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Verona: i caveau dei grandi musei italiani negli scatti di Mauro Fiorese, alla Galleria d’arte

L'esposizione, aperta dal 5 aprile al 22 settembre, verte sulla serie fotografica Treasure Rooms di Mauro Fiorese (Verona, 1970-2016), artista d’origine veronese, riconosciuto a livello internazionale e scomparso prematuramente tre anni fa.
I ventisei scatti della serie sono stati realizzati nell’arco di tre anni dal 2014 al 2016 e hanno ritratto i depositi dei maggiori musei italiani, in tutto tredici, tra i quali: il Museo di Castelvecchio a Verona, la Galleria degli Uffizi, laGalleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Capodimonte, Museo Correr, MART di Rovereto. L’introduzione al percorso espositivo accompagna lo spettatore dietro le quinte del progetto, attraverso immagini e proiezioni video inedite, riavvolgendo idealmente la pellicola di tre anni di viaggio (2014-2016) all’interno dei Sancta Santorum della Grande Bellezza italiana.
«È importante scoprire i depositi d’arte del nostro paese - sottolinea l’assessore alla Cultura di Verona Francesca Briani - proprio per quello che sono: scrigni invisibili di storia e di cultura. Ed è ancora più stimolante farlo anche grazie allo straordinario repertorio scientifico creato dalla sensibilità di un nostro concittadino. Maturare la consapevolezza del loro valore significa già un importante passo nella cura che essi richiedono».
Quelle di Fiorese sono immagini che richiamano la pittura “alta”, grazie alle scelte compositive, alle pennellate di luce, ma soprattutto alla stampa su carta cotone, racchiusa in vetri museali e cornici lignee con targhetta ottonata che diventano parte integrante dell’opera, conferendo un astratto stile solenne, che non combacia tuttavia con alcun periodo storico definito.
Immagini di grande fascino che raccontano l’enorme parte invisibile dei grandi Musei. Un “sommerso” che offre linfa all’emerso e che conferma la ricchezza dei patrimoni museali.
La stragrande maggioranza dei musei italiani in questo è in linea con le grandi istituzioni estere, dall’Hermitage di San Pietroburgo, al Guggenheim di New York, al Prado di Madrid e al British Museum di Londra, nell’esporre una quota molto esigua delle grandi risorse conservate.
La mostra, oltre a presentare per la prima volta la serie completa Treasure Rooms di Mauro Fiorese, invita il visitatore a riflettere sulle funzioni chiave dei depositi e sul loro potenziale: da quello fisico di accumulazione delle opere alla necessaria catalogazione, dall’interscambio inteso l’osmosi tra visibile e invisibile fino alla magia di cui sono carichi questi «serbatoi di sorprese» (la definizione è di Salvatore Settis) restituita dai ritratti di luoghi di Fiorese.La meticolosa indagine iconografica di Fiorese su questi “Archivi della memoria”, sarà posta in relazione con originali gessi canoviani monumentali provenienti dai depositi della Galleria d'Arte Moderna Achille Forti di Verona, testimonianza significativa del patrimonio dei Musei Civici veronesi non esposto in allestimenti permanenti.
«Il tema di una gestione organica delle collezioni e dei relativi depositi, che hanno bisogno di standard adeguati alle esigenze imposte dalla conservazione, dalla ricerca e dalla richiesta sempre crescente di fruizione dei pubblici, è molto sentito tra le istituzioni museali, pubbliche e private, in Italia come all'estero – sottolinea Francesca Rossi, Direttore dei Musei Civici di Verona – Lo testimoniano ricorrenti iniziative sul tema, tra cui un importante convegno di ICOM-Italia (International Council of Museums), L'essenziale è invisibile agli occhi. Tra cura e ricerca, la potenzialità dei depositi museali, che si svolgerà a Matera 15 marzo prossimo. Si tratta di luoghi di conoscenza assolutamente vitali per un museo e di servizi essenziali per lo sviluppo della ricerca scientifica e della sperimentazione tecnologica alla base di ogni iniziativa di valorizzazione delle collezioni. La definizione “deposito museale” non rende più realmente ragione della funzione che questi luoghi svolgono. Anche quando non si arriva alla creazione di depositi visitabili o di gallerie secondarie, come ne esistono soprattutto all'estero, si tratta comunque di “depositi attivi” e di spazi che occorre rendere sempre più accessibili al pubblico. La Direzione dei Musei Civici sta riflettendo attentamente su queste necessità per sviluppare un progetto di cura lungimirante, in grado di riorganizzare secondo questi criteri i cospicui giacimenti del nostro sistema museale».
«Il progetto artistico di Mauro Fiorese – afferma la curatrice Patrizia Nuzzo – porta alla luce, attraverso l’obiettivo fotografico, i luoghi in cui sono conservati i capolavori dell'arte italiana, svelandone la maestosità: veri giacimenti di cultura tra i più cospicui al mondo. I depositi stessi, assurgono dunque al ruolo di opera d’arte nobilitati da ritratti di grande formato. Liberato dal pregiudizio, antico e ormai obsoleto, che lo vedeva o immaginava solo come ambiente polveroso, immobile e silente, il “caveau” è invece sempre più protagonista dell’attività vera di una galleria e ne traduce l’anima profonda».
Ne risulta un’inedita serie di ‘paesaggi’ non tradizionali, che compongono una pinacoteca ideale, nata a sua volta dalla somma di opere nascoste.

