oggi nella vita attraverso altrettanti punti fermi, avendo ad esempio ben presente quello che siamo stati.

Se dovesse associare idealmente il suo spettacolo a una canzone o ad un’altra opera d’arte, quale sceglierebbe?

Questa è una domanda alla quale, forse, saprò rispondere passato qualche tempo. Essere scrittrice ed interprete dello spettacolo mi dà il vantaggio di sentirmi più libera, di lasciare maggiore apertura a piccoli mutamenti di testo e di pensiero proprio mentre sono in scena, di essere molto addentro quello che faccio e dico ma allo stesso tempo mi dà anche una sorta di miopia per cui non riesco ancora a guardare lo spettacolo con la giusta distanza per poter rispondere.

Concludiamo con una domanda di rito: dove la condurrà la risacca nel futuro più prossimo?

A febbraio riprendo la tournée de L’anima buona del Sezuan con Le Belle Bandiere, saremo a Urbino, Genova, Castelfranco e Torino. Mentre MARE sarà ospite allo Spazio Rimediato a L’Aquila il 4 Aprile e nella stagione Mutaverso Teatro a Salerno il 13 Maggio.

A. Sgobba

20/01/2020

La Compagnia "Gli Insoliti" racconta lo spettacolo "L'amore è questione di naso" al debutto dal 16 gennaio

Dal 16 al 19 gennaio in scena al Teatro L’Aura, la Compagnia Gli Insoliti presenta lo spettacolo “L’amore è questione di naso” scritto e diretto da Chiara Gambino con il supporto alla regia di Marta Fogazza. In scena, insieme alla stessa Gambino, Benedetta Aiello e Claudio Pellerito daranno vita a una commedia brillante che riflette, attraverso l’amore, su temi sociali, di genere e sul sesso in modo mai banale.

- Cosa rappresenta per voi essere arrivati a portare in scena “L’amore è questione di naso” a Roma?

Sicuramente è un grande traguardo: essendo una compagnia nata da meno di un anno arrivare ad esibirci fuori dalla nostra città natale ci rende entusiasti e fieri del nostro lavoro. Anche perché essendo una piccola compagnia ci occupiamo da soli di ogni aspetto che riguarda la messa in scena dei nostri spettacoli.

- Lo spettacolo è una commedia brillante: qual è stato lo spunto da cui si è partiti per la scrittura del testo? Quali le tematiche che era vostra intenzione portare in scena?

Locandina Lamore è questione di naso ROMA(C.G) mi sono resa conto, forse anche per il contesto da cui veniamo, che la libertà di dialogo attorno alle questioni sessuali non è accettata; non parlo di argomenti troppo intimi o che sfiorano l'erotico, ma delle basi della sessualità intrinseche in ognuno di noi, perché al contrario di come comunemente si pensa sia il bambino di sei anni che l’anziano di ottanta possiedono una sessualità, e questa va rispettata. Il modo in cui pensiamo all’identificazione di noi stessi è molto occidentale, pensiamo che la nostra persona si identifichi con i nostri ragionamenti, le nostre deduzioni e perdiamo di vista che anche il nostro corpo ci rende “noi” e l’accettazione della sessualità è il riconoscimento del corpo per antonomasia (quanto meno per me).

- La Compagnia “Gli Insoliti” si presenta come un progetto artistico carico di quell’entusiasmo puro che solo la passione per il teatro può generare, nonostante le tante difficoltà: quali sono, se ci sono, gli ostacoli più difficili da superare per produrre e poi circuitare con un proprio spettacolo?

Volete che li elenchiamo in ordine alfabetico? La nostra provenienza di certo non ci aiuta...vivere in un'isola e quindi essere geograficamente separati dall'Italia è già di per sé un problema, per tutto quello che concerne fare teatro. Ovviamente il fatto che ci autoproduciamo, senza appoggio di realtà più affermate e rilevanti nel panorama teatrale italiano, è un grosso ostacolo da superare perché dobbiamo occuparci noi della ricerca degli spazi (per prove e per la vera e propria messa in scena), dei costumi, della scenografia, della pubblicità, e così via.. Noi andiamo avanti perché siamo giovani, intraprendenti e amiamo questo lavoro più di ogni altra cosa nella nostra vita, ma ogni giorno incombe su di noi la paura di un futuro senza alcuna garanzia e ci chiediamo quanto ancora riusciremo a proseguire se qualcosa non cambia. Per ora teniamo duro!

