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Covid-19: Falconi ci racconta il teatro durante l'emergenza

Il teatro è metafora di porto, di apertura e di viaggio> . Sono le parole di Enrico Maria Falconi, direttore artistico di due teatri del territorio laziale. Piccole realtà, che, però, segnano in maniera profonda il fermento culturale della comunità. Il primo è il teatro Nuovo Sala Gassman di Civitavecchia, che rientra nella categoria dei teatri-off. Il secondo, invece, è il teatro Civico di Rocca di Papa, da 138 posti. Con tanto ottimismo e tanta voglia di ricominciare, il direttore, ci racconta come sta affrontando il dramma covid-19. Dal rapporto indissolubile con il pubblico fidelizzato, alle aspettative e alle speranze di quel futuro prossimo, chiamato “fase 2”.

D: Qual è stata la sua reazione nei primissimi momenti dell’emergenza?

R: Probabilmente siamo stati il primo teatro nella regione Lazio a chiudere, prima ancora che arrivasse il Dpcm del presidente Conte. Sentivamo l’urgenza di fermarci. Non si poteva andare avanti e abbiamo chiuso due giorni prima che uscisse il decreto ufficiale. Lo abbiamo fatto per una maggiore tranquillità. Il pubblico ci chiamava, perché aveva il dubbio se venire o no a vedere uno spettacolo. D’altronde i teatri piccoli sono teatri pieni, se si pensa anche che il Gassman, ad esempio, ha una programmazione che va da ottobre a giugno, dal giovedì alla domenica.

D: Qual è stata la vostra risposta al covid-19?

R: Abbiamo cercato di mantenere aperti i teatri, utilizzando la tecnologia. Entrambi, sia quello di Civitavecchia, che quello di Rocca di Papa, hanno una grande vitalità culturale e artistica: in tantissimi partecipano ai corsi di recitazione che organizziamo, tra bambini e adulti. Abbiamo trasportato tutto sulle piattaforme online, in maniera totalmente gratuita. Questo perché non sapevamo dare un peso economico a quel che si faceva, dato che stavamo vivendo una situazione completamente nuova. Quindi, la nostra idea è stata più improntata sul sociale, che sul piano economico. Volevamo mantenere viva la comunità che si era creata nel tempo, considerando che il Nuovo Sala Gassman è aperto da quindici anni, mentre il teatro di Rocca di Papa lo gestiamo da quattro. Abbiamo attivato subito questa modalità, ottenendo un ottimo riscontro: tutte le classi procedono e sono attive.

D: Come e quanto sono cambiate le lezioni con la nuova modalità online?

R: Con i più piccoli le lezioni online si sono trasformate in un momento ludico. Li abbiamo fatti giocare come se fossero anchorman televisivi e dovessero raccontare solo cose belle. Ho chiesto agli insegnanti di non parlare di coronavirus: in quell’ora e mezza, volevo ci fosse assoluto svago grazie al teatro. Con il supporto dei genitori, il nostro intento è farli lavorare di fantasia, staccandoli dalla Playstation. Stanno diventando corsi sulla creatività e sull’emotività.

D: Cosa pensa riguardo agli spettacoli teatrali in streaming?

R: Il teatro senza pubblico non è teatro. Ho difficoltà ad ipotizzare una nuova formula: trasferire gli spettacoli su piattaforme online, ad esempio. Questo perché viene a mancare l’elemento principale, che è il pubblico. Ma il teatro si compone di due parti: la prova e la messa in scena. Ed io ho immaginato questo periodo come una lunghissima prova.

D: Le prove, quindi, stanno andando avanti in vista di una riapertura?

Sì, stiamo continuando ad andare avanti con la modalità online e ci stiamo anche divertendo, se posso dirlo. Con tanto ottimismo, stiamo lavorando sugli aspetti psicologici dei personaggi, sull’intensità di una battuta. Cose su cui, prima, non avevamo tempo di soffermarci. Questo tempo sospeso ci regala delle situazioni diverse, ma molto interessanti e con qualche attenzione in più. Se ci fosse una paga minima della prova, si creerebbe un bel meccanismo produttivo. Gli attori potrebbero iniziare ad immaginare spettacoli. Tutto ciò sarebbe utile per riempire i palinsesti estivi, potrebbero nascere tantissime iniziative. La stessa cifra, data come reddito di inclusione, si potrebbe investire e questo creerebbe un motore economico

D: Come pensa che ne uscirà il teatro da questa crisi?

