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Recensito incontra Marco Cavalcoli, l’attore che racconta di David Bowie, di Paolo Poli e di sé stesso

Emozionato per la sua prossima messa in scena al Teatro della Pergola di Firenze, in quel Saloncino dedicato all’attore Paolo Poli, Marco Cavalcoli, seduto tra i libri della RED Feltrinelli di Roma, è cordiale e sorridente. Racconta di sé in modo consapevole e con un pizzico di timidezza, quell’ingrediente che, si dice, sia ricorrente e fondamentale in molti bravi attori.

“Santa Rita and the Spiders from Mars” è il nome dello spettacolo che presto andrà in scena al Teatro della Pergola di Firenze. Cosa significa per te?

"È il primo che ho creato; Rodolfo di Giammarco mi ha proposto di mettere insieme un reading tra David Bowie e Paolo Poli e ho risposto subito di sì: ho trovato interessante lavorare su queste due figure. Da una parte è difficile perché non si tratta di scrittori ma di performers, artisti. Dall’altra è bellissimo perché senza esserne del tutto consapevole mi sono ritrovato a scrivere e dirigere uno spettacolo teatrale".

Quando ti sei reso conto di aver creato uno spettacolo?

"Il giorno del debutto! Adesso so di aver fatto un passo in avanti come artista e autore".

Ti trovi mai faccia a faccia con la scrittura?

"Scrivo poco e se scrivo mi trovo meglio a commentare politicamente e filosoficamente. Non mi occupo di scrittura poetica. Da ragazzo disegnavo molto ma ho smesso definitivamente intorno ai vent’anni. Concepisco me stesso in scena come un corpo scrivente: scrivo lavorando sulla mia presenza".cavalcoli7

Come definiresti la presenza scenica?

"Ci sono tante modalità diverse di presenza perché un attore è prima di tutto un essere umano dotato di proprie peculiarità. Un attore è presente quando mi sorprende. In generale si tratta della capacità di far vibrare l’aria, modificare lo scorrere del tempo, le dimensioni dello spazio, la velocità della luce. Andare oltre il limite del quotidiano e aprire una porta sul mondo immaginale, quello dell’anima, della psiche. Accogliere quelle forze che ci caratterizzano ma che dimentichiamo perché incontrollabili".

«Non ho mai voluto apparire come me stesso in scena, mai fino a poco tempo fa». È una tua affermazione…

"In realtà l’ho rubata a David Bowie e a Paolo Poli. Loro praticavano un gioco di sovrapposizioni di identità e io, portandolo in scena, l’ho fatto mio. Questa affermazione mi descrive fin dagli inizi; ricordo che Pietro Babina ci chiese di svolgere un percorso personale e io portai avanti un lavoro in cui scomparivo: ero solo voce. Da lì in poi la mia ambizione è stata quella di scomparire e ancora oggi preferisco lavorare in radio. C’è una vertigine nell’esserci mentre si scompare in scena che io amo molto. Ultimamente sto scegliendo di scomparire in modo più presente, di posizionarmi anche fuori scena ma esserci con la mente, come mente".

Vuoi raccontarci il tuo percorso da attore?

"In una parola? Durissimo. Recitare era una delle mie passioni; ho cominciato con qualche laboratorio a Ravenna e ho continuato con una compagnia di amici, sempre a Ravenna. È iniziato come un gioco ma è diventato qualcosa di molto serio. Ancora studiavo ma a ventisette anni mi sono trovato a dover scegliere se vivere di questo o no. Ho scelto il teatro e sono stato povero per circa vent’anni. Il risvolto positivo è che ho vissuto con estrema felicità i primi successi e ho condiviso momenti unici, di grande densità artistica e psicologica. All’inizio di una carriera la condivisione è tutto; poi il successo pubblico ha dato respiro a sensazioni che già conoscevo".

Cosa credi che ti abbia portato al successo?

"Lo studio. Ho studiato molto anche se in maniera a-sistematica. Questo adesso mi fa sentire all’altezza di prendermi cura dei giovani, di guidarli. Oltre allo studio, le esperienze personali che si intrecciano al mestiere e lo nutrono, gli danno spessore. I veri scatti sono legati alla vita, non allo studio".

