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"Miracoli Metropolitani" e il racconto di una solitudine sociale: Gabriele Di Luca presenta il nuovo spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Si sono distinti ti negli ultimi anni sulla scena teatrale per il loro stile unico e fortemente riconoscibile, per i loro personaggi ben delineati, per la loro poetica innovativa che dà voce a condizioni umane, fragilità, fallimenti, fondendo ironia estrema e dramma, denuncia sociale, esistenziale e morale, diventando tra gli esempi migliori della nuova drammaturgia contemporanea. Stiamo parlando della Compagnia Carrozzeria Orfeo, che, dopo i grandi successi di “Thanks for Vaselina”, “Animali da bar” e “Cous Cous Klan”, torna in scena in prima assoluta il 30 e 31 luglio al Napoli Teatro Festival con “Miracoli Metropolitani”, il racconto di una solitudine sociale diffusa, collettiva e personale. Una profonda riflessione sulla perdita di determinati valori essenziali, sul disfacimento delle relazioni umane a favore di un mondo alla deriva, accecato da mode e nuovi stili di vita. Una società che sta per essere fagocitata dalle sue stesse azioni malate, dai risultati delle nostre azioni scellerate. Un’opera corale, abitata da personaggi cesellati a tutto tondo, mai ovvi o scontanti, ognuno con il proprio microcosmo, le proprie debolezze e punti di forza.
Una pièce che si incastra perfettamente nel contesto storico-sociale dei nostri giorni, denunciando solitudini, condizioni ambientali, un Occidente sempre più “ sovralimentato” da cibo e superfluo.
Non mancheranno colpi di scena e il pubblico potrà sorridere molto di un qualcosa che in realtà ridere non fa. Ancora una volta un’ironia che denuncia e stupisce, non lascia indifferenti, portando gli spettatori a riflettere sulla realtà che ci circonda, su ciò che stiamo perdendo di vista, su ciò che crediamo cambiato e invece non lo è.
Ne abbiamo parlato in anteprima con l’autore e anche regista Gabriele Di Luca, il quale, in questa intervista, spiega il senso di "Miracoli Metropolitani", lasciandosi andare a riflessioni che acquistano una forte valenza emotiva. Un pensiero ragionato sul nostro tempo, sul futuro e sull’arte.

I protagonisti delle vostre opere sono personalità complesse. Si muovono in una sorta di oasi di diversità, come abbiamo visto in “Animali da Bar”, “Cous Cous Klan”, “Thanks for Vaselina”.
Ora Miracoli Metropolitani... In questo caso chi sono tali personalità complesse?Gabriele Di Luca ph Laila Pozzo G2C0080
Come interagiscono tra loro?

“È un’ oasi di diversità apparente, in fondo i personaggi dei nostri spettacoli partono da un’esasperazione di sentimenti di fallimento, solitudine, fragilità e alla fine si riconnettono con noi. Restano madri, figli, amori infranti, situazioni concrete, che ci riguardano. I nostri personaggi sono qualcosa di molto realistico, anche se la loro rappresentazione iniziale sembra quasi al confine tra il reale e il grottesco. Fatta questa premessa, con Miracoli Metropolitani stiamo parlando di un’umanità alla deriva, di un gruppo di ultimi, di perdenti, in cerca, ognuno, delle proprie verità, dei propri obiettivi, dei propri bisogni.
Sono sette personaggi, i quali si muovono dentro la cucina di un ristorante specializzato in cibo a domicilio per intolleranti alimentari, (in realtà è una vecchia carrozzeria riadattata a cucina),quindi siamo in uno scantinato. C’è uno chef, Plinio, che era uno chef stellato nel passato , ha avuto grandi successi, ma poi ha perso tutto e si è ritrovato a cucinare “questa merda per intolleranti alimentari” come li definisce lui. È legato alla moglie Clara, una donna che era una lavapiatti e con il tempo ha cambiato la sua vita, il suo stato, diventando borghese. Lei è la capa del ristorante e ha un rapporto terribile con il marito. Poi c’è il figlio di Clara, figliastro di Plinio, Igor, un ragazzo di 19 anni, molto problematico, un post adolescente con dei grossi problemi di disabilità emotiva, incapace di relazionarsi. A completare la famiglia arriverà un altro personaggio, la madre di Plinio, acerrima nemica di Clara, l’ottantenne Patty. È stata una brigatista, una latitante, è una bombarola, è stata in Cile , ha fatto tutte le guerre possibili e ora torna per questa ultima guerra in Italia, dove in questo momento i neri vengono perseguitati dopo una tragedia sociale, ovvero che le fogne della città sono completamente esondate , quasi come metafora del mondo che si sta ribellando alle nostre azioni. Le fogne stanno esplodendo e il governo deve intervenire, varare misure di sicurezza e sostegno economico anche agli immigrati e quindi iniziano ad essere perseguitati, un capo espiatorio . Inoltre, ci sono altri tre personaggi: Cesare, un uomo che telefona in piena notte alla cugina per uno sbaglio. Il ristorante si chiama “Il Sorriso” e afferma che vuole uccidersi, credendo che sia il telefono amico per chiedere aiuto. Un personaggio bello ed emotivamente molto forte. Poi Mosquito,un carcerato , che fa lavori socialmente utili, poiché a Clara è venuta la bellissima idea di prendere questo ragazzo dal carcere per ricevere i fondi europei; e Hope, una ragazza di colore, etiope, arrivata in Italia da pochi mesi. È una lavapiatti , nasconde un grande segreto, è misteriosa, sempre arrabbiata, delusa dalla vita. Ha alle spalle una vita molto tragica, un carattere difficile e degli obiettivi che sono poco onesti rispetto a questa cucina.”

