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Il canto, la parola e la tradizione in “Viaggio in Italia”: intervista a Michela Flore del collettivo AdoRiza

Nato dall’esperienza del laboratorio didattico AFAM coordinato da Tosca, all’interno del contesto di Officina Pasolini, Viaggio in Italia è il risultato del lavoro del collettivo AdoRiza, composto da una ventina di artisti, ed è uno spettacolo che porta in scena tutte le anime della tradizione popolare musicale e dialettale italiana. Michela Flore è una delle voci più intense e armoniose del collettivo: nata a Irgoli in Sardegna, ha studiato al conservatorio di Santa Cecilia e in Viaggio in Italia è l’interprete di due brani decisamente diversi tra loro quali No potho reposare, forse la più celebre canzone d’amore del repertorio musicale sardo, e La blanchisseuse, un allegro e divertente canto delle lavandaie della Valle d’Aosta.

Ci puoi raccontare la tua esperienza all’interno del laboratorio e che importanza ha avuto per il tuo percorso?
Non c’è dubbio che sia stata una tappa fondamentale di crescita personale da cui sono uscita certamente cambiata. Ho avuto l’opportunità di (ri)esplorare al meglio le mie radici culturali e di entrare a contatto anche con altre realtà che non conoscevo: infatti, con il collettivo ho potuto immergermi in un patrimonio musicale immenso, partecipando attivamente a un lavoro di studio e ricerca esteso a tutta la tradizione folkloristica italiana.Flore 01

Quale pensi sia stato il collante che ha permesso a un gruppo come il vostro, tanto ricco e variegato, di interagire e dialogare in maniera così efficace?
Credo sia stato il percorso artistico in sé a legarci e a unirci al di là delle compatibilità personali e caratteriali. È avvenuto tutto in modo molto naturale, un confronto costante e costruttivo che aveva un obiettivo ambizioso e che ognuno di noi voleva raggiungere. Ci siamo influenzati, stimolati e ascoltati a vicenda ma allo stesso tempo ciascuno è riuscito a preservare la propria identità e il proprio spirito creativo.

Viaggio in Italia è una sorta di concept album che indaga sulla musica popolare del nostro paese. Tu che rapporto hai con questo ambito e come ha influenzato il tuo lavoro?
Prima di questo progetto ero più vicina al mondo del jazz e del soul, ma il contatto con questo tipo di musica mi ha segnata come interprete in maniera irrimediabile, portandomi in un'altra direzione. Ho una visione nuova di me stessa e di quello che andrò a fare nel futuro, a cominciare dal recupero di altri brani della tradizione sarda. Viaggio in Italia è il risultato di un enorme lavoro di scrematura, siamo partiti da qualcosa come trenta canzoni per ogni regione. Dunque c’è ancora molto da riscoprire e valorizzare.

No potho reposare è un pezzo estremamente noto in Sardegna ma anche fuori dai confini regionali, complici le interpretazioni di Andrea Parodi, Maria Carta e di tanti altri ancora. Come è stato il tuo approccio?
Ho un rapporto molto intimo con questo brano, me lo cantava mia nonna quando ero piccola e appartiene a tutti gli effetti alla mia sfera familiare. Detto ciò, io non avevo mai cantato in sardo Flore 02davanti a un pubblico e l’occasione si è presentata alle audizioni del laboratorio, quando Tosca mi ha chiesto di intonare qualcosa della mia terra. Non ho avuto dubbi su cosa proporre, è stato davvero un atto spontaneo, e a posteriori posso dire che la scelta di No potho reposare si è rivelata molto felice.

Nello spettacolo interpreti anche un canto delle lavandaie della Valle d’Aosta, La blanchisseuse, con un testo in francese. Come è stato confrontarti con una tradizione così lontana da quella sarda?
Il brano è un po’ ironico, lo eseguo insieme a Eleonora Tosto, ed è una delle chicche dello spettacolo. È stata una bella esperienza e un momento importante nel mio percorso di interprete, e credo sia un ottimo esempio pratico del lavoro di studio e ricerca di cui parlavo prima: esplorare le radici, pure quelle sconosciute, arricchendosi e rimanendo fedeli a se stessi.

