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"Miracoli Metropolitani" e il racconto di una solitudine sociale: Gabriele Di Luca presenta il nuovo spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Si sono distinti ti negli ultimi anni sulla scena teatrale per il loro stile unico e fortemente riconoscibile, per i loro personaggi ben delineati, per la loro poetica innovativa che dà voce a condizioni umane, fragilità, fallimenti, fondendo ironia estrema e dramma, denuncia sociale, esistenziale e morale, diventando tra gli esempi migliori della nuova drammaturgia contemporanea. Stiamo parlando della Compagnia Carrozzeria Orfeo, che, dopo i grandi successi di “Thanks for Vaselina”, “Animali da bar” e “Cous Cous Klan”, torna in scena in prima assoluta il 30 e 31 luglio al Napoli Teatro Festival con “Miracoli Metropolitani”, il racconto di una solitudine sociale diffusa, collettiva e personale. Una profonda riflessione sulla perdita di determinati valori essenziali, sul disfacimento delle relazioni umane a favore di un mondo alla deriva, accecato da mode e nuovi stili di vita. Una società che sta per essere fagocitata dalle sue stesse azioni malate, dai risultati delle nostre azioni scellerate. Un’opera corale, abitata da personaggi cesellati a tutto tondo, mai ovvi o scontanti, ognuno con il proprio microcosmo, le proprie debolezze e punti di forza.
Una pièce che si incastra perfettamente nel contesto storico-sociale dei nostri giorni, denunciando solitudini, condizioni ambientali, un Occidente sempre più “ sovralimentato” da cibo e superfluo.
Non mancheranno colpi di scena e il pubblico potrà sorridere molto di un qualcosa che in realtà ridere non fa. Ancora una volta un’ironia che denuncia e stupisce, non lascia indifferenti, portando gli spettatori a riflettere sulla realtà che ci circonda, su ciò che stiamo perdendo di vista, su ciò che crediamo cambiato e invece non lo è.
Ne abbiamo parlato in anteprima con l’autore e anche regista Gabriele Di Luca, il quale, in questa intervista, spiega il senso di "Miracoli Metropolitani", lasciandosi andare a riflessioni che acquistano una forte valenza emotiva. Un pensiero ragionato sul nostro tempo, sul futuro e sull’arte.

I protagonisti delle vostre opere sono personalità complesse. Si muovono in una sorta di oasi di diversità, come abbiamo visto in “Animali da Bar”, “Cous Cous Klan”, “Thanks for Vaselina”.
Ora Miracoli Metropolitani... In questo caso chi sono tali personalità complesse?Gabriele Di Luca ph Laila Pozzo G2C0080
Come interagiscono tra loro?

