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“One, One & One” di Noa Wertheim: danza primordiale a contatto con la terra

One, One & One”, il nuovo lavoro dell’acclamata coreografa e danzatrice israeliana Noa Wertheim creato per la Vertigo Dance Company, ha aperto il "Fuori Programma". Il Festival Internazionale di Danza del Teatro Vascello vede la direzione artistica di Valentina Marini e quest’anno, più che mai, punta ad un’edizione di valore, con due  prime nazionali, due prime regionali, una prima romana e un debutto assoluto.

One. One & One” (prima nazionale in partnership con Civitanova Danza Festival) segna per la Vertigo Dance Company il suo debutto a Roma. La compagnia, fondata da Noa Wertheim e Adi Sha'al (suo partner di vita e di danza), è da 25 anni un esempio di professionalità ed eccellenza, riconosciuta dal Ministero della Cultura e delle Attività Sportive Israeliano come ambasciatrice dell'Arte performativa israeliana nel mondo.

La coreografia simbolizza la connessione, il coinvolgimento, punta al contatto, all’avvicinamento tra il vicino e il lontano, tra il sé e l’altro. È un dialogo, che si apre con un solo danzatorevertigo dance company3 in scena a cui poco alla volta se ne aggiungono altri otto: da uno a molti, da individualità a molteplicità. In totale sono quattro donne (Liel Fibak, Nitzan Moshe, Shani Licht, Corina Fraiman) e cinque uomini (Etai Peri, Hagar Shachal, Jeremy Alberge, Petrovics Sàndor, Totam Baruch). La musica (di Avi Belleli) fa da collante e ogni suono è fondamentale per il raggiungimento dell’interezza. Il primo suono che colpisce le orecchie è un rumore come di terra smossa con le mani, a cui seguono i tuoni e un temporale. Elementi naturali, dunque, che diventeranno via via musiche sempre più complesse. 

I danzatori fanno esplodere tutta la loro corporeità, sia quando si muovono singolarmente sia quando sperimentano il contatto con l’altro: si piegano, si contraggono, si allungano, si accartocciano. C’è sempre grande controllo nel movimento, anche quando, come schegge impazzite, corrono sul palcoscenico o saltano l’uno addosso all’altro. In questi ultimi due casi non è necessariamente la donna ad essere sollevata o presa in braccio, come insegnano i dettami della danza classica. C’è spazio per assoli, passi a due e momenti di danza corale: ciascun danzatore è parte integrante della performance, dove l’insieme che si va a costituire è molto più della semplice somma dei suoi singoli elementi.

Si percepisce la loro urgenza di conoscere se stessi e l’altro e si muovono con consapevolezza e agilità. Trasmettono, con grande espressività, un sentimento di primordialità e spiritualià, un bisogno estremo di contatto, un’urgenza comunicativa, tutte prerogative profonde dell’essere umano.

vertigo dance company2La scena viene lentamente ricoperta di terra: prima una sola striscia, parallela alla platea, poi una seconda, anche questa una riga orizzontale, poi i ballerini ricoprono tutto il palcoscenico con secchiate di terra in cui rotoleranno, su cui scivoleranno, terra che sporcherà la loro pelle e i loro vestiti. È un recupero della dimensione più intima e personale, dell’essenza più naturale dell’essere umano: questa dimensione dell’individualità si incontra e scontra con quella dell’unità sociale, indagando la complessità di questo labile equilibrio.

Giuseppina Dente
12/07/2018

Recensito incontra “I Ministri”:  l'alternative rock 'is not dead'

