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"Con la bocca piena di spille", l'intervista a Martina Tiberti e Raffaele Balzano

Continua la stagione di prosa dell’Altrove Teatro Studio con lo spettacolo Con la bocca piena di spille, scritto e musicato da Martina Tiberti, regia di Raffaele Balzano con Patrizia Ciabatta e Giuseppe Mortelliti, in scena venerdì 6 e sabato 7 dicembre alle 20 con replica finale pomeridiana domenica 8 dicembre alle 17. Abbiamo rivolto alcune domande alla drammaturga e musicista Martina Tiberti e al regista Raffaele Balzano.

 “Con la bocca piena di spille” è un percorso, un racconto di liberazione e senso: lavoro, femminilità, crisi quotidiane. Da dove parte l’urgenza di portare in scena Leda?

Martina: Sicuramente da un’esperienza personale. Negli ultimi anni ho cambiato molti tipi di lavoro e la cosa che mi ha più colpito è come spesso non ci sia alcuna corrispondenza tra mansioni e capacità individuali, e come alcuni contesti richiedano un adeguamento che va dal modo di parlare al modo di vestire. Da qui è nata poi una riflessione sugli oggetti che ci circondano e sulle tante cose che portiamo addosso: cosa rappresentano, che relazione hanno con noi stessi, che potere hanno su di noi, come ci condizionano e se c’è una materialità che abbia davvero senso preservare.Tiberti

Il ritmo del racconto scenico è sempre fondamentale: in che modo ha “accordato” parole e musica con la storia?

Martina: Subito dopo aver finito di scrivere il testo ho iniziato a pensare alle musiche. Alcune di loro mi sono venute in mente già mentre pensavo alla storia perché sono brani a cui sono particolarmente legata. Per alcune scene invece abbiamo dovuto adattare i suoni ai movimenti degli attori quindi sono stati registrati dopo aver avuto molto chiaro cosa succedeva in scena.

Insieme ai due attori Patrizia Ciabatta e Giuseppe Mortelliti, si possono annoverare, forse, altri “non-personaggi” e cioè gli oggetti, scheggie di ricordi, frammenti di emozioni: cosa rappresentano questi elementi nello sviluppo dello spettacolo?

Martina: Alcuni oggetti identificano degli aspetti di sé di cui ci si vorrebbe liberare, altri delle parti di noi stessi con cui abbiamo un disperato bisogno di ristabilire un contatto. In entrambi i casi l'oggetto ha anche un ruolo attivo, contiene una storia da raccontare, può proteggerci, metterci in pericolo o aiutarci a ricordare chi siamo.

Nelle note di regia, si riflette sul piano temporale dello spettacolo che si muove tra passato e presente. In che modo ha reso questo aspetto sul piano della messa in scena?

Raffaele: Ho cercato semplicemente di dare vita scenica alle parole scritte. I due personaggi dello spettacolo si muovono appunto su due piani temporali differenti: il presente e il passato. Nel presente troviamo il venditore ambulante, una sorta di narratore che, posto a lato del palco, ci racconta la vita della protagonista di questa storia, Leda. Le vicende passate di questa giovane donna, narrate attraverso il diario, le vediamo vivere sul palco grazie proprio alla stessa Leda. I due, però, in una zona precisa del palco, avranno modo di avvicinarsi, interagire e trovare anche un piano temporale comune.

balzanoChe tipo di lavoro ha ritenuto necessario con gli attori?

Raffaele: Sono partito da un percorso individuale con i due attori, lavorando singolarmente sul diverso modo di raccontare questa storia in base ai loro personaggi. Una volta terminato questo lavoro, c’è stato quello nel quale abbiamo lavorato tutti insieme sull’interazione tra i personaggi, che nel risultato si è rivelato sorprendente soprattuto nell’ascolto tra i due attori. Mi piace pensare a questo spettacolo come ad un “monologo a due”.

Data la sua esperienza in ambito di festival e rassegne teatrali italiane e internazionali, qual è la sua idea rispetto al circuito nazionale in termini di dinamiche organizzative, contenuti e proposte?

Raffaele: Credo che oggi, nonostante le tante difficoltà, ci sia la voglia da parte di attori, registi, autori ,organizzatori, giovani e meno giovani, di fare le cose al meglio, con passione e professionalità, a qualsiasi livello ci si trovi. E’ molto interessante vedere come molte proposte, nella propria creazione, nascono anche dall’esigenza di uscire fuori dai confini nazionale per proporsi all’estero.


L’Altrove Teatro Studio è una realtà teatrale nuova e dinamica con un pubblico altrettanto nuovo ed eterogeneo: che tipo di risposta vi aspettate da chi verrà a vedere “Con la bocca piena di spille”? Cosa vi piacerebbe innescare, riflessione o intrattenimento, o magari entrambe le cose?

