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Totem: intervista al regista Federico Orsetti

Il 13 e 14 aprile è andato in scena al Teatro Duse di Roma la seconda edizione del progetto My Generation - Serial, saggio di fine anno degli allievi registi al terzo anno dell'Accademia Nazionale d'Arte drammatica Silvio D'Amico. Per l'occasione abbiamo intervistato Federico Orsetti, classe 1994, regista dello spettacolo Totem.

È la prima volta che lavori ad un progetto che ha come tematica principale la violenza? Hai sposato subito la sceneggiatura di Matilde D’Accardi o hai avuto dei dubbi?
"Non è la prima volta che lavoro su tematiche relative alla violenza. Ho avuto modo di avvicinarmi alla violenza psicologica e fisica sia prima che durante la triennale in regia all'Accademia. In Totem, per esempio, la violenza è nella maggior parte dei casi implicita, anche se compaiono dei momenti di violenza più o meno reale. In merito alla sceneggiatura di Matilde D'Accardi non avevo avuto molti dubbi all'inizio, poi proseguendo con la preparazione dello spettacolo abbiamo un po' perso di vista il testo. Non nego che se avessimo avuto modo di confrontarci durante le prove avremmo potuto trovare dei punti in comune, rispetto a quella che era la sua idea di Totem e la mia".

Qual'era la tua idea di Totem?
"Alcune cose sono diverse da come me l'aspettavo, fondamentalmente volevo raccontare di un bambino che si vendica della madre dopo le umiliazioni subite. All'inizio uccideva delle ragazze che ricordavano vagamente caratteristiche fisiche o psicologiche della madre, collezionava le loro teste nell'armadio e quando aveva uno scontro con quest'ultima praticava del sesso orale con questi pezzi di corpi inanimati. Dopo alcuni omicidi il protagonista scopre che il suo problema è sempre stato il rapporto con sua madre e decide di ucciderla".

"La domanda che apre la narrazione è ‘come sarebbe stato se’. Lo spettacolo si sviluppa quindi come un’analisi psicologica o ripercorre cronologicamente i fatti di cronaca legati al protagonista?
"Entrambi, questa forse è la pecca di Totem. Io e Matilde abbiamo voluto raccontare la vita criminale di Kemper soffermandoci anche sulla sua psicologia, partendo da episodi legati all'infanzia. Probabilmente avremmo dovuto prendere un pomeriggio significativo della sua vita e svilupparlo nei 30 minuti dello spettacolo, per approfondire al massimo un singolo avvenimento. Il lavoro di scrittura è stato integrato con dei documenti che ho recuperato dalla polizia scientifica di Roma, tra cui un manuale di criminologia sui serial killer in cui veniva analizzato sia l'aspetto psicologico che il rapporto tra queste persone ed il resto della società. Da qui nasce l'idea di Totem".

Perché avete scelto di intitolare lo spettacolo Totem?
"Perché rimanda al primitivo, all'impulso primordiale che viene onorato nella sua piena forza distruttrice e creatrice allo stesso tempo. Il totem rappresenta la forza animale ma è anche considerata come il primo tentativo delle popolazioni selvagge per evitare l'incesto (perché non ci si poteva accoppiare con qualcuno che apparteneva al tuo stesso clan). Il tema del doppio, che caratterizza il totem, viene riversato sul palcoscenico. La storia ripercorre omicidi, stupri e violenze in onore di questa forza oscura che pervade il protagonista. Come in un totem reale anche in Kemper coabitano due forze naturali, la luce e il buio, il serial killer e il poliziotto, lo sciamano e il cowboy. Un uomo che offre al suo demone le donne e ne costruisce un monumento di corpi in suo onore.

"Da questa tua affermazione non si può non pensare all'ultimo film di Lars Von Trier 'La casa di Jack'. Hai avuto modo di vederlo? Cosa ne pensi?
"Si l'ho visto. Da una parte sono contento perché la mia idea è nata prima del film ma dall'altra lo sono meno perché non vorrei si pensasse che ho portato a teatro quello che Von Trier ha fatto al cinema".