Torniamo ai protagonisti di “Santa Rita and the Spiders from Mars”. Pensi che personaggi come Bowie e Poli continuino a vivere dopo la morte?

"Non credo all’esistenza dopo la morte ma soltanto perché penso che gli uomini vivano tra vivi e morte. Questa compresenza non ha bisogno della riproducibilità tecnica dell’opera per realizzarsi. D’altra parte, da quando le opere sono registrabili, l’eredità per i posteri è scottante. Non si può cantare l’opera senza conoscere la Callas, Domingo e Caruso. Bowie e Poli hanno lasciato molto materiale e sono tra quegli artisti da cui non si può prescindere".

Che rapporto c’è tra teatro e musica?

"Da diversi anni lavoro sulla pariteticità dei vari elementi che compongono lo spettacolo. Considero un suono, una luce o uno spazio come compagni di scena, non come commenti a ciò che accade ma come elementi che si pongono sullo stesso piano dell’attore, del testo e della regia. Il teatro è una scatola magica in cui è possibile far convergere con libertà le arti. Questo prima era un esperimento, un’azione avanguardistica, adesso è realtà".

Hai già avuto a che fare con lo spazio del Saloncino della Pergola?

"È la prima volta e ne sono molto felice sia perché è un luogo bello e prezioso sia perché la Pergola è un teatro molto caro a Paolo Poli e il Saloncino è dedicato alla sua memoria. Lo spettacolo va in scena il 23 maggio, giorno del suo compleanno".

Infine, cosa pensi della critica oggi? Trovi che sia autorevole? E se sì, quando?

"La critica ha sofferto molto della perdita di spazio nei giornali. Adesso è relegata in piccoli trafiletti che finiscono con una faccina sorridente o triste. Lo scopo della critica non è invitare gli spettatori a teatro ma stimolare il dibattito e la formazione di un pensiero, di un’opinione sull’arte teatrale. Oggi il web ha aperto spazi di riflessione importanti ma in un contesto ancora molto confuso. Io invece soffro la fine dell’epoca borghese: il suo senso critico si sta sgretolando e in questo vuoto è importante il giudizio del pubblico. Riguardo all’autorevolezza, per la carta dipende dalla testata, nel calderone del web è più difficile distinguerla e trovarla perché la pubblicazione è istantanea. Un po’ come Ennio Flaiano ricorda a sé stesso, bisognerebbe aspettare un paio di giorni prima di inviare il proprio pezzo. La fretta fa soffrire il pensiero… e la grammatica".

Benedetta Colasanti 24/05/2018

Recensito incontra l’esperto: Valentina Mallamaci ragiona di serie tv, televisione liquida e storytelling

Valentina Mallamaci, classe 1984, una Laurea in “Comunicazione Multimediale e di Massa” e un Master in “Critica Giornalistica” presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, è giornalista e critico cinematografico. In occasione dell’uscita del suo libro “TV di serie. Analisi delle pratiche e dei temi che hanno cambiato un medium” (Viola Editrice, una prefazione di Umberto Contarello), presentato alla libreria Altroquando di Roma il 19 maggio, la abbiamo incontrata per fare il punto sull’inarrestabile fenomeno delle serie tv. Dal romanzo d’appendice all’era della riproducibilità tecnica, Valentina conduce, con rigoroso metodo scientifico, un’attenta analisi su una materia viva e magmatica.

Da cosa nasce l’interesse per l’argomento serie tv?
«Il germe dell’idea si forma durante la stesura della tesi di Master [in Critica Giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, ndr]. Decisi di analizzare e di mettere a confronto alcuni personaggi di serie tv e di film. Intuii che c’è una commistione intensa tra i due ambiti che non riguarda solo il contesto produttivo e la grammatica cinematografica, ma anche i temi.»

MALLAMACI handmaids taleNel tuo libro analizzi “Black Mirror”, “The Crown”, “House of Cards”, “The Handmaid’s Tale”, “Westworld” e molto altro. C’è un quasi totale monopolio di serie Made in Usa. Quali sono stati i criteri di scelta?
«Quando ho iniziato, non avevano nessuna discriminante geografica in mente. Cercando, però, i temi importanti, la selezione è stata naturale. In Italia si sta cercando solo di recente di creare prodotti di respiro più internazionale con una complessità maggiore di argomenti. È ancora un inizio tuttavia. In America e in Europa si può spaziare di più.»

