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Rome Call for an AI Ethics: una carta etica sull’intelligenza artificiale

L’innovazione e il progresso tecnologico scandiscono le mosse del nostro futuro, ma una crescita consapevole e ben articolata genera un alto senso di responsabilità. Sono questi i presupposti della Rome Call for an AI Ethics, carta etica per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, riflessione ponderata che coinvolge organizzazioni, governo e istituzioni nella condivisione di un’esigenza comune. Secondo il Vaticano e i colossi dell’era digitale, il rapporto fra l’uomo e la tecnologia deve uniformarsi su principi specifici in grado di regolamentare lo spazio rarefatto e poco tangibile che influisce sulle scelte quotidiane della popolazione. A firmare il documento Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia della vita (Pav), il presidente di Microsoft Brad Smith e il vicepresidente di Ibm John Kelly III. E ancora il direttore generale della Fao Dongyu Qu e la ministra per l’innovazione tecnologica Paola Pisano. Presente anche David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo.

Tale sinergia internazionale stabilisce i precetti di un percorso etico e sfaccettato basato su trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy, parole affatto casuali di un’intelligenza artificiale equilibrata. Pregiudizi in fase di sviluppo o esclusioni immotivate sono dunque da evitare e l’elezione di un metodo critico fornisce gli strumenti per analizzare quesiti di notevole rilievo. Lo stesso Papa Francesco sottolinea l’importanza del sapere tecnologico e delle relative metodologie di sperimentazione subordinate all’algor-etica, una morale degli algoritmi che possono e devono essere monitorati per preservare la qualità della vita ed evitare possibili dispersioni identitarie. L’obiettivo è quello di prepararsi alla gestione del cambiamento, alla trasformazione inevitabile della società analizzando gli elementi di un sistema complesso e affascinante. Un primo passo verso l’uso coscienzioso delle nuove tecnologie fra concretezza e immaginazione realizzabile.

Laura Rondinella 02/03/20

Dalle origini del cinema fino all'arrivo della televisione: il MIAC ci consegna 120 anni di audiovisivo

Entrare a Cinecittà è un’esperienza avvolgente: una creatura gigante che ci accoglie per guidarci in un’atmosfera da sempre rimasta sospesa.
Il nuovo Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (MIAC) contribuisce a tenere viva l’anima di questo luogo speciale e alla sua riqualificazione, iniziata due anni fa, con il ritorno alla sfera pubblica degli Studios. Il percorso in terra di colore giallo ci guida fino all’entrata del MIAC, inaugurato lo scorso 18 dicembre 2019.

Tra le insegne dei cinema celebri, neon che si accendono e si spengono e suoni familiari, lo spettatore inizia il suo viaggio nel primo vero punto di aggregazione e di sentimento comune, il foyer, la sala di attesa prima dello spettacolo: questa è l’“Anteprima”

Da qui siamo pronti per rompere la quarta parete e superare un ideale schermo atto a catapultarci nello spazio delle “Emozioni”. Un ambiente dove interagiscono MIACSalaEmozionedellImmaginarioAndreaMartellatutti gli elementi presenti nelle viventi opere d’arte contemporanea, questa è la forza dell’intero concetto espositivo.
Lo schermo appena infranto vede i pezzi di vetro, sospesi in aria, partecipare ai giochi di luce con un linguaggio che segue il tracciato dall’attenta ricerca musicale: la metafora fisica ci permette di vedere in modo estrinseco gli istanti emotivi delle proiezioni. Abbandoniamo il luogo pensato per sviscerare le emozioni e proseguire il cammino delle altre otto sale. Siamo in un lungo corridoio, ecco la spina dorsale della mostra. La “Timeline” prende vita dagli inizi dell’audiovisivo sino a giungere ai giorni nostri, si interseca la storia a partire dal pre-cinema coinvolgendo le date storiche della televisione. È una mappa sotto forma di graffito luminoso, un ipertesto utile a rendere partecipi per ogni passo della visita. Il MIAC rappresenta un lavoro di creatività e filologia a disposizione dell’approfondimento e della curiosità del pubblico. Nel corridoio temporale fanno capolino i rumori e le luci dei restanti ambienti, quella degli “Attori e attrici”, la “Storia”, la “Lingua” e il “Potere”. In ognuno scorrono le sequenze delle pellicole più significative, in riferimento ai temi e ai volti storici. I film coinvolti esprimono e definiscono i contorni di una società che si è lasciata raccontare dalla macchina da presa.
Proseguendo, prepotentemente, si accede ad un’installazione percorribile: è lo spazio dedicato a “Paesaggio, eros, commedia e merce”. L’Asfalto sotto ai piedi, luci ed immagini impattanti rimbalzano sui tre schemi dall’enorme formato. Anche qui l’esperienza è massima, tutto è costruito per consegnarci una coerenza fra i sensi.
In sottofondo la voce dei grandi “Maestri” ci richiama nel luogo che li racconta con le confessioni, i sentimenti e le personali visioni del cinema. Ora siamo coccolati da un’architettura brillante di luci e maglie metalliche, come se entrassimo nell’intima visione dell’autore, qui passano i volti dei più grandi nomi di ieri e di oggi.
Quasi al termine del tunnel arriviamo ad un altro significante della cultura italiana: la “Musica”. La sala accoglie i grandi compositori che hanno incorniciato i lungometraggi cult, divenuti tali anche grazie al significativo apporto del sonoro.

