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Martha Graham Dance Company: l’America a Firenze

L’America è arrivata a Firenze grazie a una delle sue compagnie di danza più longeve: la Martha Graham Dance Company. Sul palcoscenico del Teatro della Pergola di Firenze e in occasione del LXXXII Maggio Musicale Fiorentino 2019, sono giunti i lavori della danzatrice e coreografa statunitense considerata la fondatrice della “modern dance”.
Solo due date previste in Italia (una a Firenze, l’altra a Ravenna) per questa compagnia fondata nel 1926, attraverso la quale è ancora possibile respirare i lasciti di quel modo del tutto nuovo e innovativo di vedere, vivere e praticare la danza, attraverso un linguaggio espressivo che pone il corpo come il “mezzo” per esprimere e comunicare le più profonde emozioni dell’animo umano. «The body is a sacred garment» affermava la Graham. E se il corpo è un “vestito sacro”, il movimento permette ai sentimenti, le pulsioni e gli stati d’animo di rivelarsi in maniera autentica, spontanea e naturale, aprendo veramente la strada verso qualcosa di nuovo che si libera dalle “catene” di quegli schemi rigidi della danza accademia. Questo permette di comprendere, ancor prima di entrare nello specifico dei lavori presentati a Firenze, chi sono – e che caratteristiche hanno – i danzatori che oggi continuano a lavorare sull’eredità artistica lasciata da questa rivoluzionaria della danza. Le coreografie di Martha Graham e i suoi interpreti permettono di approcciarsi allo spirito del Paese in cui questa rivoluzione è avvenuta e continua a manifestarsi. Una compagnia multiculturale in cui ogni danzatore è diverso dall’altro, in cui ogni corpo fa leva sulle proprie caratteristiche, e non su degli stereotipi di perfezione, per esprimere un determinato movimento. Martha Graham Ekstais 2500x1000
Bisogna ricordare, infatti, che la Graham fu la prima ad impiegare nella sua compagnia danzatori asiatici ed afroamericani: oggi la questione culturale e di integrità sociale continua ad essere alla base di questa realtà attraverso cui si rispecchia perfettamente lo spirito di culture diverse proprio di New York e suoi infiniti sguardi sul mondo. Tra i pezzi presentati alla Pergola, dei capisaldi del repertorio Graham, tra cui “Errand into the maze” (1947) con Xin Ying e Alessio Crognale, un duetto liberamente derivato dal mito di Teseo, che compie un viaggio nel labirinto per affrontare il Minotauro. Martha Graham creò l’eroina femminile che, senza paura, per tre volte, sfida, affronta e sconfigge la temibile bestia. A questo si aggiunge “Ekstasis" , assolo del 1933 con l’abito che non permette alle gambe né di elevarsi né di fare movimenti troppo ampi; la sorta di tubino lungo indossato dalla danzatrice, infatti, esalta le linee e le curve di un corpo che si contrae e poi si allunga creando linee e forme ben precise che partono dal bacino o dalle braccia. E poi ancora “Diversion of angels” (1948), il pezzo in cui si esaltano tre diverse fasi dell’amore: quello passionale (in rosso), quello adolescenziale (in giallo) e quello maturo (in bianco); come ha spiegato il direttore artistico della compagnia, il balletto, originariamente intitolato “Wilderness Stair”, può rappresentare tre donne diverse al cospetto di questo nobile sentimento oppure, anche il cambiamento della donna verso di esso. Più recenti, invece, sono “Deo” (2019) di Maxine Doyle e Bobbi Jene Smith due giovani coreografi che hanno lavorato sul senso di angoscia umana nei confronti della morte e dell’aldilà e “Lamentation variations” (2007) coreografia creata per commemorare l’anniversario dell’11 settembre. Il lavoro si apre con degli estratti video della stessa Martha Graham da cui si prende ispirazione per sviluppare precise condizioni creative.
In questo excursus fatto di storia, tradizione e nuove aggiunte al repertorio permanente della compagnia, ritroviamo tratti stilistici inconfondibili; dall’esaltazione del corpo fino al suo substrato: la danza della Graham può, anzi, deve essere espressiva, intensa, energica e decisa, deve fare leva sul senso di drammaticità perché la ricerca, prima di tutto, è espressione di significati e non solo lo sterile “mettere in scena” movimenti fluidi e armonici. L’azione, pertanto, è possibile partendo dal modo di respirare, dalla capacità che ha il corpo di contrarsi per poi rilasciare il movimento, dal contatto con il suolo, dalla forza di gravità ma anche dall’uso di uno spazio tridimensionale in cui il corpo del danzatore può muoversi senza perdere mai di vista il suo asse centrale (non a caso la dinamica della spirale).
Firenze respira così non solo l’America, ma le avanguardie artistiche di un’epoca che non si è ancora esaurita e che continua ad essere un ottimo punto di partenza per la danza e l’arte performativa dell’oggi.