La lingua riveste un ruolo centrale in Viaggio in Italia, non secondario rispetto alla musica. Qual è il tuo rapporto con la parola nel canto?
L’esperienza del collettivo AdoRiza mi ha fatto proprio capire tutta la rilevanza e il peso delle parole nella musica. In questo caso specifico, il discorso sulla parola si mescola con quello legato alle radici culturali: per me il sardo è la lingua di casa, della mia famiglia, e impiegarlo nel canto mi ha spinto a scavare e a scoprire dei sentimenti profondi che non so se ritroverei altrove.

Qual è il futuro del vostro collettivo? Avete già in mente dei nuovi progetti?
Viaggio in Italia costituisce il nostro presente ma l’idea è di continuare a collaborare tutti insieme e di portare cose nuove, che vadano anche in altre direzioni. Quel che è certo è che AdoRiza non nasce e finisce con questo spettacolo ma intende andare avanti.

Francesco Biselli  16/07/2019

(foto di scena: Manuela Ferro)

La musica di un popolo plurale: il "Viaggio in Italia" di Valerio Buchicchio

Tra gli artisti coinvolti nel progetto Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici c’è Valerio Buchicchio, o più semplicemente “Buva”: trentadue anni, nato e cresciuto a Cerignola, in provincia di Foggia, il giovane cantautore ha già dalla sua, tra le altre cose, una menzione speciale dell’associazione Musica contro le Mafie (nel 2018) per il brano "Sud", oltre ad essere l’autore di "Ercole", l’ultimo singolo di Ermal Meta. Nello spettacolo e nel disco nati dal lavoro collettivo AdoRiza, Buva suona la chitarra e presta la sua voce sia al brano d’apertura Ripabottoni Brun Brun sia all’intenso Lamento dei Mendicanti. Il cantautore ha ripercorso con noi le diverse tappe del progetto, dal laboratorio biennale di Officina Pasolini (nel 2016-2017) ai piani futuri del collettivo: per lui l’avventura di Viaggio in Italia non è stata solo un’occasione di crescita personale e confronto con altri artisti, ma anche un modo per scoprire e far scoprire la realtà profondamente e proficuamente eterogenea della musica (e della cultura) italiana.

Ci racconti la tua esperienza all’interno di Officina Pasolini e che importanza ha avuto nel tuo percorso?
L’esperienza è stata molto bella e importante, perché ha permesso a un giovane cantautore pugliese come me, che strimpellava canzoni nella sua stanza, di confrontarsi non solo con altri ragazzi che vorrebbero vivere di musica, ma anche con professionisti del settore altamente qualificati. È stato perciò un salto sconvolgente ed entusiasmante al tempo stesso, ogni giorno era sempre una scoperta nuova, una conoscenza che si aggiungeva al nostro bagaglio. Personalmente poi è stata un’occasione per commettere quanti più errori possibile nell’approccio alla scrittura delle canzoni: nel senso che in quel luogo si poteva appunto provare, sbagliare ed essere corretti da docenti che non erano interessati ad assegnare medaglie ma ad aiutare chi ne aveva bisogno a mettersi più “a fuoco”.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti diversi per un progetto comune?
Sicuramente all’inizio eravamo un po’ spaesati, anche perché il bagaglio della musica popolare era abbastanza distante dalle nostre conoscenze e dai nostri interessi. Forse il collante iniziale è stata la sfida comune e la volontà di superarla. In aggiunta, chi ha lavorato alla produzione dello spettacolo ha saputo mettere ciascuno di noi nelle condizioni di poter dare il meglio di sé, a seconda della sua vocalità, della sua propensione a suonare o meno uno strumento o di altro ancora: ognuno aveva il suo ruolo e giocava per il risultato, come in una squadra di calcio.