Martina: Non mi aspetto nulla, sono curiosa di vedere la reazione del pubblico ma non c’è nulla di prevedibile quando si porta in scena uno spettacolo, soprattutto uno come questo dove il confine tra dramma e commedia è molto sottile. Spero che la storia di Leda riesca ad emozionare e a coinvolgere, e che ognuno possa ritrovare un pezzetto di sé per poi aver voglia di liberarsene.
Raffaele: Come Martina, anche io mi auguro che questa storia possa lasciare nello spettatore qualcosa su cui riflettere e magari riconoscere alcune dinamiche personali. E’ uno spettacolo sincero, a suo modo una favola.

Redazione 3/12/2019

Intervista al Gruppo Tapodes dal 19 novembre in scena all' Altrove Teatro Studio con "Non so nemmeno se sono felice"

In scena dal prossimo 19 novembre e fino a domenica 24 all’Altrove Teatro Studio“Non so nemmeno se sono felice”, uno spettacolo ispirato alla figura e alle opere della scrittrice Irène Némirovsky, con adattamento e regia di Luca De Bei con il Gruppo Tapodes composto dalle attrici Paola De Crescenzo, Aura Ghezzi, Roberta Infantino e Carla Recupero, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

- Quali sono le necessità - umane e artistiche - che vi hanno condotto alla costituzione del gruppo Tapodes e al progetto su Irène Némirovsky?

Durante un momento di condivisione e di confronto sulle nostre idee e sulle nostre necessità artistiche, ognuna di noi ha sentito l'esigenza di esprimere attraverso l'arte e quindi il teatro, la propria sensibilità personale rispetto a certi temi, sempre attuali, riguardanti la figura della donna, con tutte le sue sfaccettature: la forza, la caparbietà, la fragilità, la speranza e la ricerca del sé. Ci piaceva l'idea di affidarci ad una scrittura femminile sapiente e da qui è iniziato il percorso di studio e lettura di Irène Némirovsky. I suoi testi ci hanno immediatamente rapito e insieme al regista ci siamo fatte guidare dal lei nel tentare di raggiungere il nostro obiettivo. E speriamo di esserci riuscite!Locandina Tapodes

- Sul piano della crescita e della formazione, la Scuola Professionale di Recitazione Padiglione Ludwig è un comune denominatore di ognuna delle componenti del gruppo: cosa rappresenta per voi la Scuola e i momenti che avete condiviso tra studio e lavoro?

Per noi il Padiglione Ludwig rappresenta il nostro punto di incontro e di partenza. Pur venendo da tre classi differenti, è stato il luogo in cui ci siamo riconosciute professionalmente e umanamente. Da quel momento è successo molto: i maestri, la sete di imparare, gli inciampi e le faticose risalite, qualche litigio, molte riconciliazioni e tanta collaborazione. Abbiamo assaporato lo spirito di un gruppo e lo abbiamo fatto nostro con la creazione del Gruppo Tapodes. Una palestra per prepararsi a compiere dei passi autonomamente, e esser pronti a ricominciare, sempre, di nuovo e al contempo la possibilità di essere protagoniste nella creazione di qualcosa, con un po' di incoscienza e coraggio.

- Quattro attrici, quattro donne, quattro personaggi che in “Non so nemmeno se sono felice” si moltiplicano e si confondono nelle tessiture del racconto scenico: in quali vite accompagnate lo spettatore, dalle pagine alla scena, fino alla vita reale?

Sulla scena vivono: una donna che vuole separarsi dal marito ma non riesce a lasciarlo, una ragazza ricca e viziata che verrà a contatto con un mondo opposto, quello di una prostituta che si illude di trovare una soluzione al fallimento della sua vita, una cocotte che ritrova una figlia data a balia da bambina la quale vorrebbe seguire le orme della madre. Le storie di queste donne con i loro drammi si intersecano con la storia di quegli anni e con il vissuto di Irène Némirovsky. Sono donne che affrontano le loro paure, le loro insicurezze, che sfidano il destino che non sempre le rende vincitrici, donne che, malgrado tutto, continuano ad amare. 

- L’approdo all’Altrove Teatro Studio è un punto di ri-partenza per lo spettacolo, il debutto di un progetto che potrebbe diventare il viatico per lavorare ad altre idee magari già in cantiere?

Il debutto all’Altrove per noi vuol dire innanzitutto far vivere finalmente il nostro lavoro davanti a un pubblico, far sì che la storia e le storie che vogliamo raccontare arrivino ad altre persone, escano dalla sala prove. Poi lo spettacolo continuerà a vivere e crescere e ad andare - speriamo - in altre città. Ancora non abbiamo un progetto preciso in cantiere anche se di idee in questi mesi ne sono uscite, al momento siamo concentrate su questo debutto!