R: Il teatro stava vivendo una profonda crisi già prima del coronavirus. La prima domanda che mi sono posto è stata: a chi manca il teatro, agli attori o al pubblico? E probabilmente manca più agli attori. Perché il pubblico già con difficoltà si rivolgeva a questo tipo di arte. I teatri privati sono sempre stati distanti da una salvaguardia del proprio lavoro. Lo Stato si è adoperato soprattutto nei confronti dei grandi spazi. Ed è anche giusto, ma noi non abbiamo mai avuto precedenza. Siamo sempre stati abituati a vivere in situazione di precarietà, abbiamo una resilienza maturata giorno dopo giorno. Il covid-19 ci spaventa e ci preoccupa sicuramente, ma a noi preoccupano tante cose, da tanto tempo. Siamo quei teatri che vivono dello sbigliettamento, che non hanno aiuti statali, regionali o comunali. Viviamo del rapporto creato con il pubblico. Si potrebbero impiegare gli attori anche in altre situazioni. Penso ad esempio alla scuola, inserire il teatro in una forma di laboratorio didattico, soprattutto ora che ci saranno classi ridotte. Concedere qualche docenza legata al teatro, esempio, in modo da riconvertire il lavoro degli artisti. Bisognerebbe aprire più strade a questa categoria.

D: Per concludere: come si immagina la convivenza con il virus nei teatri?

R:L’individuo umano è portato in qualche modo anche a dimenticare, pian piano si riprenderà la ginnastica teatrale. Come uomini, siamo portati alla socialità e non so quanto si potrà reprimere questo aspetto. Per la ripresa ci saranno delle differenze, questo è certo: misure di sicurezza, l’igienizzazione dei teatri ad ogni fine replica, un determinato protocollo sanitario da seguire. Dopo l’11 settembre, ad esempio, sono aumentati i controlli per chi viaggia, ma non abbiamo mai smesso di muoverci da un posto all’altro. Il teatro è metafora di porto, di apertura e di viaggio: sarà curioso vedere come riprenderà l’attività teatrale, se ci sarà il coraggio di tornare a teatro. L’importante sarà riprendere contatto con il pubblico.

Vi lasciamo tutti i link e i contatti social dei due teatri, per essere sempre aggiornati sulle loro iniziative.

https://www.nuovosalagassman.com/ e https://www.facebook.com/NuovoSalaGassman/

https://www.teatroroccadipapa.com/ e https://www.facebook.com/teatroroccadipapa/

 

 27/04/2020    Micaela Aouizerate

#CRFCMeets: un ciclo di incontri in diretta Instagram sulla fotografia come finestra sul nostro tempo

Il Centro Romano di Fotografia e Cinema è un importante polo culturale cine-fotografico della città di Roma, caratterizzato da un prezioso respiro internazionale. Attraverso incontri con artisti di fama mondiale e un orizzonte didattico in continua evoluzione, sintonizzato sui cambiamenti repentini della contemporaneità, il Centro svolge un ruolo cruciale nella promozione della cultura visiva e nella formazione dei nuovi professionisti della creatività. In questi giorni così incerti, dove ogni ora sembra uguale all’altra e ogni iniziativa relegata a un limbo di attese, il Centro, sospese le lezioni in presenza, non ha però voluto rinunciare a coinvolgere studenti e appassionati con iniziative compatibili con questo tempo “confinato”. Tra contest fotografici e inviti a riscoprire artisticamente la bellezza annidata nel quotidiano, si è inaugurato un altro progetto: si tratta di #CRFCMeets, una serie di incontri in diretta su Instagram dove Irene Alison, giornalista e photo-consultant, conduce un dialogo con fotografi e creativi sulle possibili «letture visive del tempo che viviamo» e sulla fotografia come «finestra aperta sul mondo, anche durante la quarantena». Ciascuno dei tre appuntamenti finora organizzati (in onda il venerdì alle 18.30 sul canale Instagram del Centro) prende le mosse da un tema specifico e si dirama attraverso i botta e risposta dei due interlocutori, intervallati dai commenti degli “spettatori”, mentre emergono racconti di vita e di lavoro, analisi della difficile situazione attuale, ipotesi per nuove prospettive possibili.