Leggevo che Kemper ha ispirato personaggi della letteratura e del cinema come i protagonisti de ‘Il silenzio degli innocenti’ ed il più recente ‘American Psyco’. Il tuo protagonista è nato dalla commistione di questi esempi popolari o hai trovato l’ispirazione altrove?
"No, non mi sono ispirato a questi personaggi. Non ho un particolare interesse nel cinema anche se di recente mi sono in parte ricreduto. Ho letto diverse biografie di serial killer ma non ho preso spunto ne dal cinema e ne da opere letterarie. Il Kemper in Totem è un personaggio nato attraverso quello che mi interessava raccontare di lui. Mi affascina la sua mente brillante, ha aiutato psichiatri a migliorare l'mda (un test sulla personalità) ed è diventato insegnate in carcere. L'idea che mi sono fatto della sua personalità è paragonabile al nucleo di una stella, pieno di energia, che rischia di diventare un buco nero. Una grande potenzialità che se vissuta male diventa la più distruttiva, come la storia di Lucifero. Secondo me tutti gli uomini nascono buoni poi succede qualcosa in cui - in caso minore maggiore o estremo - la luce originale si trasforma in un buco nero, ed è un processo che non ha una via di ritorno. Per questo è comprensibile che Kemper non abbia mai chiesto perdono per i suoi crimini, perché una mente che possiede ancora un minimo di luce, di coscienza, non potrebbe mai a vivere bene con sé stesso. Forse l'unica opera dalla quale ho preso spunto è 'Il giardino delle delizie' di Bosch, una raffigurazione dell'inferno fatto di pezzi di corpi che manifesta il principio della distruzione".

Passando invece alle serialità televisiva, il caso Kemper ha contribuito alla nascita della serie tv netflix ‘Mindhunter’ solo che qui il punto di vista è quello del negoziatore Ford mentre in Totem viene privilegiata la visione del serial killer. Come mai questa scelta?
"Perché io lo vedo come una vittima e non come il carnefice della storia, gli altri per lui sono i carnefici. Diciamo che lui è stato vittima dei geni, sua madre soffriva di schizofrenia ed era borderline. Scegliere una visione puramente soggettiva sottolinea che lui è l'unico buono, anche se la sua natura rimane un quesito aperto fino alla fine: non sappiamo cosa era e cosa è diventato. Il rischio era quello di farne un martire e non volevo farlo passare per martire, anche perché non sta nell'operazione artistica dare un giudizio. L'operazione artistica sceglie uno sguardo e cerca di approfondire quello sguardo, intercettando la sua anima e il suo cuore, lasciando ognuno alle sue conclusioni. Non deve essere un manifesto. Inoltre ho voluto adottare il punto di vista di Kemper perché i serial killer vengono sempre designati come alieni ma in realtà sono degli essere umani. Non ho mai usato parole come bandito o pazzo, perché non vogliono dire niente, mettono già un pregiudizio negando di base un possibile rapporto umano. Credo che queste etichette allontanino lo spettatore e gli attori, che prima di essere professionisti sono essere umani".

Quindi nella tua visione alla fine lui è ancora una vittima oppure la predominanza della forza negativa lo trasforma in carnefice?
"Nel finale predomina la parte oscura perché Kemper è morto nello stesso momento in cui ha ucciso sua madre. Come capita a tutti i seria killer, dopo aver raggiunto il proprio obiettivo non si ha più un motivo per vivere. Mettendo un attimo da parte la coscienza, lui non si è mai pentito perché il suo è stato un percorso simile al viaggio dell'eroe, che dopo aver ucciso il drago - in questo caso rappresentato dalla madre - porta a termine una narrazione lineare. In questo punto il protagonista non ha più ragione di vivere, ritorna nel mondo ordinario con una consapevolezza diversa. Diventa un servitore dell'odio guidato da questa entità oscura. Il totem rappresenta quindi una metafora dell'esistenza umana, non abbiamo reinventato niente ma abbiamo approfondito un qualcosa raccontando una storia parallela che, pur non essendo quella ufficiale, non è detto che sia meno vera della prima. Dobbiamo ancora decidere se il totem parlerà o meno, sappiamo solo che se lo farà sarà in prosa con una visione leopardiana della natura e della madre".