 Laura Sciortino 12/6/2019

Il canto, la parola e la tradizione in “Viaggio in Italia”: intervista a Michela Flore del collettivo AdoRiza

Nato dall’esperienza del laboratorio didattico AFAM coordinato da Tosca, all’interno del contesto di Officina Pasolini, Viaggio in Italia è il risultato del lavoro del collettivo AdoRiza, composto da una ventina di artisti, ed è uno spettacolo che porta in scena tutte le anime della tradizione popolare musicale e dialettale italiana. Michela Flore è una delle voci più intense e armoniose del collettivo: nata a Irgoli in Sardegna, ha studiato al conservatorio di Santa Cecilia e in Viaggio in Italia è l’interprete di due brani decisamente diversi tra loro quali No potho reposare, forse la più celebre canzone d’amore del repertorio musicale sardo, e La blanchisseuse, un allegro e divertente canto delle lavandaie della Valle d’Aosta.

Ci puoi raccontare la tua esperienza all’interno del laboratorio e che importanza ha avuto per il tuo percorso?
Non c’è dubbio che sia stata una tappa fondamentale di crescita personale da cui sono uscita certamente cambiata. Ho avuto l’opportunità di (ri)esplorare al meglio le mie radici culturali e di entrare a contatto anche con altre realtà che non conoscevo: infatti, con il collettivo ho potuto immergermi in un patrimonio musicale immenso, partecipando attivamente a un lavoro di studio e ricerca esteso a tutta la tradizione folkloristica italiana.Flore 01

Quale pensi sia stato il collante che ha permesso a un gruppo come il vostro, tanto ricco e variegato, di interagire e dialogare in maniera così efficace?
Credo sia stato il percorso artistico in sé a legarci e a unirci al di là delle compatibilità personali e caratteriali. È avvenuto tutto in modo molto naturale, un confronto costante e costruttivo che aveva un obiettivo ambizioso e che ognuno di noi voleva raggiungere. Ci siamo influenzati, stimolati e ascoltati a vicenda ma allo stesso tempo ciascuno è riuscito a preservare la propria identità e il proprio spirito creativo.

Viaggio in Italia è una sorta di concept album che indaga sulla musica popolare del nostro paese. Tu che rapporto hai con questo ambito e come ha influenzato il tuo lavoro?
Prima di questo progetto ero più vicina al mondo del jazz e del soul, ma il contatto con questo tipo di musica mi ha segnata come interprete in maniera irrimediabile, portandomi in un'altra direzione. Ho una visione nuova di me stessa e di quello che andrò a fare nel futuro, a cominciare dal recupero di altri brani della tradizione sarda. Viaggio in Italia è il risultato di un enorme lavoro di scrematura, siamo partiti da qualcosa come trenta canzoni per ogni regione. Dunque c’è ancora molto da riscoprire e valorizzare.

No potho reposare è un pezzo estremamente noto in Sardegna ma anche fuori dai confini regionali, complici le interpretazioni di Andrea Parodi, Maria Carta e di tanti altri ancora. Come è stato il tuo approccio?
Ho un rapporto molto intimo con questo brano, me lo cantava mia nonna quando ero piccola e appartiene a tutti gli effetti alla mia sfera familiare. Detto ciò, io non avevo mai cantato in sardo Flore 02davanti a un pubblico e l’occasione si è presentata alle audizioni del laboratorio, quando Tosca mi ha chiesto di intonare qualcosa della mia terra. Non ho avuto dubbi su cosa proporre, è stato davvero un atto spontaneo, e a posteriori posso dire che la scelta di No potho reposare si è rivelata molto felice.