Serie, pur di successo per numero di stagioni come “Once Upon a Time”, “Grey’s Anatomy”, “Game of Thrones”, “Downton Abbey” non ci sono: come mai?
«Non credo nelle serie che durano decenni. Inoltre, cercavo materiale disponibile ora perché ho pensato il libro per le persone che guardano le serie in corso oppure per chi attende la stagione successiva

Qual è lo stato dell’arte del panorama italiano?
«Il problema italiano è la tendenza a restare sempre sulla stessa tipologia di genere, cioè la criminalità. È proprio dalla criminalità che provengono i personaggi oscuri, ma sarebbe interessante vedere luci e ombre anche in altri ambienti. Da noi c’è più paura di osare perché il pubblico è diverso, il mercato è diverso, non paragonabile a quello americano, inglese o francese. La tv in senso stretto lavora ancora su mainstream e pubblico generalista. Di sicuro adesso, con lavori come “The Young Pope” di Sorrentino o “Il Miracolo” di Ammaniti, si inizia a progettare altro. La generazione più giovane, poi, conosce anche cosa c’è fuori.»

Cosa pensi di una serie tutta italiana come "Gomorra", che pure ha riscosso successo di pubblico all’estero e ha sollevato tante critiche in Italia?
«In "Gomorra" troviamo un esempio di lavoro coordinato e vicino al modello americano, con una prima idea di bozza di showrunner (ruolo non ancora formalizzato in Italia): uno solo, come un direttore d’orchestra, coordina una coralità di visioni che prevede più registi, persino una regista per un occhio attento all’universo dei personaggi femminili. Ed in effetti, un merito di "Gomorra" è che la camorra non viene trattata solo come fatto cronachistico o poliziesco, ma dal punto di vista dei rapporti tra i personaggi.»

Da cosa dipende il successo di una serie tv?
«Dalla qualità della scrittura. Non bastano investimenti imponenti a livello economico e tecnologico. Certo, si è registrato uno spostamento di grandi registi e tecnici sul piano della fotografia come della colonna sonora, ma una buona sceneggiatura è essenziale. Il problema è che viene prodotto tanto: la proposta di centinaia di titoli all’anno su varie piattaforme ha delle conseguenze e anche il buono è sommerso dal resto.»

Come è cambiato il rapporto tra lo spettatore e il prodotto?
«Esiste una forma di dipendenza. E le forme narrative accattivanti e interessanti la amplificano: bisogna sapersi gestire. Cambia la fruizione stessa del prodotto, a cominciare dalla gestualità telecomando-tv che viene a mancare. Su Netflix le puntate partono in automatico senza nemmeno doverle selezionare con un clic. Con il binge watching si fanno scorpacciate anche di cinque o sei episodi, magari per evitare gli spoiler, ma non potrà che essere una visione superficiale.»

MALLAMACI Stranger ThingsPer te vale la massima “spoiler non vi temo”?
«Gli spoiler sono da ridimensionare, perché non rovinano la visione: oltre la trama c’è dell’altro. E qui ritorniamo al problema della scrittura cinematografica, inclusi montaggio e fotografia. “Mad Men”, ad esempio, ha una grande ricchezza dal punto di vista estetico e stilistico perché racconta la storia americana tra gli anni ’50 e l’inizio dei ’70 anche attraverso il modo di cambiare arredamento, costumi e atteggiamenti, offrendo una microstoria nella macrostoria. In “Stranger Things”, poi, c’è un vero e proprio gioco di riconoscimento di elementi per ricostruire l’estetica anni ’80, come un puzzle attraverso cui gli autori sfidano gli spettatori. Niente è a caso nelle inquadrature, ma sono dettagli che si possono notare soltanto attraverso una visione lenta e ragionata.»

Cosa attira la tua attenzione come spettatrice di serie tv?
«Mi sono sempre interessati i personaggi di una storia, il loro sviluppo, la loro interazione e il lavoro di introspezione psicologica. In fondo si tratta di considerare il rapporto tra cosa è raccontato e come ci vediamo noi. Ormai le serie tv sono uno specchio, a volte il riflesso fa sorridere ed è ironico, altre fa paura perché esprime quello che non osiamo dire, magari a causa delle convenzioni sociali. In altri casi, invece, le serie tv sono più avanti nel tempo e nello spazio rispetto a noi: proiettano le nostre paure.»