- Tornando allo spettacolo, esiste - secondo voi - una “questione femminile” ancora oggi, a vent’anni dall’inizio del non più troppo “nuovo millennio”, periodo in cui si sviluppa l’intreccio di “L’amore è questione di naso?

Assolutamente sì! Ecco perché nasce l'esigenza di scrivere e produrre L'amore è questione di naso, perché ancora oggi spesso la figura della donna è collegata al sesso in modo volgare, sporco, sessista, ma non solo per misoginia: spesso sono le stesse donne che ricadono in comportamenti stereotipati. Noi in questa commedia cerchiamo di affrontare la questione basandoci sulla nostra ironia e sulla nostra cifra stilistica.

- Quanto c’è di Palermo e della Sicilia nello spettacolo? Anche “implicitamente” e cioè quanto di quel bagaglio di umori, sapori e costumi di una terra unica per patrimonio e storia?

In realtà in questo spettacolo se portiamo "sicilianità" è a livello inconscio, perché proprio per il tema scelto abbiamo cercato di essere il più "universali" possibili, per avere un'eco maggiore e accessibile a tutti.

- Lo spettacolo presto approderà in altre città e in altri teatri? Cosa vi aspettate da quest’anno appena iniziato?

Stiamo aspettando conferme per altre date, ma per scaramanzia non diciamo nulla. Incrociate le dita con noi! Da questo 2020 ci aspettiamo molto: stiamo già lavorando ad un altro progetto che debutterà a maggio a Palermo, e ci auguriamo di poter far circuitare entrambi. Le nostre menti sono una fucina di idee e quindi non escludiamo altri possibili progetti dietro l'angolo, non ci mettiamo paletti.

Redazione

13/01/2020

EDIP: intervista a Maria Luisa Maricchiolo e Michele Ragno

Quello di Edip* – drammaturgia di Maria Luisa Maricchiolo e diretto e interpretato da Michele Ragno – è un continuo camminare e il suo asterisco incerto non è altro che una stella che guida questo peregrinare, alla ricerca di sé: un interrogarsi su questioni che, in fin dei conti, ci riguardano tutti. E la sua scia lascia il suo segno personale e riconoscibile, indagando la realtà con una scrittura delicata e introspettiva e con un’interpretazione profonda e leggera insieme.
Lo spettacolo è vincitore della XII edizione del Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro under 35 della Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine come Miglior Monologo, è stato presentato per la prima volta allo Spazio 18b in occasione della Rassegna Sostantivo Gender 2019. Con Edip*, Michele Ragno ha vinto il Premio Miglior Attore sezione Teatro Lazio – Festival Indivenire 2019, allo Spazio Diamante.

Edipo affascina da sempre – si pensi all’antichità con l’Edipo di Sofocle, fino ad entrare nella modernità con la psicoanalisi e Freud, La Machine Infernale di Cocteau e con Pasolini… In questo eroe mitologico confluiscono caratteri primordiali e fortemente attuali: perché scegliere questo personaggio e soprattutto scriverlo con un asterisco finale?EDIP__2.JPG

MLM: "Edip* è nato nel marzo 2019 per la rassegna di corti teatrali dello Spazio 18b, Sostantivo Gender: il tema proposto era quello dell’identità di genere. Sono partita da questo ma poi il mio testo ha preso una strada un po’ più ampia: non si tratta solo della questione di genere ma dell’identità e della realizzazione a 360 gradi. Per questo ho voluto affidarmi a un classico, rimaneggiandolo. Il complesso di Edipo nasce dal presupposto per cui Edipo è innamorato della madre… ma se Edipo si fosse innamorato di un’altra persona? Colui che ha avuto cura di Edipo da piccolo ma che in realtà è un uomo, il servo che l’ha ricevuto dalle braccia della madre… È colui che ha curato le sue caviglie, che poi l’ha dato in adozione – per usare un termine moderno – ai reali di Corinto.
L’asterisco finale è ‘la non definizione’. Edip* è un personaggio che ha conquistato una distesa immensa: quella del successo, del potere, dell’acclamazione, dell’’avere’… Ma manca qualcosa alla colonna ‘essere’. L’essere non è una distesa ma una cima da scalare. Lui vuole raggiungere il Citerone: là può scoprire chi è, può scoprire se stesso ma anche specchiarsi nell’altro, in chi accoglie le sue debolezze e le sue fragilità: forse là c’è davvero questa persona che può farlo essere ciò che è realmente. Capire chi sei significa anche capire che cosa vuoi e che cosa non vuoi, chi vuoi e chi non vuoi.
In questo lavoro mi ha guidata anche “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes: lì spiega che una persona ti conosce quando conosce i tuoi desideri. È importante quindi conoscersi ed essere riconosciuti quando c’è qualcuno che conosce appunto i tuoi desideri. E non è semplice…".

