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L'interno della Casa di Luigi Pirandello

“Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti.” 

Quale migliore inizio delle parole del Premio Nobel per la letteratura Luigi Pirandello per narrare l’esperienza di visita al luogo dove riposa e dove nacque nel lontano 1867? Attirata dal richiamo della mia terra e dalla curiosità di vedere con occhi il luogo che ha dato i natali ad uno dei più brillanti geni dello scorso secolo, mi sono recata nella Casa Museo di Luigi Pirandello.
A pochi chilometri dalla maestosa e plurimillenaria Valle dei Templi, al confine tra il territorio appartenente al comune di Agrigento e quello di Porto Empedocle si trova una contrada di campagna, denominata appunto “Caos”. Qui sorge la casa natale di Pirandello, in origine una costruzione rurale di fine ‘700 di proprietà della famiglia Ricci Gramitto, avi della madre dello scrittore. Nel 1897, anno della nascita di Luigi, la madre Caterina vi si rifugia per sfuggire ad una violenta epidemia di colera. La casa sorge a strapiombo sul mare, è questa la prima e potente caratteristica del luogo circondato da colline e da molti alberi. Ed è proprio sulla parte più vicina allo strapiombo che riposano i resti di Pirandello, raggiungibili attraverso un lungo e stretto sentiero lungo il costone. Un verde giardino abbraccia la tomba dello scrittore: una grossa pietra con delle iscrizioni. Era questo il luogo preferito di Luigi, il luogo dove amava riflettere e scrivere davanti al mare circondato dal verde e baciato dal sole siciliano, all’ombra di un pino che purtroppo qualche anno fa una tromba d’aria ha sradicato. I dipendenti del museo però hanno lasciato quanto sopravvissuto dell’albero, in memoria dell’attaccamento al luogo da parte dello scrittore. Nessuna statua o scultura adorna la semplice tomba di Luigi, come suo desiderio. 

“Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare, sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui.”

Non è difficile immaginare perché questo luogo fosse tanto amato dallo scrittore, si respira una pace infinitamente dolce in questi posti cullati dal rumore delle onde attutito dalla roccia e dalla voce dei gabbiani che librano sereni sopra gli alberi mossi dal vento.
Ad accogliere i visitatori nell’atrio antistante la casa un busto in bronzo dello scrittore. Ristrutturata nel 1952 a seguito dell’acquisizione da parte della Regione Siciliana, la casa si divide in due piani. La visita comincia dal pianterreno, sede di mostre temporanee dedicate allo scrittore e alla sua famiglia. Entrando si percepisce da subito la scelta di rendere omaggio al celebre Luigi, ma di valorizzare anche le attività artistiche di alcuni membri della famiglia Pirandello. Si possono ammirare soprattutto le raccolte di dipinti di Rosolina, sorella di Luigi, quella dello stesso scrittore e quella del figlio Fausto. Testimonianza di quanto fosse importante l’arte per la famiglia Pirandello. Cuore della casa con la vista mozzafiato sulla costa e fulcro dell’esposizione il piano superiore. Le stanze sono arricchite da qualche pezzo di mobilio facente parte dell’arredamento originale della casa e alle pareti sono esposte numerose foto in bianco e nero raffiguranti le diverse “stagioni” della vita e della carriera di Luigi, dai momenti quotidiani in famiglia alle foto della cerimonia del Nobel ricevuto nel 1934. Moltissimi i documenti scritti da e per Pirandello, a tal proposito la lettera per il conferimento del prestigioso premio che ne esplicita la motivazione: «Per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale.» Frutto di un aneddoto particolare riguardante le interviste concesse ai giornalisti nel suo studio di Roma per l’assegnazione del premio, il foglio da lui scritto a mano durante gli scatti fotografici sul quale viene ripetuta copiosamente la parola «Pagliacciate!», simbolo dell’ironia contraddistinguente lo scrittore.
Così come Pirandello è stato uno scrittore versatile e dinamico diviso tra letteratura, novelle, teatro e racconti ogni stanza raccoglie i documenti della sua produzione artistica spaziando tra i generi e le opere. Le lettere scritte a mano e i dattiloscritti originali dei suoi più famosi capolavori costituiscono la parte più preziosa dell’esposizione, dalla corrispondenza con colleghi come Antonio Moravia e Grazia Deledda alle prime edizioni di libri con dediche autografe, restituendo la pienezza e l’ecletticità di una personalità straordinaria in un luogo incantato nei meandri della torrida e malinconica campagna siciliana.

