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Ravenna: la contemporaneità in mostra al Museo Nazionale

“Il mestiere delle arti. Seduzione e bellezza nella contemporaneità”, questo il titolo della rassegna ospitata al Museo Nazionale di Ravenna fino al prossimo 26 maggio e promossa dal Polo Museale dell’Emilia Romagna. L’esposizione è curata da Ornella Casazza e Emanuela Fiori, con Maria Anna Di Pede e Laura Felici.
In mostra, l’esercizio delle arti “maggiori”, scultura e pittura, è affiancato alle produzioni di oreficeria, in vetro e resina o in ceramica. La mostra propone infatti una selezione di artisti della contemporaneità che, ignorando il confine tra arti maggiori e arti minori, hanno conferito alle loro opere un valore universale per stile e sapienza tecnica.
Sono riunite più di cento opere di Igor Mitoraj, Mimmo Paladino, Paolo Staccioli, Cordelia von den Steinen, Ivan Theimer, Paolo Marcolongo, Stefano Alinari, Jean-Michel Folon, Giacomo Manzù, Giuliano Vangi, Mario Ceroli, Paola Staccioli, Luigi Ontani, Gigi Guadagnucci, Giovanni Corvaja, Daniela Banci, Marzia Banci, Orlando Orlandini, Angela De Nozza, Ornella Aprosio, Angela Caputi, Tristano di Robilant, Sauro Cavallini, Sophia Vari, Kan Yasuda, Pietro Cascella, Fernando Cucci, Pasquale (Ninì) Santoro.
“L'amicizia delle arti, che oggi viene interpretata come una successione di creatività che non conosce cesure – affermano le curatrici -, permette di constatare come molti tra i massimi artisti di oggi sappiano muoversi con agilità tra la dimensione monumentale e il piccolo formato colloquiando con marmi purissimi, bronzi arricchiti di suggestive patine, legni intagliati, ceramiche lustrate, sete vellutate, pigmenti evocativi, ori e coloratissime pietre”.
Non vi sono materie che si possono considerare più adatte di altre a produrre risultati artistici, come non vi sono materie a priori inadatte a produrli: ogni materiale vale soltanto in quanto è stato prescelto dall'artista che lo fa vivere e lo esalta con le sue mani. Talvolta, l'apparente spontaneità e l'immediatezza del risultato creativo, che presuppone una matura esperienza, possono generalmente essere considerate come prodotto di una eccellente bravura e perfino di raffinato virtuosismo. Il processo artistico, benché sempre legato alla tecnica, non è mai riducibile a qualcosa di appreso o ripetuto meccanicamente, ma impegna tutto l'essere dell'autore e non solo le facoltà intellettive ed esecutive.
L'opera può sostituire sapientemente il valore della materia preziosa imitandone anche gli aspetti esterni: per esempio la ceramica può prendere il posto e, in parte ripetere, l'effetto visivo dell'oro o dell'argento, il marmo può raggiungere morbidezze eburnee, le tessiture seriche uguagliare gli effetti pittorici, i legni rivivere nel loro colore morbido e naturale. Altre volte, invece, il procedimento artistico può svilupparsi allontanandosi progressivamente dall'elaborazione della materia e tende a porsi come operazione mentale, concretizzata con un 'disegno' inteso come processo o metodo di ideazione.
Già in passato il desiderio di dimostrare che assoluti valori di arte possano essere raggiunti attraverso i processi tecnici più semplici e tradizionali, talvolta addirittura arcaici, ha sollecitato vari artisti moderni – tra cui Picasso e Matisse – a produrre ceramiche, arazzi, stoffe e gioielli.
Molti degli autori selezionati per la mostra, particolarmente versatili, propongono la loro ricerca artistica in materiali diversi. Le loro opere sono allestite per assonanze visive e materiche in un percorso che si intreccia strettamente con le architetture del Museo Nazionale, ospitato nell’ex Monastero Benedettino di San Vitale.
La presenza prevalente di oggetti di provenienza collezionistica classense nelle collezioni permanenti del Museo Nazionale consente un continuo rimando tra le cosiddette ’arti minori’ dei secoli che vanno dal XIII al XVIII e la contemporaneità.