“È un’ oasi di diversità apparente, in fondo i personaggi dei nostri spettacoli partono da un’esasperazione di sentimenti di fallimento, solitudine, fragilità e alla fine si riconnettono con noi. Restano madri, figli, amori infranti, situazioni concrete, che ci riguardano. I nostri personaggi sono qualcosa di molto realistico, anche se la loro rappresentazione iniziale sembra quasi al confine tra il reale e il grottesco. Fatta questa premessa, con Miracoli Metropolitani stiamo parlando di un’umanità alla deriva, di un gruppo di ultimi, di perdenti, in cerca, ognuno, delle proprie verità, dei propri obiettivi, dei propri bisogni.
Sono sette personaggi, i quali si muovono dentro la cucina di un ristorante specializzato in cibo a domicilio per intolleranti alimentari, (in realtà è una vecchia carrozzeria riadattata a cucina),quindi siamo in uno scantinato. C’è uno chef, Plinio, che era uno chef stellato nel passato , ha avuto grandi successi, ma poi ha perso tutto e si è ritrovato a cucinare “questa merda per intolleranti alimentari” come li definisce lui. È legato alla moglie Clara, una donna che era una lavapiatti e con il tempo ha cambiato la sua vita, il suo stato, diventando borghese. Lei è la capa del ristorante e ha un rapporto terribile con il marito. Poi c’è il figlio di Clara, figliastro di Plinio, Igor, un ragazzo di 19 anni, molto problematico, un post adolescente con dei grossi problemi di disabilità emotiva, incapace di relazionarsi. A completare la famiglia arriverà un altro personaggio, la madre di Plinio, acerrima nemica di Clara, l’ottantenne Patty. È stata una brigatista, una latitante, è una bombarola, è stata in Cile , ha fatto tutte le guerre possibili e ora torna per questa ultima guerra in Italia, dove in questo momento i neri vengono perseguitati dopo una tragedia sociale, ovvero che le fogne della città sono completamente esondate , quasi come metafora del mondo che si sta ribellando alle nostre azioni. Le fogne stanno esplodendo e il governo deve intervenire, varare misure di sicurezza e sostegno economico anche agli immigrati e quindi iniziano ad essere perseguitati, un capo espiatorio . Inoltre, ci sono altri tre personaggi: Cesare, un uomo che telefona in piena notte alla cugina per uno sbaglio. Il ristorante si chiama “Il Sorriso” e afferma che vuole uccidersi, credendo che sia il telefono amico per chiedere aiuto. Un personaggio bello ed emotivamente molto forte. Poi Mosquito,un carcerato , che fa lavori socialmente utili, poiché a Clara è venuta la bellissima idea di prendere questo ragazzo dal carcere per ricevere i fondi europei; e Hope, una ragazza di colore, etiope, arrivata in Italia da pochi mesi. È una lavapiatti , nasconde un grande segreto, è misteriosa, sempre arrabbiata, delusa dalla vita. Ha alle spalle una vita molto tragica, un carattere difficile e degli obiettivi che sono poco onesti rispetto a questa cucina.”

Si parla di solitudine sociale, che caratterizza l’intera umanità. Tema ora attuale più che mai, dopo un lockdown che ci ha costretti a fare i conti con le nostre solitudini. Ha influito questo periodo storico nella stesura del testo? Se si, in che modo? Quando e come è nato "Miracoli Metropolitani"? 

“Ho iniziato a pensare a "Miracoli Metropolitani" l’estate scorsa. Ho iniziato a scriverlo ad ottobre e già conteneva delle cose che sono state quasi delle preveggenze, come la messa in streaming perché le chiese sono chiuse, o il cibo da asporto. Dopo, con l’arrivo del lockdown, ci sono degli aspetti che ho ulteriormente precisato. Ho colto l’occasione per raccontare ancora meglio il tessuto sociale senza mai citare il virus . Il grande timore era quello di scrivere qualcosa di condizionato dalla situazione.
Lo spettacolo è nato prima e ci sono state una serie di sincronicità, per cui certe cose c’erano già prima del lockdown e altre sono state ispirate dal lockdown. In ogni caso, il tema della solitudine sociale era già nelle fondamenta dello spettacolo da tempi non sospetti . Non è solo la questione del virus, è una condizione che esiste da tempo.”

Con "Miracoli Metropolitani "affermate di abbracciare una dimensione più politica e concreta. In che senso? Come si manifesta nella drammaturgia e sulla scena?

“È il testo più politico perché vengono affrontati concetti come la democrazia, la responsabilità personale, sociale. Il mondo non c’entra niente, dice un personaggio all’altro, il problema siamo noi che abbiamo inquinato, distrutto, se vuoi pulirti il culo con la carta igienica super soft qualche alberello in Amazzonia dovranno pur tagliarlo e le fogne si intaseranno. È politico nel senso che richiama in molti punti alla responsabilità individuale e sociale, perché si racconta di una persecuzione di immigrati che si trasforma in una nuova deportazione. È politico perché il regime democratico ad un certo punto viene abolito e c’è un golpe in cui le destre populiste prendono il potere .”

Il vostro è uno stile il fortemente riconoscibile, unico nel suo genere, in cui il dramma più crudo ed estremo si fonde con un’ironia inarrestabile, che porta il pubblico a ridere anche delle più dure realtà. Si ritroverà anche in questo nuovo lavoro? E come si esprimerà?