Erika Di Bennardo
02/03/19

Europa in danza: l'opportunità di costruire un ponte tra la danza italiana e il resto del mondo

In occasione dell’evento EUROPA in Danza 2019 abbiamo incontrato i due direttori artistici Steve La Chance e Alessandro Rende. Il primo ballerino, coreografo e insegnante statunitense, il secondo un talento nostrano, danzatore del Teatro dell’Opera di Roma e già direttore artistico di numerosi eventi per la promozione e diffusione della danza. Recensito li ha incontrati per raccontarci di EUROPA in DANZA e delle peculiarità di questo appuntamento unico nel suo genere che si terrà nell’esclusivo “The Church Village” di Roma venerdì 1, sabato 2 e domenica 3 marzo 2019.

Cominciamo da Alessandro. Che cos’è Europa in Danza?
"Europa in Danza è una manifestazione che in una maratona di tre giorni racchiude le principali realtà europee e italiane formative più rinomate, che saranno protagoniste di lezioni, audizioni, un concorso e un premio. La parola d’ordine di questo evento è sicuramente opportunità. Europa in Danza si articola soprattutto sullo schema lezione-audizione, ossia, lezioni in cui i giovani talenti italiani partecipanti possono studiare con personalità di spicco della danza mondiale ed eventualmente essere selezionati per continuare a formarsi e perfezionarsi in Scuole e Compagnie rinomate in tutto il mondo. Si tratta di una prestigiosa vetrina ma anche di un’occasione concreta per essere selezionati senza necessariamente spostarsi da una nazione all’altra, evitando o limitando le spese che i danzatori italiani sostengono per farsi visionare in audizioni all’estero. Inoltre, qui si ha la possibilità di studiare e sostenere più audizioni in un unico posto".

Europa in Danza è un evento che punta sulla qualità della danza ma l’accoglie nella sua totalità e in ogni sua sfaccettatura. Come si concretizza questa policy? 

"Europa in Danza è già alla sua quarta edizione. Negli anni c’è stato sicuramente un crescendo in termini di professionismo e qualità tecnica. I premiati sono nominati da artisti di altissimo livello sia per le loro carriere che per esperienza nel campo della formazione. Abbiamo deciso di estendere la manifestazione e, in particolare il Premio, non solamente a danzatori ma anche a anche critici, insegnanti e coreografi, e operatori del settore. Già in passato non sono mancate collaborazioni anche con case editrici specializzate nel settore coreutico, come ad esempio Gremese. Tutto ciò che per noi risulta valido per aiutare la danza a crescere è ben accetto".

Steve, tu sei stato un ballerino sicuramente di formazione classico ma che ha costruito la sua carriera soprattutto sul modern come testimonia anche la tua lunga esperienza negli USA. Come ti rapporti con le grandi scuole italiane presenti a Europa in Danza che sono principalmente di stampo classico-accademico?

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"Nella manifestazione sono presenti prestigiose scuole italiane come l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, l’Accademia Nazionale di Danza, la Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Sono tutti enti di formazione principalmente classico-accademica ma molti dei premiati, così come le esibizioni, spaziano anche su altri stili. Oltre al classico, si va dal neoclassico al contemporaneo, al modern. Del resto la danza è unica e ciò testimonia che le grandi scuole italiane non restano chiuse ma aprono la mente e il corpo anche ad altre frontiere. Lo denota la loro stessa partecipazione ad una manifestazione come la nostra in cui sono presenti oltre a quelle già nominate anche grandi scuole americane di tradizione modern come Peridance Capezio, Brodway e altre. Si chiama Europa in Danza proprio per questo. Crea un ponte tra l'Italia, l'Europa e il mondo.

Quali sono i punti di forza dell’evento?

"Ai ragazzi che vogliono fare audizioni per studiare nelle accademie europee spesso viene offerta la possibilità di inserimento in compagnie. Grazie a questo evento molti sono andati fuori a studiare e poi hanno trovato un lavoro. Non voglio fare critiche ma Europa in Danza offre opportunità concrete e non fa, come purtroppo accade in altri concorsi, mera pubblicità di vari stage della durata di un week-end. Il nostro evento offre un’occasione di formazione a lungo termine".

