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Recensito incontra Viola Graziosi, protagonista al Piccolo di Milano di "Tu es libre"

Una ragazza francese di buona famiglia parte per la Siria, unendosi  a gruppi di combattenti.  Una scelta che destabilizza la vita di chi rimane ad attenderla e che spinge a capire cosa la abbia portata a una tale decisione. In scena fino al 18 ottobre, al Piccolo Teatro di Milano, Tu es libre, diretto da Renzo Martinelli, dramma in cui una madre, un padre, un’amica e un innamorato indagano sul significato della parola libertà. Recensito ha incontrato Viola Graziosi, protagonista della piece. 

Tu es libre è stato considerato uno dei migliori testi di drammaturgia contemporanea dalla Comédie-Française.  Qual è il sottotesto?

Tu es libre è scritto da Francesca Garolla, che è anche in scena nel ruolo dell’autrice, ovvero di se stessa. Il testo è una riflessione sul concetto di libertà attraverso lo sguardo di due generazioni: quella dei genitori e quella dei figli. Si tratta di una sorta di indagine che la Garolla ha scritto nel 2017 ispirandosi a fatti realmente accaduti che sono venuti a minare il nostro senso di supremazia “occidentale”: mi riferisco agli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan. L’autrice ci pone davanti un buco nero nel quale si perde ogni riferimento psicologico e democratico, in cui ciascuno è messo di fronte alla meravigliosa e mostruosa responsabilità della propria (presunta) libertà. 

Un tema molto attuale quello della guerra in Siria, ma anche molto crudo. Come ti sei rapportata col tuo personaggio? 

Il testo prende spunto dalla Siria, ma non parla della guerra o meglio di quella guerra. Parla di noi. Chi è Haner, questa ragazza? E’ una delle prime domande che viene posta dalla Madre, il personaggio che interpreto e la domanda può essere compresa in molti sensi. Cosa è “Haner”, cosa rappresenta, ora, qui, in teatro. Non parliamo di fatti di cronaca, nel teatro tutto è finzione. Lo spazio scenico diventa una sorta di laboratorio in cui poter fare delle esperienze “in vivo”. Nella drammaturgia di Francesca si mischiano i piani, quello cronachistico e quello metafisico ed è questo che rende il testo potente. È un’esperienza condivisa con il pubblico, dove ciascun personaggio difende la propria umanità portando un punto di vista. Il pubblico si può riconoscere da una parte o dall’altra, si può vedere. Lo spettacolo si sviluppa anche un po’ come un giallo: chi è il colpevole? Forse tutti e nessuno, forse siamo solo davanti al fallimento, alla distruzione di qualcosa, ma dalle macerie tutto può ripartire. Un po’ una metafora dell’Europa, intrisa di grande fiducia nel futuro. Infatti il testo è catartico: dà speranza proprio perché ci mette di fronte a quello che ci fa più paura. Attraverso la lente del teatro, che è un luogo sano e protetto, con le dovute distanze, si guarisce. 

Dopo aver interpretato lo scorso anno Chris MacNeil, la madre della bambina indiavolata nella versione teatrale dell’Esorcista, ti confronti nuovamente con un personaggio che affronta grosse difficoltà. Questa volta tua figlia diventa una possibile terrorista…

Sto imparando quanto sia difficile essere madri, soprattutto oggi. Ti ringrazio di accomunare questi due personaggi perché sono un buon esempio. Chris MacNeil nel romanzo di Blatty (L’esorcista) , è un’attrice di successo, divorziata, atea, che si ritrova davanti la bambina indiavolata. La Madre di Tu es libre è una giovane donna di media borghesia, bella, lavoratrice, intellettuale, sensuale e anche amorevole, dolce, giocosa. La questione è che non si sostituisce più la parola “madre” alla parola “donna” e il prezzo da pagare è molto alto. Nel testo si fa riferimento al personaggio di Andromaca che dal greco significa “uomo che combatte”. Andromaca è la madre per eccellenza e la brava donna di casa, che viene in qualche modo punita dagli dei, che le fanno morire il marito Ettore e il figlio Astianatte. Come se la virtù non fosse sufficiente. Andromaca mette in crisi il concetto stesso di virtù attraverso l’espiazione del suo dolore. Anche la Madre di Tu es libre porta con sé una sofferenza incolmabile: <<Il mio dolore è davvero qualcosa che non so dire>>, e cerca una sorta di verità che le spieghi il perché di tutto ciò. Ecco questo “perché” è una domanda esistenziale. È la pretesa dell’uomo (o della donna) di comprendere e voler ordinare la natura. Dove sono i confini tra il bene e il male? 