Davide Antonio Bellalba  27/02/2019

Inquieto diletto: una lezione ontologica di Massimo Cacciari sul terrore destato dall’arte

Roma – Sabato 23 febbraio, presso l’Auditorium MACRO ASILO, si è tenuta la lectio magistralis del professor Massimo Cacciari sul tema “Arte e terrore”; un dissidio inconciliabile ma assolutamente necessario sin dalla nascita della tragedia. Proprio dal teatro greco è inevitabile che parta il focus sulla paventata partecipazione dell’uomo al fenomeno artistico. Leggendo il celebre passo della Poetica di Aristotele, Cacciari ci ricorda la definizione di tragedia: una mimesi - non intesa come semplice riproduzione passiva - di un’azione che suscita fòbos ed éleos. Un duplice e ambivalente sentimento che il filosofo analizza in primis linguisticamente per poter giungere a una concezione teoretica: la lingua come angolazione unica e irripetibile sul mondo. Da ciò l’attenzione sulla traduzione data dal filosofo illuminista Gotthold Lessing di éleos – letteralmente “misericordia” – in mitleid, un sentimento di piena con (“mit”) passione (“leid”). Una compassione intesa come partecipazione attiva dello spettatore, il théros, da cui la parola teoria, ovvero osservazione critica e analitica della realtà. Tutto ciò, tuttavia, non può prescindere dal senso violento del fòbos che – come spiegato dal filosofo veneziano – ha la stessa radice linguistica della parola feùgo, io fuggo. La fuga è dovuta al terrore, che ricorda il tremore, ma ha affinità etimologiche anche con il verbo greco trépein, il rivolgersi. Senza terrore autentico non può esserci il trepein, il rivolgersi alla scena che osserviamo. Il dramma suscita una strana dialettica: un sentimento di repulsione e di attrazione misericordiosa verso il destino dell’eroe, verso l’universale fato, dato che la tragedia mette di fronte alla possibilità che la casa si rivolga all’inospitalità, allo spaesante; “la negazione della dimora”, come afferma Cacciari. Da questo possiamo desumere che la tragedia è il massimo esempio ontologico tra arte e terrore.
Ma non è sempre così. Il tema del terrore, evidente nel dramma classico, è presente come invito alla compartecipazione al dolore da parte dell’arte, ma difficilmente accettato. La concinitas del bello nell’arte è solo una visione prettamente scolastica. Il professore invita a leggere attentamente le ultime pagine di Winckelmann per notare la tensione drammatica nel suo rivolgersi all’arte classica, su cui già si rifletteva con profonda inquietudine sin dalla sua origine. A tal proposito il filosofo introduce il Platone estetico, fonte inesauribile per Hegel e Nietzsche, promotore del pensiero insormontabile sul conflitto tra arte e filosofia. Dalla disquisizione sull’estetica di Platone, emerge una visione dell’arte trascendente al giudizio razionale, il logos filosofico. Le arti per Platone sono ospiti illustri che non possono essere accolte nella polis del filosofo. L’arte è straordinaria in quanto nasce da uno stato folle, un trauma meraviglioso sorto da una mania poietikè, da una mimesi che non da soluzione. La filosofia, invece, esige una soluzione, ha il dovere razionale di rispondere al trauma generato dalla paura dell’arte. Questo dissidio è la palaia diafòra di cui si parla nel Simposio, l’antica questione: l’inganno dell’arte ci fa tremare perché è fuori dall’ordinario. Questo, secondo Cacciari, è la più conturbante eredità lasciata da Platone alla filosofia contemporanea; un inconciliabile topos fuori dal tempo. Proprio per la sua natura topologica, anziché cronologica, il professore evidenzia l’esigenza nel secolo XIX, quello del sublime quale momento del timore, di non poter far a meno della lezione del Simposio. Citando Nietzsche ed Hegel, apparentemente agli antipodi nella linea rivoluzionaria del pensiero di quel secolo, riflette sui diversi approcci dei due filosofi tedeschi alla via platonica. Secondo Cacciari, Nietzsche è l’unico che ha colto perfettamente la visione fallace dell’arte espressa dal filosofo greco, il dissidio ontologico tra mimesi e realtà, tra ciò che è e ciò che non è; non in termini parmenidei, ma seguendo una linea trasversalmente opposta al logos filosofico: non si può essere contro la metafisica senza essere artista. L’inganno, lo straordinario e l’inquietante vanno oltre il giudizio filosofico. Audaci e attuali considerazioni da chi scomparve nelle tenebre della follia. Hegel, invece, comprende la storia dell’occidente di liberarsi dall’impegno mimetico: l’arte romanza, intesa da Cacciari come eredità dell'arte romanica, mostra la contraddizione, non la conciliazione, tra umano e divino. Ma la più grande beffa della filosofia – sostiene il professore sulla scia del filosofo tedesco – è credere di risolvere questo dissidio. L’arte ha a che fare con la morte, con il trapasso tra l’idea e l’esistenza. Non si cristallizza né nel divino, né nell’umano. In questo suo trapassare vive e rifugge da qualsiasi luce in un’eterna notte del mondo in cui ognuno sta sospeso con lo sguardo penetrante e inquieto verso una fantasmagoria di immagini. Una lezione rivelatrice di due archetipi diversi confluiti in un'unica e irreversibile dialettica, aldilà delle esperienze e dei contesti differenti.