Quali elementi della tradizione musicale pugliese hai potuto valorizzare, o anche riscoprire, durante il lavoro per questo progetto?
Prima di questo progetto la mia conoscenza della musica popolare pugliese era abbastanza limitata. Andando avanti, però, ho scoperto tanto di questa tradizione, in particolare la qualità dei testi, ma anche delle armonie e delle melodie: qualcosa che tuttora porto con me e cerco di mettere al servizio della mia attività di autore di canzoni, per me o per altri artisti. Indubbiamente il fatto di vivere in una terra che ha delle radici così forti nella musica popolare è un vantaggio, mi permette di giocare “in casa”, facendo mio questo patrimonio.

Andando ai brani del disco: in Ripabottoni Brun Brun canti insieme ad un altro giovane artista, Andrea Caligiuri. Come è stato lavorare con lui su questo pezzo?
È stato molto interessante, innanzitutto perché abbiamo due vocalità molto differenti, lui ha una voce molto bassa, quasi da baritono, io invece ho una vocalità più leggera, quasi da tenore. Questo si è rivelato un vantaggio, perché ogni contrasto nell’arte, e in particolare nella musica, genera qualcosa di positivo in più. Inoltre, il fatto di esserci misurati con una lingua, l’arbëreshe, a noi inizialmente estranea, ci ha spinto a darci una mano a vicenda per la pronuncia e l’espressione del testo.

Interpreti anche Il Lamento dei Mendicanti, un brano che veicola un tema sociale molto forte. Come e perché avete scelto questo pezzo?
Ricordo benissimo come è andata: lavoravamo divisi in gruppi di ricerca e io, come altri, ero avvantaggiato perché mi trovavo nel gruppo che si occupava anche della mia regione di provenienza. Scorrendo su internet è saltato alla mia attenzione questo brano di Matteo Salvatore, un cantore della mia terra, e ha subito conquistato non solo me ma anche Tosca e Piero Fabrizi. In particolare ci ha colpiti quel riff di chitarra, così desolante, con lo strumento quasi scordato, che trasmette la sensazione di trovarsi un mondo arido, fatto di polvere, di arsura: ci ho visto l’immagine, quasi cinematografica, di un mendicante nelle ore più calde della giornata. Il contenuto sociale poi è stato importante per contribuire a veicolare alcuni temi che lo spettacolo sviluppa, come quello dei migranti, di coloro che hanno lasciato la propria casa d’origine per andare in America o al Nord, e la mia terra è piena di questa gente.

Nel tuo percorso artistico non è nuova l’attenzione a temi sociali e alla condizione della tua terra d’origine. Secondo te qual è allora il valore sociale, oltre che culturale, di un progetto come Viaggio in Italia?
Secondo me l’importanza del progetto da questo punto di vista sta nel fatto che non si tratta, come a prima vista potrebbe sembrare, tanto e solo di un excursus temporale, attraverso canzoni che vanno dai secoli passati a epoche più recenti, ma anche e soprattutto di un incontro sul piano spaziale: il progetto infatti vuole coinvolgere e coniugare ritmi e tradizioni di terre differenti, per dimostrare come la nostra cultura sia la più eterogenea che si possa immaginare. A prescindere da qualunque ideologia penso sia utile, in un momento come quello attuale, dove si rivendicano determinate e specifiche “radici” da parte di chi vive in un territorio, ricordare come il nostro patrimonio sia molto più eterogeneo di quanto non si pensi.

Come si svilupperà da qui in avanti il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Credo innanzitutto che continueremo a lavorare sullo spettacolo, per farlo conoscere a chi non ha avuto modo di vederlo e ascoltarlo: cercheremo altri teatri e date e ci concentreremo su questi. Dopodiché esploreremo altre possibilità, compreso il lavoro di cantautorato inedito, visto che il nostro collettivo è formato da cantautori oltre che da interpreti: non sarebbe male costruire insieme un percorso di musica inedita da portare in giro.