“Più che mai, questo poi lo deciderà il pubblico, però sicuramente possiamo dire dall’interno che è il lavoro più complesso e maturo che abbiamo fatto fin ora. Il pubblico troverà delle cose che si aspetta da Carrozzeria Orfeo, ma anche delle sorprese. Da una parte c’è la prosecuzione , un’indagine ancora più accurata di una poetica che si è formata in tanti anni di lavoro, dall’altra parte c’è la voglia di fare qualcosa di nuovo, di storie nuove, di stupire sempre l’interlocutore.”

Centrale è il cibo e il rapporto con esso, che in qualche modo era accennato nei precedenti lavori e qui trova la massima espressione. È metafora di cosa? Di una fame interiore che tutti abbiamo?

“Qui il cibo è metafora di un consumismo assurdo , non c’è una critica a chi soffre di intolleranze alimentari, è il racconto in qualche modo di come noi nella modernità esasperiamo qualsiasi cosa. A un certo punto non ci sono più urgenze alimentari, ma mode , e poi queste mode vengono cavalcate . Dietro a ogni evento c’è qualcuno a livello di marketing, a livello di social, che ha già pensato a farci dei soldi. Per certi personaggi, invece, il cibo ha altri legami e significati, ad esempio lo chef sa passare amore solo attraverso il cibo , si prende cura dell’altro con il cibo, ma si affronta anche il tema di cibo come spreco.”

"Miracoli Metropolitani" può essere considerato il culmine, un’”evoluzione matura” delle vostre tematiche e del vostro stile drammaturgico?

“Vedremo.. nel senso che ad ora si, poi magari il prossimo sarà ancora migliore di questo.”

Fulcro dei vostri spettacoli sono anche le figure femminili, che sono determinanti nello svolgersi degli eventi e situazioni, incarnate in primis l’immensa Beatrice Schiros. Che donne sono quelle di "Miracoli Metropolitani"?

“Sono donne forti e deboli al tempo stesso, è un po’ una mia caratteristica stilistica. Sono donne che hanno anche dentro una parte maschile di rivendicazione dei diritti, della voglia di vivere, di emancipazione, che però si trovano spesso ingabbiate in un meccanismo maschile . Devo dire che Beatrice Schiros in questo spettacolo supera se stessa. È un personaggio completamente diverso da quelli che ha interpretato in passato, ad esempio non dice neanche una parolaccia. Aspira a diventare una donna ricca, quindi una donna molto chic, egoista, che incarna dei vizi terribili, però molto divertente. Sicuramente una grande prova d’attrice. Insieme a lei ci sono altre due donne: Ambra Chiarello, nei panni di una ragazza etiope immigrata, il personaggio più difficile che ho scritto, in quanto era molto complicato trovare un equilibrio. Quando parli di una donna immigrata, per l’immaginario collettivo o le fai fare la prostituta o la poveretta, e io non volevo cadere nel cliché. In realtà lei proprio partendo da un cliché diventa tutt’ altro . Infine, Daniela Piperno che interpreta la madre di Plinio, questa vecchia che non vuole assolutamente morire, vuole avere ancora il diritto di amare, vuole andare a vivere in una comunità in Nord Europa, ritentare un esperimento di comunità come quelli degli anni 70. Lotta per un mondo migliore, ma al tempo stesso si rende conto che combattere contro i fascismi non ha portato a niente, perché dopo 50 anni siamo ancora qui, allo stesso punto. “

"Thanks for Vasilina" è diventato un film. Esperimento arduo e ben riuscito. Cosa ne pensate delle trasposizioni cinematografiche di un’ opera teatrale? Sperate di attuarlo anche con "Miracoli Metropolitani"?