Il percorso si conclude alla fine della timeline con l’ultima tenda da aprire e con una domanda che incarna il senso dell’ultimo passo, siamo nel “Caledoscopio”. Un’estrema installazione e narrazione visiva tesa ad interpretare il cinema del domani e pronta a domandarci quale sarà il suo futuro. Uno spazio interamente dedicato agli specchi che trasmette incertezza, correlativo oggettivo della prossimità ignota, in totale contrapposizione al teatro di posa

Ogni angolo del museo è metaforico proprio in rappresentanza del cinema, si snodano 120 anni di contenuti che hanno attraversato la nascita e la mutazione del nostro paese tra i vizi, i vezzi e le virtù.
Nel MIAC cinema, tv, radio e digitale, si mescolano ad un nuovo linguaggio in un nuovo genere: il tutto declinato all’arte della visione, e all’arte di chi vede.
La mostra si articola in maniera tematica, cronologica ed emotiva per richiamare i sentimenti dei visitatori. Come un archivio di emozioni che vengono tirate fuori per acquisire un valore diverso e aggiunto: i classici si fondono alle nuove pellicole per creare un continuum e sottolineare il peso sociale di ogni stanza a tema.
Un progetto voluto e finanziato dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, il MIAC è realizzato da Istituto Luce-Cinecittà, in partnership con Rai Teche e CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Cineteca di Bologna, AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana, Cineteca del Friuli, Mediaset, con il Patrocinio di SIAE.
Un excursus nel patrimonio italiano dell’audiovisivo curato da Gianni Canova, storico del cinema, Gabriele D’Autilia, storico della fotografia, Enrico Menduni, storico dei mass media e Roland Sejko regista. L’allestimento è ideato, progettato e curato da NONE collective. Il progetto edilizio è dall’architetto Francesco Karrer.
Qui sotto tutte le informazioni necessarie per visitare il MIAC, primo museo multimediale, interattivo e immersivo!

MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Aperto tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Via Tuscolana, 1055 - Studi Cinecittà, Roma
Contatti - Biglietteria
Tel. +39 06 72293269
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
www.museomiac.it 
www.cinecitta.com 

Foto credits "Sala Emozione dell'Immaginario" Andrea Martella

Arianna Sacchinelli 
28-02-2020

"Shadows of tomorrow", la danza delle ombre per ricordarci che esistiamo

ROMA - A volte non si è mai abbastanza preparati a confrontarsi con determinate realtà artistiche che, oltre ad essere spesso lontani da noi per gusto o comprensione, richiedono deliberatamente uno sforzo maggiore, che nulla ha a che vedere con il raziocinio al quale siamo abituati ogni giorno: bisogna, piuttosto, lasciare "la propria mente" fuori le tende del foyer, e predisporsi in maniera quasi devota con tutto il proprio arsenale emotivo a una totale esperienza immersiva, restituendo semplicemente ai nostri sensi la libertà e il "dovere" di agire secondo i loro preziosi dettami.

Ed è proprio questo lo sforzo di preparazione che, secondo noi, richiede l'arte di Ingri Fiksdal e, nello specifico, il suo lavoro coreografico "Shadows of tomorrow" (andato in scena al Teatro India di Roma).

Invitato ad entrare e rispettare la coreografia già pronta, tra le luci colorate e i danzatori in posizione, il pubblico prende posto in rispettoso silenzio, finché (in un sentito clima di aspettative, seppure confuse, fatto di scambi di domande e curiosità),  il "viaggio" nel mondo delle ombre può cominciare.

Dal buio primigenio della sala, solo alcuni dei quattro gruppi di riflettori disposti a perimetro iniziano debolmente a testimoniare la presenza degli interpreti (riuniti in due insiemi circolari e posizionati in angoli opposti), che lentamente prendono vita nei loro movimenti oscillatori prima di rompere lo spazio e invaderlo letteralmente con spostamenti ondeggianti, armoniosi, confusi nelle ombre riflesse dalla luce sulle pareti bianche. Una perfetta geometria coreografica, senza alcuna collisione di corpi, mentre in assenza totale di una colonna sonora d'accompagnamento provo ad immaginare una partitura di John Cage. La danza onirica di venti colorati arlecchini-lebbrosi senza rischio di identità. O reminescenti "amanti di Magritte", se a qualcuno dovesse riemergere una vena surrealista/esoterica. 

Solo un breve momento di stasi, prima dell'evanescente "secondo atto" (sostenuto dallo scrosciare della pioggia sul tetto, a voler quasi prendere parte attiva alla rappresentazione). La teatralità, giocata principalmente sull'effetto visivo, passa sempre più per i colori e i movimenti convulsi, quasi tribali e spaventosi, dei danzatori. Fino a staccare la spina della realtà oggettiva (che quotidianamente ci rende complici omologati) e lasciare fini all'ultimo "passo" un senso di totale vertigine. L'invito implicito, se volete, di fare i conti con la propria esistenza fuori dai severi schemi del raziocinio, eppure rimanendo ancorati a una sicurezza essenziale: quella secondo cui senza "ombre" non potremmo quasi accorgerci di "essere".

Un viaggio durato circa 45 minuti, quello che dal 2016 Ingrid Finksdal ha voluto portare fin qui a Roma dalla sua Oslo (Norvegia), reso possibile dalla cornice del Teatro India e dalla partecipazione (opportunamente selezionata) dei performer che nelle settimane precedenti hanno risposto alla "chiamata" per essere doverosamente preparati alla messa in scena finale.

Un libero accesso dalla porta principale della "danza contemporanea" di questo secolo, ma per il quale si richiede una predisposizione emotiva tutt'altro che banale. Senza esagerare, una sincera "voglia di perdersi".

Jacopo Ventura 28/02/2020

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