Davide Antonio Bellalba 12/02/2019

Dietro le quinte di "Dopo la prova": Manuela Kusterman e Ugo Pagliai raccontano il loro amore per Ingmar Bergman

Il 14 luglio 2018, Ingmar Bergman avrebbe compiuto cent'anni. Manuela Kustermann e Ugo Pagliai rendono omaggio al regista svedese con lo spettacolo "Dopo la prova", in scena al Teatro Vascello di Roma dal 31 gennaio 2019 al 10 febbraio 2019, presentato in anteprima al Festival dei Due Mondi di Spoleto. L’opera, sospesa tra sogno e realtà, si offre come spunto per indagare le paure, le ansie e i desideri dei suoi protagonisti, attraverso i quali prova a tessere la trama di una vita intera.
Abbiamo incontrato Manuela Kustermann, interprete e direttrice del teatro, insieme a Ugo Pagliai, con cui divide la scena, per parlare dell’attualità di quest’opera e del suo richiamo alla bellezza.

Dopo la prova

Da dove nasce l’idea di portare nel suo teatro questo testo?
Kustermann: “Avevo sulla scrivania diversi lavori, tra cui quello di Daniele Salvo, il regista. A me il suo progetto piaceva molto e così ho deciso di proporlo a Spoleto, dove è stato accolto favorevolmente. Si pensa sempre che dietro alla scelta dei testi ci sia una complicata gestazione, ma spesso le cose sono molto più semplici e su tutto prevale l’amore per l’opera”.

Ha seguito una preparazione particolare per entrare nella parte?
K.: “Vengo da una formazione sul campo e da un teatro in cui lo spettacolo si costruisce lavorando direttamente sul palcoscenico, provando la parte. Con Daniele, invece, abbiamo approcciato diversamente il testo: ci siamo innanzitutto impegnati nello studiare a tavolino le parole, per poi concentrarci sulla fisicità. Il mio personaggio, inoltre, è molto complesso, perché passa dalla gioia alla disperazione, dal riso al pianto in maniera molto repentina. È una sfida, ma proprio per questo è interessante”.

La nostra società sta vivendo una grave crisi di coscienza: il teatro come può aiutarci ad affrontarla?
K.: “Il teatro aiuta, indiscutibilmente. Dopo la prova può essere paragonato ad un classico, cioè ad un testo in grado di parlare al pubblico contemporaneo. Sicuramente non possiamo trovare negli spettacoli tutte le risposte, ma possono aiutarci a formulare delle domande con cui tornare a casa arricchiti. Perché ciò sia possibile, bisogna essere spettatori sensibili, altrimenti le parole del testo ci rimbalzano addosso. Tutto questo discorso si lega all’importanza di educare alla bellezza e all’ascolto. Ho voluto dedicare questa stagione proprio alla bellezza, perché tutto intorno a noi c’è un gran degrado, ma è proprio per questo che bisogna rieducare le persone ad apprezzarne il valore”.

Quando è venuto a conoscenza del progetto, quali sono state le sue prime reazioni?
Pagliai: “È un testo che mi ha subito incuriosito, perché riassume molto bene la genialità e la vitalità di Bergman. Inoltre, l’elemento del sogno mi ha conquistato subito: significa libertà totale e la possibilità di volare con la propria immaginazione. Henrik ripercorre la propria esistenza attraverso la dimensione onirica e in questo percorso alcuni passaggi mi hanno particolarmente colpito, come l’incontro con il personaggio interpretato da Manuela, che a sua volta ha alle spalle una storia molto complessa e travagliata”.

Per entrare nella parte, ha eseguito un training particolare?
P.: “Sì certo, abbiamo lavorato molto a tavolino. Mi sono venuti in mente anche parecchi registi con cui ho lavorato e che però non ho voluto imitare, come Strehler, Squarzina, Ronconi e Castri. Quando c’erano scogli del genere, perdevano la testa. Ho basato la mia preparazione anche sulla violenza con cui Henrik impartisce le indicazioni ai membri della compagnia e sul rapporto che ha con gli attori: lui ama profondamente gli attori”.
Si è basato anche sulle sue esperienze personali?
P.: “Una volta Costa, che è stato un grande maestro, fece una lezione di regia in cui parlava del sogno. Allora io gli dissi che desideravo andare a dormire la sera per poter sognare. Mi rispose che bisogna imparare dalle rappresentazioni e dalle sensazioni che abitano i sogni. Devo ammettere che le sue parole mi sono molto servite, sia nel mio cammino di crescita umana che per la costruzione delle mie interpretazioni. La forza del sogno risiede davvero nella sua libertà, nella possibilità di tirare fuori tutto ciò che si ha dentro, anche fatti o desideri che nella realtà non avrebbero un nesso tra loro”.