Il 9 marzo 2018 i Ministri hanno pubblicato il loro sesto album, “Fidatevi”, targato Woodworm, celebrato con un tour partito il 5 aprile a Bologna e che terminerà il 7 settembre a Reggio Emilia. Sin dagli albori questa band alternative rock formatasi a Milano nel 2003 si è sempre collocata verso qualcos'altro rispetto al panorama circostante e rispetto a ciò che c'era prima. Ieri come oggi, il lavoro dei Ministri è volto verso l'evidenziare la realtà in cui siamo immersi, con l'estremo bisogno di toccare con mano i sentimenti degradati, i vizi, la sporcizia dell'essere umano, tramutati poi in versi personali e riconoscibili. Il loro cavallo di battaglia è certamente il rimarco, senza preamboli e convenevoli, delle contraddizioni e dei finti buonismi che contraddistinguono l'Italia nei panni di Bel Paese di Arlecchino. Se è vero che siamo una Repubblica fondata sul sentimentalismo, è anche vero che si ha sempre bisogno di qualcosa che emani una scarica elettrica potente che possa risvegliare un intero Stato assopito da bombardamenti mediatici, da una patina di plastica e dalla poca educazione al pensiero libero. Formati da Federico Dragogna (paroliere, chitarra, cori), Davide Autelitano detto “Divi” (voce, basso) e Michele Esposito (batteria) i Ministri si conoscono sin dal liceo, e da allora la formazione non ha più subito variazioni. Un'amicizia vera, mescolata abilmente con la necessità di far musica e di cantare  qualcosa che si collochi spontaneamente fuori dal coro di voci tutte uguali, di testi tutti uguali, di sovrastrutture farlocche all'italiana. I Ministri sono qualcosa di autentico, e solo l'autenticità continua a vivere attraverso anni che corrono veloci, anni in cui tutto il resto sembra cambiare-delle volte in peggio-verso nuovi orizzonti discografici e nuove generazioni di ascoltatori. Noi abbiamo incontrato Autelitano e Dragogna a Villa Ada durante la loro data romana il 29 giugno, eccone qui il resoconto.

Come mai avete scelto proprio lo squalo per la copertina di "Fidatevi"?Cover Fidatevi b
Dragogna: Veniamo fuori, senza volerlo, da un paio di dischi con copertine raffiguranti animali: pantera leone-non abbiamo mai capito che animale fosse-e serpente; lo squalo era un modo per condensare tutte le paure in una sola immagine, per avere qualcosa in forte contrasto con il titolo. Poi ci siamo resi conto che stavamo usando un animale per la terza volta.
Autelitano: è come se fosse una saga. Andiamo di trilogia in trilogia. Il prossimo disco lo affronteremo differentemente, con una presa di coscienza diversa; finora ci siamo sempre rivolti a dei produttori, magari la prossima volta non lo faremo più. Abbiamo esaurito un ennesimo momento del nostro percorso. È stato come chiudere definitivamente un capitolo.

Nel vostro ultimo lavoro c'è un'accettazione dell'inquietudine o una rassegnazione verso il non protestare più?
D: Non protestare più è impossibile. Si può parlare di accettazione dell'inquietudine nella misura in cui c'è quella parte di noi e del nostro flusso di coscienza che non è legato né all'adolescenza né all'età adulta. È qualcosa che terremo con noi per tutta la vita. Ad un certo punto si scopre che diventare adulti non significa avere un flusso di coscienza sano, dritto, limpido, che consiste nel riconoscere la cosa giusta e farla automaticamente; non succede mai questo sia perché la vita a volte ti tira dei remi in faccia clamorosi che non potevi prevedere, sia perché non è cosi, forse a causa del momento storico in cui siamo immersi, forse perché viviamo in una città con questo tipo di pressioni, o forse semplicemente è sempre stato cosi. Mi viene da pensare ad un uomo che sta sull'Appennino e che deve pensare al suo orto o a come sorge e tramonta il sole; lui è tranquillo? Si, no, per niente? Forse ha la stessa inquietudine nostra? Non lo scopriremo mai a meno che non si inizi anche noi ad arare i campi. Viceversa, per la questione della protesta, penso che l'accettazione dell'inquietudine sia il punto zero per ripartire. L'esercizio di fuga da sé non può concludersi esclusivamente verso l'esibizionismo del mostrare al mondo che si sta protestando. 
A: Quando vivi un presente che ormai è il passato, è un presente filtrato da tutti i tuoi momenti giovanili caratterizzati anche da gioie e dolori forti; solo che poi arriva uno scarto, uno scalo di marcia, in cui subentra molta disillusione, e ti abitui a guardare in avanti. Come lo si faceva ieri lo si fa anche oggi, ma quella sana inquietudine va celebrata.