“Il desiderio sarebbe quello, ma abbiamo in mente anche un progetto che parta dal cinema e non che venga rimodulato dal teatro. Questo è stato un momento difficile per il cinema a causa del lockdown , vedremo l’anno prossimo. “Thanks for Vaselina” adesso è su Netflix dal 15 giugno, sta andando molto bene. Tra l’altro abbiamo una novità: il film è nella terzina finale del ReelHeART International Film Festival 2020 per "Best Film Feature", un festival importantissimo in Canada.”

Quale è il Miracolo Metropolitano che vi augurate possa accadere?

“Sono molto disilluso, questa esperienza del lockdown mi ha fatto capire quanto siamo socialmente poveri. Nel senso che ormai le nuove generazioni sanno ragionare solamente per slogan, non c’è stata veramente la capacità di comprendere questo momento e trasformarlo in un punto di forza per la società, per il mondo, per la vita. Io non credo che le cose potranno andare meglio. Penso che questo mondo, così come è costituito, potrà andare solo verso una deriva, come ci dice Hegel questo sistema dovrà collassare ed è l’unica cosa che potrà portare a una rinascita, perché la politica non mi sembra che faccia niente, socialmente mi sembra che le nuove generazioni si siano impoverite, soprattutto di intelligenza emotiva, e anche il teatro non è più quell’esercizio di democrazia per far riunire la comunità e farla ragionare. Mi rendo conto che nonostante gli sforzi, l’arte può fare fino a un certo punto.”

Cosa ne pensate, dal punto di vista artistico e sociale del periodo che abbiamo vissuto e stiamo vivendo? Quali conseguenze porterà secondo voi?
Interessante la vostra iniziativa PROVE GENERALI DI SOLITUDINE. A tal proposito che futuro vedete o prospettate per la drammaturgia italiana contemporanea?

“C’è proprio una battuta in questo spettacolo che potrebbe essere significativa in questo senso. Il linguaggio serve a trovare la crepa nella vita, a vedere il virus nel sistema , quando scrivi devi sentire la morte che ti cola sulle dita. C’ è mediocrità della scrittura in Italia, a partire dal cinema e dal teatro. Non siamo stati ancora in grado, come hanno fatto altri paesi che sono socialmente peggiori di noi, di prendere quella follia, quella rabbia che abbiamo dentro, quella violenza, e trasformarla in arte. Se di fatto noi guardiamo l’America per quanto riguarda il cinema, la musica, sono capaci di prendere tutta quella follia, quella violenza della società e trasformarla in arte. Se guardiamo una serie americana, uno spettacolo americano o inglese, c’è la capacità di andare fino in fondo, in Italia, invece, rimaniamo sempre un po’ in superficie. Trovo che la drammaturgia italiana non riesca più a parlare concretamente della società e neanche il cinema. Forse per una questione economica o di volontà, in Italia purtroppo non abbiamo ancora capito che il rischio è un investimento, cerchiamo di seguire sempre le tendenze e le mode. Ad esempio ora sappiamo che Netflix è usato dai teenager e produciamo tutte serie per teenager, non capiamo che invece non ci sarà mai un Tarantino tra noi, se a un regista non verrà mai dato il modo di fare due o tre film con quello stile. Siamo noi artisti che dobbiamo dare offerte al pubblico di qualcosa che non conosce e farlo affezionare, non seguire le tendenze. “

Maresa Palmacci 25-07-2020
PH. Laila Pozzo

Recensito incontra Laura Sicignano, direttrice del Teatro Stabile di Catania

Dopo mesi di chiusura forzata, l’arte, in punta di piedi, torna a riprendersi il proprio spazio. Il teatro, tra innumerevoli difficoltà, ritrova, pian piano, la propria identità, tornando a essere luogo di convivio e dialogo. Il Teatro Stabile di Catania rischiava di non riaprire, ma grazie al lavoro della direttrice Laura Sicignano, questa estate proporrà un ricco cartellone, dal vivo e in streaming. Si parte il 16 luglio con Lu cori non invecchia di Nino Martoglio, per la regia di Vetrano e Randisi.

Laura, il suo lavoro ha risollevato le sorti dello Stabile di Catania. Cosa l’ha spinta ad accettare questa sfida?