Il teatro come luogo della possibilità dunque.
P.: “È per questo che bisogna fare teatro. Il teatro esiste da quando esiste l’uomo, non si può mettere da parte. Certe sensazioni, certi sentimenti vanno tirati fuori, vanno comunicati, perché è questa la vita. È questa la forza che viene dallo spettacolo e da un testo come questo”.

Parlando di sogni, lei ha sempre desiderato fare l’attore?
P: “Da bambino, ai tempi della guerra, approfittavo dell’assenza dei miei genitori per indossare delle cose che trovavo in una cesta ed interpretare i personaggi dell’epoca. Praticamente, ho sempre voluto fare teatro”.

In una precedente intervista, ha affermato che il personaggio di Henrik fa un bilancio della propria esistenza. Rispetto alla sua carriera, c’è un personaggio a cui è particolarmente affezionato?
P.: “Ogni volta che interpreto un personaggio, in quel momento è sempre il più importante. Non penso agli altri, che mi hanno ferito o accarezzato. Adesso, amo questo personaggio bergmaniano perché è al tempo stesso geniale e umano, pieno di difetti da indagare. L’avvicinarsi della morte frena l’uomo e molti dei suoi desideri rimangono sospesi. Tutto questo è affascinante”.

Guardando al futuro, invece, c’è qualche progetto in cantiere?
P.: “Sì, mi stanno proponendo delle idee, alcune anche abbastanza curiose, come Romeo e Giulietta, ma per me ha senso solo se vi è una determinata scrittura. È l’amore nella sua massima espressione. Mi piacerebbe farlo per esprimere l’importanza delle relazioni. Oggi l’amore viene sciupato e affrontato con uno sguardo eccessivo, ma è toccando certe corde dell’animo che si raggiunge il sublime”.

Valeria De Bacco 08-02-2019

"Raffaello Baldini è il persistente dell'umano": intervista a Massimiliano Civica

Abbiamo chiesto al regista Massimiliano Civica, curatore di “Piccola antologia. 16 + 1 Poesie di Raffaello Baldini”, il saggio degli allievi del III anno dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, se vi sia un legame tra lo spettacolo e “Piccola antologia in lingua italiana” (Quodlibet, 2018), recente ristampa di alcune poesie di Baldini tradotte da lui stesso. Si tratta di una coincidenza, ci spiega Civica, già vincitore di tre Premi Ubu (“Il mercante di Venezia”, 2008; “Alcesti”, 2015; “Un quaderno per l’inverno”, 2017): “mi piace la parola ‘piccola’. ‘Piccola antologia’ è semplicemente una selezione di poesie. Sono 16+1 perché 17 perché porta sfortuna”.

Perché Raffaello Baldini?

“È un poeta grandissimo, tra i più grandi di tutto il Novecento. Misconosciuto perché ha scritto in dialetto, un dato che ancora conta nella gerarchia della letteratura. Ma un poeta che riesce a far filosofia delle cose semplici, trattando argomenti molto quotidiani senza banalizzarla. Parla delle questioni umane: nell’arte non c’è progresso ma solo evoluzione. Da Dante a Leopardi, abbiamo sempre gli stessi problemi: abbiamo paura della morte, crediamo nell’amicizia, confidiamo nell’amore, proviamo dolore per chi cade nel nulla. Moriremo come 3600 anni fa, la tecnologia non ci salverà. I temi di Baldini ci riguarderanno sempre. In Baldini c’è il persistente dell’umano.”

Forse proprio per questo è un poeta che negli ultimi tempi sta conoscendo una stagione di riscoperta, penso al documentario di Silvio Soldini “Treno di parole” ma anche agli omaggi di Paolo Nori, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati.

“Certo, rispetto ad altri poeti in vita non ha goduto di visibilità – alla quale in realtà non era interessato. Baldini tratta l’umano in maniera chiara. Perciò non passerà di moda. Un autore concreto, incarnato, che riesce a far poesia a partire dal particolare. Se la poesia di Montale è inclusiva perché riusciva a fare poesia su tutto (pensa al telefono, al calzascarpe…), quella di Baldini è perfino iper-inclusiva: rende poesia un qualsiasi fatto della vita, ed è una capacità che appartiene solo ai poeti.”