“L'italia è un disco che non riesco a trovare” è una frase emblematica, forse specchio di ciò che stiamo vivendo, una mancata identificazione in ciò che ci circonda. Cosa pensate della nostra situazione politica?
A: Anni fa non pensavo si potesse arrivare a tanto. C'è stato un degradamento lento che poi alla fine ha portato anche noi a star sempre nei margini critici del far musica, sempre un po' al di là della barricata. Non era forse necessario farlo ai tempi, ma è stato un degenerare fino a questo punto.
D: Si rimandava il problema da anni. Un certo punto di vista riecheggiava da anni con grandi corto circuiti, e molti scontri inutili, non riuscendo mai ad affrontare realmente il problema e proprio per questo motivo è venuto fuori ciò che stiamo vivendo oggi. Si è anche fatta una grande selezione, senza approfondire troppo, tra questione tolleranza e questione zingari o qualsiasi cosa di questo tipo; bisogna fare la tara su chi in questi anni ha parlato e urlato dall'altra parte. In realtà il più delle volte erano piccoli borghesi che, come altri, non appena hanno avuto l'opportunità di entrare in quell'altro tipo di pensiero ci sono entrati subito. Ora mezza Italia è in quel tipo di pensiero e il punto non è la protesta, è che siamo figli di una protesta che è stato un puro esercizio di stile.
A: Anche noi che facciamo semplicemente musica, e che quindi abbiamo una responsabilità limitatissima, ci accorgiamo che la gente non ha più il concetto di protesta, la politica dovrebbe essere una cosa che si fa tutti i giorni nel quotidiano, quando ci si sveglia la mattina; oggi invece tutto è diventato protestare, e protestare ai giorni nostri è coltivare l'odio. Personalmente non prendo posizione, però posso dire che fare politica è risolvere problemi ben più consistenti e strutturati.

Come vi collocate, attraverso la musica, all'interno della situazione odierna?
D: Bisognerebbe rifondare un pensiero; noi facciamo canzoni, non facciamo saggi o vie di soluzione o cose del genere, però dall'altra parte quello che chiediamo a noi stessi quando scriviamo canzoni è un'onestà reale di valori rispetto a ciò che si sta affrontando. In “Io sono fatto di neve”, due anni fa, eravamo andati noi in prima persona in un posto occupato da 1500 migranti per andare a parlare con loro e per riprenderli. In sostanza poi è uscito solo un video visto da qualcuno sicuramente, ma non era l'uscita del video il punto: in primis era un'esperienza per formare il nostro pensiero. Per avere un pensiero su qualcosa bisogna lavorarci, bisogna sporcarsi le mani.

Come funziona il vostro processo creativo?
A: Noi partiamo da delle tracce che poi vengono sviluppate. Fede ha una grande attitudine per quanto riguarda la scrittura. Scrive e produce tanto. Abbiamo la fortuna di venir coinvolti in queste cose, quindi selezioniamo quello che ci piace di più per giungere ad un determinato risultato, lasciando inevitabilmente fuori molte altre cose che sono di Fede e restano a Fede. Il suo b-side esiste sempre. Lui come autore si sottopone anche ad un giudizio, scrive canzoni e aspetta anche il riscontro da parte nostra, una conferma.
D: Il risultato finale è la somma di noi tre.

Nel testo di “Nella battaglia” si affronta il tema del lavoro, tema che interessa particolarmente la realtà che vivono le nuove generazioni.
D: Credo che la lingua Italiana sia tanto ricca, ma penso anche che ogni tanto si finisca in guerre civili interne a causa del continuo appellare tutto come qualcosa di politico che mi fa un po' ridere, proprio perché sembra sempre voler richiamare la classe politica che invece da anni  non ha ricchezza di linguaggio, analisi e altro. Ciò che a noi interessa è che i nostri pezzi riflettano una possibilità d'azione oltre che di riflessione. Non può tutto fermarsi lì, perché in qualche modo scrivere una canzone è agire; ci sono dei brani di quest'ultimo disco che sono davvero dei grandi dolori reali nelle nostre vite, cose effettive che, diventando canzoni, cedono la possibilità di affrontare quel dolore; gli stai dando una forma, gli stai dando delle parole, ne discuti con gli altri, ci lavori, lo condividi, inizia a modellare il pezzo, scegli la durata, gli accordi, quindi stai affrontando il dolore fattivamente.
A: Scrivere una canzone non è una cosa che è bello fare, non è un qualcosa di divertente. Sicuramente ha un fascino strano e un po' perverso: significa andare a scovare una parte un po' oscura di se stessi, e in qualche modo bisogna mettersi a fuoco e capire cosa davvero si vuole cercare; poi hai tutta la cultura a disposizione per creare e rendere il tutto nella maniera più poetica possibile; la musica rientra per me nelle arti, quindi necessita di una poetica, non è sloganismo o un puro lasciarsi andare a dire ciò che pensi come fosse un comizio, quindi anche se hai un messaggio da lasciare a qualcuno, è sempre una freccetta che lanci sul muro verso un bersaglio, e devi comunque farlo nella maniera più garbata e graziosa possibile: questo è il vaglio della canzone che deve avere un senso alto e sublime, e in tutto questo va abinato ad una sporcizia che sei andato a cercare dentro te stesso.

