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Intervista a Maurizio Baglini: musica, speranze e un piano per ripartire

La pandemia è stata fortemente caratterizzata dalla musica. Nonostante le distanze, ci ha fatti sentire uniti. Esiste, però, anche un altro aspetto, un’altra faccia della medaglia: il paese sta ripartendo, ma quando riprenderà il settore culturale? Tra quanto tempo un artista potrà di nuovo tornare sul palco a suonare? Ne abbiamo parlato con Maurizio Baglini, pianista di fama internazionale, curatore artistico del teatro Verdi di Pordenone, nonché direttore dell’Amiata Piano Festival. Tra la voglia di tornare ad abbracciare il suo pubblico e tante perplessità sul presente, ci svela quanto è complesso interfacciarsi, ad oggi, con una crisi del genere. Ci racconta quante persone sono coinvolte e quanto sia importante trovare una via alternativa per non arrivare al collasso, prendendo in considerazione anche il concerto senza pubblico in sala.

D: Qual è stata la prima reazione all’emergenza covid-19, sia dal punto di vista del musicista, che del consulente artistico?

R: Dall’8 marzo in poi, ho seguito alla lettera le direttive e sono stato molto attento. L’emergenza l’ho vissuta con un totale isolamento. Ho iniziato a capire cosa si potesse fare da casa. Nel corso di questi due mesi c’è stata un’evoluzione: nei primissimi giorni pensavamo addirittura agli spettacoli e all’agenda di aprile. Pian piano, però, si è iniziato a capire che c’era un’evidente gravità. E’ inutile dirlo che come artista sto perdendo decine di concerti, non sono l’unico; come organizzatore sto cercando di valutare tutte le ipotesi percorribili.

D: Quali conseguenze e quali incertezze sta avendo la pandemia sul suo lavoro?

R: Sono direttore dell’Amiata Piano Festival e consulente artistico del teatro Verdi di Pordenone. La prima è una manifestazione basata sul turismo internazionale, quindi sono tante le questioni da risolvere. Si possono ipotizzare soluzioni all’aperto, ad esempio, con l’estate che si avvicina. Al festival abbiamo un bellissimo auditorium, ma non abbiamo un servizio tecnico fisso, solo stagionale. Il teatro di Pordenone, invece, ha una serie di maestranze alla quali mi ostino a voler dare degli aiuti, perché non si può lasciare senza lavoro un intero comparto. Il problema per quanto riguarda la musica non è solo relativo all’artista, ma ci sono tecnici, elettricisti, sarte, maschere e tutta una filiera che sta sparendo.

D: Cosa c’è di sbagliato nel piano di riapertura del settore culturale?

R: Se si resta ancorati alla concezioni che concerto o musica dal vivo equivalgano ad assembramenti, non se ne uscirà. Questo è il tabù da sfatare. Al momento bisogna far capire che il concerto si può fare anche senza pubblico, proprio per non far morire il comparto culturale. L’assenza di pubblico è un’ipotesi concreta, per spendere correttamente i pochi soldi a disposizione. Io sarei contento se qualcuno del settore ripartisse. Deve essere chiaro che la cultura esiste: tanta gente, che anche prima del covid-19 faceva la fame, adesso è quasi al collasso. In Francia sono già scoppiate delle proteste.

D: Secondo lei, quale potrebbe essere la soluzione ideale per ripristinare la musica dal vivo in questo momento?

R: Se parlo di diffusione, mi riferisco anche alla filodiffusione: a Pordenone abbiamo anche ipotizzato di mettere gli altoparlanti per la città. Andrebbe bene qualsiasi cosa in questo momento. Basterebbe sbloccare una macchina ormai ferma. La soluzione ideale ora non c’è, quindi bisogna procedere sperimentando. Il problema dello streaming è che la gente, in qualche modo, subisce ciò che il motore di ricerca propone. Vale per i social, per YouTube e per tutto ciò che è il web in generale. Al teatro Verdi, ad esempio, abbiamo quasi 900 posti disponibili: con le varie restrizioni e le misure di distanziamento sociale ci sarebbero meno di 200 spettatori. Mi metterei a disposizione e farei anche cinque repliche al giorno.

D: Quali rischi ci possono essere nell’utilizzare altre forme di diffusione?