L'opportunità di dirigere il Teatro Stabile mi è stata offerta da un CdA che mi ha scelta tra cinquatotto candidati. Il percorso difficile e trasparente per raggiungere il traguardo mi ha dato la misura della serietà di questo consiglio di amministrazione che, dopo il periodo di commissariamento, stava traghettando il TSC fuori da una delicatissima fase. Si trattava quindi di raccogliere una sfida importante. Passare da un teatro privato da me fondato, a uno pubblico in difficoltà è stato un doppio salto mortale. Il TSC presentava problemi ma anche punti di forza, tra cui l'amore della città per il suo teatro e la dedizione di alcuni dipendenti. Ho cercato di fare leva sui punti di forza, segnandola discontinuità con ciò che del passato non ritenevo vitale. La tradizione fine a se stessa diventa fatale: le radici, l'identità sono una ricchezza se promuovono il futuro e il dialogo con le nuove generazioni. Ho cercato di rinnovare il modo di lavorare, di coinvolgere spettatori giovani, di proporre spettacoli innovativi. Il pubblico ha risposto con entusiasmo. Questa è la prima conquista. La strada da percorrere per un totale risanamento e rinnovamento è ancora lunga, ma molto appassionante.

In un periodo difficile per lo spettacolo dal vivo, l'estate teatrale catanese non si fermerà. Aprirà la stagione con Lu cori non invecchia di Nino Martoglio, regia di Vetrano e Randisi. Un tentativo di proteggere le produzioni e lanciare il cuore oltre l'ostacolo?

Il TSC ha interrotto la tournée a Milano il 22 febbraio e le attività a Catania il 4 marzo. Da allora non si è mai fermato. Da aprile a dicembre 2020 aveva in programma sette produzioni, sette ospitalità, un festival, più di cinquanta eventi collaterali, tra conferenze, incontri, laboratori, con il coinvolgimento di un centinaio di artisti. Stiamo provando a riprogrammare queste attività tra l’estate e il 2021 per salvaguardare il lavoro di tutti. La mancanza di certezze sulla ripresa, lascia i lavoratori dello spettacolo in grave sofferenza.  

Il Teatro Stabile di Catania ha vari programmi per la stagione estiva, dal vivo e in digitale: dopo questa pausa obbligata, vogliamo lanciare il cuore oltre l'ostacolo. Sarà un'estate dedicata alla narrazione di una Sicilia reinventata grazie al coinvolgimento di artisti giovani e innovativi. Ci accingiamo alla riapertura con emozione e con la consapevolezza della fragilità della condizione dei lavoratori dello spettacolo dal vivo. Crediamo che i teatri, ora più che mai, abbiano il dovere di reinventare il dialogo con il pubblico, di creare lavoro e accogliere i cittadini in un luogo dove trovare pensiero, bellezza e poesia.

Un cartellone eterogeneo, con autori come Pirandello, Martoglio,  LaBute e un inedito Pinocchio di Franco Scaldati. Un modo, questo, per coinvolgere il pubblico di tutte le età?

Autori noti e meno noti, regie sperimentali, attori  capaci di interpretare il proprio ruolo in modo contemporaneo e originale, creazioni in luoghi di fascino o in digitale, il coinvolgimento forte dell'Università di Catania, ma anche la ristrutturazione della sala Verga, che vogliamo trasformare in uno spazio più moderno e accogliente,  una comunicazione più adatta al nuovo millennio. Ecco alcune delle  strade che stiamo intraprendendo per coinvolgere fortemente le giovani generazioni, senza dimenticare l'entusiasmo dei fedeli abbonati. 

Gli attori sono rimasti durante il periodo dell’isolamento senza lavoro: avete deciso di riavviare il motore del teatro anche per loro?

Al centro del nostro lavoro ci sono due punti fermi: il pubblico, a cui deve essere fornito un servizio di grande qualità, e i lavoratori dello spettacolo, che nel contesto nazionale non sono protetti da adeguate normative. 