Secondo te perché negli ultimi anni le narrazioni sui serial killer hanno riscontrato un grande successo e perché la violenza, pur essendo considerata un atto ingiustificabile, è una delle tematiche più frequenti nel teatro, nel cinema e nella letteratura contemporanea?
"Ruben De Luca, criminologo e psicoterapeuta, ha spiegato che il fenomeno dei serial killer è presente solamente nel primo e nel secondo mondo, non ci sono tracce nel terzo e quarto mondo. Ma, mentre nelle due realtà sottosviluppate viene praticato ancora il cannibalismo, il sacrificio umano, e meccanismi tribali in chiave ritualistica, nelle realtà più sviluppate il fenomeno dei serial killer si basa sullo scontro tra l'istinto animale e la razionalità, riportandoci nuovamente al tema del doppio. Abbiamo tutti una parte legata al male che non può uscire, non può essere espressa, non ha diritto di esistere nel nostro mondo e di conseguenza viene nascosta, celata, e come in tutte le opere d'arte quando la parte nascosta viene rappresentata diventa subito catartica, viene esorcizzata. L'analisi di Ruben De Luca crea inoltre un parallelismo tra artisti e serial killer, affermando che il processo di creazione artistica sia molto simile a quello dell'omicidio seriale, un processo che viene suddiviso in varie fasi creative. Il serial killer viene paragonato ad un'artista che riguardando le sue opere e rivive i momenti di gloria".

In un futuro prossimo o vicino ti piacerebbe ampliare questo progetto?
"Sinceramente si. Mi piacerebbe molto perché ci sono ancora tante cose da raccontare su Kemper e più in generale sui serial killer, che hanno delle personalità molto complesse a cui dedicherei volentieri del tempo".

Francesca Totaro

Venezia: le opere di Heidi Lau in mostra all'Arsenale

La mostra "Apparition", dell'artista cinese Heidi Lau, visitabile dall'11 maggio al 10 novembre, di fronte all'Arsenale di Venezia (in Campo della Tana) segna la settima presenza dal 2007 di Macao, Cina, con la partecipazione all'Evento collaterale della 58° Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia.
"Apparition" decostruisce l'immagine che il mondo ha di Macao, la “Las Vegas cinese”, per rivelarne l'intricata identità culturale, facendo così “apparire” la Macao invisibile in una personale di Heidi Lau che intende approfondire le storie complesse di Macao secondo lo stile della classica narrazione cinese di eventi soprannaturali (Zhiguai 志怪). La mostra è costituita da 10 nuove installazioni ceramiche ispirate a 4 diversi temi – Apparition I: Primitive Memories, Apparition II: The Ancestral House, The Contemporary Moment: Learning from Casino e Reflective Nostalgia: The Old Recreation Garden – in cui Lau abbina i resti cadenti di reliquie storiche all'immaginario delle mitologie taoiste e popolari. Ed è per questo che il curatore ha intitolato la mostra “Apparition”, proprio per sottolineare la ricerca dell’artista volta a rappresentare Macao in uno stato di manifestazione.
Dagli anni 2000, Macao, con la fine dell'era del monopolio dei casinò durata ben quarant'anni e l'apertura del settore del gioco d'azzardo, subisce l'influsso del capitale mondiale. In risposta al rapido sviluppo urbano, Lau crea opere ceramiche ispirate ai suoi ricordi personali e familiari di Macao, costruendo uno spazio per contemplarne il patrimonio culturale attraverso la ricontestualizzazione di impressioni eccessivamente semplificate per renderle facilmente digeribili.
Riflettendo le repliche surreali dei canali veneziani e della Torre Eiffel costruite a Macao dal capitale internazionale, Lau ricrea a Venezia un'apparizione di Macao relegata in secondo piano dalla società dello spettacolo: un monumento per compiangere la perdita della memoria collettiva e del senso del luogo.
In questa mostra, Lau trasmette la sua visione critica e la sua reinvenzione della città attraverso una ricostruzione spirituale della casa perduta, la riflessione sulle rovine della città e il profondo desiderio di storie di ineffabilità e soprannaturalità. La sua obliquità rifiuta il cliché di una narrazione in cui l'Oriente incontra l'Occidente, schiudendo nuove opportunità future per un'espressione più articolata.