R: La qualità del suono non sarà la stessa, pur utilizzando le migliori attrezzature possibili; però c’è un’urgenza di altro tipo: la musica dal vivo, al momento, verrà ripristinata in fase 4. Questo non si sapeva con certezza fino a pochi giorni fa. Se non si mette insieme il comparto turistico con quello dello spettacolo ci sarà un danno irreparabile. Se potranno riaprire le spiagge con accesso contingentato, non si capisce perché non si potrà fare un concerto.

D: Sul suo calendario gli eventi dal 23 maggio in poi sembrerebbero confermati: cosa ne pensa?

R: E’ vero, ma si va avanti giorno per giorno. Adesso attendiamo una nuova direttiva: bisognerà che tra il 4 e il 18 maggio ci dicano cosa dovrà succedere. Tutto questo nella speranza che non risalgano i contagi e che la curva continui a scendere, perché se l’inizio della fase due verrà gestito male, si ritornerà ad avere un rialzo di positivi. A quel punto non se ne uscirebbe più.

D: Rispetto a prima, la musica è più o meno presente nella sua vita? Cosa sogna per il suo futuro?

R: Alla fine è più presente, però è molto dispersivo il lavoro. Studio tante cose diverse, perché non so, poi, quali mi serviranno. Dato che non c’è alcuna certezza, do priorità a ciò che mi piace, alla passione musicale, più che al lavoro vero e proprio. Come organizzatore sogno di poter riproporre, diluito nel tempo, tutto ciò che è saltato. Allo stesso modo, da artista, sogno di recuperare tutte le date perse, perché significherebbe che la situazione si è ripristinata.

Micaela Aouizerate  5/05/2020 

Il ritorno alla Natura insieme a Carolyn Carlson: "Immersion", "Dialogue with Rothko" e "Now" in live streaming per festeggiare la Giornata mondiale della danza 2020

Dopo l’opera lirica, il cinema, le maratone di lettura e il teatro, in questa quarantena imposta dall’emergenza Covid-19 è il momento di dedicarsi alla danza. Si avverte, anche solo formulando tale pensiero, un netto e angoscioso contrasto tra i corpi costretti e contratti dei reclusi in casa e quelli liberi di esprimersi, fino anche alle estreme conseguenze, di danzatori e performer che di spazi ne creano sempre nuovi e diversi. La libertà ci separa.
Anche le figlie e i figli di Tersicore, la musa ellenica di quest’arte, sono però stati colpiti dalla chiusura dei luoghi a loro dedicati (scuole, palestre, teatri) in ottemperanza alle misure di contenimento del contagio. Per questo in occasione della Giornata mondiale della danza, ricorrenza istituita dall’International Dance Council dell’Unesco nel 1982, che cade il 29 aprile – data di nascita del danzatore e coreografo ritenuto il padre del balletto moderno, il francese Jean-Georges Noverre – i ‘festeggiamenti’ si sono trasferiti dai palcoscenici reali a quelli digitali di Internet, sia con contenuti inediti che con la riproposizione di opere e nomi classici, moderni e contemporanei.
Emilia Romagna Creativa, il portale curato dall’Assessorato alla cultura della Regione Emilia-Romagna, ha deciso di unirsi alle celebrazioni dell’International Dance Day mettendo in programma nel palinsesto legato all’hashtag #laculturanonsiferma, visibile anche sul canale Youtube di LepidaTv, lo streaming di diversi spettacoli come “Rocco” (2011) di Emio Greco/Pieter Scholten, i cavalli di battaglia dei ballerini en travesti della compagnia Les Ballets Trockadero de Montecarlo e tre lavori della danzatrice e coreografa statunitense Carolyn Carlson, Leone d'oro alla Carriera nel 2006.
Recensito ha deciso di scrivere di quest’ultima, i lavori in questione sono i due assolo “Immersion” (2010), “Dialogue with Rothko” (2013) e la sua coreografia per la Carolyn Carlson Company al Théâtre National di Chaillot a Parigi “Now”. Una trilogia di opere di modern dance profondamente diverse e coerenti nel percorso artistico della “Water Lady”, che è in fondo un discorso poetico, etico e spirituale: recuperare il nostro rapporto di filiazione diretta con la Natura e i suoi elementi, lasciandoci finalmente alle spalle l’illusione delle “magnifiche sorti e progressive” che hanno portato all’avvelenamento del pianeta e all’ingegnerizzazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e sintonizzarci nuovamente con la nostra essenza di esseri umani fatta di emozioni e sentimenti, da decenni anestetizzata tramite un’euforica alienazione.