Pensa che una messa in scena in streaming possa emozionare come dal vivo e abbattere il concetto di quarta parete?

Non metterei limiti alle forme espressive. Certo è che "buttare" in video uno spettacolo teatrale senza una riscrittura mirata per il nuovo mezzo, significa ucciderlo. Se, per esempio, la Rai in questo momento dedicasse degli spazi correttamente retribuiti al teatro contemporaneo, anziché a spettacoli che in tv appaiono ancora più vecchi, ciò rappresenterebbe un sostegno economico agli artisti, sensibilizzando il pubblico, per farlo tornare a teatro più preparato e curioso.

Quale futuro vede per il web? C’è spazio per un nuovo linguaggio?

La concentrazione che il teatro richiede allo spettatore implica tempi lunghi, vuoti, silenzi e ritmi umani. Il video è un linguaggio che comporta velocità, durata brevissima, aggressione. Il teatro, invece, ha un senso se prima di tutto è stupore, pensiero, complessità, differenza, contraddizione, rischio: in una parola, vita. Potrebbe essere interessante recuperare le esperienze del "video teatro" degli anni ’70 e ’80 per creare un prodotto nuovo e originale, che non costituirebbe un'alternativa al teatro dal vivo, bensì una sua derivazione, un esperimento, come lo fu a suo tempo.

Proprio sul web verranno riproposte delle rappresentazioni cancellate per il Covid, tra cui La mia esistenza d’acquario di Rosso di San Secondo, che vedrà la presenza di diciassette attrici. Quanto di sperimentale c’è in questo spettacolo, visto che è tutto in straming?

La mia esistenza d'acquario non nasce come spettacolo dal vivo, bensì come opera da fruire esclusivamente in diretta Zoom. Quindi se non vi è compresenza fisica, vi è contemporaneità. Il mezzo è giustificato dalla narrazione, che vede un personaggio femminile vivere in uno stato solipsistico di isolamento. Si tratta di una sorta di romanzo di formazione femminile, surreale e inquietante, dove lo sguardo maschile diventa voyeuristico, come lo sarà quello degli spettatori. Lydia Giordano, attrice alla sua prima esperienza di regia, mi ha proposto questo progetto dove andremo a sperimentare un percorso nuovo, con diciassette interpreti del panorama nazionale, tutte protagoniste. Gli spettacoli di cui era previsto il debutto questa estate, saranno presentati in forma di studio in digitale, al termine di una decina di giorni di lavoro. Il debutto slitterà al 2021, quando tutti saremo, si spera, più sereni.

In alcune messe in scena, la presenza di attori  giovanissimi provenienti dalla scuola del Teatro Stabile: volete formare una nuova generazione di artisti?

La scuola del TSC è stata chiusa dal commissariamento, perché non più sostenibile dal bilancio, gravato da milioni di euro di debito. Credo che ci siano in Italia ottime scuole di teatro professionali. Quello che manca sono le opportunità di lavoro: il mercato non è in grado di assorbire il numero di artisti presenti sul territorio. Più che formare una nuova generazione di interpreti, vogliamo coinvolgere i giovani e capire se percorrere insieme una strada di creazione e innovazione.

Come è stato lavorare nel rispetto delle normative vigenti, con il distanziamento fisico?

I registi Vetrano e Randisi hanno lavorato con estrema cura e intelligenza, progettando lo spettacolo con il distanziamento; cosa alquanto difficile con nove attori in scena, che, però, fin da subito, l’hanno colta come sfida espressiva. Credo che noteremo il distanziamento solo per le potenzialità poetiche che esprimerà.

In agosto riceverà il premio Enriquez per la regia di Antigone, che ha portato in tour per tutto lo Stivale. Cosa vuol dire ricevere un premio così prestigioso?

Sono molto fiera di questo importante premio che arriva in occasione della  prima regia realizzata a Catania: lo dedico agli attori e ai lavoratori dello spettacolo che mi hanno accompagnata in questa bella avventura. 