Il primo incontro (di cui rimane disponibile un assaggio sulla pagina Facebook del Centro), svoltosi venerdì 10 aprile, ha visto la partecipazione di Lorenzo Castore - classe 1973, fiorentino, con alle spalle una lunga serie di viaggi in lungo e in largo per il mondo (dall’India a Cuba, passando per la Polonia, dove ha anche vissuto). Il tema era la casa intesa come «confine narrativo e fotografico», comune ad almeno due dei numerosi progetti fotografici di Castore (consultabili sul suo sito personale), Ultimo domicilio e Ewa & Piotr, entrambi diventati libri e realizzati all’interno dell’ambito domestico. Che cosa significa casa oggi? Oggi, che da luoghi sicuri a cui fare ritorno a fine giornata, le nostre case si sono trasformate in celle da cui è impossibile uscire. La sfida, però, è un’altra: pensare la casa - dice Alison - non come area di «confinamento», ma come «confine narrativo». Quante storie e prospettive si celano sotto la superficie di un oggetto? Banale, forse, ma troppo spesso si dimentica proprio ciò che si ha sotto gli occhi. Casa, per Lorenzo Castore, è da sempre un concetto «fluttuante», dato dai numerosi trasferimenti affrontati fin da bambino. Ma casa sono anche le persone con cui intessiamo relazioni, la cui presenza, appunto, ci rende familiari anche luoghi estranei, distanti centinaia di chilometri dal «borgo natio». Casa è identità (e identità, si potrebbe dire, è memoria): non la disposizione dei mobili e il colore degli arredi, ma quei pezzi di vita accatastati nello scantinato, nascosti dentro un cassetto, persi in qualche scatola che avevamo messo da parte al solo scopo di riscoprirla anni dopo per sperimentarne il tenero sapore di madeleine proustiana. Sono i segni che seminiamo e che recuperiamo quasi per caso; anche così può nascere un’idea: nulla va sottovalutato.

Se nella prima puntata ha dominato il “dentro”, nel secondo appuntamento, andato in onda venerdì 17 aprile, ha prevalso il “fuori” col tema “Roma città aperta”, stimolo per una lunga serie di interrogativi: cosa significa ritrarre la metropoli per il fotografo contemporaneo? Come reagire ai paesaggi urbani eccezionalmente deserti di questi giorni? Che tipo di sguardo prevarrà alla fine della quarantena? Irene Alison ha dialogato questa volta con Marco Delogu, di origini sarde ma nato a Roma, che ha fondato e diretto FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma, producendo la straordinaria esperienza della Commissione Roma, che nelle sue 15 edizioni ha offerto l’occasione ad alcuni tra i più importanti fotografi del nostro tempo di ritrarre la città eterna attraverso il loro personale sguardo - così originale, spesso, da risultare magicamente trasformativo. Per citarne alcuni: Josef Koudelka, Anders Petersen, Martin Parr, Gabriele Basilico. La ricchezza del progetto, dice Delogu, risiedeva proprio nella sorpresa sperimentata nel vedere Roma attraverso gli occhi di un altro. Una città come Roma, d’altronde, può costituire una vera e propria «trappola», vista la bellezza che la inonda a ogni piè sospinto: celebrata dai poeti e dagli artisti di ogni tempo, oltre che perennemente assediata dai turisti, l’Urbe rischia di incutere un timore reverenziale e di frenare la spontaneità creativa di chi si misura con il suo fascino sovrumano. Eppure, continua Delogu, non bisogna aver paura di misurarsi con la bellezza. Ciò che importa è andare dritti all’essenziale, scavare dentro di sé per trovare un linguaggio che sia unico in quanto autenticamente personale - un consiglio che ogni aspirante fotografo dovrebbe avere saldamente a cuore, specie per quando questi tempi di reclusione lasceranno spazio a una fame vorace di nuovi racconti e esplorazioni, di fronte a una realtà che con buone probabilità non sarà più la stessa.

Il prossimo e ultimo appuntamento (ma speriamo se ne organizzino altri) si svolgerà invece venerdì 24 aprile (ore 18.30), in compagnia del fotografo lombardo Luca Santese; la conversazione verterà sul tema del “corpo politico”, a partire dai volti e dalle icone del potere presenti nei ritratti di Santese. Un’altra opportunità, dunque, per aprire una nuova finestra sul mondo, in attesa di poterlo presto riassaporare con i nostri stressi occhi. Stay tuned.

