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Intervista a Tindaro Granata, interprete e autore di Antropolaroid, viaggio familiare nella Sicilia magica

In occasione della riproposizione del suo spettacolo Antropolaroid, Recensito ha incontrato Tindaro Granata, attore e drammaturgo siciliano. Scoperto da Massimo Ranieri, vincitore di un premio Ubu per lo spettacolo sulla stepchild adoption Geppetto e Geppetto, Granata ha lavorato con Carmelo Rifici ed è direttore artistico dell’associazione Proxima Res. In Antropolaroid traccia un ritratto giocoso e drammatico della sua famiglia e della sua terra, una Sicilia da amare ma da cui allontanarsi per seguire i propri sogni.

Come hai affermato tu stesso, non hai avuto una formazione accademica. Questo ti ha dato maggiore libertà di azione, riguardo ad esempio la creazione di testi e personaggi, soprattutto in Antropolaroid?

All’inizio questa mancanza mi faceva sentire in difetto, come se mi mancasse qualcosa rispetto ai miei colleghi. Poi ho cominciato a pensare al teatro in altri termini, ho capito che potevo essere autore e interprete di me stesso e che la mia formazione era un pregio da utilizzare per essere me  stesso. Antropolaroid è uno spettacolo nato da questa idea. Per crearlo mi sono ispirato ai racconti e ai vecchi del mio paese. Utilizzavano la tecnica del cunto alla maniera contadina - cunto che poi negli anni è stato utilizzato anche dal teatro tradizionale. Il mio modo di fare il cunto è quello antico, dei ritrovi familiari della domenica attorno al fuoco. Mi sono basato sui miei ricordi di bambino per creare personaggi che non fossero né giusti né sbagliati, ma più veri possibile. La storia e i personaggi di Antropolaroid sono passati attraverso il canale dei miei ricordi che poi ho trasferito sul mio corpo.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Così facendo sei riuscito a coinvolgere persone provenienti da tutta Italia, facendo ridere e commuovere al di là di ogni background geografico e linguistico. Ma c’è stato un personaggio che ti sei divertito maggiormente a interpretare fra tutti quelli di Antropolaroid?

Sono due ed entrambi femminili. Una è la bisnonna, il personaggio che ricordo meglio, con cui sono cresciuto. Di lei ricordo soprattutto la durezza e allo stesso tempo la dolcezza. Ho questa immagine di lei, una vecchina vispa e arzilla e le sono affezionato  anche perché le persone che se la ricordano rimangono molto impressionati dalla somiglianza. L’altro personaggio è Niamena, la seconda moglie del bisnonno che faceva la prostituta. Lei in realtà è un personaggio quasi inventato, la sua storia non appartiene alla mia famiglia ma l’ho inserita perché mi ha colpito. Sono molto affezionato a questo personaggio perché mi permette di rappresentare la parte più sofferente e delicata di una donna, di questa prostituta che trova riscatto nella femminilità e nel fatto di poter allattare. Trovo che sia una cosa molto dolce e potente allo stesso tempo.

Parlando sempre di Antropolaroid, e in particolare dell’uso del dialetto, ci sono momenti, soprattutto quando parla la bisnonna, che riesci a rendere comprensibili anche se narrati in un dialetto talmente stretto da sembrare oscuro. È effettivamente così?

Sì, quello è il dialetto antico di Montagnareale, un paese sui monti Nebrodi, che io parlo molto velocemente affinché si capisca il meno possibile. Vorrei che in quella scena la bisnonna comunicasse allo spettatore, attraverso quei suoni, qualcosa di misterioso e antico. Mi ricorda le anziane che incontravo da bambino e quella loro lingua così incomprensibile da renderle ai miei occhi quasi creature magiche, come dei folletti.

Racconti quindi una Sicilia ancestrale che si ricollega al tuo presente, in una dichiarazione d’amore a una terra che è necessario abbandonare per sganciarsi da un destino già scritto…

Credo che ognuno di noi abbia i propri motivi che lo spingono ad abbandonare la propria terra, anche se poi si riducono tutti a uno stesso bisogno di autodeterminazione. Nella lontananza ognuno elabora il significato che quella terra ha per lui, riuscendo a costruire la propria storia. In Antropolaroid racconto il mio desiderio di emancipazione attraverso la storia della mia famiglia, ma questo non comporta che guardi con occhi malevoli la mia terra, piuttosto con occhi critici.