Elisa Sciuto  15/07/2020

Digital As Dance Partner - Frameworks: la danza diventa connessione via web

Il mondo digitale non è più la via di fuga dalla realtà, l’oasi impalpabile nel deserto del quotidiano, ma si è trasformato – o potremmo dire evoluto – in un ulteriore elemento tangibile della dimensione reale con cui è possibile interagire in un modo inedito e ‘vero’, non più virtuale. Nei lunghi giorni di quarantena imposta dall’emergenza causata dalla pandemia di coronavirus, in tutto il mondo ci si è riversati sui social network e sulle piattaforme streaming per mantenere vivi quei comportamenti e quelle abitudini che le misure di contenimento della malattia messe in atto dai governi dei diversi Paesi avevano reso impossibili pressoché ovunque, dall’aperitivo allo sport fino alla visione di un film al cinema, di uno spettacolo o di un concerto. Mentre alcune occupazioni quotidiane venivano replicate in maniera attiva nella dimensione online, altre si riproducevano in modo passivo. Il piccolo schermo della televisione, quello del computer e quello ancora più piccolo dello smartphone hanno sostituito il grande schermo e il palcoscenico quando istituzioni, enti e realtà del cinema, della musica e dello spettacolo (teatro e danza) hanno cominciato a caricare sulle proprie pagine i loro contenuti audiovisivi, riversando i propri archivi sui canali Youtube. Il device digitale era quindi usato come un contenitore per la fruizione e come un mezzo per le altre attività in cui era richiesta partecipazione. Al mondo dell’arte restava ancora un salto da fare: utilizzare le tecnologie interattive e le piattaforme di uso comune come luoghi di creazione partecipata e condivisione, anche in tempo reale.
Questa è stata l’idea dietro Digital As Dance Partners – Frameworks, lanciato dal network inglese Aerowaves, istituzione che dalla metà degli anni Novanta si occupa di connettere tra loro le più diverse e innovative realtà del mondo della danza, insieme a Springback Production e ad altri partner europei, tra cui la Fondazione Romaeuropa e BMotion/Opera Estate Veneto Festival per l’Italia. Grazie anche ai finanziamenti comunitari del programma Creative Europe, è stato quindi possibile realizzare questo progetto che ha visto coinvolti coreografi e perfomer europei e non solo data anche la presenza della coreografa e danzatrice turca Ekin Tunçeli. Il risultato è la diretta streaming sulla piattaforma Zoom andata in onda dalle 19.00 di giovedì 25 giugno e in differita dalle 20.00 sul sito del REf, romaeuropa.net, dove è ancora disponibile.
Split screen e chroma key sono le tecniche più usate nei video caricati durante queste oltre tre ore di diretta, che consentono di tenere insieme più attori e più luoghi contemporaneamente. Fin nella prima pièce si palesa la ricerca dell’unione e dell’unità gli individui, che per mesi è stata bandita come un attentato alla pubblica sicurezza sanitaria. In Octopus della francese Léa Tirabasso, un estratto dal suo spettacolo La vita effimera di un polpo del 2019, i quattro interpreti riproducono i movimenti goffi e convulsi delle componenti più piccole del regno dei viventi, le cellule, e danzano ciascuno in uno schermo andando poi, avvicinandosi ognuno a un bordo del proprio, a formare una singola figura. Recita una frase latina E pluribus unum, a ricordarci che già dagli stadi più primordiali della Natura è presente – e vincente – la spinta a congiungersi, mescolarsi, connettersi. Meno sperimentali e con uno sguardo più attento all’osservazione delle dinamiche della vita quotidiana costretta tra le pareti casalinghe a causa del virus, in rOOms di Joy Alpuerto Ritter e Lukas Steltner mettono in scena azioni e comportamenti che assumono una sfumatura di esibizionismo che è un tentativo di far apparire lo scorrere dellesistenza come se tutto fosse ancora normale, non intaccato dalla paura del contagio. In un alternarsi di assolo e di passi a due domestici, la coppia si prepara per una cena romantica che si svolge non in un lussuoso ristorante ma nella loro cucina, accanto all’angolo cottura dell’appartamento, in favore di camera del cellulare per un diretta su Facebook. Grazie alla mediazione digitale inoltre è possibile realizzare un’esibizione di danza e musica con gli interpreti in due luoghi diversi e connessi attraverso un paio di auricolari, come dimostrano il contemporay dancer Julien Carlier e la chitarrista Gaëlle Solal in Through The Wire, connessi attraverso il filo internettiano e artistico. Così come la tecnologia consente di realizzare momenti di condivisione, quale gli ultimi minuti di Somewhere Only We Know di Tunçeli dove ciascuno dei partecipanti alla sua videochiamata è invitato a eseguire dei movimenti in un grande coreografia fatta di tanti riquadri individuali, e di sintonizzazione tra corpi e spazi cittadini in un’epoca in cui invece la separazione tra la vita e gli luoghi pubblici si è fatta quasi radicale, come mostra il montaggio alternato di Unleashing ghosts from Urban Darkness di Alessandro Carboni, realizzato con le clip video dei suoi perfomer impegnati in una mappatura corporea degli spazi cittadini.
Queste otto coreografie corrispondono a otto modi diversi di interpretare e di dare concretezza all’interpretazione di diverse domande. Dalle più ‘ovvie’, come la tecnologia può aver condizionato le nostre vite, a quelle più pioneristiche che riflettono sui nuovi possibili percorsi di interazione tra persone nel mondo reale e nel mondo virtuale. Tutte con uno scopo comune, che è in fondo quello dell’arte tersicorea fin dai suoi albori: celebrare la società nelle manifestazioni della sua dimensione collettiva.

