Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 701

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 703

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 704

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 729

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 716

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 724

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 712

Il cunto e il canto in un viaggio in Italia alla riscoperta delle proprie radici: intervista a Francesco Anselmo degli Adoriza

Siciliano, classe 1991, tra i cinque finalisti della Targa Tenco 2018 per l'opera prima, il cantautore Francesco Anselmo ci racconta le sue riflessioni, le sue emozioni e la sua esperienza all’interno dell’album-progetto Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici su cui ha lavorato con altri giovani artisti, riuniti nel collettivo Adoriza. Dal Friuli alle Madonie attraverso un itinerario artistico guidato da Tiziana Tosca Donati e Piero Fabrizi il canto ("ado") delle nostre radici ("riza") evoca il nostro passato. Un passato verso cui un ragazzo proveniente dalla Sicilia, terra del popolare e dell’ancestrale, non può volgere lo sguardo per comprendere e far comprendere il proprio presente. Per non disperdere la memoria nel futuro.

Caro Francesco, innanzitutto complimenti: un lavoro ambizioso e molto interessante. Che importanza ha per la tua carriera un progetto come questo?
Lavorare a un progetto di musica popolare è sempre bello, specie per un cantautore: la ricerca del passato è fondamentale. Uno sguardo al passato ti permette di capire molte cose della nostra contemporaneità. Poi ho sempre pensato che la tradizione, se mantenuta, specie dalla mia generazione, può divenire memoria storica. Questo è l’obiettivo che ci siamo posti sin dall’inizio con il collettivo, ed è anche uno dei miei obiettivi per la carriera da solista.

Memoria storica, ma soprattutto memorie storiche. Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti diversi, ognuno con un background culturale e artistico differente, per un progetto comune?
Tutto è nato dal laboratorio Officina Pasolini, un laboratorio di alta formazione attivato dalla regione Lazio, mentre l’idea l’ha avuta Tosca. Lei è stata la nostra guida: ha fatto un po’ da collante tra quello che è il vecchio e ciò che nuovo, tra tradizione popolare e contemporaneità musicale. Tosca tiene particolarmente alla musica popolare, praticamente il suo pane quotidiano, e ha voluto coinvolgerci. Inizialmente eravamo circa una ventina e il lavoro preliminare è stato proprio di ricerca. Per esempio, io ho telefonato al Folkstudio di Palermo per riesumare i brani. È stato un lavoro sorprendente perché ci ha permesso di accedere a reperti inediti e venire a conoscenza di canzoni dimenticate. Complessivamente abbiamo scoperto più di 1000 brani! Durante i nostri incontri li abbiamo ascoltati tutti e in seguito, grazie a un lavoro di scrematura, abbiamo scelto i pezzi più iconici.

Tu hai scelto Re Bufè, canzone popolare siciliana ispirata a una vecchia filastrocca il cui protagonista è Carlo d’Angiò. Mi puoi motivare la tua scelta considerando le ragioni personali, sia emotive che culturali?
La mia prima scelta è stata familiare. Quando ero piccolo mio nonno me la recitava ma con il tempo mi ero scordato di questa filastrocca. Riascoltandola al laboratorio, mi si è riaccesa la lampadina: ecco l’importanza della memoria. Dal punto di vista musicale, dato che è una filastrocca, è stato interessante costruire un arrangiamento del tutto nuovo, grazie anche al prezioso aiuto di Piero Fabrizi. Mentre l’ironia di fondo del testo mi ha permesso di rivedermi in questa tipologia di scrittura.

adoriza

Senza dimenticare le ragioni politiche: Carlo d’Angiò è il simbolo del potere, storicamente molto opprimente in Sicilia.
Hai detto bene. Bufè racconta la storia di questo re ridicolizzato, incapace di mantenere le promesse. C’è questo binomio tra il ricco monarca e il povero a cui spetta la ricompensa della figlia del re, che non viene concessa per ragioni sociali. Una metafora del potere che spiega con ironia e chiarezza anche la politica attuale: gli adulatori esistono in ogni tempo.