Verso quale pubblico vi rivolgete idealmente parlando?
D: Per riassumerla, se scrivo un pezzo, mi interessa il ragazzo che mi dice che grazie ad una mia canzone è uscito da un momento difficile della sua vita, piuttosto che un politico della segreteria regionale che dopo aver ascoltato una nostra canzone ci invita ospiti ad una festa del partito. A me interessa la singola persona.
A: Le canzoni che ho amato di più nella storia dei miei ascolti da sempre sono quelle che mi hanno fatto più piangere; le canzoni che mi hanno fatto divertire le lego a dei momenti, ma le cose che mi hanno fatto davvero piangere sono state la colonna sonora di sentimenti che mi si sono tatuati addosso, e se noi abbiamo fatto una cosa simile per qualcuno è la più grande soddisfazione di sempre. Non è retorica, è un sesto senso che alla fine porta la gente anche a struggersi ascoltando la musica, che è secondo me un momento privato. Non deve essere sempre un qualcosa fatta necessariamente per tante persone insieme.

ministri 3Avete mai tratto ispirazione da qualcosa durante la vostra carriera?
Abbiamo dei punti di riferimento come band, che è un altro discorso. Ci si pone la domanda reale di come potersi evolvere come gruppo.

Com'erano i ministri tra i banchi di scuola?
D: Non eravamo in classe insieme, abbiamo un anno di differenza. Io non sono stato bocciato! (Divi ride, ndr) Invece Michele è stato bocciato due volte, suonava troppo la batteria! In ogni caso avevamo ognuno la propria band, partecipavamo ai concerti del liceo, un iter abbastanza classico.

È particolare come il vostro progetto sia nato in un momento della vita in cui non si sa mai con certezza cosa si vuole fare da grandi.
D: Per quanto mi riguarda, a quindici anni, dopo tre mesi che avevo incominciato a suonare la chitarra, ho detto “ok questo, voglio fare questo!”, e con enorme tenacia ho pensato davvero di volerci riuscire. Come Divi d'altronde.
A: A me è sempre piaciuto tantissimo cantare, e cantavo sempre tutte le cose che mi venivano suonate dagli amici con la chitarra, e mi dicevano spesso che mancava il bassista. La mia domanda spontanea era “ma il bassista che cos'è?” e replicavano: “ma come non lo sai?”. Così a tredici anni ho scoperto che cos'è il bassista, ho comprato il mio primo basso poco dopo, e ho cominciato a cantare e suonare insieme. A me piaceva l'idea di avere qualcosa tra le mani; sarei voluto diventare chitarrista ma era troppo per me che sono un pelandrone, lo ammetto. Sapevo già cantare bene e volevo cantare e basta, poi mi sono innamorato anche del basso, ma è un amore che è maturato dopo.

Nella vostra carriera vi è mai capitato di dovervi censurare in qualche modo? Vi hanno mai imposto come scrivere le vostre canzoni?
Ci sono stati tanti momenti di censura, ma quello più celebre è la copertina di "Tempi bui", che era un grande affresco di svastiche colorate, in pieno stile pop art. Noi avevamo pensato di produrre la stessa scacchiera che attualmente è nella copertina, con delle svastiche al contrario con dei colori un po' fresh, con scritto sopra Tempi bui, proprio per mandare il messaggio: questi tempi bui stanno tornando senza potercene realmente accorgere. In quel periodo avevamo una major che aveva un reparto legale molto impegnativo, non avevano voglia di avere problemi. Sui contenuti tecnici delle canzoni magari hanno storto il naso, ma non hanno mai censurato o bloccato del tutto. Ci sono alcuni pezzi in cui avevamo azzardato molto anche noi, come il “Papa è un pazzo comunista” o “Michael Jackson non esiste”, e altri brani che forse un giorno tireremo fuori. Avevamo anche scritto “Muccino aveva un sogno”, proprio nel periodo di maggior produzione del regista che tendeva verso il dipinto di un'Italia bellissima, con una gioventù del tutto promettente, piena di amore e rapporti idilliaci e stereotipati; la nostra domanda era “noi viviamo qui in un modo molto diverso da quello che ci sta disegnando, come mai?”. In realtà, forse, era Roma che ragionava su certi meccanismi che poi sono quelli sviluppati ne “La Grande bellezza” ad esempio. Era un periodo in cui mettevamo i cognomi della gente nelle canzoni, però su Briatore non ci hanno detto nulla ad esempio.