Parlando di questa volontà di emancipazione, la scena del suicidio di Tino si può interpretare come un tentativo di sfuggire, attraverso la morte, alla dinamica ricorrente e fatalista di un destino già scritto e immutabile?

Sì, esattamente. Tino è il mio alter ego, come suggerisce anche il nome, diminutivo di Tindaro. Tino si suicida uccidendo quella parte di me che sarebbe emersa se fossi rimasto in Sicilia. È un processo catartico nascosto al pubblico ma a me chiaro al momento della scrittura. Il personaggio è esistito realmente, era un ragazzo che conoscevo e che si uccise quando emersero le connessioni mafiose della sua famiglia. Io ero piccolo al tempo ma la storia mi rimase impressa.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Un altro tema importante del tuo teatro è quello delle famiglie arcobaleno, che tratti nello spettacolo Geppetto e Geppetto. Quanto dovrebbe essere presente questo tema nel panorama pubblico e politico italiano?

È un tema enorme che purtroppo non è stato affrontato fino in fondo, lasciando irrisolte molte questioni. Secondo me se ne dovrebbe parlare molto di più, in generale, perché la nostra famiglia “italiana” oggi in molti casi è una famiglia scomposta, allargata. Le leggi a tutela delle famiglie arcobaleno, se ci riflettiamo, interessano anche loro.

Vogliamo salutarti con una domanda leggera. Abbiamo letto in una precedente intervista che ami la cucina quanto il teatro, qual è il piatto che preferisci cucinare?

Amo cucinare il pane, di tutti i tipi, spesso lo preparo per i miei ospiti. Il piatto che cucino meglio in assoluto però è la pasta fatta in casa, specialmente i maccheroni alla vecchia maniera siciliana, modellati uno a uno con un filo d’erba. È il piatto della domenica o dei giorni di festa.

09/05/2019

Giulia Zennaro

Valeria Verbaro

 

"Se chi ascolta riesce a leggere la musica con le orecchie, il maestro d'orchestra ha fatto bene il suo lavoro": intervista al Maestro Matteo Baxiu

Dopo la (molto) buona riuscita dell'appuntamento del 6 maggio che ha visto protagonista la IX Sinfonia in Re minore, Op. 125 di Ludwig van Beethoven, l'Associazione Musicale Arteviva – composta da Coro e Orchestra da camera – prosegue con le celebrazioni per il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci e, soprattutto, conclude la propria XV Stagione Sinfonica e Sinfonico Corale. Il prossimo appuntamento è per il 10 giugno alle 21:15 nella stupenda Basilica di Santa Maria delle Grazie – sede concertistica dell'Associazione da ormai dieci anni – con Preludio da Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner e VI Sinfonia in Si minore, Op. 74 “Patetica” di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Per l'occasione, abbiamo fatto una chiaccherata con il direttore, il Maestro Matteo Baxiu.

Qual è la realtà dell'Associazione Musicale Arteviva?

L'Associazione nasce ufficialmente nel 2001 dalla passione e dall'impegno di un gruppo di coristi (il Coro Polifonico Theophilus) la cui esperienza iniziò nel 1995. Oggi è una realtà a cui fanno capo l’Orchestra da camera Arteviva, il Coro da camera Arteviva e l’Accademia di musica Arteviva. Nonostante siamo cresciuti e ci siamo dati una forma più istituzionale, l'obiettivo è rimasto quello di sempre: diffondere la cultura musicale a tutti i livelli attraverso, da un lato, le attività didattiche specifiche e, dall'altro, la stagione concertistica. L'orchestra ha raggiunto un livello qualitativo tale per cui nel novembre 2008 ha eseguito il primo concerto presso la Basilica di Santa Maria delle Grazie, che è diventata location stabile dalla stagione 2010/2011 in poi.

In tutti questi anni, qual è stato il principale cambiamento?

Negli anni c'è stato soprattutto un cambio di musicisti. Aldilà del repertorio, delle capacità tecniche e del lavoro fatto, il valore dell'orchestra è cresciuto proprio perchè siamo stati in grado di mettere insieme artisiti dalle personalità complementari.

Si va verso la conclusione della XV Stagione Concertisitica. Che tipo di stagione è stata?