Infatti le sue poesie sono piene di elementi del quotidiano, dal cane-amico al viaggio in treno, “piccoli fatti di paese che però valgono ovunque”.

“Robert Bresson diceva che il soprannaturale è il reale visto da vicino. Baldini mette la lente d’ingrandimento sul piccolo, su quei fatti quotidiani che si ripetono in continuazione; e fa un salto in verticale così da rendere tutto poesia, rendendo anche la chiacchierata al bar una dichiarazione esistenziale. Apparentemente possono sembrare barzellette, con questa struttura in cui l’ultima frase è un colpo di scena che ribalta il senso del discorso. Ma non bisogna farsi ingannare, perché proprio in quella chiusura c’è un portato umano pieno di compassione.”

Raffaello Baldini

Mi sembra centrale la questione della lingua. Baldini sosteneva che ci fossero “cose, paesaggi, persone, storie che accadono in dialetto”. Cosa resta oltre l’auto-traduzione?

“Resta abbastanza. Si perde la musicalità del romagnolo, ma rimane l’andamento inceppante. Baldini non è preciso come Montale, non vuole darsi una forma perfetta: colui che parla non ha direzionalità, vive un continuo inceppamento, cerca le parole e trova pensieri che affollano la mente, prospettive opposte. Anche qui si vede la sua grandissima arte: ripetere l’andamento quasi casuale per aprire mondi. Gli attori parleranno in italiano, un po’ perché il romagnolo è difficile e un po’ perché non c’erano attori romagnoli. Dopotutto nel saggio d’accademia è bene mettere in mostra come sanno recitare in lingua.”

Come si adatta una poesia monologante, sempre in prima persona ad un cast di ventitre attori?

“Alcune poesie saranno recitate da più persone. Per esempio, per il poemetto ‘Dany’ abbiamo tre attori. D’altronde l’attore – che comunque conserva le proprie caratteristiche – mette una maschera e così da tre voci diverse ne viene fuori una sola. Non si tratta di recitare ma di fare un atto di testimonianza, come se si sottintendesse ‘Baldini mi ha raccontato questo…’. Riportare qualcosa che ci ha interessato e di cui ci siamo appropriati.”

Non si tratta di un reading.

“No. Forse è il lavoro dell’attore nella sua essenza. Tolto tutto rimangono solo il corpo e la parola. È ancora teatro, una forma di teatro puro.”

Sull’allestimento? Leggendo le poesie di Baldini si palesa ai nostri occhi un mondo tangibile.

“L’allestimento sarà semplicissimo. Sul salto del proscenio, uno alla volta andranno a recitare, mentre gli altri saranno dietro nel buio. L’operazione del saggio è portare i ragazzi davanti al pubblico possibilmente nudi, soli con il loro corpo, la loro voce e le poesie.”

Gli attori sono gli allievi del III anno dell’Accademia.

“I saggi hanno sempre due ordini. L’uno è pedagogico: un percorso che faccia comprendere ai ragazzi qualcosa della recitazione. L’altro è una sorta di obbligo morale: dare a ciascuno un’occasione. Le poesie di Baldini lo permettono, un po’ perché nascondono qualcosa di molto teatrale: piccoli monologhi in cui apparentemente sembra sempre ci sia un altro, un interlocutore che in realtà non c’è. Basandosi sul dialetto della vita di paese, è inevitabile che lui lavori sul dialogo. Abbiamo scelto delle poesie per far capire lo statuto particolare di un attore: la perfetta unione tra l’io e un altro che è il testo.”

Cosa può dirci sul lavoro con gli attori?

“È un lavoro didattico molto strano: la poesia va lasciata passare mentre molto spesso gli attori la spingono, la portano loro stessi, sentendosi una specie di canale che arriva al pubblico. Bisogna muoversi su un equilibrio sottile: né troppo vuoto né troppo interventista. Sta qui la percentuale di rischio dell’operazione. Perché un equilibrio deve essere mantenuto, si tratta, comunque, di una poesia: non puoi dire ‘io’, ma sei tu che lo dici. È uno statuto ambiguo: la poesia diventa una sorta di maschera che devi rispettare. E così scopri che riesci a rivelarti nel momento in cui ti nascondi dietro le parole di un altro.”

Lorenzo Ciofani 7-2-2019

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