Piero Baiamonte 

Cechov: il progetto di studi degli allievi registi dell’Accademia Silvio d’Amico e Giorgio Barberio Corsetti. Intervista all’allievo Andrea Lucchetta

Dalla fredda e affascinante Russia, arriva “Cechov”, il progetto di studi degli allievi del II anno del Corso di Regia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, a cura del M° Giorgio Barberio Corsetti.
Agli allievi registi Andrea Lucchetta e Luigi Siracusa, si unisce l’allieva diplomata Francesca Caprioli che, dal 25 febbraio all’8 marzo, al Teatro Studio Eleonora Duse, portano in scena, rispettivamente, Dio è morto sulla strada maestra, Sulla riva del lago e Ivanov, riscritture delle opere dello scrittore/drammaturgo russo.
Il 25 e il 26 febbraio, alle ore 20, Andrea Lucchetta inaugura il palcoscenico: l’abbiamo incontrato per approfondire il progetto e avere qualche chicca dal “dietro le quinte”.

E’ di appena qualche giorno fa la notizia che Giorgio Barberio Corsetti, ideatore del progetto “Cechov”, è stato nominato Direttore del Teatro di Roma.
Partiamo proprio dalla collaborazione con il Maestro.
Com’è stata l’esperienza con un esponente illustre del teatro italiano? Da quanto state lavorando al progetto?


Non è la prima volta che Corsetti collabora ai saggi di noi allievi registi dell’Accademia,proponendo di volta in volta un autore e, spesso, anche i testi su cui lavorare.
Sin dall’inizio, ci è stato vicino nel momento in cui avevamo bisogno di consigli nell’impostazione di alcune scene, così come di grande supporto è stato anche l’aiuto-regista Fabio Condemi. Quest’anno, a dicembre, il Maestro ha proposto Cechov e siamo stati molto entusiasti, quindi, è iniziata la ricerca del testo giusto da mettere in scena. Nonostante il mio testo cechoviano preferito sia Ivanov, non sono stato subito sicuro di voler scegliere proprio quell’opera e ho preferito prendermi del tempo per riflettere bene: forse devo ancora sviluppare la giusta sensibilità per accostarmi a un’opera così importante come quella; poi ho pensato a una riscrittura de Le tre sorelle, ma non ero convinto, così, ho ripreso la mia collezione Einaudi degli Atti Unici e il primo è stato proprio Sulla strada maestra…

Ecco, questa è l’opera di Cechov meno rappresentata … Perché l’hai scelta? Da che idea sei partito?