Le otto coreografie presentate a Digital As Partners – Frameworks sono:

Octopus:
choreography: Léa Tirabasso performance: Alisair Goldsmith, Baptiste Hilbert, Catarina Barbosa, Joachim Maudet, Rosie Terry Toogood Music: Martin Durov
rOOms:
choreography and performance: Joy Alpuerto Ritter & Lukas Steltner music composer: Vincenzo Lamagna technical support: Enya Belak Gupta)
Digging:
choreography: Masako Matsushita in collaboration with Ingvild Isaksen creation contribution: Flora Barros, Kurumi Nakamura, Sivan Rubinstein, Cornelia Voglmayr music produced and composed by: Lgo Ygo (Liran Donin) with the support of: Nanou Associazione Culturale
That time may cease and midnight never come:
choreography: Chiara Taviani & Henrique Furtado Vieira performance: Chiara Taviani, Henrique Furtado Vieira, Simone Previdi, Vera Nunes, Leonor Nunes, Fred thanks to Forum Dança, Hugo Coelho, Luís Rosário, O Rumo do Fumo
Through the wire:
choreography: Julien Carlier performance: Julien Carlier (dance) and Gaëlle Solal (guitar) video assistant: Jeremy Vanderlinden artistic advice: Fanny Brouyaux sound advice: Simon Carlier

Somewhere Only We Know:
choreography and performance: Ekin Tunçeli visual design: Buse Ceren Ekic music: Ekin Tunçeli technician: Muhammed Ali Dönmez
Filter Out:
choreography & performance: Máté Mészáros, Nóra Horváth camera operator & artistic assistant: Karl Rummel filters’ design: Nóra Horváth music: Sebastian Reuschel consultant: Balázs Oláh
Unleashing ghosts from Urban Darkness:
concept, choreography and visuals: Alessandro Carboni performance: Tsui Yik Chit, Danila Gambettola, Vitória Beatriz de Aquino Andrade, Martina Piazzi, Rose Lijia v.m, Loredana Tarnovschi, Aris Papadopoulos, Carolina Carloto camera: Ottavia Catenacci, Anoop Poona, Ivar Janssen, Yiannis Tsigkris, Carrol Ho, Luca Fani, João Tairum, Martino Scarlata assistance: Ana Luisa Novais Gomes and Alessandro Toscano with the support Formati Sensibili

Lorenzo Cipolla

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