La danza della pioggia
Una delle sua pièce più celebri, che le è valsa l’appellativo di “signora dell’acqua”, è l’assolo “Immersion”, risalente al 2010. Un’esperienza espressiva in cerca dell’immedesimazione con l’elemento naturale che racchiude le massime semplicità e purezza attuata con movimenti sinuosi e intensi, specchio di un rivolo d’acqua che scorre morbido, cambiando continuamente forma in base al terreno, inarrestabile. Una lama blu elettrico corre per il perimetro del palco, unica fonte di luce in una scena buia come potrebbe essere un fondale oceanico o una notte senza luna nascosta da nere nubi cariche di pioggia. Proprio un rumore di acqua scrosciante è elemento sonoro e insieme co-protagonista del numero. Dopo un crescendo di ripetizione e accumulazione sempre più intenso e pulsante, che impegna busto e arti superiori, la danzatrice americana lascia la forma liquida tornando ad assumere quella solida. Il legame con l’elemento è però inscindibile perché senza di esso non c’è vita e così, come una misteriosa sacerdotessa di un ancestrale culto dimenticato, Carlson si offre alla pioggia. La accoglie sul volto, sul collo, sul petto e sulle mani, poi celebra un’eucarestia liquida. La sacerdotessa alza al cielo un piccolo mortaio, raccogliendo l’acqua e facendola così benedire. Il ringraziamento di un fedele a una divinità non eterna, bensì agonizzante per il consumo utilitaristico e irrispettoso che ne fa l’umana specie.

Sagoma su tela
C’è qualcosa che accomuna un violoncellista, un pittore e Carolyn Carlson. Tutti e tre sono in grado di dare vita all’arte con l’uso delle mani. Un movimento del polso per dare un pennellata, per suonare le corde con l’archetto, per danzare. Quest’unità è racchiusa in “Dialogue with Rothko”, pezzo nato dalla scrittura del libro di riflessioni sul pittore dell’espressionismo astratto Mark Rothko, Dialogue avec Rothko: Une lecture de Untitled (Black, Red over Black on Rd 1964), dove le due arti, danza e pittura, accompagnate dalla terza, affrontano insieme un viaggio di gesti e colori. Tinte nette, senza sfumature, che racchiudono ora la totalità dei colori ora la loro assenza: bianco e nero. In scena c’è Carlson, mentre Rothko è il genius loci sulla tela, nel titolo e nell’atmosfera della stanza. Ma non sono più se stessi, con le proprie generalità e le proprie creazioni. Sono infatti tutti i danzatori e tutti i pittori di ogni tempo, legati da una simbiosi che è all’origine di tutte le arti: quella che porta l’uomo oltre l’uomo, in una dimensione trascendente. Così Carlson è insieme pittrice, con le braccia che mutano in pennelli, e tela. Appare vestita di bianco, come un foglio ancora vergine in attesa di essere fecondato, e porta con sé due panni immacolati. Mentre la voce registrata della donna legge alcuni passi del libro e se ne ode un’altra maschile, la creazione-trasformazione ha inizio sostenuta dalle note scure del violoncello, appena visibile in penombra, e da basi ritmiche percussive basse. Sul tavolo dal lavoro da artista figurativo c’è un proiettore che lei usa per mostrare, su uno dei due teloni, le opere elementari e profonde di Rothko, dove la massima e spoglia semplicità colorista – potente per il forte contrasto cromatico – è sintomo di uno scavo intimo invece radicale. Braccia, polsi e mani sono l’attrazione principale dell’assolo, e compiono gesti che vibrano di sacralità, perché la creazione è un atto sacro. In un continuo srotolarsi di ripetizione e accumulazione, reso dinamico dall’alternarsi di ritmi ora serrati ora dilatati, Carlson va al tavolino, lo pulisce, danza colpi di pennello. Passata dopo passata, la luce si fa buia e la tela più scura, il vestito ora è nero e cambiano anche i guanti che indossa per proteggersi le mani dalle tempere. Le evoluzioni del polso si fanno più veloci, seguono quelle dell’archetto, nel furore del momento creativo in cui l’artista è attraversato dall’ispirazione che reclama di venire al mondo. Coi suoi movimenti, la danzatrice si frappone fra il proiettore e il telone diventando così sagoma su tela, elemento dell’opera d’arte, soggetto creatore e oggetto creato insieme. Diventa quadro: sotto il vestito nero, indossa un pantalone rosso. Black over Red. Nuovo passaggio di ripetizione e variazione, nuova tela di Rothko, “Blues Eyes”. Negli Stati Uniti blues descrive un stato d’animo profondamente triste, da cui non c’è scampo, in cui ogni senso e ogni valore si perdono. La depressione si è portata via Rothko, morto suicida nel 1970. E forse proprio condizione priva di senso è rappresentata da quel groviglio inestricabile di lettere e simboli dove le parole sono ormai indistinguibili, non più in grado di dire nulla, frutto della sovrapposizione di tanti fogli di carta densi di scrittura che Carlson proietta sul telone mettendoli uno sopra l’altro. Il violoncello suona solenne e lugubre, come una marcia funebre. Qual è il rumore del nero sul rosso? Si chiede Carlson. Si risponde. Questo, questo.