- Nella veste di drammaturgo e regista Luca De Bei, un professionista riconosciuto con una esperienza trasversale in ambito teatrale e, come sceneggiatore, anche in ambito cinematografico e televisivo: come vi ha diretto lungo il percorso che ha condotto dalla stesura alla messa in scena dello spettacolo?

Nella fase iniziale del lavoro ci siamo incontrate con Luca per confrontarci sui racconti da scegliere come punti di riferimento per il testo, sulle suggestioni che ci davano e sulle tematiche che più ci stavano a cuore. Poi lui ha riscritto e tessuto insieme le storie, i racconti, i frammenti, i personaggi, le atmosfere, con una nota in più che ha cambiato radicalmente l’aspetto dello spettacolo, quella di far diventare Irène Némirovsky un vero e proprio personaggio, nonché il centro dello spettacolo. Quando abbiamo letto il testo eravamo entusiaste di questo. Poi sono venute le prove: Luca ha saputo guidarci a cercare una profondità ai personaggi nemirovskyani da lui reinventati, aggiungendo ogni giorno uno strato e una nuova sfumatura, a volte andando in direzioni contrarie, per poi ricongiungerle, spesso mostrandoci come andare oltre la nostra prima suggestione. Parallelamente, ha creato diverse drammaturgie sceniche per ogni piano di realtà suggerito dal testo, all’interno delle quali far muovere e vivere i personaggi. Nel complesso per noi, attrici giovani, è stato importante lavorare con un regista con un’esperienza e una sensibilità come la sua e da questa collaborazione è nata una creazione - “Non so nemmeno se sono felice” - a cui sia noi che lui teniamo molto.

- Quale sarebbe la sensazione più bella da provare subito dopo il debutto di “Non so nemmeno se sono felice”?

Ci auguriamo che le persone escano incuriosite, che vogliano conoscere chi era Irène Némirovsky, leggere i suoi scritti e in questo modo continuare a farla vivere. Con i suoi racconti offriamo uno specchio attraverso il quale lo spettatore, se vuole, può guardarsi: piccole frasi, gesti, pensieri ed emozioni che non sempre ci permettiamo, nella vita di tutti i giorni, di provare e far vivere. Vedrete sulla scena donne che lottano, tormentate spesso dalle loro stesse contraddizioni, e circondate dall’incombente guerra che all’epoca si presentava e che continua, sciaguratamente, ad essere presente nelle nostre vite.

 

Leggi qui la segnalazione dello spettacolo

Il trailer di "Non so nemmeno se sono felice"

 

Redazione

18/11/2019

Recensito incontra Luca Maria Spagnuolo in occasione della VI edizione di "Dante per Tutti"

Torna “Dante per tutti” l’iniziativa dantesca ideata da Luca Maria Spagnuolo e patrocinata dalla Società Dante Alighieri che porta la Divina Commedia e il Medioevo nel centro di Roma. La sesta stagione di “Dante per tutti” sarà nuovamente ospitata nella Cripta della Chiesa di Santa Lucia del Gonfalone e prevede un ciclo di appuntamenti di lettura con commento della Divina Commedia a ingresso gratuito. Il primo appuntamento, Inferno I - La selva oscura - Le visioni dell’aldilà nel Medioevoè previsto giovedì 7 novembre alle 19.30.

- Siamo giunti alla VI edizione di una rassegna dantesca particolare, che nel tempo si è evoluta e ha riscosso sempre più successo di pubblico. Ci racconti dove è cominciato tutto?

Ho l’impressione che non sia mai cominciato tutto, ma che comunque sia sempre avvenuto. Mi spiego meglio. La mia iniziativa nasce da una esigenza che ho sempre sentito in me: “conosci te stesso”, come all’ingresso dell’oracolo di Delfi. Un’esigenza che non sarà mai soddisfatta in pieno e che ha come conseguenza la continua ricerca. Conoscere sé stessi significa, per me, scoprirsi come prodotto di una tradizione culturale. Ciò che faccio è ricercare questa nostra tradizione nella Divina Commedia e nella civiltà del Medioevo, e restituire così al pubblico il frutto di una ricerca che non potrà mai avere fine.


- Dante Alighieri è sinonimo di letteratura italiana: studiandolo da solo, con la passione e la curiosità di chi frequenta le biblioteche, risale alle fonti e studia i codici medievali, cosa hai scoperto del Poeta e della Commedia che difficilmente si riscontra a scuola?