La Sicilia è terra di cunti: quanto è importante raccontare le storie al giorno d’oggi?
È importantissimo. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni cantastorie viventi e ho riflettuto su un punto fondamentale: seppur parzialmente, la nostra generazione si è salvata da questo menefreghismo, mentre quelle successive non hanno assolutamente idea di cosa sia il patrimonio popolare. Ciò è desolante, specie in una terra dove la cultura popolare è alla base dell’identità, come la Sicilia. Tramandare le storie ti permette di conoscere e valorizzare la cultura siciliana attraverso un canale diverso. Il cunto, le canzoni popolari e la poesia dialettale fanno parte del nostro retaggio culturale, della nostra letteratura. Una cultura diversa, che va oltre le istituzioni, la scuola o l’università, ma che non è meno importante.

Abbiamo parlato tanto di passato, ma l’ultima domanda che voglio porti è sul futuro: dopo questo lavoro collettivo e il tuo album da solista Il gioco della sorte, quali sono i tuoi prossimi progetti ?
Mi porto avanti con la scrittura. Inoltre, dopo la bellissima sorpresa della Targa Tenco e la piacevole fatica dell’album da solista, ho deciso di intraprendere un tour estivo con una band di sette elementi. Ovviamente molte tappe saranno in Sicilia. Sto lavorando al mio nuovo album, che presto vedrà la luce, e parallelamente vorrei allestire uno spettacolo su Ignazio Buttitta che fonda il teatro e il cantautorato: grazie all’aiuto della fondazione Buttitta, sto facendo delle ricerche interessanti con la speranza di valorizzare la voce e la parola di uno dei poeti siciliani più importanti del Novecento.

Piero Baiamonte 22/07/2019

 

