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Allo spazio esposizioni della Ca' Foscari in mostra le opere di Gely Korzhev

Lo Spazio Esposizioni dell'Università Ca' Foscari di Venezia, ospita fino al prossimo 3 novembre una delle figure più eminenti del panorama pittorico, Gely Korzhev prima sovietico e poi russo, della seconda metà del Novecento. Il ritorno tra le lagune cade esattamente 57 anni dopo la sua partecipazione alla XXXI Biennale, quando, assieme tra gli altri a Viktor Popkov, risultò, nel padiglione dell'URSS, la voce più convincente del cosiddetto “stile severo” che cercava, nell'alveo ancora quasi inscalfito del realismo socialista, una via espressiva d'uscita dai canoni ferrei dell'epoca staliniana.
La mostra “Gely Korzhev. Back to Venice” - realizzata grazie a un'azione congiunta tra Galleria Tret'jakov, the Institute of Russian Realist Art e il Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca' Foscari – restituisce prima di tutto, con documenti, foto, proiezioni, e inoltre con il ricorso alle Information and Communication Technologies, la concretezza del trittico del pittore russo, la sala Korzhev e altri segni importanti presenti nel Padiglione del 1962. Ma è anche l'occasione – tre anni dopo la grande monografica dedicata a Korzhev dalla Galleria Tret'jakovskaja di Mosca – di presentare al pubblico italiano e internazionale, con oltre 50 dipinti, una consistente ed esauriente sequenza di opere del maestro, che non potranno che fare giustizia degli affrettati giudizi espressi in occasione della XXXI Biennale.
La rassegna dell’Università Ca' Foscari Venezia non si presenta come una mostra antologica in senso stretto. Procede piuttosto per nuclei tematici ben definiti, focalizzandosi criticamente sugli aspetti che sono stati ritenuti più rilevanti nella vasta produzione dell'artista: davanti agli occhi degli spettatori sfileranno così i monumentali nudi dell'artista, le sue straordinarie nature morte, alcuni altri esempi particolarmente riusciti della sua originale declinazione della pittura realista sovietica; il centro essenziale del percorso si impernia tuttavia sulle immagini dolenti della memoria degli anni della Grande Guerra Patriottica, che è il nome russo della Seconda Guerra Mondiale, che sono anche i capolavori che hanno garantito a Korzhev il maggior riconoscimento internazionale: non casualmente Tracce di guerra (1963-1964) fu prescelto, tra oltre 500 opere esposte, come manifesto per la grande esposizione “Berlino-Mosca Mosca-Berlino” del 2003 al Martin Gropius Bau. La rassegna si conclude con le meditazioni visive del pittore sul collasso del sistema sovietico: sono dipinti a volte di accorato coinvolgimento, altre volte di recisa denuncia sociale, altre ancora grottesche, come nelle degenerazioni ibride dei cosiddetti Tyurlikis e negli scheletri dell'URSS.
L’esposizione, come recita il suo stesso titolo, costituisce anche l’occasione per rileggere, dopo più di mezzo secolo, quell’esordio veneziano di Korzhev.  Nel 1962 Larisa Salmina, il commissario del padiglione, esplicitava così i criteri con cui erano stati selezionati gli artisti che dovevano rappresentare la cultura artistica russa in una fase molto delicata della sua vicenda novecentesca, quella del disgelo post staliniano guidata da Nikita Khrushchev: «L’arte sovietica è rappresentata alla XXXI Biennale di Venezia da alcuni artisti appartenenti a varie nazionalità e generazioni. L’opera di questi artisti dà una chiara idea di quanto siano numerose le maniere creative, di quanto sia ricca la tematica che illustra la vita del popolo sovietico, e di come sia profondamente umana l’arte sovietica». Diversificazione di linguaggi, alternanza di generazioni, ancora saldo collegamento con «la vita del popolo sovietico»: per questo accanto alle figure emergenti di Korzhev e Popkov erano stati convocati anche giovani speranze e più collaudati accademici.
Korzhev vi espose una sorta di autoritratto in movimento (L'artista inginocchiato del 1961, che sta realizzando un piccolo nudo di donna a gessetti sul ciglio di un marciapiede, e tiene accanto a sé un basco con qualche moneta offerta dai passanti) e soprattutto il trittico Comunisti (1957-1960), ora al Museo Russo di Stato di San Pietroburgo. Sono tre vaste tele, due verticali, una orizzontale, di misure irregolari: la prima (in ordine di esecuzione), è intitolata Internazionale, dominata da due figure in piedi, due soldati dell'Armata Rossa su un campo di battaglia, una che suona il corno, l'altra, di spalle, che regge virilmente il vessillo del reggimento; la seconda – l'unica orizzontale: Alzando la bandiera – mostra un civile inginocchiato, che prende in mano la bandiera rossa abbandonata da un compagno caduto; la terza (Omero: lo studio) ha come protagonista uno scultore, in realtà in abiti militari, intento a modellare un busto del poeta greco.