È stata una stagione un po' particolare perchè ci siamo trovati nella condizione di doverci riorganizzare dal punto di vista dell'organico per avere basi più solide dalle quali ripartire l'anno prossimo. Abbiamo comunque deciso di ospitare alcune orchestre esterne nella prima parte della stagione come ad esempio l'Orchestra Sinfonica di Grosseto. Il programma è ripartito con un pezzo di richiamo, che abbiamo gia eseguito nel 2015 sempre a Santa Maria delle Grazie, in onore di Leonardo da Vinci

In occasione del 500° anniversario dell'artista Vinciano, avete scelto di mettere in programma la IX Sinfonia di Beethoven. Qual è il legame tra i due?

Leonardo è stato un valente musicista, è stato inventore di strumenti musicali e abbiamo anche testimonianza storica di alcune sue composizioni, anche se sono solo schizzi di contrappunto. Tuttavia questi suoi lavori non sono in linea con il nostro repertorio che va dal classicismo viennese (Mozart, per capirci) in poi. L'intento però è stato quello di rendere omaggio a un genio eclettico attraverso la musica di un altro genio, quale è Beethoven, con uno dei capolavori della musica.

Per l'esecuzione della IX Sinfonia sarà coinvolto il coro Canticum Novum e quattro solisti. Cosa c'è di complesso in questo lavoro?

Le parti vocali sono abbastanza particolari: chi si avvicina alla partitutra sempre si “lamenta” perchè composta da parti molti difficili e molto tecniche. È complessa perchè ci sono molti passaggi ripetuti che tendono a stancare le voci: c'è il rischio di “sgonfiarsi” nel corso dell'esecuzione. Ecco perchè richiede voci molto solide, oltre che una massa vocale importante.

L'appuntamento conclusivo sarà il 10 giugno con Wagner e Tchaikovsky. Perchè loro?

Abbiamo fatto una scelta un po' di pancia e un po' con criterio. Criterio perchè la sinfonia di Tchaikovsky è inquadrata all'interno di un progetto sulle sinfonie che vorremmo si sviluppasse negli anni. Abbiamo già eseguito il ciclo completo delle sinfonie di Beethoven, le principali di Mozart e una buona parte di quelle di Shubert. Abbiamo iniziato l'anno scorso con la V di Tchaikovsky che è una delle più amate. Ma secondo noi mancava una parte di programma. Abbiamo quindi scelto di pancia la VI Sinfonia “Patetica” del compositore russo. Al contrario, il Preludio dell’opera Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner, è stato inserito in programma perchè bello, affascinante e amato dal pubblico ma anche perchè un po' entra in contrasto con Tchaikovsky. Infatti, mentre le sonorità e gli sviluppi della sinfonia sono intimi, il preludio è maestoso e imponente. Abbiamo voluto quindi accostare due brani diversi ma che, a parere mio, si incastrano perfettamente.

Il ritrovo è sempre nella Basilica di Santa Maria delle Grazie. Cosa aggiunge all'esecuzione e come influisce?

L'acustica in Santa Maria delle Grazie non è felice: bisogna usare molto cortezze, stare molto attenti alla posizione del coro e dell'organico perchè c'è la cupola che crea delle difficoltà. È quindi una location impegnativa. Siamo “obbligati” ad “adattare” l'esecuzione a tutte queste caratteristiche rispetto, ad esempio, alla nostra sala prove che è molto asciutta (il che è ottimo) e rende più facile cogliere ogni sfumatura. La faccia positiva della medaglia? chi viene a sentire un concerto in un contesto come questo fa un'esperienza unica e affascinante: l'insieme di quello che si vede e di quello che si sente è un'esperienza d'arte. E questo ci ripaga.

Queste sono le difficoltà circoscritte a una serata. Quali sono, invece, le difficoltà di un direttore d'orchestra oggi?

I direttori artisitici non sono completamente liberi. Per quanto riguarda la programmazione, ci sono molti paletti da rispettare perchè si deve rispondere a esigenze economiche come, banalmente, vendere i biglietti o avere un buon riscontro di pubblico. Si tende quindi a ripetere sempre gli stessi brani mentre “uscire” dal conosciuto diventa rischioso. Il problema è proprio quello di non poter azzardare. Se si vuole fare ciò, bisogna mettere il brano conosciuto accanto alla “novità”. E, a dire la verità, molto spesso viene apprezzato maggiormanete il pezzo meno conosciuto.