Ritorno alla casa madre: Gaia
“Home is where heart is”, recita un proverbio inglese. Solitamente si traduce con “la casa è la dove sono le persone e le cose che amiamo”. Il luogo fisico che abitiamo si trasforma da dimora in casa quando noi la sentiamo come tale, perché in essa si realizzano una serie di rapporti di cura e attenzione reciproca. Non è un luogo pre-definito, ma un’idea che si forma in noi quando nell’animo ci risuona qualcosa. Eppure si continua a pensare alle quattro mura, quando si pensa alla 'casa', dimenticandoci che tutti quanti, uomini donne giovani vecchi sani e malati, abitiamo la stessa grande casa comune. Se ne ricordano invece, Carolyn Carlson e la sua multietnica compagnia di sette elementi che per due anni è stata residente al Théâtre national de Chaillot di Parigi, dove hanno debuttato con “Now” il 6 novembre 2014. Una pièce frutto di una grande libertà creativa e dalla commistione di diversi linguaggi, dalla danza contemporanea a echi di “Watermotor” di Trisha Brown fino alle arti marziali, scaturita da una riflessione su come il nostro mondo interiore percepisca quello esteriore e sulla relazione, costruttiva o distruttiva, che si instaura tra i due. Un’idea che ha preso piede dal saggio “La poetica dello spazio” del 1957 dell'epistemologo francese Gaston Bachelard, un’indagine su come gli spazi e le azioni del quotidiano siano forieri di ispirazione artistica, e da un dibattito tra i membri della compagnia sull’ecocidio perpetrato dall’uomo. La “poesia visuale” di Carlson, così la coreografa definisce le sue creazioni, che lei spiega nascere da una visione e non dalle parole, si fa così meditazione universale sul percorso dell’uomo nel mondo e al contatto tra la sua intimità e l’immensità del cosmo in cui è di passaggio. Su musiche inedite del compositore René Aubry, da lungo tempo collaboratore della Carlson, che spaziano da una dolente melodia dal sapore anni Venti alla musica orientale fino all’elettronica, attraversando epoche e costumi, i danzatori intonano una sinfonia di movimenti fatta di gesti ampi e forti o scattanti e leggeri. La scenografia è un grande telo sul fondo del palco e due teli, più sottili, di quinta, su cui vengono proiettate immagini di abitazioni mentre loro, tre donne e quattro uomini, spostano tavolini, sedie – tanto da interrogarsi se sia un riferimento a “Cafe Müller” di Pina Bausch – e porte, costruiscono una casa fatta di scotch per pacchi. Le tre donne, casalinghe oppresse, realizzano una grottesca caricatura di gesti quotidiani, mentre gli uomini si muovo coordinati come in una catena di montaggio, con gesti forti e vigorosi, sostenuti dai rumori di un luogo di lavoro. Un ballerino declama parole che sanno di ottimismo cieco e fanatico, “Futuro” e “Avanti”, mentre un altro narra e riflette, rassicurante, tutte le qualità che rendono, agli occhi del piccolo animale uomo civilizzato, cara la casa. Luogo che, secondo Bachelard, identifichiamo con il riparo e la stabilità. Quest’ultima, per l’essere umano che non si cura della Natura che lo ha generato ma si preoccupa di difendere se stesso, i propri cari e le sue proprietà materiali è sicurezza, comodità, famiglia, condivisione. Ansie e speranze genuine, interclassiste e