Davide Antonio Bellalba  07/05/2019

Viviana Altieri racconta "Signorotte": "il dolore è un'opportunità"

Dal 2 al 5 maggio, in prima nazionale assoluta allo Spazio 18b, debutta “Signorotte”, spettacolo scritto e diretto da Massimo Odierna e interpretato da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano. Una tragicommedia che affronta il disagio e la miseria, la ricerca di un posto nel mondo, le nevrosi ed i vizi umani, focalizzando l'attenzione sulle contraddizioni moderne e sulla brutalità dell'uomo. Il giorno dopo la prima abbiamo incontrato Viviana Altieri:

Viviana, puoi raccontarci le emozioni della prima?

"Prima di debuttare, nonostante tu sia preparato e cerchi di fare del training per rilassarti, sei sempre molto teso. Appena entri in scena e le luci si spengono, lo vivi come un momento di blackout. Io, Sara ed Elisabetta eravamo molto emozionate, ma anche felici di fare questo gioco insieme, come se dovessimo fare bungee jumping".

Avete studiato tutte e tre all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico".

"Sì, eravamo compagne di classe, anche con Massimo (Odierna). Dopo il diploma abbiamo iniziato un percorso di collaborazione lavorativa, fondando la compagnia BluTeatro, che è stata il perno che ci ha tenuti insieme".

“Signorotte” è l'ultimo capitolo della cosiddetta trilogia del disagio: cosa pensi delle due opere precedenti e dei parallelismi che le legano a “Signorotte”? viviana altieri 19 copia e1539708057120

"Le tre opere sono accomunate dalla discesa agli inferi dei personaggi. Per la drammaturgia di Massimo sono necessari gli attori: lui scrive per loro, infatti il testo di “Signorotte” è scritto apposta per me, Betta e Sara. Tutti i protagonisti della trilogia sono dei perdenti, hanno difficoltà a stare al mondo, sono degli antieroi che vivono situazioni grottesche. “Signorotte” però si differenzia dagli altri due spettacoli per una diversa visione della donna, di più ampio respiro".

Che tipo di lavoro hai fatto sul tuo personaggio?

"Abbiamo fatto un lavoro di gruppo perché i personaggi a sé stanti non hanno ragione d'essere, non funzionano. È nella dialettica tra di loro che assumono un ruolo: intorno a Ida, il mio personaggio e la leader del gruppo, si sviluppano gli eventi della storia. Ho cercato di capire cosa Massimo avesse visto di me in nel personaggio e credo che dal mio carattere abbia preso la tendenza a trovare delle soluzioni in qualunque momento, nel tentativo, a volte vano, di far stare tutti a proprio agio".

Se dovessi paragonare “Signorotte” ad un'altra opera, anche non teatrale, quale sceglieresti?

"Le tre sorelle di Cechov perché in quei personaggi che abbiamo interpretato all'accademia, ognuna di noi (io, Betta e Sara) si era identificata in determinati tratti caratteriali. Le tre sorelle ambiscono a dei sogni che non realizzeranno mai, dovranno accettare compromessi e rinunce e nuoteranno in un lago di tristezza e disperazione".

Massimo Odierna ha detto che “esiste per tutti un momento di crisi e di disagio nel quale l'individuo si confronta con se stesso. Il disagio è dunque una condizione umana che racchiude in sé malinconia e tristezza, preoccupazione e agitazione”. Cosa ne pensi?

"Ci pensavo in questi giorni. I momenti di crisi e disagio li viviamo male, faremmo di tutto per uscirne, eppure è proprio passandoci attraverso, immaginando questo dolore come un varco, che riusciamo ad andare dall'altra parte. Metterti di fronte a te stesso implica un momento di conoscenza, impari qualcosa di te e del mondo che prima non sapevi. Il dolore è un'opportunità: grazie alla caduta ti elevi perché ogni ferita comporta un'evoluzione".

Le tre protagoniste di “Signorotte” affrontano il dolore e ne escono sconfitte?

"Per tutta la vita si sono trovate in situazioni di disagio che hanno cercato di affrontare. Sono allo stesso tempo vittime e carnefici, vincenti e perdenti. Questa risposta, se siano sconfitte o meno, dipende da ciascuno spettatore. Ieri abbiamo avuto i primi feedback del pubblico: qualcuno ci ha visto una vittoria delle donne, per altri invece è stato un momento di riflessione profonda intorno al fallimento".

Alessandro Ottaviani 5/05/2019

"Signorotte": Recensito incontra Sara Putignano

Brillanti e divertenti, ora sfacciate ora psicotiche. Sono le "Signorotte" di Massimo Odierna, interpretate in modo eccelso da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano.
Parlandone con Sara Putignano - pugliese, classe 1986, vero talento del teatro italiano - non abbiamo potuto fare a meno di constatare che un po’ ricordano le "Donne sull’orlo di una crisi di nervi" di Almodovar, ognuna a modo suo.