La consideri una madre coraggio? 

Sicuramente. Le donne sono molto coraggiose e le madri ancora di più. Io non ho figli, ma sto scoprendo proprio grazie a questi personaggi e a quello che mettono in atto in me, l’istinto di maternità. Non c’è niente da fare, è parte di noi donne, una liquidità femminile che si adatta alle forme e che non può che contenere tutto. 

Non hai un nome in questo dramma, sei semplicemente la Madre: un personaggio in cerca d’autore in stile pirandelliano?

A noi l’autore non manca, anzi l’autrice! Quello che ci manca è il “perché, il senso, la comprensione di noi stessi attraverso ciò che ci accade. Allora, grazie al teatro, ci poniamo insieme delle domande. Come andare avanti? La risposta credo sia insieme, solo insieme.  

Deve essere un’emozione immensarecitare in un teatro come il Piccolo: come vivi questa esperienza in periodo di Covid, con la platea semipiena?

È una grande emozione nonchè un onore per me tornare al Piccolo e nella sala Studio dedicata a Mariangela Melato; è tra i più bei teatri del mondo per il rapporto magnifico con il pubblico, per la sua rotondità. Sembra un teatro greco contemporaneo. Anche quella è una pancia, una gestazione. In questo spettacolo gli spettatori sono coinvolti direttamente, sono in penombra, noi li vediamo, eppure le mascherine non mi danno fastidio. Le portiamo ovunque ormai. È una giusta attenzione alla nostra libertà e a quella del prossimo, ed è proprio di questo che parliamo nello spettacolo. In questo caso la “distanza” permette di avere più aria, più spazio vitale. Anche noi siamo distanziati sul palco e questo accresce la nostra fame. Il teatro porta a un contagio positivo, di idee, apertura, conoscenza e rispetto. Infatti dall’apertura dei teatri il 15 giugno non ci sono stati contagi del virus e ne siamo fieri! 

Qual è il ruolo del teatro in un momento del genere?

Trovo che il teatro sia fondamentale perché è un luogo in cui si cerca insieme di fare esperienze che riguardano il nostro tempo. A teatro ci interroghiamo sul nostro presente e ci accorgiamo che non siamo soli, che dall’antichità a oggi l’uomo si è posto di fronte alle stesse domande, alle stesse difficoltà. Il teatro porta alla catarsi. Ed è di questo che abbiamo più che mai bisogno adesso. Il teatro ci toglie la paura, e sappiamo quanto questa indebolisca l’anima e il corpo. Il teatro è un atto d’amore e solo l’amore ci rende invincibili. 

Pensi che le messe in scena via web possano emozionare lo spettatore allo stesso modo che da vivo?

Ho appena fatto uno spettacolo ideato proprio per un palcoscenico virtuale: “La mia esistenza di acquario” di Rosso San Secondo, prodotto dallo Stabile di Catania con la regia di Lydia Giordano, che ha coinvolto 17 attrici da tutta Italia. Una cosa difficilissima da fare dal vivo. Non sono esperienze paragonabili, certo, però è stato interessante recitare dietro a uno schermo e cercare di superare questo enorme limite. Chiaramente quello che i corpi comunicano dal vivo non è paragonabile, nè può essere messo in discussione, ma non dobbiamo avere paura della tecnologia. Facebook è un enorme palcoscenico virtuale, allora forse riempire quel palcoscenico di arte può avere senso. Penso anche che possa coinvolgere una nuova generazione: quanti ragazzi vanno a teatro spontaneamente? E allora mi dico, se Maometto non va alla montagna… L’importante è riuscire a comunicare un’esperienza condivisa. Questa è l’unicità del teatro. 

Cosa ti ha lasciato e cosa ti lascerà questo testo?

Il testo, come dice il regista Renzo Martinelli ogni sera, è un viaggio e i viaggi sono sempre diversi. Questo tocca delle verità profondissime che vanno al di là del tempo e dello spazio, del bene e del male. Poi c’è il gioco degli attori e degli spettatori che lavorano insieme, perché a viaggiare è la nave e procede solo se riusciamo a navigare insieme. Anche questo è bellissimo. Together. To play! 

Elisa Sciuto   17/10/2020

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