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Bugie bianche che non fanno male: intervista a Maria Teresa Ruta di Sinceramente Bugiardi

Fino al 6 luglio al Teatro Litta di Milano sarà possibile vedere Sinceramente Bugiardi, una commedia brillante e divertente dell'inglese Alan Ayckbourn, portata in scena da un cast spiritoso con Maria Teresa Ruta, Guenda Goria, Gaetano Callegaro e Francesco Errico guidati dalla regia di Pietro de Pascalis. Lo spettacolo racconta le vicende parallele di due coppie: da una parte Sheila e Philip con la loro relazione matrimoniale, disincantata e vissuta, che è specchio e contraltare del legame che unisce Greg e Ginny, giovani fidanzati alle prese con le scaramucce di un rapporto ancora acerbo. Abbiamo avuto il piacere di parlare direttamente con una delle protagoniste, Sheila, interpretata da Maria Teresa Ruta.

Un titolo ossimorico: cosa traspare da questa contrapposizione?

Traspare la leggerezza del vivere situazioni che potrebbero diventare molto più drammatiche se esasperate. L'idea di fondo è: qualche bugia bianca non fa male a nessuno e rende la vita più “leggera”. In questo, Greg e Sheila sono i maestri. Sono, infatti, capaci di distaccarsi dalle vicende reali e di portare il filo del discorso dove vogliono dicendo bugie. Entrambi riescono a raggiungere il proprio obiettivo solo attraverso l'inganno.

Si intrecciano le vicende di due coppie. Quali sono le caratteristiche dell'una e dell'altra?

Nella prima c'è la poca conoscenza dell'uno e dell'altra e, quindi, la possibilità e l'opportunità di bleffare su chi si è perchè, appunto, ancora non ci si conosce così bene. Il legame di Greg e Ginny è caratterizzato da tentativi goffi, grotteschi e comici di rappresentare se stessi in maniera diversa rispetto alla realtà. Dall'altra parte, invece, ci sono Sheila e Philip che si conoscono fin troppo bene e ciò permette loro di far leva su pregi e difetti che hanno scoperto negli anni. Questa conoscenza profonda fa sì che i due protagonisti sappiano vivere e accettarsi senza la necessità di offrire una faccia diversa all'altro. Le due coppie sono speculari e il loro incontro/scontro dà vita a una serie esilarante di situazioni no sense.

Tutto ciò fa capolino a un fondo di inquietudine. Quale delle due coppie più lo esprime?

Sheila e Philip perchè incarnano una coppia nella quale tutti si possono rispecchiare. Loro sono la tipica coppia sposata da anni che vive e convive con la necessità di mantenere una rapporto garbato. Hanno accettato questo contratto di matrimonio e di vita e cercano di non sconvolgerlo troppo. Insomma, la realtà della vita comune: tentare di mantenere un equilibrio.

Tra i quattro protagonisti c'è una gerarchia?

Nonostante la storia giri tutta intorno a Sheila, è il personaggio di Philip a risaltare di più. Loro due sono la coppia che lavora e porta acqua al proprio mulino mentre la coppia Ginny-Philip ha maggior presenza scenica perchè con il loro dinamismo, la loro follia e la loro furbizia tengono in piedi tutti gli inganni e gli equivoci.

Sinceramente Bugiardi non è solo una commedia. Come si esce da teatro?

In primis, si esce con la sensazione di aver visto una prova più che soddisfacente di attori e di regia. Il pubblico, infatti, riesce a percepire la difficoltà di un testo serrato ed impegnativo e ne apprezza il lavoro. A livello di messaggio, invece, riusciamo a far passare l'idea che gli affari sentimentali presunti e/o veri si possono risolvere con un pizzico di distacco e di leggerezza. A volte ci si arrabbia tanto senza che ne valga davvero la pena. Sinceramente Bugiardi ti fa partire dal presupposto che bisogna prendere le questioni di cuore con un pizzico di filosofia in più.

La versione originale è dell'inglese Alan Ayckbourn: quanto siete rimasti fedeli?

Totalmente fedeli. È stato fatto un lavoro straordinario di attualizzazione, restando, però, coerenti alle scelte di Ayckbourn tanto che la scenografia fumettistica aiuta a mantenere perfino lo spirito dello humor inglese. Qualunque modifica avessimo fatto, avremmo rischiato di andare o verso uno humor francese - quindi melanconico, triste - o uno humor italiano che è sempre più “grasso”. La bravura del regista ha fatto la differenza in questa scelta di attualizzare anziché modificare. Pietro, infatti, ha messo gli accenti su dei punti precisi che hanno reso il testo più comprensibile a un pubblico non abituato al sottotesto tipico dello humor britannico.