Quali sono gli elementi portanti su cui hai costruito la drammaturgia e il personaggio?

MLM: "Quello dell’identità sicuramente. Questa è una libera riscrittura di Edipo: ho lavorato molto sul personaggio – è il personaggio che fa la storia – e sulla ricerca di sé. Ho attinto tanto anche a quelli che sono i miei interrogativi personali. La cosa bella e paradossale è che il testo risulta credibile con un personaggio maschile, mettendo queste parole in bocca a un uomo".

Quali sono stati, invece, quelli necessari per portare in scena un personaggio di per sé già così delicato e impattante?

MR: "Ho lavorato molto per contrapposizione, questo generalmente è il mio modo di lavorare: non penso mai a dover ‘creare’ il personaggio. Il personaggio si crea in corso d’opera… O meglio: quando ho letto il testo di Edip* non ho pensato di dover incarnare un Edipo lontano da me. Ho pensato di partire da quello che sono io, ho pensato di partire proprio dalla persona che sono. Il testo mi ha offerto tanti suggerimenti per poter plasmare e dare un corpo a questo Edipo che rappresento. Non ho sentito quindi il peso di dover incarnare l’Edipo personaggio-universale o mitologico ma ho sentito piuttosto il peso delle sue parole. Mi sono concentrato sul far passare quella che è la sua storia attraverso il mio corpo: mi sono concentrato sul messaggio che Edip* porta e non sulle sue implicazioni psicologiche in quanto personaggio".

In che cosa di Edip* quindi ti sei riconosciuto?

MR: "Il testo mi ha offerto molti spunti: Edip* tocca temi come lo scontro generazionale, la volontà di affermazione, la ricerca del proprio io… credo che tutto questo appartenga ad ognuno di noi. Li ho sentiti vicini e ho cercato di veicolarli attraverso Edip*, individuando dei punti di collegamento tra ciò che sono io, fra l’Edip* che è in me e quello che Maria Luisa voleva portare sul palcoscenico. Sono partito dal mio copro per creare un altro corpo, con un’altra storia".

Edip* è un monologo – rischioso per chi lo scrive e chi lo interpreta – e come tale sottolinea l’importanza delle parole che, in questo caso, hanno un peso specifico e una resa altrettanto importante: come avete coniugato scrittura, attorialità e regia?

MLM: "Edip* è nato senza aver pensato a un interprete specifico… ho contattato Michele successivamente, ci siamo incontrati, abbiamo letto il testo e abbiamo cominciato a lavorare. Il carico maggiore lo ha avuto Michele, a livello di interpretazione e di regia. Essendo un monologo – il primo che scrivo, di solito scrivo drammaturgie con molti personaggi – aveva la necessità di essere visto da qualcuno nelle prove, quindi le abbiamo vissute insieme. Tutte le scelte di regia però sono di Michele ma ci siamo sempre confrontati. Per esempio, per quanto riguarda il finale, Michele con un semplice gesto è stato capace di rendere molto bene nel concreto la mia intenzione di liberazione. Diciamo che ‘funzioniamo’ così: io sono più sull’astratto-letterario, lui più sul concreto, sulla padronanza del palco e di traduzione in azioni di quello che sono i miei pensieri. Com’è giusto che sia…
Inoltre, Edip* è anche uno spettacolo in cui si ride: è stato tutto un lavoro di equilibrio".

MR: "Sì, abbiamo parlato molto anche di questo aspetto, all’inizio: la tragedia non è mai separata dalla commedia, proprio come nella vita. A me non piace parlare solo di tragedia o solo di commedia: quando vedo e faccio teatro mi piace ascoltare e raccontare una storia. Non mi fisso mai sull’idea di dover far ridere o commuovere il pubblico. Succede naturalmente, perché spesso è il testo stesso che indica la direzione da prendere. Quello su cui mi piace porre l’accento quindi è semplicemente raccontare la storia…
Quando Maria Luisa mi ha proposto di incarnare Edip*, mi ha anche chiesto se volessi curarne la regia. Ho accettato – è stata la mia prima regia e per giunta di un monologo: dovevo autogestirmi e avere forse una consapevolezza maggiore del testo, a tutto tondo. Proprio per questo ho avuto la necessità che lei fosse sempre presente e supervisionasse, soprattutto per il primo allestimento. Magari arrivavo alle prove con alcune proposte e se mi veniva un’idea, anche sul momento, poi ne discutevamo insieme".