Nello spettacolo interpreti anche un canto delle lavandaie della Valle d’Aosta, La blanchisseuse, con un testo in francese. Come è stato confrontarti con una tradizione così lontana da quella sarda?
Il brano è un po’ ironico, lo eseguo insieme a Eleonora Tosto, ed è una delle chicche dello spettacolo. È stata una bella esperienza e un momento importante nel mio percorso di interprete, e credo sia un ottimo esempio pratico del lavoro di studio e ricerca di cui parlavo prima: esplorare le radici, pure quelle sconosciute, arricchendosi e rimanendo fedeli a se stessi.

La lingua riveste un ruolo centrale in Viaggio in Italia, non secondario rispetto alla musica. Qual è il tuo rapporto con la parola nel canto?
L’esperienza del collettivo AdoRiza mi ha fatto proprio capire tutta la rilevanza e il peso delle parole nella musica. In questo caso specifico, il discorso sulla parola si mescola con quello legato alle radici culturali: per me il sardo è la lingua di casa, della mia famiglia, e impiegarlo nel canto mi ha spinto a scavare e a scoprire dei sentimenti profondi che non so se ritroverei altrove.

Qual è il futuro del vostro collettivo? Avete già in mente dei nuovi progetti?
Viaggio in Italia costituisce il nostro presente ma l’idea è di continuare a collaborare tutti insieme e di portare cose nuove, che vadano anche in altre direzioni. Quel che è certo è che AdoRiza non nasce e finisce con questo spettacolo ma intende andare avanti.

Francesco Biselli  16/07/2019

(foto di scena: Manuela Ferro)

La musica di un popolo plurale: il "Viaggio in Italia" di Valerio Buchicchio

Tra gli artisti coinvolti nel progetto Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici c’è Valerio Buchicchio, o più semplicemente “Buva”: trentadue anni, nato e cresciuto a Cerignola, in provincia di Foggia, il giovane cantautore ha già dalla sua, tra le altre cose, una menzione speciale dell’associazione Musica contro le Mafie (nel 2018) per il brano "Sud", oltre ad essere l’autore di "Ercole", l’ultimo singolo di Ermal Meta. Nello spettacolo e nel disco nati dal lavoro collettivo AdoRiza, Buva suona la chitarra e presta la sua voce sia al brano d’apertura Ripabottoni Brun Brun sia all’intenso Lamento dei Mendicanti. Il cantautore ha ripercorso con noi le diverse tappe del progetto, dal laboratorio biennale di Officina Pasolini (nel 2016-2017) ai piani futuri del collettivo: per lui l’avventura di Viaggio in Italia non è stata solo un’occasione di crescita personale e confronto con altri artisti, ma anche un modo per scoprire e far scoprire la realtà profondamente e proficuamente eterogenea della musica (e della cultura) italiana.

Ci racconti la tua esperienza all’interno di Officina Pasolini e che importanza ha avuto nel tuo percorso?
L’esperienza è stata molto bella e importante, perché ha permesso a un giovane cantautore pugliese come me, che strimpellava canzoni nella sua stanza, di confrontarsi non solo con altri ragazzi che vorrebbero vivere di musica, ma anche con professionisti del settore altamente qualificati. È stato perciò un salto sconvolgente ed entusiasmante al tempo stesso, ogni giorno era sempre una scoperta nuova, una conoscenza che si aggiungeva al nostro bagaglio. Personalmente poi è stata un’occasione per commettere quanti più errori possibile nell’approccio alla scrittura delle canzoni: nel senso che in quel luogo si poteva appunto provare, sbagliare ed essere corretti da docenti che non erano interessati ad assegnare medaglie ma ad aiutare chi ne aveva bisogno a mettersi più “a fuoco”.

Come siete riusciti a mettere insieme così tanti artisti diversi per un progetto comune?
Sicuramente all’inizio eravamo un po’ spaesati, anche perché il bagaglio della musica popolare era abbastanza distante dalle nostre conoscenze e dai nostri interessi. Forse il collante iniziale è stata la sfida comune e la volontà di superarla. In aggiunta, chi ha lavorato alla produzione dello spettacolo ha saputo mettere ciascuno di noi nelle condizioni di poter dare il meglio di sé, a seconda della sua vocalità, della sua propensione a suonare o meno uno strumento o di altro ancora: ognuno aveva il suo ruolo e giocava per il risultato, come in una squadra di calcio.