Martha Graham Dance Company: l’America a Firenze

L’America è arrivata a Firenze grazie a una delle sue compagnie di danza più longeve: la Martha Graham Dance Company. Sul palcoscenico del Teatro della Pergola di Firenze e in occasione del LXXXII Maggio Musicale Fiorentino 2019, sono giunti i lavori della danzatrice e coreografa statunitense considerata la fondatrice della “modern dance”.
Solo due date previste in Italia (una a Firenze, l’altra a Ravenna) per questa compagnia fondata nel 1926, attraverso la quale è ancora possibile respirare i lasciti di quel modo del tutto nuovo e innovativo di vedere, vivere e praticare la danza, attraverso un linguaggio espressivo che pone il corpo come il “mezzo” per esprimere e comunicare le più profonde emozioni dell’animo umano. «The body is a sacred garment» affermava la Graham. E se il corpo è un “vestito sacro”, il movimento permette ai sentimenti, le pulsioni e gli stati d’animo di rivelarsi in maniera autentica, spontanea e naturale, aprendo veramente la strada verso qualcosa di nuovo che si libera dalle “catene” di quegli schemi rigidi della danza accademia. Questo permette di comprendere, ancor prima di entrare nello specifico dei lavori presentati a Firenze, chi sono – e che caratteristiche hanno – i danzatori che oggi continuano a lavorare sull’eredità artistica lasciata da questa rivoluzionaria della danza. Le coreografie di Martha Graham e i suoi interpreti permettono di approcciarsi allo spirito del Paese in cui questa rivoluzione è avvenuta e continua a manifestarsi. Una compagnia multiculturale in cui ogni danzatore è diverso dall’altro, in cui ogni corpo fa leva sulle proprie caratteristiche, e non su degli stereotipi di perfezione, per esprimere un determinato movimento. Martha Graham Ekstais 2500x1000
Bisogna ricordare, infatti, che la Graham fu la prima ad impiegare nella sua compagnia danzatori asiatici ed afroamericani: oggi la questione culturale e di integrità sociale continua ad essere alla base di questa realtà attraverso cui si rispecchia perfettamente lo spirito di culture diverse proprio di New York e suoi infiniti sguardi sul mondo. Tra i pezzi presentati alla Pergola, dei capisaldi del repertorio Graham, tra cui “Errand into the maze” (1947) con Xin Ying e Alessio Crognale, un duetto liberamente derivato dal mito di Teseo, che compie un viaggio nel labirinto per affrontare il Minotauro. Martha Graham creò l’eroina femminile che, senza paura, per tre volte, sfida, affronta e sconfigge la temibile bestia. A questo si aggiunge “Ekstasis" , assolo del 1933 con l’abito che non permette alle gambe né di elevarsi né di fare movimenti troppo ampi; la sorta di tubino lungo indossato dalla danzatrice, infatti, esalta le linee e le curve di un corpo che si contrae e poi si allunga creando linee e forme ben precise che partono dal bacino o dalle braccia. E poi ancora “Diversion of angels” (1948), il pezzo in cui si esaltano tre diverse fasi dell’amore: quello passionale (in rosso), quello adolescenziale (in giallo) e quello maturo (in bianco); come ha spiegato il direttore artistico della compagnia, il balletto, originariamente intitolato “Wilderness Stair”, può rappresentare tre donne diverse al cospetto di questo nobile sentimento oppure, anche il cambiamento della donna verso di esso. Più recenti, invece, sono “Deo” (2019) di Maxine Doyle e Bobbi Jene Smith due giovani coreografi che hanno lavorato sul senso di angoscia umana nei confronti della morte e dell’aldilà e “Lamentation variations” (2007) coreografia creata per commemorare l’anniversario dell’11 settembre. Il lavoro si apre con degli estratti video della stessa Martha Graham da cui si prende ispirazione per sviluppare precise condizioni creative.
In questo excursus fatto di storia, tradizione e nuove aggiunte al repertorio permanente della compagnia, ritroviamo tratti stilistici inconfondibili; dall’esaltazione del corpo fino al suo substrato: la danza della Graham può, anzi, deve essere espressiva, intensa, energica e decisa, deve fare leva sul senso di drammaticità perché la ricerca, prima di tutto, è espressione di significati e non solo lo sterile “mettere in scena” movimenti fluidi e armonici. L’azione, pertanto, è possibile partendo dal modo di respirare, dalla capacità che ha il corpo di contrarsi per poi rilasciare il movimento, dal contatto con il suolo, dalla forza di gravità ma anche dall’uso di uno spazio tridimensionale in cui il corpo del danzatore può muoversi senza perdere mai di vista il suo asse centrale (non a caso la dinamica della spirale).
Firenze respira così non solo l’America, ma le avanguardie artistiche di un’epoca che non si è ancora esaurita e che continua ad essere un ottimo punto di partenza per la danza e l’arte performativa dell’oggi.

 Laura Sciortino 12/6/2019

Il canto, la parola e la tradizione in “Viaggio in Italia”: intervista a Michela Flore del collettivo AdoRiza

Nato dall’esperienza del laboratorio didattico AFAM coordinato da Tosca, all’interno del contesto di Officina Pasolini, Viaggio in Italia è il risultato del lavoro del collettivo AdoRiza, composto da una ventina di artisti, ed è uno spettacolo che porta in scena tutte le anime della tradizione popolare musicale e dialettale italiana. Michela Flore è una delle voci più intense e armoniose del collettivo: nata a Irgoli in Sardegna, ha studiato al conservatorio di Santa Cecilia e in Viaggio in Italia è l’interprete di due brani decisamente diversi tra loro quali No potho reposare, forse la più celebre canzone d’amore del repertorio musicale sardo, e La blanchisseuse, un allegro e divertente canto delle lavandaie della Valle d’Aosta.