Al di là delle questioni economiche – seppur decisive - cosa vuol dire essere un direttore d'orchestra oggi?

La riflessione qui diventa più profonda. Non essendoci un'educazione seria all'interno delle scuole – e per seria si intende non solo formare musicisti ma anche dare degli strumenti ai cittadini per poter affrontare e ragionare in maniera diversa la vita - conoscere la musica e/o studiare uno strumento diventa un modo per formare un certo tipo di ragionamento e mentalità. Se chi ascolta riesce a leggere la musica con le orecchie, allora il maestro d'orchestra ha fatto bene il suo lavoro.

Che relazione si crea quindi tra chi ascolta, chi suona e chi dirige?

La magia e la potenza della musica stanno in due su caratteristiche: vive e muore nello stesso momento e ha bisogno di interpreti che devono essere persone vive. C'è quindi un intermediario tra l'opera musicale, la partitura che è una traccia e il pubblico. La preocupazione di chi dirige e di chi esegue è quella di rendere comprensibile per chi ascolta quello che c'è sulla partitura ovvero quello che l'autore ha scritto. Chi dirige e chi esegue dovrebbe avere la consapevolezza che il materiale su cui lavora non è suo e quindi interrogarsi su cosa l'autore voglia dire con quelle note.

Cosa c'è in questa “relazione a tre” che continua ad attrarla e incuriosirla?

L'essere l'interprete. Per quanto richieda uno sforzo mentale decisivo, riuscire a partire dalla partitura e arrivare a un messaggio unico è appagante. La pagina scritta passa nella testa del direttore e dei componenti dell'orchestra che tentano di capire cosa voleva comunicare l'autore, lo elaborano, lo adattano e tentano di presentare un'idea comune al pubblico

Chiara Rapelli 8/05/19

Massimo Odierna

Dal 2 al 5 maggio è andato in scena in prima nazionale, al Teatro Spazio 18b di Roma, “Signorotte”, la tragicommedia scritta e diretta da Massimo Odierna, e intepretata da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano della compagnia Bluteatro. Terzo episodio di Disalogy - la trilogia del disagio, quella di “Signorotte” è una drammaturgia pop, accessibile tanto agli addetti ai lavori come a chi non frequenta abitualmente i teatri: tre amiche ultracinquantenni si incontrano dopo anni in occasione del funerale del marito di una di loro.
Ci siamo fatti una chiacchierata con Massimo Odierna sul disagio della nostra generazione, sull'importanza di sapere chi siamo per capire dove andiamo e sulle contraddizioni che danno motore alla vita e alle sue storie.

Signorotte è uno spettacolo tragico ma anche molto divertente. È un po' la tua marca stilistica raccontare la crisi in maniera grottesca.

Fin dalle mie prime operazioni drammaturgiche ho sempre cercato di restituire qualcosa di estremamente ironico ma mai comico fine a sé stesso. La tristezza e la paura possono tradursi in ironia e cinismo, fino all'eccesso. Cerco di raccontare due facce della stessa medaglia allo stesso tempo. Quando l'operazione riesce è gratificante, vuol dire che la strada è quella giusta.

Signorotte fa parte della Trilogia del Disagio. Qual è la tua definizione di disagio?

Per me il disagio è la contraddizione, tutto ciò che ha a che fare con l'imprevedibilità della vita (certe cose estremamente poetiche possono nascondere il marcio, altre estremamente basse possono celare qualcosa di poetico, alto, o spensierato) e il non risolto della psicologia umana (tutto ciò che presenta crepe: le ossessioni, le nevrosi, le nostre paure). Oltre a questo, è anche un modo per raccontare una cifra stilistica e drammaturgica: all'interno delle mie storie inserisco tutto ciò che ha a che fare col disagio dei giorni nostri, le contraddizioni dei nostri tempi, senza mai però cadere nel teatro sociale. Non mi piace parlare del problema sociale fine a sé stesso. Nel disagio c'è la vera benzina per raccontare qualcosa: quando tutto è lineare, risolto c'è poco da raccontare. Non ho la pretesa di dare risposte né punti di vista definitivi, le mie storie non hanno moralismi né interpretazioni univoche. Mi piace mettere insieme degli elementi contraddittori e vedere l'effetto che fa.