Si parla di solitudine sociale, che caratterizza l’intera umanità. Tema ora attuale più che mai, dopo un lockdown che ci ha costretti a fare i conti con le nostre solitudini. Ha influito questo periodo storico nella stesura del testo? Se si, in che modo? Quando e come è nato "Miracoli Metropolitani"? 

“Ho iniziato a pensare a "Miracoli Metropolitani" l’estate scorsa. Ho iniziato a scriverlo ad ottobre e già conteneva delle cose che sono state quasi delle preveggenze, come la messa in streaming perché le chiese sono chiuse, o il cibo da asporto. Dopo, con l’arrivo del lockdown, ci sono degli aspetti che ho ulteriormente precisato. Ho colto l’occasione per raccontare ancora meglio il tessuto sociale senza mai citare il virus . Il grande timore era quello di scrivere qualcosa di condizionato dalla situazione.
Lo spettacolo è nato prima e ci sono state una serie di sincronicità, per cui certe cose c’erano già prima del lockdown e altre sono state ispirate dal lockdown. In ogni caso, il tema della solitudine sociale era già nelle fondamenta dello spettacolo da tempi non sospetti . Non è solo la questione del virus, è una condizione che esiste da tempo.”

Con "Miracoli Metropolitani "affermate di abbracciare una dimensione più politica e concreta. In che senso? Come si manifesta nella drammaturgia e sulla scena?

“È il testo più politico perché vengono affrontati concetti come la democrazia, la responsabilità personale, sociale. Il mondo non c’entra niente, dice un personaggio all’altro, il problema siamo noi che abbiamo inquinato, distrutto, se vuoi pulirti il culo con la carta igienica super soft qualche alberello in Amazzonia dovranno pur tagliarlo e le fogne si intaseranno. È politico nel senso che richiama in molti punti alla responsabilità individuale e sociale, perché si racconta di una persecuzione di immigrati che si trasforma in una nuova deportazione. È politico perché il regime democratico ad un certo punto viene abolito e c’è un golpe in cui le destre populiste prendono il potere .”

Il vostro è uno stile il fortemente riconoscibile, unico nel suo genere, in cui il dramma più crudo ed estremo si fonde con un’ironia inarrestabile, che porta il pubblico a ridere anche delle più dure realtà. Si ritroverà anche in questo nuovo lavoro? E come si esprimerà?

“Più che mai, questo poi lo deciderà il pubblico, però sicuramente possiamo dire dall’interno che è il lavoro più complesso e maturo che abbiamo fatto fin ora. Il pubblico troverà delle cose che si aspetta da Carrozzeria Orfeo, ma anche delle sorprese. Da una parte c’è la prosecuzione , un’indagine ancora più accurata di una poetica che si è formata in tanti anni di lavoro, dall’altra parte c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo, di storie nuove, di stupire sempre l’interlocutore.”

Centrale è il cibo e il rapporto con esso, che in qualche modo era accennato nei precedenti lavori e qui trova la massima espressione. È metafora di cosa? Di una fame interiore che tutti abbiamo?

“Qui il cibo è metafora di un consumismo assurdo , non c’è una critica a chi soffre di intolleranze alimentari, è il racconto in qualche modo di come noi nella modernità esasperiamo qualsiasi cosa. A un certo punto non ci sono più urgenze alimentari, ma mode , e poi queste mode vengono cavalcate . Dietro a ogni evento c’è qualcuno a livello di marketing, a livello di social, che ha già pensato a farci dei soldi. Per certi personaggi, invece, il cibo ha altri legami e significati, ad esempio lo chef sa passare amore solo attraverso il cibo , si prende cura dell’altro con il cibo, ma si affronta anche il tema di cibo come spreco.”

"Miracoli Metropolitani" può essere considerato il culmine, un’”evoluzione matura” delle vostre tematiche e del vostro stile drammaturgico?

“Vedremo.. nel senso che ad ora si, poi magari il prossimo sarà ancora migliore di questo.”

Fulcro dei vostri spettacoli sono anche le figure femminili, che sono determinanti nello svolgersi degli eventi e situazioni, incarnate in primis l’immensa Beatrice Schiros. Che donne sono quelle di "Miracoli Metropolitani"?