Roberta Leo 

25/02/2019

Claudio Boccaccini racconta il suo "Fu Mattia Pascal": un'indagine sull'identità che sa (anche) divertire

Dalla sua prima comparsa nel 1904 ad oggi, Il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello è un testo che non ha mai smesso di affascinare i lettori e di interrogare la cultura, la società e ciascuno di noi come singolo individuo. Ne sa qualcosa il regista e insegnante di teatro Claudio Boccaccini, che in questi giorni riporta in scena (fino al 3 marzo) al Teatro Ghione di Roma il suo adattamento (scritto con Eleonora Di Fortunato e interpretato da Felice Della Corte) del fondamentale romanzo. Con Claudio abbiamo parlato dello spettacolo, di come ha trasposto un testo così importante, del suo teatro e del suo amore per quello straordinario «indagatore dei sentimenti umani» che è Pirandello.

Claudio, l’ultima volta, parlandoci del tuo Love’s Kamikaze recentemente tornato in scena, hai detto che il teatro non serve a dare risposte ma a porre domande. Quali sono allora le domande che pone questo Fu Mattia Pascal agli spettatori di oggi?

"Partiamo da Pirandello, un autore che ha basato tutta la sua produzione su delle domande: qual è la verità? Qual è la differenza tra ciò che appare e ciò che è vero? Esiste qualcosa di “vero”? Nel Fu Mattia Pascal l’interrogativo riguarda l’identità. Il protagonista, infatti, per un caso fortuito che sa di classica commedia italiana, si trova nella condizione di poter cambiare identità. Le domande allora sono: è possibile vivere una vita oltre la propria? E, se sì, quali sono le controindicazioni, da un punto di vista personale, filosofico, ma anche pratico, legale? Questo è il tema. Pirandello alla fine fa ritornare il personaggio alla vecchia vita, ma con l’idea che questo viaggio verso un’altra identità abbia riproposto le stesse dinamiche che lo avevano fatto scappare dalla precedente: come a dire che, alla fine, certe problematiche sono insite nella persona, a prescindere dall’identità che adotta, un discorso molto sottile".

Come hai lavorato per adattare questo romanzo? Hai modificato, tagliato o condensato qualche passaggio?

"Ho scelto di non mostrare al pubblico la parte che precede il cambio di identità, la faccio raccontare da Mattia Pascal nel dialogo con il bibliotecario. Ci ho pensato a lungo e ho ritenuto che quelle dinamiche fatte di dissidi e litigi familiari non fossero così interessanti in sé, lo sono in quanto preludio a ciò che accade dopo, quindi le ho condensate per il pubblico nella forma di una specie di intervista. Dopodiché faccio vedere Mattia Pascal dal momento in cui, nei panni del suo alter ego Adriano Meis, arriva a Roma. Questa parte mi interessava molto, nell’adattamento è come se lui entrasse in una sorta di “Paese delle Meraviglie”: c’è questa casa bizzarra, con personaggi come l’anziano padrone mezzo matto che filosofeggia, la signora con facoltà medianiche, e poi c’è Adriana, l’unico personaggio “reale” ossia, in un certo senso, “normale”. Adriano, innamorandosi di lei, ricade appunto nella normalità. Un aspetto significativo è che, di questa parte a Roma, Mattia Pascal offre non un “resoconto” ma un “racconto”: non un elenco di fatti, cioè, ma qualcosa che si ammanta di invenzioni, di esagerazioni, e infatti lo spettacolo ha momenti di assoluta surrealtà, quasi onirici, che rappresentano il modo in cui la mente di Mattia Pascal rivive i fatti che narra. Questo mi ha dato la possibilità di fare un adattamento anche molto movimentato e divertente".

A proposito di quest’ultimo aspetto: ripensando ancora a uno spettacolo come Love’s Kamikaze, mi aveva colpito la capacità di passare dall’ironia, dall’apparente leggerezza, alla tragedia. Anche in Pirandello, e nel Mattia Pascal, dramma e commedia si contaminano. Quanto è importante allora, per questo spettacolo e in generale per il tuo teatro, l’uso dell’ironia e dell’umorismo per veicolare anche i temi più gravi e le realtà più cupe?