In effetti abbiamo tanto da raccontare oggi. Anche se ogni epoca è contraddittoria a suo modo, forse la nostra è particolarmente contraddittoria, come è proprio di tutte le epoche di transizione.

È vero che ogni epoca non è mai risolta, mai serena. Noi siamo bravissimi a dire che oggi è sempre peggio di ieri. In realtà il peggio c'è sempre stato, e per fortuna anche il meglio. Ovviamente noi viviamo questo tempo e rispondiamo ai problemi di questo periodo storico, di questa generazione. I tempi che stiamo vivendo sono molto spaesanti al punto che non riusciamo a vedere cosa c'è al di là del nostro presente. Il presente oggi non è più soltanto una filosofia di vita – “vivi il momento, perché oggi siamo vivi e domani chissà”, ma è diventato una condanna. Il futuro lo possiamo immaginare, costruire, però non è così facile proiettarsi in un futuro. Prima, in qualche modo, il futuro poteva darti una certa “tutela”.

Il disagio della nostra generazione sta nel non avere la certezza che, dopo anni di fatica, quell'accumulo di impegno in qualche modo verrà ripagato.

Esatto, oggi investiamo tante energie nel nostro lavoro ma non sempre ogni mattoncino ti aiuterà a costruire il prossimo. Oggi più che mai dobbiamo avere tanta forza di volontà e tanta fiducia in noi stessi: dobbiamo accettare questo presente caotico, prendere il bello che questo caos ci offre e cercare di trasformarlo, senza proiettarci troppo nel futuro né farci mangiare dai fantasmi del passato. Dobbiamo giungere a un compromesso con questo disagio.

SignorotteIn che modo le tre Signorotte incarnano questo bisogno/difficoltà di trovare un posto nel mondo? Perché la scelta di tre personaggi femminili?

È la prima volta che ho scritto un testo pensando da subito a chi lo avrebbe interpretato. Per Posso lasciare il mio spazzolino da te?, Toy Boy [gli altri due spettacoli della stessa Trilogia] e per altri testi sono partito da un'idea, ho cominciato a scrivere e poi ho pensato agli interpreti. Stavolta invece ho dedicato Signorotte a tre amiche e colleghe attrici che stimo tanto e conosco da anni, cucendogli addosso la drammaturgia. Viviana (Ida), Elisabetta (Beta) e Sara (Ada) sono amiche da anni anche nella vita, dunque il tema del ritrovo tra amiche era perfetto per loro. In più sentivo l'esigenza di raccontare il mondo femminile con dietro l'ombra del maschile. Stavo attraversando un periodo di “mal d'amore”, di “disagio amoroso”, appunto, in seguito alla fine di una storia importante. Avevo capito di aver sottovalutato questa relazione, di averla data per scontato. Mi sono dunque ritrovato a gettare su questo testo, inconsciamente, una sorta di espiazione di colpa, finendo a parlare del femminile, sì, ma dal punto di vista di una persona ferita, ovviamente traslandolo in chiave creativa. Così è nata questa tragicommedia, in cui le protagoniste sono donne ma dietro di loro c'è la mano maschile, l'ombra del maschio.

Cosa intendi per “ombra del maschio”?

Intendo “i danni” che l'uomo commette nei confronti della donna. Ho preso tutto il bagaglio emotivo che stavo vivendo in quel momento, trasformando la mia esperienza in una storia il più possibile oggettiva, universale – non credo sia interessante portare in scena le storie personali così come sono.

Come autore, non hai la pretesa di insegnare nulla. Racconti le tue storie e spetterà poi allo spettatore scegliere se identificarsi nei tuoi personaggi, emozionarsi o ridere di loro. Ciononostante, la messa in scena richiede responsabilità.

Quando crei un mondo, una storia e dirigi degli attori, quello che dicono dipende da te, il che è molto adrenalinico, mi diverte. Quando il pubblico assiste a qualcosa che tu hai creato, per me è commovente, è un grandissimo atto d'amore. Al tempo stesso comporta anche una grandissima responsabilità. Mai pensare che il pubblico si beva tutto o che voglia semplicemente staccare il cervello per due ore: il pubblico è fondamentale, per questo pretendo molto dal mio lavoro e da quello dei miei attori. Devi lavorare in maniera onesta, essere sempre rigoroso, attento e professionale anche nelle cose più piccole. La necessità di comunicare è importantissima, non puoi cercare di vendere “fuffa”. In ogni caso sono ancora alla ricerca. Per chi ha visto più di un mio spettacolo, il mio stile è già chiaramente riconoscibile, ma io non so ancora cosa sia in realtà. Diventare troppo padrone della mia creatività forse sarebbe anche noioso. Mi piace invece quando le storie iniziano a prendere il sopravvento, quando i dialoghi prendono vie tutte loro. È una specie di piccolo dono che io devo ascoltare, e non mi devo imporre su quello che devo fare, mi devo lasciar sorprendere.