La prima serie di cui conservi un ricordo?
«Non ricordo una serie in particolare, ma una sensazione. Ero piccola negli anni ‘90 e nel pomeriggio andava in onda “Twin Peaks”. Ricordo ancora l’inquietudine e il terrore che mi attraversavano non appena ne ascoltavo la colonna sonora. Tra le serie che mi hanno appassionata? “The Sopranos” e “Dexter”. A causa di quella fascinazione per i personaggi ‘negativi’ ma che scatenano un’empatia fortissima, perché non sono raccontati solo dal punto di vista della malvagità. Si scava a fondo per capire da cosa questa malvagità nasca.»

MALLAMACI twin peaksOggi la tv è liquida, i contenuti televisivi li ritroviamo anche su pc e smartphone. Ha ancora senso parlare di tv?
«Prima c’era programmazione, un appuntamento stabilito da rispettare, adesso posso vedere un film o una serie anche in metro sullo schermo del mio smartphone. Vale la logica dell’estensione. Ormai si parla di transmedia storytelling: universi narrativi che si spostano con noi e creano la necessità di qualcos’altro. Con l’incredibile disponibilità di offerta e di mezzi per fruirne, si creano universi narrativi che si espandono in qualsiasi momento. La tv non è liquida soltanto perché è anche su pc e smartphone. Gli universi narrativi si espandono nei videogiochi, negli oggetti da collezionare, nei parchi a tema.»

Il cinema viene influenzato dalle serie tv? Come?
«Non è vero che il cinema adesso si ispira alle serie tv. La grande opportunità della serialità televisiva è la disponibilità di tempo. Lynch considera l’ultima stagione di “Twin Peaks” un film lungo 18 ore. La suddivisione in episodi e la maggiore dilatazione di tempo si permette alla serialità di dire e approfondire di più. I mezzi, tecnicamente parlando, sono gli stessi. Da qualche tempo registi e sceneggiatori si sono accorti del potenziale e c’è stato uno spostamento di autorialità verso le serie tv. Non credo, però, che un ambito divori l’altro. Ci sono contesti diversi con potenzialità diverse che permettono discorsi e narrazioni di tipo diverso: viaggiano in parallelo senza contrapporsi.»

Credi sia giusto che le serie tv competano con i film, oppure è giusta l’iniziativa CanneSeries di un festival dedicato esclusivamente a serie tv?
«Tutte le polemiche che si sono create sulle proiezioni di serie nei festival sono in realtà frutto di paura. L’apice di successo delle serie tv fa paura al cinema, ma credo sia necessario trovare il giusto modo di farli convivere. Metterli in contrapposizione in modo così netto crea una discordia che non ha ragion d’essere. Film e serie tv sono prodotti artistici differenti, ma meritano uguale esposizione. D’altronde se la serialità trasmigra da un device all’altro è normale che, prima o poi, arrivi al grande schermo, quindi appare insensato impedire che ciò avvenga. Se lo spostamento è più verso cinema o verso le serie? É difficile prevedere l’andamento da qui a un anno: adesso la serialità televisiva ha grande dignità e qualità, caratteristiche che devono essere tenute nella giusta considerazione e valorizzate.»

Alessandra Pratesi 20/05/2018

GDPR e dati personali: Recensito incontra Camilla Bistolfi, consigliere Istituto Italiano Privacy

È di poche settimane fa la notizia che la nota società britannica Cambridge Analytica (qui per approfondire), al centro dello scandalo per l’uso illegale di migliaia di dati personali che ha investito in pieno anche Facebook, ha dichiarato bancarotta. Ciò ha riportato l’attenzione di media e cittadini su un tema a volte poco affrontato coscienziosamente: come vengono trattati i dati, sensibili o meno, che centinaia di persone nel mondo forniscono ogni giorno ad aziende e società? Quanto sono sicuri, in termini di data protection, sistemi, processi o social network a cui si aderisce?
Nel 2016, per rendere più rigidamente e uniformemente disciplinata la materia del trattamento dei dati personali all’interno degli Stati membri, l’Unione Europea ha diramato un nuovo regolamento che preveda una maggiore tutela e responsabilizzazione. Il regolamento, chiamato spesso con l’acronimo GDPR, entrerà in vigore in Italia a partire dal 25 maggio.
Per saperne di più, abbiamo intervistato Camilla Bistolfi, consigliere di amministrazione presso l’Istituto Italiano Privacy e direttrice del Centro Nazionale Anti Cyberbullismo. "Cattura

Partiamo dall’acronimo: GDPR. Cosa significa e perchè è così importante? In cosa è diverso dal vecchio Codice Privacy italiano?