Tre personalità molto diverse quelle di Ada, Ida e Beta. Cosa le lega nel profondo, a parte uno scabroso segreto che ci viene rivelato solo alla fine?
Sicuramente una grande amicizia, nata tra i banchi di scuola. Si è instaurato questo rapporto fatto di un magico equilibrio. Ci sono Ada e Beta che si scontrano di continuo e Ida che fa da intermediaria, ma tutte e tre sono completamente diverse tra loro. Rappresentano tre punti di vista diversi sugli uomini, tre modi diversi di vivere le cose, tre ambienti familiari diversi che poi portano ad una visione del maschile ben precisa.

Il rapporto con gli uomini è uno dei punti centrali in effetti…
Sì, ed è strettamente legato all’ambiente familiare che ognuna vive. C’è Beta per esempio che vive in un contesto domestico dove regna la violenza, è cresciuta nella realtà della periferia, Beta la vita l’ha vissuta. Non è un caso che pur commettendo tutte e tre degli omicidi Beta sia l’unica che si sporca davvero le mani. Ada invece è completamente estranea a tutto questo, è cresciuta in un ambiente ovattato e quando già da giovane inizia ad essere annoiata dagli uomini, si lancia nel suo percorso artistico cercando di esplorare la sua vocazione. E anche da adulta poi fa lo stesso, perché si sposa con un uomo perennemente assente, ha una figlia a cui per non far mancare niente ha dato troppo e si ritrova comunque da sola.

Il tuo personaggio è quello che più di tutti deve fare i conti con la solitudine, una solitudine che riempie la sua quotidianità nonostante tenti di cacciarla in tutti i modi.
Esatto, Ada si rifugia nella sua vocazione artistica e si crea una dimensione tutta sua, si fa costruire un teatro dentro casa ed è costretta a pagare una compagnia per mettere in scena le sue creazioni. Si rifugia in una realtà ricostruita, come nel teatro. La sua è una grande solitudine che nasconde il suo fallimento. Lei, che sui banchi di scuola prendeva in giro il professore di matematica e chiedeva alle altre di giurare di non diventare mai come lui, è la prima ad aver fallito perché tutto quello che si erano promesse la spaventava. E da adulta continua inutilmente a cercare di realizzarsi.

Questo passaggio continuo tra l’età adulta e l’età giovanile nel cinema è facile da realizzare, ma a teatro? Soprattutto con una scenografia così scarna. È stato complicato da mettere in scena?
All’inizio avevamo tutti un’idea più articolata della cosa. Avevamo pensato a degli espedienti estetici, metterci più strati di costumi e far corrispondere ad ogni cambio d’abito un’età precisa. Poi però ci siamo appoggiati all’essenza del teatro, ci siamo fidate del suo potere e della nostra capacità di creare. Il bello del teatro è che si tratta di una convenzione, quindi il pubblico vede quello che noi vogliamo fargli vedere. Se lo spettatore ha fatto il nostro stesso viaggio allora lo spettacolo funziona. Anche negli ultimi lavori che ho fatto mi sono trovata a lavorare in spazi vuoti. Non c’è niente, ci sei solo tu. E questi lavori ti mettono a nudo, dipendono completamente da te, perché se non fai bene allora crolla tutto.

Tu poi hai avuto modo di fare anche cinema, quindi hai potuto constatare personalmente le differenze tra questi due modi di recitare. Tra i due quale senti un po’ di più il tuo habitat naturale?
Sicuramente il teatro, ho cominciato con il teatro e lo faccio da dieci anni. La cosa che ho scoperto facendo entrambi è che avendo due meccanismi di creazione completamente diversi è necessario anche sviluppare un tipo diverso di allenamento per ciascuno. Il teatro si nutre delle reazioni del pubblico, è sempre diverso, in continuo divenire ed è in mano tua in quel momento. Tu attore sai che la tua performance non sarà mai uguale il giorno dopo. Nel cinema tutto questo non esiste. Magari ci metti cinque ore per tre battute e in quelle ore devi saper tenere sempre alta l’attenzione per incanalarla nei cinque minuti giusti o sei finita. Nel cinema tu non hai il controllo e questo in un certo senso è frustrante. 
Devi tener conto anche dell’aspetto tecnico che è molto più presente, come la limitazione dei movimenti, la camera che ti riprende. Però devo dire che essendo io ipercritica, il cinema mi ha aiutata. Mi piace molto e vorrei continuare ad esplorarlo.

Ce lo vedresti "Signorotte" al cinema?

Sì dai, come hai detto anche tu prima proprio per il continuo spostarsi da una dimensione temporale all’altra, secondo me si presterebbe davvero bene.

Giulia Mirimich

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