Il vostro singolo del 2008, “Diritto al tetto”, recentemente ripostato sui social, come si colloca oggi?
D: È stato il nostro primo videoclip ed è oltretutto uno dei tanti pezzi fraintesi. È uno di quei pochi nostri brani finito anche nelle manifestazioni; ti accorgi così che i grandi movimenti hanno bisogno di slogan molto semplici e corti: noi abbiamo usato per un po' di tempo gli slogan, però erano falsi perché di base molto complessi. Il problema di oggi risiede nella semplicità e nello scarso approfondimento, ed è proprio così che veniamo fraintesi, con pezzi come “Bevo”, “Diritto al tetto” e da oggi anche “Fumare”. Il grave intoppo è il fermarsi sterilmente alla frase senza comprendere i reali significati dell'intera canzone. La realtà è più complessa delle frasi.

Da cosa nasce “Diritto al tetto”?
D:“Diritto al tetto” nasce dal caso di un clochard con alle spalle qualche reato minore che era stato messo agli arresti domiciliari su una panchina, non avendo una casa. Se non hai una residenza e prendi gli arresti domiciliari viene identificato il tuo domicilio in un posto preciso, in questo caso una panchina. Vuol dire che un funzionario del comune passava di lì per controllare che l'uomo non fosse andato via, e dal momento in cui non l'aveva trovato al suo posto, il clochard era stato arrestato. Questa è politica, ovvero trovare i paradossi delle regole. Anche le canzoni “Bevo” e “Fumare” cercano di scandagliare il paradosso che risiede nelle leggi che siamo obbligati a rispettare. Non sono slogan che tendono a voler spingere verso alcolismo o tabagismo; il vizio in questione viene punito a livello penale, come ad esempio la guida in stato d'ebrezza, senza pensare però che questo vizio è legale oltre che fonte di lucro per lo Stato stesso. Lo slogan è rendere paradossale la regola, quando la regola cade sotto i colpi del concetto e della libertà. Cosa mi è permesso fare, se qualcosa posso farla parzialmente o con delle limitazioni che creano un controsenso? Se non ho i soldi per permettermi una casa, posso non permettermi una casa? “Diritto al tetto” e al non avere un tetto. Se io nasco in questo mondo e non ho i soldi per comprare una casa, mi lasciate almeno stare in giro per il mondo? No, è questo il punto, perché vagabondare è reato. Com'è possibile che avere una casa sia qualcosa che richiede trent'anni di lavoro, e non averla è reato? Infatti “l'anima non serve, ma serve un posto dove stare.”

Cosa pensate del nuovo fermento indie che da un po' di tempo ha preso il sopravvento in Italia? 
A: In un contesto come questo, in cui la realtà indipendente sfrutta il romanticismo in una maniera anche un po' goliardica, di retaggio ottantiano nostalgico, mi chiedo spesso: chi stiamo facendo contenti? C'era davvero nostalgia di quel periodo? Intellettualmente dico questo. Poi se devo basarmi sul quanto funziona la canzone dico che questi brani possono funzionare, ma è un discorso che si basa a prescindere, non è dettato dal contesto, nonostante poi le canzoni vengano sottoposte ad un pubblico di persone. Qui si sta formando ovviamente il principio di un pubblico, ma io non vorrei sinceramente essere il primo in classifica in un momento come questo, perché vorrebbe dire essere i primi in un momento in cui il peggio viene espresso, mi dispiace.