"GDPR significa “General Data Protection Regulation” (“Regolamento generale sulla protezione dei dati”, ndr). È un atto legislativo europeo estremamente importante, il quale consente una minore arbitrarietà nell’attuazione delle norme da parte degli Stati membri, essendo di diretta applicabilità (non necessita di recepimento come per le direttive, poiché i regolamenti sono vincolanti).
L’importanza è racchiusa tutta qui, non solo nelle novità incluse nel testo normativo, ma nella natura in sé dell’atto, che consente una maggiore uniformità e omogeneizzazione della protezione dei dati personali all’interno dell’Unione Europea.
Dire in cosa differisce dal Codice Privacy è difficile e facile insieme. Da un lato, ne riprende diverse disposizioni che portava con sé già la direttiva 95/46/CE, dall’altra le organizza e le esplica in modo più completo, aggiungendo elementi di novità assoluta, come ad esempio: il principio di accountability (lett. “responsabilità”, intesa come affidabilità e competenza nella gestione del trattamento dei dati personali, ndr) e di data protection by design/by default (By design: protezione dati considerata fin dalla progettazione di un lavoro/processo aziendale. By default: impostazione predefinita dell’organizzazione aziendale. Ndr), o la nomina del DPO (Data Protection Officer, Responsabile della protezione dati, ndr) e l’utilizzo di Data Protection Impact Assessment (DPIA, valutazione d’impatto sulla protezione dei dati, ndr)".

Social network come Facebook e Instagram stanno già cercando di adeguarsi alle nuove direttive. Quali dati tutelerà questo regolamento?

"Il Regolamento si applica ai dati comuni e anche alle categorie di dati “speciali” (quelli che un tempo chiamavamo sensibili e che oggi includono anche dati biometrici, genetici ecc.). Per quanto riguarda i dati giudiziari, relativi a condanne penali e reati, ovviamente il GDPR ne parla, ma la disciplina vera e propria è poi demandata alla Direttiva 680/2016, poiché il Regolamento stabilisce che il loro trattamento deve avvenire soltanto sotto il controllo dell'autorità pubblica o essere autorizzato dal diritto dell'Unione Europea o degli Stati membri, in modo da prevedere garanzie appropriate per i diritti e le libertà degli interessati".

In caso di data breach ("fughe di dati"), cosa accadrà? Sono previste sanzioni?

"In caso di una violazione dei dati, il titolare del trattamento dovrà comunicare il data breach al Garante della Privacy entro 72 ore da quando è stato scoperto.
Se la violazione dei dati rappresenta una minaccia per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare dovrà anche informare in modo chiaro, semplice e immediato anche tutti gli interessati, offrendo loro indicazioni su come intende limitare le possibili conseguenze negative.
Tuttavia, il titolare del trattamento può decidere di non informare gli interessati se ritiene che la violazione non comporti un rischio elevato per i loro diritti, o se dimostra di avere adottato misure di sicurezza (es: la cifratura) a tutela dei dati violati prima dell’evento-violazione, oppure se informare gli interessati comporta uno sforzo sproporzionato (ad esempio, se il numero delle persone coinvolte è molto elevato). In questo ultimo caso, però, è richiesta una comunicazione pubblica o adatta a raggiungere quanti più interessati possibile (ad esempio, tramite un’inserzione su un quotidiano o una comunicazione sul sito web del titolare).
In ogni caso, il Garante potrà comunque imporre al titolare del trattamento di informare gli interessati sulla base di una propria autonoma valutazione del rischio associato alla violazione.
Per quanto riguarda le sanzioni, sono previste espressamente dall’art. 83 del GDPR".

laptop 3233780 1920Come cambierà il diritto all'oblio?