Sono tra i fortunati che hanno avuto la ventura di avere una insegnante al liceo che riuscì a farmi appassionare alla Commedia. Credo che questo sia molto importante: la passione. Tuttavia la scuola non può e non deve dare tutto. Ciò che un livello successivo di studio dà, sia esso individuale o universitario, è una maggiore consapevolezza di ciò che si sta studiando. Nel caso della Divina Commedia, si tratta di inserire Dante nel suo contesto temporale, culturale e geografico. Limitare Dante al suo tempo significa scoprirne la sua grandezza.Luca Maria Spagnuolo


- Sei Laureato in storia dell'arte hai lavorato in gallerie in Italia e all'estero, che peso ha avuto questa tua formazione nell'evoluzione che il "format" Dante per tutti ha conosciuto dagli esordi a oggi?

Più che di “formazione” parlerei del peso che ha avuto in me l’amore e soprattutto la fede nell’arte. La fede per l’arte è un qualcosa che non si costruisce: o c’è o non c’è. Non si può essere tiepidi nella fede, anche questo ci insegnano i Vangeli. Nel mondo dell’arte contemporanea, dove ho lavorato, non sono riuscito a trovare questa abnegazione: il desiderio - cioè - di tutto abbandonare per seguire la Croce della bellezza. Non ho trovato ciò che cercavo e quindi ho deciso di fabbricarmi da solo gli strumenti della mia passione.


- Cripta della Chiesa di Santa Lucia al Gonfalone e Letture d'Estate, questi i contesti in cui i romani ti hanno conosciuto e apprezzato. Dove ti piacerebbe portare il tuo Dante, cambiando magari contesto sia in senso geografico che di location?

Mi piacerebbe portare la mia iniziativa in altre città italiane. Sarebbe bello, poi, se il contesto ed il contenuto viaggiassero insieme. In Italia, infatti, mentre molti dormono il Medioevo è ancora ben vivo: come sarebbe, ad esempio, raccontare Dante e le leggende medievali nello splendido monastero di Fonte Avellana nelle Marche?
Inoltre mi piacerebbe poter esportare la mia iniziativa all’estero, magari attraverso le comunità italiane locali.


locandina- Cosa significa "perseguire l'originarietà e non l'originalità"?

Ciò che appare come nuovo non è ciò che è originale, ma ciò che è originario. In un certo senso l’origine ha già in sé il futuro. Sono sempre stato convinto di questo. Guardiamo la Divina Commedia: Dante nel I Canto dell’Inferno riconosce in Virgilio il suo maestro e il suo autore. Dante, quindi, scavalcando il suo tempo e ricollegandosi così all’origine di una tradizione culturale che sentiva come propria è riuscito a guardare avanti e a gettare le basi della nostra tradizione letteraria. È un concetto banalissimo questo, ma che oggi sembra dimenticato. Siamo davvero sicuri di essere moderni se leggiamo la Divina Commedia come una canzone rap? Non sarà forse vero il contrario, ossia che la nostra modernità risieda nella nostra antichità?


- Secondo il tuo parere, Dante è davvero "per tutti"?

Assolutamente no. Come tutto ciò che è grande, anche Dante richiede uno sforzo per essere compreso. Ciò che manca alla società attuale è proprio questo sforzo di comprensione del proprio passato. Il passato ha smesso di avere un futuro perché non lo sentiamo più nel presente. La mia iniziativa si chiama Dante per tutti, proprio per questo motivo: restituire a noi la presenza di Dante e del Medioevo.


- Leggende e visioni medievali arricchiscono i tuoi appuntamenti, insieme alle proiezioni dei Canti e di opere d'arte figurativa. È una mera scelta volta ad "alleggerire" la fruizione o, piuttosto, una tua idea di proposta artistica che abbracci più generi interconnessi e una necessaria crossmedialità?

È come il chiaroscuro. Inserire, durante gli incontri danteschi, appuntamenti dedicati alle leggende e al teatro medievale, vuol dire mettere in rilievo Dante collocandolo nel suo periodo storico. L’utilizzo della proiezione di opere d’arte assolve la medesima funzione.

Ed è lo stesso Medioevo, poi, ad aver prodotto il più sublime esempio di crossmedialità che io conosca, la Cattedrale: attraverso il linguaggio del numero, della geometria, della musica, della scultura e pittura cercare di parlare la lingua di Dio.


- Cosa intendi perseguire nel futuro più immediato? Cosa desideri come passaggio successivo per il tuo progetto?

Sono al lavoro su di un nuovo progetto sulla religiosità popolare nel Medioevo italiano. Vorrei raccontare il mondo minuto della devozione popolare attraverso brani anonimi in volgare italiano (laudi, preghiere, leggende, sacre rappresentazioni) adottando lo stesso “format” delle letture dantesche: proiezione di opere d’arte e lettura con commento dei brani analizzati.

Redazione

03/11/2019

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