Cosa pensate del dislivello numerico disarmante tra cantautorato maschile e femminile?
D: La donna che entra in ambito musicale deve rispettare una serie di canoni formali che partono da qualcosa di vecchio e antico, che non ha neanche bisogno di essere esteriorizzato, nel senso che non esiste un regolamento dove viene detto come devono cantare le donne. In qualsiasi ragazza che incomincia aministri3 cantare c'è già un preconcetto di fondo radicato. Qualsiasi donna punta tutto sul cantare benissimo e inevitabilmente scimmiotta una serie di esempi femminili, bypassando un ragionamento di fondo. Questo è il grande problema. Se pensiamo alle voci maschili italiane me ne vengono in mente almeno cinque molto grandi e molto stonate o tendenzialmente poco intonate, e nemmeno una voce femminile. Questa è una cosa che tecnicamente in qualche modo dovrebbe essere sdoganata dalle ragazze stesse che fanno musica, riuscendo inoltre a trovare la loro voce. Io faccio anche produzioni e trovo tante ragazze che mi mandano dei loro dischi, ma percepisco che non abbiano ancora trovato la loro voce.
A: Fede ha detto una cosa interessantissima, infatti in una conversazione che avevamo avuto ai tempi parlavamo proprio di questo: l'Italia è un paese antico per tradizioni, quindi vive ancora di questa eredità in cui la canzone è passionale, è ancora un qualcosa legato al romanticismo ed è un veicolo maschile legato alla donna, con una grande ipocrisia di fondo. In un paese che non ha mai coltivato l'emancipazione da dove vuoi cominciare culturalmente per elevare ed emancipare una donna? Il problema è che come può un contenuto femminile realmente attecchire in un mercato fatto di discografici maschi, promoter maschi, produttori maschi, la maggior parte del parterre composta da maschi? Eppure in Italia ci sono più donne che uomini. Un giorno in inghilterra ci fu il girl power e cambiò il mondo, qui il girl power te lo dimentichi. Una cantautrice non può farsi carico della bandiera del femminismo lamentandosi di quello che le succede attorno; bisognerebbe sovvertire il retaggio storico: l'Italia è un paese che ha scelto che la canzone deve essere una canzone d'amore, dove l'uomo dedica una canzone alla donna, come se fosse sempre passiva la controparte femminile. In un mondo in cui le donne possano iniziare ad esprimersi in quantità paritarie rispetto agli uomini sono sicuro che non si occuperebbero di certo dell'amore per un uomo; se avessero carta bianca parlerebbero di cose molto diverse e molto interessanti, ma in qui la canzone è d'amore dell'uomo nei confronti di una donna. Siamo un paese vecchio.

Vi viene in mente il nome di una cantautrice contemporanea che è riuscita in piccola parte a sdoganare certi principi a cui l'Italia è ancorata?
Maria Antonietta è l'esempio di cantautrice che è riuscita in una canzone a dire “volevo solo portarti a letto”. Questo è sovversivo, senza alcuna forzatura. Letizia è riuscita a comporre una sua poetica senza creare necessariamente una battaglia di tutte. Questa è la cosa importante. Ogni artista deve pensare alla sua poetica, non deve diventare necessariamente un paladino della giustizia. Se diventi paladino di gente che non te l'ha chiesto comunque sei già un po' disonesto. Bisogna parlare di sé, bisogna affrontare le proprie battaglie. Stessa cosa vale per l'amore omosessuale: se sei un artista e fai outing in qualche modo le cose iniziano a cambiare, invece negli altri paesi non funziona così, gli omosessuali sono dichiarati e nelle canzoni si parla anche nei dettagli dell'amore che concerne questa sfera sentimentale; in Italia sembra essere ancora un tabù.

Giorgia Groccia e Chiara D'Andrea 11/07/2018

 