intergenerazionali, legittime, che si fanno più perverse quando dal benessere si passa al consumismo. A quel punto, tutta la felicità che la ricchezza può acquistare – l’amore, il sorriso, l’armonia – è ancora pura o si è corrotta e ciò che ne resta è solo una menzogna che ci raccontiamo affinché il sistema tenga? Il crescendo che sfocia nell’urlo non offre una risposta. La casa viene tirata giù, ridotta a simulacro impotente di vecchia beatitudine, la civiltà è crollata sotto il suo stesso peso. La voce narrante ci offre una nuova rivelazione, un cambio di paradigma che evoca la filosofia orientale: il mio corpo è la mia casa. Il ritorno a se stessi, al proprio mondo interiore, è la materia per costruire un nuovo rapporto con il mondo, basato sulla conoscenza intima, profonda e quieta. Un ritorno che ci riporta alla Natura e alle sue leggi non scritte, che sono nel cielo stellato sopra di noi e negli steli di fili d’erba sotto di noi. Il metaforico Eden post-distruzione che si abita al ritorno allo stato di natura, è descritto come un’orchestra tutta in armonia. “Un giardino catartico”, spiega la voce narrante e danzante, che perdona le colpe del passato e concede l'occasione di una nuova vita. I costumi non sono più vestiti, gli uomini sono a torso nudo e le donne sono coperte da indumenti naturalistici color foglie d’autunno. In una scena ricca di salti, prese e movimenti l’ensemble danza lo stormire delle fronde e il vento che scuote i rami e le foglie degli alberi. Poi si scende dalle cime arboree al suolo, con l’assolo di Yutaka Nakata fatto di movimenti ampi e orizzontali che cerca il contatto con il terreno, con la terra generatrice. Sui teli sullo sfondo, immagini di rigogliose e scure foreste. Il ciclo di rigenerazione termina e l’eterno ritorno dell’uguale ci porta avanti, o indietro, ed ecco comparire l’immagine di un grande orologio con le sue lancette inarrestabili. Il ticchettio è forte, una pulsazione che dà il tempo come il beat di una musica. La voce narrante-danzante si muove a scatti, i performer riportano in scena gli oggetti quotidiani, casalinghi, come il tavolino e le sedie ipoteticamente ‘bauschiane’, e tutto riprende dall’inizio. “Noi ripetiamo le cose per infinite volte”, ci viene rivelato in un altro riferimento a La poetica dello spazio del saggista francese. Il filosofa sosteneva che prendersi cura di qualcosa sia ogni volta ripetizione del lavoro da cui è originata la cosa stessa, una nuova continua creazione. L’urlo che in precedenza aveva lasciato una domanda in sospeso assume un senso più definito, quel “siamo felici nella nostra casa, non litighiamo! Siate felici! Condividete! Sorridete!” è un appello alla nostra umanità, un invito ad annullare le distanza che finora, nell’intimo, abbiamo voluto ci tenessero lontani gli uni dagli altri, a prenderci cura come fratelli e sorelle, ad amare e rispettare la grande Casa di tutti. Anche perché non abbiamo alternative di fronte agli effetti sempre più manifesti ed estremi del cambiamento climatico per cui urge cambiare sistema produttivo e moderare i consumi, alla regressione della vita civile di fronte all’incubo virale e alla marea della diseguaglianza che sale a livelli critici persino nel cosiddetto Primo mondo.