Foto copertina: Manuela Ferro

Emanuele Bucci 28/07/2019

"Viaggio in Italia": intervista al bassista del progetto, Walter Silvestrelli

Abbiamo incontrato Walter Silvestrelli, bassista e interprete del disco-spettacolo Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici, con cui il collettivo AdoRiza ha vinto la Targa Tenco 2019 nella categoria Album collettivo a progetto.

Ci racconti la tua esperienza all’interno del laboratorio? Che importanza ha avuto nel tuo percorso?
È stata un’esperienza importantissima. Prima già suonavo musica popolare con il mio gruppo, i Chissenefolk, ma Viaggio in Italia è stato un lavoro di scrittura artistica sul folk in cui la guida di personaggi come Tosca e Piero Fabrizi mi ha arricchito in maniera determinante.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti in un progetto comune?
È stato facile, perché il gruppo era molto affiatato. C’era una splendida atmosfera che Tosca, Piero Fabrizi, Felice Liperi e Paolo Coletta hanno creato alla perfezione, stimolandoci continuamente con la loro personalità.

Hai avuto la possibilità di portare degli elementi della tua tradizione locale nel progetto?
In realtà no. Ma, nel momento in cui si affidavano le canzoni ai vari musicisti, mi sono imposto con una grandissima decisione per cantare proprio Diavule Diavule, perché mi ricordava la mia terra. Anche se la tarantella è comunemente considerata della Puglia, con piccole differenze ritmiche fa anche parte della tradizione lucana. Questo perché la Basilicata è esattamente al centro del Sud, e la sua cultura è il perfetto mix di tutte le tradizioni meridionali.

Una delle caratteristiche più interessanti di questo progetto è la reinterpretazione della tradizione. Quanto ci hai messo di tuo in Diavule Diavule?
Non volevo stravolgerla, l’ho semplicemente fatta mia e il risultato è stato quello di dargli un ritmo diverso e di cantare, in certi momenti, quasi rappando nel microfono.

Nonostante testi e melodie restino quelle originali in ogni brano, senti di essere riuscito a dargli un’impronta attuale?
Musicalmente, sì. Ma le canzoni popolari sono sempre attuali, perché hanno la straordinaria forza comunicativa di rompere le barriere e dire senza peli sulla lingua cose che oggi sarebbe considerato immorale dire. È una musica in grado di rispecchiare una cultura che, pur evolvendosi, continua e si fonda sempre sulle stesse basi, le radici. E oggi, come sempre, risulta attuale, soprattutto se si pensa alle storie di fame e migrazione che raccontano… Ma stiamo finendo a parlare di cose troppo serie ora e ho paura che così mi si svegli la bambina (sorride, ndr).

Diavule Diavule è forse uno dei brani più coinvolgenti del progetto. Quale è stata la reazione del pubblico?
Per quanto fosse il pezzo più eccitante, in tutti i brani il pubblico è stato coinvolto, forse perché questa è la forza della musica popolare. Al bis soprattutto, nonostante ci trovassimo in teatro, la gente si è alzata e ha ballato in una danza liberatoria. Ma, a dirti la verità, me lo hanno raccontato i miei colleghi, perché io, purtroppo, quando sono sul palco entro in trance e non mi accorgo più di nulla che non sia la musica stessa.

In una recente intervista hai detto che la radice è quando ti metti a nudo e cominci a capire dove andare. Questo lavoro ti ha fatto capire dove andare?
Mi ha confermato definitivamente quale strada voglio percorrere: senza dubbi, quella della musica.

Come si svilupperà in seguito il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Si, abbiamo un obiettivo che riteniamo fondamentale: portare il progetto in giro per l’Italia e, perché no, anche per il mondo.

Alessio Tommasoli 28/07/2019

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