Maria Giulia Petrini

20/04/2020

Credits photo: Marco Delogu

Covid-19: healthcare bot, l’assistente virtuale di Microsoft per la sanità

La tecnologia supporta l’emergenza con l’efficacia delle idee, fonti inesauribili di speranza e miglioramento. Grazie alla collaborazione tra Microsoft e INAIL nasce Healthcare Bot, un servizio cloud gratuito che consente alle strutture sanitarie di potenziare il proprio portale rendendo accessibile un assistente digitale per l’autovalutazione dei sintomi del Coronavirus. L’obiettivo è quello di migliorare l’accesso all’informazione sui siti di riferimento attraverso un’esperienza di conversazione naturale e potenziare la gestione dei quesiti da parte del personale sanitario per evitare intasamenti e rallentamenti nell’erogazione delle cure.
L’intelligenza artificiale di Microsoft può rispondere in modo interattivo alle domande dei pazienti e aiutarli a discernere le azioni da intraprendere, favorendo un’accurata valutazione del rischio e accelerando il triage clinico necessario. Nell’ultimo mese, a livello globale, il bot ha già offerto consulenza a 18 milioni di persone e gestito circa 160 milioni di messaggi. In dieci giorni sono quasi 10.000 gli italiani che ne hanno beneficiato - con una mole di oltre 42.000 messaggi - riconoscendo l’utilità dello strumento (89%).
Tra le prime realtà del Paese ad attivare il Chatbot c’è l’Istituto Nazionale Malattie Infettive IRCCS “Lazzaro Spallanzani” che sulla sua home page ha inserito il nuovo assistente virtuale. Il Bot è in grado di offrire indicazioni su come comportarsi in caso di sospetto Coronavirus e sulle precauzioni che tutti, in particolare i soggetti a rischio, devono adottare, garantendo un servizio puntuale con risposte immediate. «Il Chatbot abilitato da Microsoft si è rivelato uno strumento semplice ma concreto - ha affermato l’ingegnere Gabriele Rinonapoli, U.O.S.D. Sistemi Informatici e Telecomunicazioni dell’IRCCS Lazzaro Spallanzani - Ci aspettiamo che in poco tempo sempre più utenti possano utilizzarlo e in una prospettiva di più lungo termine questo ci porterà ad ottimizzarlo anche per altri servizi ospedalieri. Se tutte le aziende sanitarie si dotassero di tali strumenti, si garantirebbe l’uniformità delle informazioni fornite ai cittadini e si faciliterebbe la raccolta in tempo reale di dati utili anche per analisi epidemiologiche e per azioni di sorveglianza sanitaria proattiva».
L’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata associa l’uso del Chatbot all’impiego estensivo della piattaforma Microsoft Teams: grazie al continuo lavoro dello staff amministrativo è stato possibile provvedere persino ai concorsi e alle assunzioni del personale necessario in questa fase di emergenza. La piattaforma cloud ha avviato l’esperienza di Telenursing per seguire anche a distanza i pazienti risultati negativi a un primo tampone e che, in attesa di sottoporsi al secondo, devono rientrare al domicilio: un gruppo di infermieri resta in contatto con loro, offrendo sia supporto psicologico, sia indicazioni ulteriori. TeleMidwifery invece vede un gruppo di ostetriche in contatto virtuale con le future mamme, dando seguito al corso di preparazione al parto in videoconferenza per limitare i rischi legati a possibili contagi.
Interessante anche l’esperienza dell’ASL Napoli 3 Sud che con 8 plessi ospedalieri in 57 comuni gestisce un bacino di 1.070.000 utenti. Il Chatbot è in fase di personalizzazione grazie alla cooperazione con l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e l’uso della piattaforma Teams sta dando ottimi risultati. Grazie a Skype, inoltre, è possibile continuare i percorsi di cura e riabilitazione: un team di logopedisti prosegue l’attività con i piccoli pazienti che si collegano da casa e un team di psichiatri continua le proprie terapie attraverso video-sedute. La creazione di canali comunicativi digitali può dunque essere una risorsa preziosa per la gestione di un’emergenza che disorienta, confonde gli equilibri e destabilizza gli stati d’animo. Occorre essere fiduciosi non solo come utenti, ma soprattutto come individui responsabili.

 

Laura Rondinella    20/04/2020

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