Una delle ultime messe in scena dell’opera è quella al Teatro Eliseo, nel 2011, a cura di Dario Marconcini. Il testo mi ha colpito in particolar modo, lo trovo molto moderno e affascinante, come del resto tutto il teatro russo. 
Ho affrontato il testo cercando di dare una mia reinterpretazione, grazie anche all’aiuto della drammaturga (Giulia Bartolini, ex allieva attrice dell’Accademia), ho voluto modificare il titolo in Dio è morto sulla strada maestra. 
Infatti, il testo presenta diversi personaggi che si ritrovano, nel mezzo di una notte tempestosa, in una locanda lungo una strada maestra e, tra di loro, c’è quella che viene definita come una “voce dall’angolo”, io l’ho resa “viva”: seguendo un crescendo, sembra prima rappresentare la voce del popolo, ma poi, a poco a poco, diventa quasi un’entità divina.
E’ una divinità che, tuttavia, può rappresentare diverse disposizioni, concetti, pensieri, che ritornano nel finale, che voglio sia una libera interpretazione di chi guarda.Il lavoro che ho cercato di fare con Giulia Bartolini è quello di dare sostanza, di dare corpo a personaggi e azioni che, nella lettura originale, volevo esprimessero e contassero di più.Quello che mi interessa, inoltre, è dare l’idea che tutti i personaggi, sebbene inizialmente ostili tra loro, in particolare con uno di loro, alla fine si uniscano in uno stesso destino, prendano su di sé la sofferenza altrui e tentino un riscatto, è un “nessuno si salva da solo”.

Qual è stata l’impressione del M° Corsetti sulla tua scelta e, poi, sull’interpretazione dell’opera?

E’ stato molto contento della scelta, in quanto testo poco rappresentato e anche poco noto.
Io stesso ho voluto fare una scelta “differente”, perché mi piace raccontare storie nuove, diverse, che possono coinvolgere realmente il pubblico e non semplicemente assuefarlo.
Infatti, credo che il ruolo del teatro sia proprio questo, riuscire a parlare ed arrivare a tutti, anche se l’opera rappresentata non è la più semplice da capire. Sta qui l’abilità del regista, dei drammaturghi, degli attori. Non a caso, nella messa in scena ho deciso di fare in modo che il pubblico stesso diventi attore, in qualche modo, e che il teatro Duse diventi la locanda della nostra storia …

Come hai lavorato con gli attori e gli altri membri della compagnia?

Per me il teatro significa lavoro comune: io, da regista, posso avere un’idea sul testo, impostarlo come piace a me, ma è nel confronto comune, con tutta la compagnia, dagli attori, alla drammaturga, allo sceneggiatore, il tecnico delle luci, che poi lo spettacolo prende effettivamente vita, perché si mettono insieme idee e si fa luce su pensieri, aspetti cui, magari, non si aveva pensato e che possono cambiare la visione stessa dell’opera.

Qual è, quindi, la tua idea di teatro?

Il teatro è sempre stato per me l’incontro di diverse arti: costumi, scene, luci, tutto è fondamentale per la costruzione dell’opera e per solleticare la fantasia dello spettatore, specie in una realtà come la nostra in cui siamo sempre e solo circondati da visioni “imposte”, rigide, predefinite, a partire dagli schermi digitali che sono ovunque ormai: cellulari, Tv, vetrine … A teatro si deve essere liberi di immaginare.

 Cechov ha affermato di non voler portare in scena eroi o persone dalla straordinaria intelligenza, ma uomini comuni, semplici che vivono i fenomeni normali della vita quotidiana…

Sono d’accordo. E' un discorso che va esteso anche al pubblico. Io ho iniziato ad avvicinarmi al mondo del teatro, anche come attore, attraverso le recite teatrali della mia parrocchia. Quindi, sono dell’idea che il teatro debba essere di tutti, deve emozionare tutti, ecco, deve sollecitare persino la vecchina della mia parrocchia. E’ necessario trovare un equilibrio tra la rappresentazione più propriamente “di nicchia” e una “popolare”,
tutti devono godere della rappresentazione. Il vero capolavoro, secondo me, è quello che riesce a parlare a tutti: Euripide, Shakespeare e De Filippo, per citare alcuni dei grandi della storia del teatro, riuscivano a comunicare con ogni tipo di spettatore, dal più al meno colto.

Stai pensando già a progetti futuri? Quale opera ti piacerebbe portare in scena?
Al momento sto lavorando, con una compagnia teatrale di Napoli, sul testo Ricorda con rabbia di John Osborne, drammaturgo britannico. Il mio sogno nel cassetto, però, è realizzare la Medea di Euripide e Questi Fantasmi di Eduardo De Filippo, due grandi capolavori su cui è necessario lavorare sodo e a lungo: ci vuole una ricerca approfondita per un lavoro fatto bene.
Di Cechov, invece, mi piacerebbe lavorare sui Racconti, in cui credo ci siano spunti e suggestioni che ritornano anche nelle altre opere, infatti, ho consigliato di leggerli anche agli attori per la preparazione dello spettacolo.

Noemi Riccitelli  22/02/2019

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