La parola, la poesia, la danza. “Brodsky/Baryshnikov” al Teatro del Maggio

Luce, buio. Dentro, fuori. Moto, stasi.
La voce e il silenzio, le parole e il nulla, l’angoscia e il sollievo, la speranza e la coscienza.
Essere, divenire, creare, demolire, vivere e morire.
Sono netti i contrasti in “Brodsky/Baryshnikov”, lo spettacolo presentato al Teatro del Maggio in occasione del LXXXI Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Con la regia di Alvis Hermanis, lo spettacolo arriva dopo la proclamazione ad honorem al ballerino nato a Riga ma adottato dal continente americano «per la sua lunga e ancora attiva carriera creativa […] che fanno di lui uno dei più completi protagonisti nella storia della scena contemporanea». Il ballerino tra i più grandi della storia nostri tempi, è arrivato a incantare il palcoscenico del teatro di Desideri - il luogo dove effettivamente certi sogni possono davvero realizzarsi - con un opera che attraverso cui porta in scena la sua poliedricità. maxresdefault
Lontano dai repertori classici che l’hanno reso celebre nei maggiori tempi sacri del balletto, Mikhail Baryshnikov si esibisce in una pièce che mescola l’arte del narrare poesie a quella della performance come una serie di atti che vengono compiuti a supporto e a completamento della parola. Le poesie del premio nobel per la letteratura e la narrazione-danzante di “Misha” (che in questo caso sarebbe più opportuno chiamare “Mysh” ovvero topo come lo aveva ribattezzato lo stesso Brodsky) ci permettono di sentire un’esperienza, nel senso transitivo del provare una sensazione fisica, un turbamento, attraverso ciò che viene visto e letto, ma anche attraverso il significato intransitivo della parola, ovvero il sentirci come facoltà uditiva perché ascoltiamo la voce e il suono che insieme definiscono il narrare. Il senso di questo ascolto è da rintracciarsi anche nel valore riflessivo del termine, ovvero di quel personaggio che sente ciò che sta per accadergli, che sente la sua esistenza e l’assenza di essa.
Sul palco Baryshnikov recita le poesie di uno dei poeti più autorevoli del XX secolo: entrambi esuli a New York dopo la fuga dall’Unione Sovietica, si erano conosciuti nel 1974 nella terra promessa e in poco tempo la sola ammirazione dell’uno nei confronti dell’altro si era trasformata in profonda amicizia. Il rappresentante della nuova generazione di ballerini del secolo scorso, infatti, recita a memorie le poesie dell’amico poeta, affidando ad esse i linguaggi che gli appartengono, quelli di un danzatore poliedrico che non si è mai cristallizzato in un’unica forma. Il movimento, infatti, se preso da solo non è che un insieme di atti sterili: ma se il corpo è consapevole di essere in un luogo e in dialogo con esso, se esso stesso diventa un territorio da esplorare attraverso la guida delle parole, si carica di significato e, allo stesso tempo, di quel lirismo che appartiene ad un racconto in versi.
Brodsky/BaryshnikovCome la poesia, infatti, anche il corpo può caricarsi di figure retoriche, essere la metafora di se stesso, affermazione di un opposto o imitazione della natura, esso può avere schemi ritmici e stilistici e una sua metrica fatta di accelerazioni o silenzi talmente lunghi che diventano pause, interminabili attese.
Lo spettacolo inizia con questo senso di sospensione, si ha la percezione di un’attesa appunto, ma cosa si sta aspettando davvero? Il tempo, nel suo scorrere inesorabile, viene ad essere rappresentato dalle pause nei movimenti, dall’assenza di essi, quindi dal silenzio e, ancora, dall’assenza delle parole. Non mancano dei simboli materiali a richiamare questo aspetto come l’orologio che indica lo scorrere dei minuti e delle ore, la bottiglia di alcol a cui il personaggio sembra attaccarsi come per riempire un momento di apparente vuoto, il libro come “luogo” in cui il tempo invece resta immutato.
In scena una sola struttura con i vetri nella quale il danzatore entra e esce in un gioco di veri e propri chiaroscuri. La traduzione delle poesie che vengono lette da Baryshnikov alternate alla voce narrante fuoricampo, viene proiettata sul lato lungo della struttura, e questo porta lo spettatore a compiere dei movimenti, seppur impercettibili come quelli degli occhi richiamati all’attenzione da danza e dalla lettura dei titoli che riportano la traduzione del testo dal russo. Sono poesie cariche di significati legati alla vita, alla sua caducità, al mondo annebbiato- come quei vetri- dal senso di dominio e potere che porta con sé la paura, la solitudine, la tragedia; ma il poeta, così come il danzatore, è consapevole del fatto che è impossibile frenare i sentimenti, e se non possiamo, da soli, avere la forza di contrastare un inevitabile destino e le angosce di un’esistenza dominata dall’alto, dobbiamo almeno recepire l’essenza delle cose anche se cogliamo «l’orizzonte solo come un segno meno» e se ci riteniamo come il cerchio che ha una forma « ma il nulla dentro».

 

Laura Sciortino 4/07/2017

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