La messa in scena è essenziale, gli oggetti scenici pochi ma chiari: uno sgabello, un paio di occhiali da sole e un paio di scarpe… Come li avete scelti?

MR: "Credo che questi elementi scenici siano in linea con il carattere essenziale del testo: pochi elementi per un unico obiettivo. Raccontare una storia, la storia individuale di Edip*, e attraverso questo racconto cercare di ritrovare l’identità di questa persona/personaggio.
Il primo debutto (in forma di studio) di Edip*, poi, era previsto in uno spazio che poteva contenere al massimo una trentina di persone. La scelta di utilizzare pochi elementi era dettata anche da esigenze logistiche: in uno spazio piccolo non puoi invadere visivamente la scena e noi abbiamo scelto di non appesantirla.
Edip* si trova davanti a un preciso pubblico perché è chiamato a tenere una conferenza – questo da storia – su se stesso. Si rivolge direttamente al pubblico ed esordisce dicendo che di solito ci sono sempre gli altri che prendono la parola al suo posto, riferendosi agli attori che di volta in volta lo interpretano, ma adesso vuole parlare lui. Di sé e della sua storia, in prima persona. Il riflettore, quindi, è puntato sullo sgabello e su di lui (per questo abbiamo lavorato molto anche sulle luci), proprio perché è lui a raccontare, per la prima volta".

MLM: "L’idea iniziale, già in fase di scrittura – al di là delle esigenze logistiche – era proprio quella di creare un testo che non avesse bisogno di un grande allestimento: proprio perché Edip* si trova su questo palco, durante una conferenza, non ha bisogno di nulla. Solamente di qualcosa su cui appoggiarsi: uno sgabello. Ho cercato quindi di inserire già tutto nella drammaturgia, anche per renderla più agevole: Edip* infatti entra in scena proprio chiedendo dove potersi sedere, lo sgabello è già lì ma lo scopre dopo: prima ha bisogno di toccare lo spazio intorno, perché non lo vede, non vede. E poi lo sgabello mi piace anche perché è un oggetto scomodo…".

Edipo è un personaggio tormentato: ogni sua azione è già scritta, sembra quasi costretto all’inazione e all’immobilità perché nulla può contro il volere del fato. In Edip* dice che non ha età, non ha un nome, non è né un uomo per definizione né una donna, può ancora scrivere la sua storia… una sorta di ribellione. Qual è, oggi, la storia, il destino di Edip*?

MLM: "Ho cercato di dare a Edip* una specie di profondità che chiaramente il personaggio di Edipo
di Sofocle, per forza di cose, non poteva avere perché nel mezzo ci sono anni di psicanalisi e tutto il secolo del ‘900 con nuovi studi… ho lavorato in questa direzione. Edipo è uno che si sta cercando, che capisce che si deve cercare e che non basta, appunto, ‘avere’ ma deve capire chi è. Mi piace pensare a un finale positivo, dare una speranza… ritornando al discorso del desiderio e alla sua etimologia: la distanza dalle stelle. ‘Stella’ è una parola che ritorna spesso nel testo, che poi è affine all’asterisco che è proprio come fosse una stellina. Quella stella finale è la non definizione di genere ma anche un tentativo di avvicinarsi a quello che è il proprio desiderio. La speranza è che Edipo riesca a raggiungere ciò che realmente desidera al di là dello schema che è stato costruito per lui e dal quale non riesce a uscire. È una presa di coscienza, uno scrivere una storia nuova".

MR: "Sì, anche su questo ci siamo interrogati a lungo ed è proprio così. Poi voglio rimanere nel mio ruolo molto pragmatico e quindi spero che in questo 2020 Edip* – inteso come progetto – possa ancora raccontare la sua storia, possa continuare la sua indagine su di sé. E noi insieme a lui".

MARIA LUISA MARICCHIOLO
Classe 1985, laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Catania e diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico con un Master in Drammaturgia e Sceneggiatura. Ha collaborato alla drammaturgia di “Tiranno Edipo!” di Giorgio Barberio Corsetti (Spoleto61).

MICHELE RAGNO
Classe 1995, diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Tra i suoi ultimi lavori, “Le Baccanti” di Emma Dante (2017-2019), “Hamletmachine” di Bob Wilson (2018), “Jeanne D'Arc Au Bûcher” di Benoît Jacquot (Spoleto 61), “1994” di Giuseppe Gagliardi e Claudio Noce (Sky Atlantic – 2018), “La stagione della caccia” di Roan Johnson (Rai Uno – 2019).

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