Ci puoi raccontare la tua esperienza all’interno del laboratorio e che importanza ha avuto per il tuo percorso?
Non c’è dubbio che sia stata una tappa fondamentale di crescita personale da cui sono uscita certamente cambiata. Ho avuto l’opportunità di (ri)esplorare al meglio le mie radici culturali e di entrare a contatto anche con altre realtà che non conoscevo: infatti, con il collettivo ho potuto immergermi in un patrimonio musicale immenso, partecipando attivamente a un lavoro di studio e ricerca esteso a tutta la tradizione folkloristica italiana.Flore 01

Quale pensi sia stato il collante che ha permesso a un gruppo come il vostro, tanto ricco e variegato, di interagire e dialogare in maniera così efficace?
Credo sia stato il percorso artistico in sé a legarci e a unirci al di là delle compatibilità personali e caratteriali. È avvenuto tutto in modo molto naturale, un confronto costante e costruttivo che aveva un obiettivo ambizioso e che ognuno di noi voleva raggiungere. Ci siamo influenzati, stimolati e ascoltati a vicenda ma allo stesso tempo ciascuno è riuscito a preservare la propria identità e il proprio spirito creativo.

Viaggio in Italia è una sorta di concept album che indaga sulla musica popolare del nostro paese. Tu che rapporto hai con questo ambito e come ha influenzato il tuo lavoro?
Prima di questo progetto ero più vicina al mondo del jazz e del soul, ma il contatto con questo tipo di musica mi ha segnata come interprete in maniera irrimediabile, portandomi in un'altra direzione. Ho una visione nuova di me stessa e di quello che andrò a fare nel futuro, a cominciare dal recupero di altri brani della tradizione sarda. Viaggio in Italia è il risultato di un enorme lavoro di scrematura, siamo partiti da qualcosa come trenta canzoni per ogni regione. Dunque c’è ancora molto da riscoprire e valorizzare.

No potho reposare è un pezzo estremamente noto in Sardegna ma anche fuori dai confini regionali, complici le interpretazioni di Andrea Parodi, Maria Carta e di tanti altri ancora. Come è stato il tuo approccio?
Ho un rapporto molto intimo con questo brano, me lo cantava mia nonna quando ero piccola e appartiene a tutti gli effetti alla mia sfera familiare. Detto ciò, io non avevo mai cantato in sardo Flore 02davanti a un pubblico e l’occasione si è presentata alle audizioni del laboratorio, quando Tosca mi ha chiesto di intonare qualcosa della mia terra. Non ho avuto dubbi su cosa proporre, è stato davvero un atto spontaneo, e a posteriori posso dire che la scelta di No potho reposare si è rivelata molto felice.

Nello spettacolo interpreti anche un canto delle lavandaie della Valle d’Aosta, La blanchisseuse, con un testo in francese. Come è stato confrontarti con una tradizione così lontana da quella sarda?
Il brano è un po’ ironico, lo eseguo insieme a Eleonora Tosto, ed è una delle chicche dello spettacolo. È stata una bella esperienza e un momento importante nel mio percorso di interprete, e credo sia un ottimo esempio pratico del lavoro di studio e ricerca di cui parlavo prima: esplorare le radici, pure quelle sconosciute, arricchendosi e rimanendo fedeli a se stessi.

La lingua riveste un ruolo centrale in Viaggio in Italia, non secondario rispetto alla musica. Qual è il tuo rapporto con la parola nel canto?
L’esperienza del collettivo AdoRiza mi ha fatto proprio capire tutta la rilevanza e il peso delle parole nella musica. In questo caso specifico, il discorso sulla parola si mescola con quello legato alle radici culturali: per me il sardo è la lingua di casa, della mia famiglia, e impiegarlo nel canto mi ha spinto a scavare e a scoprire dei sentimenti profondi che non so se ritroverei altrove.

Qual è il futuro del vostro collettivo? Avete già in mente dei nuovi progetti?
Viaggio in Italia costituisce il nostro presente ma l’idea è di continuare a collaborare tutti insieme e di portare cose nuove, che vadano anche in altre direzioni. Quel che è certo è che AdoRiza non nasce e finisce con questo spettacolo ma intende andare avanti.

Francesco Biselli  16/07/2019

(foto di scena: Manuela Ferro)

Pagina 9 di 122

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM