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La grande famiglia del cinema italiano: intervista ad Antonio Falduto

Antonio Falduto si è formato al DAMS di Bologna per poi passare ai set in veste di aiuto regia di Federico Fellini, Ettore Scola, Steno ed Ugo Gregoretti. È poi diventato a sua volta regista nel 1993 con il film Antelope Cobbler (premio speciale della giuria al Festival di Annecy) mentre nel 1998 scrive con lo sceneggiatore Ivan Orano la sceneggiatura Il cappello di John Wayne. Parallelamente è consulente per vari festival internazionali ed insegna presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma.

Innanzitutto grazie per la sua disponibilità e gentilezza. Prima domanda: in questo momento di cosa si sta occupando? Quali progetti bollono in pentola sia sul fronte accademico che registico?

"A livello professionale sto collaborando con uno sceneggiatore americano, un film che si svolgerà tra l’Italia e gli Stati Uniti. Questo è il lavoro più grosso in cui sono coinvolto al momento, per la scrittura. A livello accademico sto scrivendo un libro sul rapporto tra cinema ed architettura e sto coordinando i nostri corsi su scrittura per l’audiovisivo e tecniche dell’organizzazione dello spettacolo per la mia università UNINT di Roma".

Sappiamo che lei, oltre che essere un accademico, è anche coordinatore di diversi festival internazionali. Ci può dare qualche anticipazione a riguardo, se ce ne sono?

"Sono il consulente per quanto riguarda la programmazione e la selezione di film italiani in alcuni festival internazionali come Rio de Janeiro, Durban, Cape Town, Sydney ecc. Sono sei, sette i festival con cui collaboro, sia di cinema internazionale sia di cinema italiano. Di solito, quello che noi facciamo è presentare una selezione di film insieme ad alcuni registi e sceneggiatori, coinvolgere questi ospiti in un programma di formazione con gli studenti delle scuole di cinema locali ed anche le università in maniera tale che questi professionisti italiani possano essere utili non solo a presentare e promuovere i nostri film ma anche a formare i futuri registi, scrittori o quello che sia, locali. Questo perché per noi è molto importante, oltre alla promozione del cinema, anche tutto ciò che riguarda la formazione e gli scambi interculturali tra l’Italia e gli altri paesi".

Parliamo un attimo della sua formazione. Lei ha studiato al DAMS di Bologna. Secondo lei è un percorso d’istruzione universitaria fondamentale se ci si vuole occupare di cinema oppure no?

"Credo che dipenda da quando e dove lo fai il DAMS. Personalmente mi è stato utile perché aveva un approccio teorico interessante, insolito, avevo dei docenti che quando venivano erano dei docenti di assoluto prestigio. È vero che io sapevo di avere l’opportunità poi di abbinare lo studio teorico con una pratica che avevo fatto a Roma. Oggi so che il DAMS è molto più strutturato dei miei tempi, esiste la possibilità di vedere molto materiale, cosa che ai miei tempi era impossibile ed anche, alcune volte e solo in alcune sedi, è possibile provare a sperimentare dei percorsi di pratica cinematografica. Però non credo che quello sia il compito fondamentale di istituzioni come il DAMS: credo piuttosto che sia quello di riflettere e poi elaborare nuove visioni su quello che sono i vecchi e nuovi linguaggi audiovisivi. Quella dovrebbe essere la sua missione. Che ci riesca o no, questo è difficile dirlo. Non ho incontrato molti ex colleghi in giro per le sale cinematografiche ed i set di film. Quindi mi viene da dire che forse l’insegnamento all’epoca era troppo teorico e vago su alcuni punti e c’era troppo poco contatto con la realtà produttiva. Credo che adesso questi inconvenienti siano stati in parte superati però, anche da un punto di vista teorico, c’è molta strada da fare affinché diventi la punta di diamante del pensiero intellettuale nel campo dell’audiovisivo e non solo, delle arti in generale".

Rimanendo sempre sul tema dell’educazione e della “pedagogia cinematografica”, pensa che le scuole di cinema, che siano di regia o di scrittura, piò o meno elitarie, abbiano ancora senso di esistere oggi con i mezzi tecnici disponibili a tutti e più democratici che mai?

"Sì, assolutamente, anzi ancora di più perché il fatto che il mezzo sia più accessibile non significa che sia più democratico, secondo me. È come dare la penna in mano a tutti ma non è che aumenta il numero degli scrittori o la qualità della scrittura, in fondo. Credo che sia poi cosa ci fai con i mezzi tecnici e l’espressione. Sono importanti le scuole di cinema non solo per ciò che ti insegnano ma anche per il rapporto con tutta una serie di professionisti, per capire come ci si rapporta al mondo professionale. Insomma sono anche scuole di vita importanti. Oltre che essere momenti di confronto con altri studenti, ti danno una disciplina ed un senso di collettività che è molto importante".

Passando dalla parte dell’istruzione a quella del lavoro, della pratica, ci può raccontare come è arrivato fisicamente sul set a fianco di grandi registi italiani, da Scola a Fellini, Gregoretti ecc.?

"Assolutamente per caso, io non provengo da una famiglia di intellettuali né di artisti. Volevo fare questo, lo studiavo ed ho conosciuto per caso delle persone che erano in contatto con gli artisti, mi sono presentato ed ho iniziato a fare il quinto assistente alla regia di Fellini piuttosto che di Scola. Sicuramente era un momento, per il cinema italiano, abbastanza ricco, vivace per cui non era così complicato entrarci. Va però detto che però non erano lavori, erano assistenze volontarie, al massimo ricevevi da mangiare a pranzo, quindi era un investimento che uno faceva perché comunque era un momento importante della propria crescita professionale. Erano degli stage che mi sono autoprocurato".

In questi “stage” quali sono stati gli insegnamenti più importanti, sia in senso tecnico-pratico che di vita?

"È difficile perché se seguivi un film di Fellini apprendevi degli aspetti tecnici molto interessanti, se sapevi vederli ovviamente, anche semplicemente i movimenti della macchina da presa, il rapporto con gli attori, la ricerca stilistica. È anche vero che erano insegnamenti da prendere con la pinza perché Fellini faceva girare cinque o sei inquadrature al giorno soltanto e questo certo non è un buon insegnamento per un regista che vuole cominciare. Però stare su un set, qualunque esso sia, è molto utile perché come diceva Orson Welles “La tecnica in fondo la impari in breve tempo” e poi per tutto il resto ci vuole tempo, talento, capacità eccetera per cui dopo un film che segui come assistente hai già delle basi per poi proseguire anche da solo, secondo me. Credo che sia necessario però per chiunque voglia fare questo mestiere di sceneggiatore e regia entrare in contatto quanto prima con dei professionisti, frequentarli, capire le loro metodologie di lavoro pensando che insomma, forse, all’inizio non è il guadagno la prima aspirazione che bisogna avere, almeno non in questo settore".

Riallacciandoci al discorso iniziale sulla sua carriera internazionale tra produzioni e festival, secondo lei come si inserisce il sistema cinema italiano nel mondo di oggi e quali sarebbero, se ci fossero, delle modifiche da apportare per migliorarne il rendimento.

"Il cinema italiano ha fatto, devo dire, diversi sforzi affinché si potesse ampliare la possibilità di coprodurre con paesi anche extraeuropei. Sono stati firmati ultimamente diversi accordi di coproduzione dalle nostre istituzioni, avviati anche alcuni fondi bilaterali tra l’Italia e gli altri paesi, sia per lo sviluppo di sceneggiature che di coproduzioni ed anche diverse regioni, per esempio il Lazio, hanno istituito un fondo con altri paesi. Il nostro ministero ha istituito un fondo di produzioni minoritarie quindi la volontà di aprirsi al mondo è innegabile che ci sia. Questo non significa che automaticamente poi i nostri produttori o autori siano capaci poi di realizzare queste produzioni. È dato anche da un fatto culturale, non soltanto produttivo nel senso che, per come sono strutturati adesso i meccanismi di produzione (tax credits eccetera), spesso il produttore è tentato dal chiudere e risolvere tutto l’aspetto economico tra le quattro mura di casa perché poi ovviamente le produzioni sono anche più faticose. E anche gli autori spesso stringono gli accordi di produzione e poi però mancano le idee, mancano i soggetti per cui i produttori dicono “Sì ma se non c’è una sceneggiatura che possa funzionare tra questi due paesi è inutile firmare gli accordi o istituire dei fondi”. Oltre che sensibilizzare i produttori, bisognerebbe sensibilizzare anche gli autori".

Grazie, ultima domanda. Lei ha avuto l’onore di affiancare questi grandi registi, Fellini, Scola, Gregoretti. Qual è il set che porta più nel cuore?

"Ci sono aneddoti che mi legano a ciascuno di questi registi, più o meno grandi. Avevano però una grande capacità, erano grandi personalità. È difficile scegliere uno di loro perché poi sono fasi della mia vita importanti a cui sono estremamente legato. Devo dire che ci sarebbe da scrivere un libro ed un giorno forse lo farò proprio su cosa è stato questo momento del cinema italiano, passando attraverso le esperienze con registi che poi erano abbastanza diverse l’uno dall’altro ma legate. Una cosa che posso dire è che si conoscevano tutti, il senso di famiglia del cinema italiano era molto forte. Si conoscevano e si frequentavano tutti anche se i loro cinema potevano essere diversi. Io ho cominciato a lavorare con Ettore Scola grazie allo sceneggiatore Scarpelli che in realtà mi aveva presentato anche Steno quindi era, come dire, questa grande famiglia dove si poteva, una volta entrati, fluttuare da un ambiente o da un set all’altro, e questa credo che fosse la sua grande forza".

Carmela De Rose, Fortunato Francia 10/06/2023

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