Davide Antonio Bellalba  12/04/2019

"Angela e Luciana Giussani: le mamme del mito in nero Diabolik"

“Angela e io abbiamo sempre pensato a Diabolik, Eva, Ginko e Altea come a persone reali, vive, con un carattere in continua evoluzione. Ci sentivamo più biografe che inventrici”. Così si apre la mostra ospitata fino al 12 aprile all'Urban Center di Milano intitolata “Diabolik. Milano 1962: la nascita di un mito”, realizzata dalla casa editrice Astorina, in collaborazione con Wow Spazio Fumetto – Museo del fumetto e Excalibur, editrice dei romanzi di Diabolik.
Il percorso è diviso in due parti: si apre con una panoramica storica dedicata ad Angela e Luciana Giussani – mamme di Diabolik – e alla redazione della loro casa editrice Astorina. Prosegue, poi, con un approccio più curioso: il legame del famoso fumetto con la città di Milano, l'architettura e il design. Tutto è arricchito da tavole e disegni originali, foto storiche, filmati d’epoca e memorabilia della diabolika redazione.
Il personaggio “in nero” nasce a Milano nel 1962, stesso luogo di nascita delle sue inventrici. La fortuna di questo fumetto dipende proprio da queste due primedonne milanesi che, difatti, non inventano solo una serie ma anche un modo tutto loro di fare fumetto. Di pensarlo, di scriverlo e soprattutto di viverlo. All'inizio sembra tutto un gioco: le due sorelle, nel 1960, fondano Astorina, la loro casa editrice – prendendo affettuosamente in giro il marito di Angela, Gino Sansoni titolare della Astoria. Il gioco, però, si trasforma presto in un progetto concreto: già nel 1961 si dà vita agli Albi Okey!, una collana di fumetti il cui pezzo forte è Big Ben considerato l'antenato di Diabolik, che arriva solo un anno più tardi. È infatti novembre del 1962 quando in edicola esce il primo numero del Re del Terrore: nuovo nel formato e nei contenuti. Ciò che piace e convince di Diabolik è la “scomodità” della storia: una trama per adulti nella quale il protagonista è un cattivo, diabolico criminale che riesce sempre a scappare alla legge e, come se non bastasse vive – senza essere sposato - con la sua bionda compagna di avventure nell'eleganza e nello stile. Non è solo la trama ribelle per le abitudini conservatrici degli anni '60 ma anche i particolari fumettistici che fanno il successo di Diabolik. Ed è su questo che si concentra – come anticipato – la seconda parte della mostra. Le sorelle Giussani non hanno lasciato nulla al caso e hanno portato tanto della loro vita nelle diverse puntate della storia: molte vignette sono arricchite con oggetti del migliore design italiano. Tra un dialogo e l'altro si può riconoscere il televisore Algol di Marco Zanuso e Richard Sapper, la lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni e la lounge chair di Charles & Ray Eames. Insieme all'arredamento italiano, le sorelle della “Milano bene” hanno un occhio attento anche per l'architettura. Ecco che in Diabolik si riconoscono alcune strutture famosissime come la casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright e la Maison di Louis Carré di Alvar Aalto che diventano dei rifugi segreti. Diabolik deve quindi molto alla qualità di vita delle sue creatrici e alla città di Milano dove loro hanno vissuto: “forse non sarebbe stato concepito in un'altra città, e forse in un'altra città due donne non avrebbero trovato il coraggio di lanciarsi nella folle avventura di editrici di un fumetto per adulti”.

Chiara Rapelli  11/04/19

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