Quali elementi della tradizione musicale pugliese hai potuto valorizzare, o anche riscoprire, durante il lavoro per questo progetto?
Prima di questo progetto la mia conoscenza della musica popolare pugliese era abbastanza limitata. Andando avanti, però, ho scoperto tanto di questa tradizione, in particolare la qualità dei testi, ma anche delle armonie e delle melodie: qualcosa che tuttora porto con me e cerco di mettere al servizio della mia attività di autore di canzoni, per me o per altri artisti. Indubbiamente il fatto di vivere in una terra che ha delle radici così forti nella musica popolare è un vantaggio, mi permette di giocare “in casa”, facendo mio questo patrimonio.

Andando ai brani del disco: in Ripabottoni Brun Brun canti insieme ad un altro giovane artista, Andrea Caligiuri. Come è stato lavorare con lui su questo pezzo?
È stato molto interessante, innanzitutto perché abbiamo due vocalità molto differenti, lui ha una voce molto bassa, quasi da baritono, io invece ho una vocalità più leggera, quasi da tenore. Questo si è rivelato un vantaggio, perché ogni contrasto nell’arte, e in particolare nella musica, genera qualcosa di positivo in più. Inoltre, il fatto di esserci misurati con una lingua, l’arbëreshe, a noi inizialmente estranea, ci ha spinto a darci una mano a vicenda per la pronuncia e l’espressione del testo.

Interpreti anche Il Lamento dei Mendicanti, un brano che veicola un tema sociale molto forte. Come e perché avete scelto questo pezzo?
Ricordo benissimo come è andata: lavoravamo divisi in gruppi di ricerca e io, come altri, ero avvantaggiato perché mi trovavo nel gruppo che si occupava anche della mia regione di provenienza. Scorrendo su internet è saltato alla mia attenzione questo brano di Matteo Salvatore, un cantore della mia terra, e ha subito conquistato non solo me ma anche Tosca e Piero Fabrizi. In particolare ci ha colpiti quel riff di chitarra, così desolante, con lo strumento quasi scordato, che trasmette la sensazione di trovarsi un mondo arido, fatto di polvere, di arsura: ci ho visto l’immagine, quasi cinematografica, di un mendicante nelle ore più calde della giornata. Il contenuto sociale poi è stato importante per contribuire a veicolare alcuni temi che lo spettacolo sviluppa, come quello dei migranti, di coloro che hanno lasciato la propria casa d’origine per andare in America o al Nord, e la mia terra è piena di questa gente.

Nel tuo percorso artistico non è nuova l’attenzione a temi sociali e alla condizione della tua terra d’origine. Secondo te qual è allora il valore sociale, oltre che culturale, di un progetto come Viaggio in Italia?
Secondo me l’importanza del progetto da questo punto di vista sta nel fatto che non si tratta, come a prima vista potrebbe sembrare, tanto e solo di un excursus temporale, attraverso canzoni che vanno dai secoli passati a epoche più recenti, ma anche e soprattutto di un incontro sul piano spaziale: il progetto infatti vuole coinvolgere e coniugare ritmi e tradizioni di terre differenti, per dimostrare come la nostra cultura sia la più eterogenea che si possa immaginare. A prescindere da qualunque ideologia penso sia utile, in un momento come quello attuale, dove si rivendicano determinate e specifiche “radici” da parte di chi vive in un territorio, ricordare come il nostro patrimonio sia molto più eterogeneo di quanto non si pensi.

Come si svilupperà da qui in avanti il lavoro del collettivo? Avete già in mente progetti futuri?
Credo innanzitutto che continueremo a lavorare sullo spettacolo, per farlo conoscere a chi non ha avuto modo di vederlo e ascoltarlo: cercheremo altri teatri e date e ci concentreremo su questi. Dopodiché esploreremo altre possibilità, compreso il lavoro di cantautorato inedito, visto che il nostro collettivo è formato da cantautori oltre che da interpreti: non sarebbe male costruire insieme un percorso di musica inedita da portare in giro.

Foto copertina: Manuela Ferro

Emanuele Bucci 28/07/2019

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