“Sono donne forti e deboli al tempo stesso, è un po’ una mia caratteristica stilistica. Sono donne che hanno anche dentro una parte maschile di rivendicazione dei diritti, della voglia di vivere, di emancipazione, che però si trovano spesso ingabbiate in un meccanismo maschile . Devo dire che Beatrice Schiros in questo spettacolo supera se stessa. È un personaggio completamente diverso da quelli che ha interpretato in passato, ad esempio non dice neanche una parolaccia. Aspira a diventare una donna ricca, quindi una donna molto chic, egoista, che incarna dei vizi terribili, però molto divertente. Sicuramente una grande prova d’attrice. Insieme a lei ci sono altre due donne: Ambra Chiarello, nei panni di una ragazza etiope immigrata, il personaggio più difficile che ho scritto, in quanto era molto complicato trovare un equilibrio. Quando parli di una donna immigrata, per l’immaginario collettivo o le fai fare la prostituta o la poveretta, e io non volevo cadere nel cliché. In realtà lei proprio partendo da un cliché diventa tutt’ altro . Infine, Daniela Piperno che interpreta la madre di Plinio, questa vecchia che non vuole assolutamente morire, vuole avere ancora il diritto di amare, vuole andare a vivere in una comunità in Nord Europa, ritentare un esperimento di comunità come quelli degli anni 70. Lotta per un mondo migliore, ma al tempo stesso si rende conto che combattere contro i fascismi non ha portato a niente, perché dopo 50 anni siamo ancora qui, allo stesso punto. “

"Thanks for Vasilina" è diventato un film. Esperimento arduo e ben riuscito. Cosa ne pensate delle trasposizioni cinematografiche di un’ opera teatrale? Sperate di attuarlo anche con "Miracoli Metropolitani"?

“Il desiderio sarebbe quello, ma abbiamo in mente anche un progetto che parta dal cinema e non che venga rimodulato dal teatro. Questo è stato un momento difficile per il cinema a causa del lockdown , vedremo l’anno prossimo. “Thanks for Vaselina” adesso è su Netflix dal 15 giugno, sta andando molto bene. Tra l’altro abbiamo una novità: il film è nella terzina finale del ReelHeART International Film Festival 2020 per "Best Film Feature", un festival importantissimo in Canada.”

Quale è il Miracolo Metropolitano che vi augurate possa accadere?

“Sono molto disilluso, questa esperienza del lockdown mi ha fatto capire quanto siamo socialmente poveri. Nel senso che ormai le nuove generazioni sanno ragionare solamente per slogan, non c’è stata veramente la capacità di comprendere questo momento e trasformarlo in un punto di forza per la società, per il mondo, per la vita. Io non credo che le cose potranno andare meglio. Penso che questo mondo, così come è costituito, potrà andare solo verso una deriva, come ci dice Hegel questo sistema dovrà collassare ed è l’unica cosa che potrà portare a una rinascita, perché la politica non mi sembra che faccia niente, socialmente mi sembra che le nuove generazioni si siano impoverite, soprattutto di intelligenza emotiva, e anche il teatro non è più quell’esercizio di democrazia per far riunire la comunità e farla ragionare. Mi rendo conto che nonostante gli sforzi, l’arte può fare fino a un certo punto.”

Cosa ne pensate, dal punto di vista artistico e sociale del periodo che abbiamo vissuto e stiamo vivendo? Quali conseguenze porterà secondo voi?
Interessante la vostra iniziativa PROVE GENERALI DI SOLITUDINE. A tal proposito che futuro vedete o prospettate per la drammaturgia italiana contemporanea?

“C’è proprio una battuta in questo spettacolo che potrebbe essere significativa in questo senso. Il linguaggio serve a trovare la crepa nella vita, a vedere il virus nel sistema , quando scrivi devi sentire la morte che ti cola sulle dita. C’ è mediocrità della scrittura in Italia, a partire dal cinema e dal teatro. Non siamo stati ancora in grado, come hanno fatto altri paesi che sono socialmente peggiori di noi, di prendere quella follia, quella rabbia che abbiamo dentro, quella violenza, e trasformarla in arte. Se di fatto noi guardiamo l’America per quanto riguarda il cinema, la musica, sono capaci di prendere tutta quella follia, quella violenza della società e trasformarla in arte. Se guardiamo una serie americana, uno spettacolo americano o inglese, c’è la capacità di andare fino in fondo, in Italia, invece, rimaniamo sempre un po’ in superficie. Trovo che la drammaturgia italiana non riesca più a parlare concretamente della società e neanche il cinema. Forse per una questione economica o di volontà, in Italia purtroppo non abbiamo ancora capito che il rischio è un investimento, cerchiamo di seguire sempre le tendenze e le mode. Ad esempio ora sappiamo che Netflix è usato dai teenager e produciamo tutte serie per teenager, non capiamo che invece non ci sarà mai un Tarantino tra noi, se a un regista non verrà mai dato il modo di fare due o tre film con quello stile. Siamo noi artisti che dobbiamo dare offerte al pubblico di qualcosa che non conosce e farlo affezionare, non seguire le tendenze. “

Maresa Palmacci 25-07-2020
PH. Laila Pozzo

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