Chiara Rapelli 27/06/19

Recensito incontra Marco Valerio Montesano, Michele Enrico Montesano e Francesco Pietrella

Lo spettacolo "Sul Divano" nasce come progetto legato al FESTIVAL CONTAMINAZIONI 2018 e lo scorso sabato 22 giugno a DOMINIO PUBBLICO, passando per il TORINO FRINGE FESTIVAL: nei fatti intercetta tre realtà tra le più importanti per chi fa teatro e cerca di affermarsi. Cosa vuol dire per voi "fare teatro"?

E' vero. Siamo molto contenti di ciò che questo primo anno di collaborazione ci ha regalato e siamo riconoscenti a tutte le realtà che hanno permesso allo spettacolo di diventare quello che, di fatto, è ora. Girare così tanto ci ha dato l'occasione di confrontarci continuamente con noi stessi e con le persone che di volta in volta incontravamo. Questa è la nostra idea di "fare teatro", avere la possibilità di mettersi alla prova. Per noi è una gioia, un divertimento ma anche lavoro e organizzazione. Come sempre, ci vogliono testa e cuore.

SUL DIVANO sembra porsi come metafora della vita che si consuma e, senza che si riesca ad accorgersene, finisce come una bottiglia - l'ennesima - di birra: parlateci dello spettacolo, qual è l'intento narrativo, cosa raccontate in scena?

Il nostro testo nasce con il desiderio di mettere in scena una condizione umana, più che di metafora parlerei di un'allegoria. Sono tanti gli elementi messi in campo: le birre, il divano, il dirimpettaio, il "dentro" e il "fuori" e per ognuno di questi lo spettatore può trovare il suo senso. Quello che ci interessava però è raccontare il rapporto dell'uomo con le illusioni, che possono essere allo stesso tempo salvifiche e distruttive. E infine porsi la domanda: cosa succede quando ci si rende conto di una vita vissuta sotto il segno di un'illusione?

Nelle note di regia si legge "La linea che si sceglie di seguire è quella dell’artigianato, cercando di far confluire le tre figure; attore, regista e autore, in una sola", ci potete spiegare meglio cosa intendete e la funzionalità di questa scelta?

Quando usiamo la parola "Artigianato", lo facciamo per rifarci ad un ideale di mestierante all'antica, caratterizzato dalla totale indipendenza in tutte le fasi della realizzazione di un'opera: dalla scelta del materiale fino all'ultima scalpellata. Se trovi un gruppo che intende il teatro nel tuo stesso modo hai il dovere di lavorare insieme a ogni aspetto della messinscena. Eravamo così coinvolti nella scrittura del testo che dovevamo per forza essere noi stessi a metterla in piedi, nessun'altro avrebbe potuto più metterci mano. Questa scelta ha comportato sicuramente più organicità, nonostante si sia portata appresso un carico di responsabilità non indifferente.

Il percorso di studi che vi accomuna è quello accademico per eccellenza: cosa ha rappresentato e rappresenta per voi l'Accademia Silvio d'Amico?

Rimanendo in tema di artigiani, l'Accademia la definiremmo una bottega. Per tre anni trascorri lì la tua vita, e diventa praticamente casa tua, ed è a casa che ci siamo formati professionalmente e umanamente. Sono stati tre anni ricchissimi, in cui si hanno tutti gli strumenti per capire "chi vuoi diventare da grande". Per noi incontrare una così grande varietà di insegnanti è servito significativamente a rintracciare sempre nuovi stimoli, anzichè creare confusione. Ci tenevamo a ringraziare il direttore Daniela Bortignoni, è grazie a lei se "Sul Divano" ha ricevuto il patrocinio della "Silvio d'Amico".

Dove avremo modo di incontrare i vostri lavori nel futuro prossimo?

Dopo "Dominio Pubblico" avremo davanti un periodo di vacanza, poi si comincia a lavorare al nuovo testo, le idee le abbiamo già molto chiare. Chiudiamo riallacciandoci alla prima, complicata, domanda: "Cosa significa fare teatro?". Vuol dire anche non sapere mai cosa succederà. Intanto teniamo la testa concentrata sulla nostra determinazione e voglia di palcoscenico, poi vediamo cosa ci riserverà il rientro dalle vacanze. Noi siamo aperti a tutto, e siamo coraggiosi.

 

Redazione

23/06/2019

"Viaggio in Italia" racconta le tradizioni in assenza di confini. Intervista al cantautore Carlo Valente

Dialetti, riti, tradizioni regionali, Viaggio in Italia è uno spettacolo che ha come perno la canzone popolare, un progetto nato all’interno del laboratorio di alta formazione della Regione Lazio Officina delle Arti Pierpaolo Pasolini, diventato poi booklet (Squilibri Editore) e dal quale è nato il collettivo artistico AdoRiza. Guidati da Tosca, Felice Liperi e Paolo Coletta, per la regia di Massimo Venturiello e la direzione musicale di Piero Fabrizi, sedici musicisti hanno imbastito quello che, a conti fatti, è il racconto dell’inesistenza dei confini, la messa in scena di un viaggio che, nel raccontare la storia di Italia, ci parla del mondo.