"In realtà il diritto all’oblio più che cambiare, verrà introdotto. Grazie ad esso, gli interessati potranno ottenere la cancellazione dei propri dati personali anche online da parte del titolare del trattamento, qualora ricorrano alcune condizioni previste dal Regolamento:

- se i dati sono trattati solo sulla base del consenso;
- se i dati non sono più necessari per gli scopi rispetto ai quali sono stati raccolti;
- se i dati sono trattati illecitamente;
- se l’interessato si oppone legittimamente al loro trattamento.

Alla luce poi della sentenza Google Spain (della Corte di Giustizia Europea, 13 maggio 2014, ndr), questo diritto è accompagnato dall’obbligo per il titolare del trattamento che ha pubblicato i dati di comunicare la richiesta di cancellazione a chiunque li stia trattando, nei limiti di quanto tecnicamente possibile.
Restano poi salve alcune circostanze, come quelle relative all’esercizio della libertà di espressione o il diritto alla difesa in sede giudiziaria, cui ragionevolmente l’oblio non potrà applicarsi".

Vi sono differenze o analogie tra il Privacy Shield americano e il GDPR europeo?

"Sono due meccanismi diversi. Il Privacy Shield è un meccanismo volontario di adesione, da parte delle compagnie statunitensi, a principi e garanzie offerte dalla normativa Privacy europea. Al GDPR si deve aderire obbligatoriamente, qualora ricorra uno dei casi di cui all’art. 3 (“quando le attività riguardano: l’offerta di beni o la prestazione di servizi ai suddetti interessati nell’Unione, indipendentemente dall’obbligatorietà di un pagamento dell’interessato; oppure il monitoraggio del loro comportamento nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’Unione”, art. 3(2), ndr)".

Diritto alla privacy e necessità di pubblica sicurezza: ritieni che il GDPR possa essere una buona mediazione fra queste due sfere?

"Sì, credo lo sia. Ma credo anche che sia molto difficile mediare le due istanze, è un’eterna battaglia e il momento storico non aiuta di certo a venirne a capo. Personalmente ritengo che rinunciare alla libertà per avere maggiore sicurezza sia il preannuncio di una catastrofe... La storia ce lo insegna!".

Dall'ultimo Rapporto Clusit, il 2017 è stato "l’anno del trionfo del Malware, degli attacchi industrializzati realizzati su scala planetaria contro bersagli multipli e della definitiva discesa in campo degli Stati come attori di minaccia". Il GDPR cercherà in qualche modo di prevenire eventi di cybercrime?

"Il GDPR ha esplicite previsioni sulla sicurezza dei dati. Però, lo stato dell’arte ha mutamenti così rapidi che una normativa eccessivamente incentrata sulle tecniche di contrasto e prevenzione rischia di nascere obsoleta".

Ti occupi anche di cyberbullismo: nel GDPR sono previste indicazioni per quanto riguarda la protezione dei dati personali dei minori? cnac 2

"Sì, l’art. 8 ne parla esplicitamente, in particolare con riferimento alla validità del consenso digitale. Per approfondire servirebbe un’intervista solo su questo, anche perché il tema mi sta particolarmente a cuore. Comunque anche sul diritto all’oblio ci sono specifiche previsioni per il consenso prestato quando l’interessato era ancora minorenne".

25 maggio è la data in cui il regolamento GDPR entrerà in vigore negli Stati membri: l'Italia, secondo te, è pronta a vigilare sulla corretta applicazione delle norme (non avendo ancora un Governo) ?

"Vigilare sì, applicare la normativa meno. Insomma, credo sarà più semplice impugnare la norma e controllarne l’applicazione, che adeguarsi al Regolamento stesso!".

GDPR e comunicazione: cosa cambia per chi lavora nel campo (uffici stampa, giornalisti...) ?

"Cambia poco, nel senso che l’art. 85 del GDPR demanda agli Stati membri la legislazione in materia di diritto alla libertà d'espressione e di informazione, incluso il trattamento a scopi giornalistici o di espressione accademica, artistica o letteraria.
Le esenzioni e le deroghe in materia sono considerate come necessarie per conciliare il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà d'espressione e di informazione.
Ad ogni modo, ciascuno Stato membro dovrà notificare alla Commissione le disposizioni di legge adottate (anche precedentemente al GDPR) e comunicarne eventuali modifiche successive".

Chiara Ragosta, 18/05/2018

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