Qual è secondo te il compito dell'artista oggi? Cos'ha da dire al pubblico?

Io non mi definisco un artista. Sono un attore che scrive delle cose, le mette insieme e cerca di renderle il più possibile comunicative. Posso reputarmi un giovane drammaturgo che dà vita a delle scritture di scena. Non so qual è il compito dell'artista. Sicuramente se qualcuno ha qualcosa da dire è giusto che si esponga. Se non hai nulla da dire, diventa pura vanità, narcisismo, che pure ci può stare, la vanità è interessante come motore. Se hai un'urgenza, una necessità, un impulso, un daimon che ti guida e ti induce a fare delle cose, vai. Ma se non si ha nulla da dire è giusto che ci si raccolga nel silenzio. A me piace anche starmene in silenzio. Quando non avrò più nulla da dire non dirò nulla.

RonconiCosa ne pensi dell'ambiente teatrale romano? Quali difficoltà hai incontrato e quanto bisogna scendere a compromessi per starci dentro?

Si deve sempre scendere a compromessi, la vita stessa è un compromesso. Questo settore ti mette di fronte a tante possibilità, che puoi scegliere in base alla tua indole. Ci sono attori che puntano alla notorietà, e se hanno questa urgenza va bene, è giusto. Ci sono quelli a cui non importa immischiarsi nella vita mondana dello spettacolo, intrattenendo relazioni e cercando ingaggi lavorativi, ma preferiscono mandare avanti una ricerca individuale, a discapito della stabilità economica o del successo. Io sono a Roma da diversi anni, ho studiato all'Accademia Silvio d'Amico, ho lavorato con Ronconi... ho fatto un certo tipo di teatro abbastanza “alto”, che mi ha dato tanto. Essendo un ragazzo di periferia di Napoli, senza velleità artistiche di un certo livello, mi sono ritrovato invece all'interno di un ambiente istituzionale riconosciuto. Poi la mia natura mi porta a stare anche nei sottoscala, a contatto con l'”artigianato quotidiano”. La comunità romana è molto contaminata e frammentaria: c'è di tutto e devi saperti confrontare con tutto. Sto per dire una frase alla Osho [ride], ma se sai chi sei, cosa vuoi fare e cosa vuoi dare come attore, regista, performer, autore, puoi aiutarti a orientarti all'interno di un panorama molto vasto e variegato. Se sei centrato, radicato, se hai un minimo di “struttura” e sai cosa ti piace fare, cosa puoi dare e che direzione vuoi seguire, se conosci il tuo “richiamo” puoi evitare di perderti, in un mondo in cui puoi facilmente andare a finire dove ti sbattono gli altri in base a quello che cercano in quel momento.

Hai già in serbo qualche nuovo progetto cui dedicarti dopo il debutto di Signorotte?

Ho intenzione di programmare altre date per i tre spettacoli di Disalogy, sia come trilogia completa che singolarmente. Continuerò a collaborare con la Scuola del Teatro dell'Orologio, in veste di docente di improvvisazione e scrittura creativa e dirigo anche un corso serale di recitazione presso il teatro Agorà e sto lavorando al saggio finale.  Con la compagnia Bluteatro, composta dai miei amici della d'Amico, ci occuperemodurante l'estate del corso propedeutico ai provini delle Accademie. Come attore, quest'anno ho partecipato a diversi spettacoli – Il Colore del Sole, tratto dall'opera di Andrea Camilleri e diretto da Cristian Taraborrelli, e Fram(m)enti, frutto di un progetto su Kurtág per l'opera kafka-fragmente, diretto anche questo da Taraborrelli – che mi piacerebbe riportare in scena. Cercherò poi di dedicarmi a nuove scritture, a nuove storie.

Sara Marrone, 08/05/2019

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