Cantautore reatino, premio Amnesty Emergenti 2017 con il brano “Crociera Maraviglia”, finalista alle Targhe Tenco 2017 con il suo primo disco "Tra l'altro", Carlo Valente una ha pure diviso il palco con Francesco De Gregori. In Viaggio in Italia suona la fisarmonica.

Partiamo dal principio: com’è nato Viaggio in Italia?

Viaggio in Italia è nato all’interno di Officina Pasolini. Con Tosca, Paolo (Coletta, ndr) e Felice (Liperi, ndr) abbiamo avviato una ricerca sulla tradizione popolare, leggendo libri e ascoltando dischi. Allo studio collettivo abbiamo unito delle ricerche personali, come interviste e registrazioni a persone anziane ma anche a coetanei con un forte legame con la tradizione – e ce ne sono, ce ne sono moltissimi. Alla fine di questa prima fase avevamo circa 900 canzoni.

Una media di 70 brani per regione, quindi.

Esatto. Ci siamo divisi in gruppi per ascoltarli tutti e capire quale fosse quello più adatto da portare sul palco. Abbiamo imbastito lo spettacolo con l’aiuto di Massimo Venturiello, la direzione musicale di Piero Fabrizi, mentre Tosca ha curato le voci. E dopo l’esordio a Officina Pasolini, Viaggio in Italia è diventato itinerante.

E dai palchi di Italia siete arrivati a Radio3.

Esatto, siamo andati in diretta su Rai Radio3 per il 70° anniversario della Costituzione. Una bella esperienza.

Continuerete a portarlo in scena?

Ci stiamo lavorando. Ci sono tante persone coinvolte, incastrare impegni e necessità di tutti non è cosa semplice. Ma ci stiamo applicando, vorremmo riportarlo in scena già questa estate. Di sicuro lavoreremo sulla stagione invernale.

Cos’è per te il legame con la terra?

Vivo in un piccolo borgo di 100 abitanti, sono cresciuto con i canti popolari e questo spettacolo è molto legato al territorio. A primo impatto sembra un’opera della Lega Nord (ride, ndr). Le regioni, le radici… sai, molto nazionalista. In realtà ci siamo accorti che i dialetti e le musiche sono influenzate dai paesi stranieri. Per esempio, nel dialetto delle Marche si sentono chiaramente gli echi dei Balcani. Viaggio in Italia racconta di un paese che per sua stessa natura è meticcio, mescolato. E’ la sua forza e bellezza: e alla fine, più che un viaggio in Italia, si rivela un viaggio nel mondo.

Dallo spettacolo nasce il collettivo Adoriza, dalle voci greche di “canto” e “radice”. Su cosa lavorerete?

Al momento siamo concentrati su Viaggio in Italia, cerchiamo di inserirci in manifestazioni ed eventi legati in qualche misura al tema, ma l’obiettivo è portare in giro anche altri spettacoli, sempre sulla tradizione. La nostra impostazione è questa, e ci piace così.

Nelle tue canzoni si parla spesso di militanza civile. Nell’era del culto della velocità e del cambiamento, uno spettacolo sulle radici popolari è una chiamata all’impegno civico?

Ovviamente, è resistenza pura. Al momento il nostro pubblico è anziano, ma l’obiettivo è di estendere lo spettacolo ai giovani, avvicinarli a una cultura che altrimenti andrà persa. Come dicevo, a discapito delle apparenze, Viaggio in Italia non è il racconto di una chiusura territoriale ma dell’evanescenza dei confini. Parlarne è un’esigenza, soprattutto di questi tempi.

Nello spettacolo canti “Bella sei nada femmena”. Di cosa parla?

E’ una canzone che è stata riscoperta di recente grazie a Gastone Pietrucci, leader del gruppo La Macina. Rientra nel filone delle serenate, un ragazzo implora a una donna di affacciarsi alla finestra. Il problema è stato capirne la provenienza: dalla nostra ricerca risultava essere abruzzese, invece risalendo all’autore abbiamo scoperto che è marchigiana.

A proposito di riavvicinamento al dialetto, qualcosa si sta già muovendo. Nel circuito pop penso ai Nu Guinea, Liberato…

C’è un riavvicinamento al suono della lingua, quello sì. Ma non al senso. Molti parlano dialetto più come intercalare che come lingua a sé – ciò che di fatto è. Andrebbe trattato in modo poetico come ha fatto Pino Daniele, non come semplice slang. Tra i contemporanei che ne fanno ottimo uso penso a Gnut (cantautore napoletano, ndr), che si avvale del poeta Alessio Sollo. Chi si accosta oggi ai testi dialettali sembra farlo più per moda che per amore. In ogni caso, artisti come Liberato o i Nu Guinea sono una chance: chissà che qualcuno, ascoltandoli, non scopra un interesse che desidera approfondire.

Foto di cover facebook: Adriano Natale

Federica Cucci 20/06/2019

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