Il corpo di ballo della Carolyn Carson Company: Constantine Baecher, Juha Marsalo, Céline Maufroid, Riccardo Meneghini, Yutaka Nakata, Sara Orselli, Sara Simeoni

Lorenzo Cipolla

Passeggiare (virtualmente) tra le immagini. La mostra “Fellini100. Genio immortale” si svela online su YouTube

Recarsi al museo, comprare il biglietto ed iniziare un viaggio che solo una mostra può farti vivere, esaudendo quella curiosità e quel desiderio di scoprire qualcosa di nuovo o riscoprire quello che si è sempre sognato di vedere e (magari) toccare. Ma questo è uno dei tanti piaceri che un nemico invisibile ci ha repentinamente sottratto senza che ce ne accorgessimo. Ed è proprio per questo motivo che la mostra Fellini100. Genio Immortale, omaggio al regista riminese in occasione del centenario della nascita, ha deciso di svelarsi (brevemente) online. Per ovviare all’impossibilità di immergersi nelle immagini, nei frammenti e nelle musiche, la mostra si è aperta virtualmente con un video - passeggiata realizzato all’interno del museo. Avviatosi nel mese di dicembre nella città natale del maestro, l’esposizione è formata da tre macro nuclei, diversi ma assolutamente necessari a comprendere il contesto storico ed artistico in cui Fellini ha disseminato la sua arte senza tempo. Ad aprire le porte al visitatore è il narratore Marco Bertozzi, uno dei curatori (insieme ad Anna Villari e Giovanni Sangiorgi di Studio Azzurro), che da un piccolo riquadro posto a lato dell’immagine, illustra le sezioni compositive. E’ Anita Ekberg che invita ad attraversare lo schermo dove è proiettata l’iconica scena della fontana di Trevi: ora il viaggio può veramente iniziare. 

La prima a mostrarsi è la sala dedicata al Cinema Fulgor, locus amoenus della vita di Fellini e “personaggio” di molte delle sue opere: da nostalgico luogo dei primi film visti a devozionale sala in cui tutti si innamorarono di Gradisca. La protagonista è la storia d’Italia: il racconto degli anni Trenta, periodo del Marc’Aurelio, quello del Dopoguerra, corrispondente alle prime esperienze e all’ esordio cinematografico per giungere a quello degli anni Ottanta, fase dell’estrema sperimentazione estetica del regista. Cinegiornali, pubblicità e documentari utilizzati per percorrere l’immaginario evocato dai suoi film al fine di rendere visivamente quel passaggio significativo dal cinema alla televisione, un mutamento che influenzò moltissimo l’autore e tutta la settima arte in generale.

La camminata prosegue nella Fortezza delle Emozioni, una vera e propria galleria di volti e familiari fisionomie. Primi e primissimi piani di quei personaggi che hanno popolato la cinematografia e la vita privata (e non) del regista: Mastroianni, Cardinale, Benigni e tanti altri, evocati qui per delineare la mitologia del cinema del Novecento.
Una pinacoteca che si conclude con lo speranzoso ed immortale sguardo di Giulietta Masina ne Le Notti di Cabiria: un guardare direttamente in macchina preannunciando il cambiamento che la filmografia di Fellini avrebbe preso da li in poi verso la perlustrazione della “dolce” vita.
Poi i quaderni di appunti di Nino Rota, splendida testimonianza del processo creativo scaturito dall’ispirazione che i pre-montati, ovvero i frammenti, suscitavano nel compositore.
Ma anche documenti, manoscritti e costumi. I broccati, i vistosi gioielli e le bizzarre stoffe coordinate tra loro: la telecamera si muove tra questi imponenti abiti (principalmente realizzati dal premio oscar Danilo Donati) facendo rivivere quell’irriverente sfilata di monda ecclesiastica presente in Roma o il Casanova interpretato da Donald Sutherland.

Infine la sale dedicata al Libro dei Sogni: ovvero l’eco della fortuna, l’opera “letteraria” di Fellini e uno dei più importanti libri d’artista del secolo scorso. Vademecum per inoltrarsi nell’attività onirica del regista che tramite annotazioni ed illustrazioni da lui realizzate, mette a fuoco il percorso psicoanalitico affrontato, in una serie memorabile di incontri, con lo junghiano Ernst Berhard

Uno spazio interattivo in cui si ha, o meglio avrebbe, la possibilità di sfogliare pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, un macrocosmo con la possibilità di penetrare in quell’enigmatico e caotico mondo felliniano.

Passeggiata virtuale realizzata da Visit Rimini all’interno del palinsesto di attività online stRIMINIng.

Miriam Raccostavillaggio

link al video: https://www.youtube.com/watch?v=jbWfrTyMEYI&feature=emb_logo
sito ufficiale della mostra: https://www.mostrafellini100.it

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