"È fondamentale. Ho sempre pensato, e lo dico ai miei allievi, che un grande tragico del passato, ad esempio Euripide, se avesse sentito una risata durante una tragedia, ne sarebbe stato felicissimo. Perché l’umorismo, e in alcuni casi addirittura la comicità, è uno straordinario passepartout comunicativo. Se riesci a strappare un sorriso (e nel Mattia Pascal ci sono molti sorrisi, anche qualche risata), puoi generare dei momenti di empatia tra il pubblico e ciò che sta vedendo: perché una risata, un sorriso, li noti, li percepisci. Si crea quindi un legame visibile, tangibile tra il pubblico e lo spettacolo. È qualcosa che cerco di ottenere in qualunque mio spettacolo. Penso, ad esempio, al mio Aspettando Godot o al mio Giardino dei Ciliegi: Cechov puntava a scrivere cose che fossero divertenti, anche se spesso chi lo porta in scena se lo dimentica".

Nella tua carriera ti sei spesso cimentato con adattamenti da celebri opere letterarie, e in particolare narrative. Alla luce della tua esperienza, qual è secondo te il modo per tradurre efficacemente nel linguaggio della scena teatrale un’opera narrativa?

"Di ogni romanzo mi arriva un “sapore”, qualcosa che in fondo si riduce a poche parole di plot, e che mi ricordo anche dopo anni: quando ho adattato Delitto e Castigo, ad esempio, avevo letto il romanzo quindici anni prima, ma avevo ancora in testa ciò che del plot mi aveva colpito. A partire da questo, in un lavoro “a ritroso”, risalgo alle principali linee narrative. Così individuo ciò che voglio raccontare all’interno del romanzo, a cui fatalmente devo togliere una serie di ramificazioni e digressioni ulteriori. Nella mia scrittura per la scena cerco poi di seguire il linguaggio specifico dell’autore. L’ho fatto anche per Pirandello, anche se personalmente non amo molto il suo linguaggio, che è quello di una certa Italietta di inizio secolo, non è Gadda, per intenderci: quello che mi interessa infatti, anche per Pirandello, è prima di tutto quella linea narrativa di cui dicevo".

E Pirandello è un autore a cui ti sei già dedicato diverse volte...

"Sì, per esempio ho fatto l’Enrico IV con Riccardo Garrone, Vestire gli Ignudi con Silvia Brogi. È un autore che amo e studio da sempre. Ho approfondito anche la sua biografia, leggendo le lettere e conoscendo di persona il nipote Pier Luigi. Pirandello era una persona con un grandissimo senso del gioco e dello scherzo, e di questo ho sempre tenuto conto: odio gli allestimenti eccessivamente “seri”, invece uno che ho molto amato è stato I Giganti della Montagna di Strehler, un capolavoro assoluto che vidi due volte. Non adatterò mai quel testo, perché penso che l’adattamento di Strehler abbia detto la parola definitiva su di esso".

Non a caso nel cast di questo spettacolo c’è Felice Della Corte, con cui hai già lavorato su opere pirandelliane come il tuo Così è se vi pare

"Con Felice abbiamo fatto anche il trittico Maschere Nude e O di Uno o di Nessuno. Ci conosciamo da una vita, abbiamo fatto anche altre cose insieme, oltre a Pirandello. Circa quattordici anni fa ha aperto un teatro a Ostia, il Nino Manfredi, una realtà produttiva che funziona molto bene, questo ci aiuta molto nelle nostre collaborazioni anche dal punto di vista pratico".

Un’ultima curiosità: ci troviamo al Ghione, vicinissimi alla Scuola di Teatro La Stazione, da te fondata e diretta. Cosa ci puoi dire di questa realtà?

"È nata nel 1986, ha avuto molti collaboratori tra cui Giuseppe Manfridi, Mario Moretti e altri ancora. È stata fondata per collegare il mondo della didattica al mondo del lavoro, tutti i nostri collaboratori infatti sono “operatori sul campo”, cioè attori, registi o autori in attività, oltre che insegnanti. Quindi trasmettiamo un’esperienza in continua evoluzione, da un lato, e dall’altro possiamo dare un’occasione di lavoro ai nostri allievi ed ex allievi, che spesso ho coinvolto come attori nel cast di molti miei spettacoli, ad esempio nel Così è se vi pare".

Emanuele Bucci 28-2-2019

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