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Milano: Microsoft partecipa con "We are all creators" al Fuorisalone 2019

A partecipare al Fuorisalone 2019, sarà Microsoft con “We are all creators”, un appuntamento di tre giorni indirizzato ad amanti e professionisti dell’arte e del design. Il calendario dell’evento prevede le giornate del 12, 13 e 14 Aprile, dove, la Milano Design Week ospiterà appuntamenti e collaborazioni presso la Microsoft House, location esclusiva nel centro della città. In occasione dell’evento, Microsoft illustrerà gli incentivi che i dispositivi della linea Surface riservano a professionisti, architetti e design. La suggestiva città regalerà tre giorni di appuntamenti aperti al pubblico, dove, Surface Pro6, seguito da Surface Book 2, Surface Go e Surface Studio2, verrà presentato come il prodotto dalle prestazioni elevate che ha decretato l’intera linea. Per mostrare e far conoscere il meglio delle tecnologie Microsoft al pubblico interessato al settore, Microsoft si serve di due importanti partner: Naba e Intel. Naba, conosciuta come Nuova Accademia di Belle Arti e considerata come una delle più famose Accademie del Design internazionale, sponsorizzerà l’evento in occasione della trentennale esperienza e dell’importante supporto proposto dai suoi docenti. Intel invece, conosciuta come leader nel settore dei semiconduttori, è rinomata come la base tecnologica al centro dei progressi tecnologici globali. We are all creators offrirà una serie di corsi e workshop gratuiti aperti al pubblico, a tutti gli appassionati e ai professionisti del settore del design. In occasione dell’evento del Design Week e nell’attesa del suo svolgimento, Naba e Microsoft hanno introdotto l’iniziativa collettiva 33x33x33, un countdown artistico che interpreterà un processo in cui un’opera in digitale viene modificata ogni giorno dai partecipanti. Tutte le realizzazioni degli studenti e dei docenti verranno pubblicate sulla pagina Instagram dell’evento. Per visionare il programma completo dell’evento, è possibile consultare il sito online. La partecipazione è gratuita fino a esaurimento posti ed è consentito registrarsi tramite la pagina www.microsoftevents.com.

Greta Terlizzi

Andrea Toso e Mattia Donna

Reduci dal successo del biopic Io sono Mia sulla grande Mia Martini, di cui hanno curato il riadattamento delle canzoni dell’artista e le canzoni originali sottofondo del film, Mattia Donna e Andrea Toso, La Femme Piège, sono una delle realtà musicali al servizio di tv e cinema in velocissima ascesa. La scorsa settimana ho avuto il piacere di fare due chiacchiere telefoniche con Mattia Donna.

Mattia Donna e Andrea Toso. Torinesi. Come vi siete conosciuti e quando avete deciso di lavorare insieme?

Lavoriamo insieme praticamente da tutta la vita, il nostro sodalizio è come se fosse un vero e proprio matrimonio. Saranno almeno vent’anni che ci conosciamo, siamo cresciuti insieme come amici ma anche musicalmente nei locali e nei pub torinesi. Proveniamo entrambi dalle canzoni d’autore, il nostro esordio nel mondo musicale professionale arriva nel 2006 con un disco per la Emi, poi per una serie di motivazioni abbiamo mollato la presa sulle case discografiche dopo aver rinunciato (io in prima persona) alla partecipazione al Festival di Sanremo. In quegli anni abbiamo fatto molti concerti in lungo e in largo per la penisola e anche all’estero. Eravamo un gruppo numeroso ma era un periodo difficile per la musica, appena prima della nuova ondata di cantautori come Le luci della centrale elettrica o Brunori, per fare due nomi.

La Femme Piège come nasce nel 2010 e chi comprende?

Stavamo finendo l’ultima serie di concerti in giro per la Svizzera, quando tornammo in Italia proposero a me e Andrea di comporre le musiche per la serie Fuoriclasse con Luciana Littizzetto e da lì è partita l’avventura. La Femme Piège nasce da me e Andrea, compositori e produttori, e a seconda del progetto ingloba altre professionalità. Dello zoccolo duro della squadra fa parte da anni il nostro fonico e ingegnere del suono Gianluca Gadda, preziosissimo collaboratore oltre che proprietario di uno dei due studi in cui lavoriamo abitualmente a Bologna. Abbiamo sempre avuto l’opportunità di lavorare con grandissimi musicisti come il batterista Ellade Bandini, il chitarrista Giancarlo Bianchetti e poi Pierluigi Mingotti, Vince Pastano e molti altri.

Da un po’ di anni produttori ma prima di tutto musicisti e compositori. Qual è stata l’idea dietro il progetto di scrivere musica per il piccolo schermo?

Era un mondo a cui io ero vicino da anni, facendo parte di una famiglia di registi. Con Andrea siamo approdati al mondo delle colonne sonore per una serie di circostanze, a dir la verità. È stato un grosso salto nel vuoto, per fortuna è andato bene.

Come si struttura il processo creativo delle vostre musiche?

Innanzitutto ci poniamo sempre a servizio del film. Generalmente i musicisti arrivano sempre all’ultimo, noi invece lavoriamo prima sulla sceneggiatura e solitamente cerchiamo di iniziare all’inizio delle riprese, in modo tale che quando il regista gira le varie scene abbia già in cuffia le nostre tracce originali. Questo pur cercando di mantenere allo stesso tempo sempre un nostro stile: in un certo senso l’importante non è a cosa si lavora, ma rimanere fedeli all’idea che si ha della musica.

Dopo Nero Wolfe, Fuoriclasse, La strada di casa e molte altre fiction di successo della televisione italiana arriva il cinema. Io sono Mia, biopic su Mia Martini, una delle voci italiane più belle e amate di sempre. Per il film avete composto come al solito le musiche originali da inserire direttamente nelle scene ma soprattutto avete riadattato le canzoni originali di Mia Martini. Che tipo di lavoro avete compiuto in tal senso?

Sicuramente il lavoro più duro è stato quello sulle ricostruzioni storiche delle canzoni della Martini. Magari la gente non se ne rende conto perché sente che le musiche “suonano bene” e basta. Noi ci siamo fatti prendere da una passione incredibile, siamo andati oltre. È stata una ricerca ampissima in cui abbiamo investito parecchio: siamo andati in Inghilterra a scovare macchine, microfoni e riverberi originali dell’epoca cercando il più possibile di ricostruire la resa musicale dell’epoca. I brani presenti nel film coprono circa vent’anni di musica, pensa a com’è cambiato il suono in tutti quegli anni. Abbiamo quindi cercato di fare tutto il possibile e di farlo al massimo delle nostre potenzialità, a me personalmente sembrava il minimo per rendere il dovuto rispetto ad un artista così importante. Le musiche originali invece dovevano innanzitutto rispecchiare i ricordi del personaggio di Mia, e per questo sono state volutamente tenute un passo indietro alle canzoni, vere protagoniste.

Mia Martini è morta nel 1995, essendo voi molto giovani forse non conoscevate tutto il bagaglio musicale della cantante. È stato necessario uno studio per così dire biografico/musicale preliminare?

Il mio background musicale è molto diverso, a onor del vero devo dire che non sono mai stato un fan sfegatato di Mia Martini. Abbiamo condotto sì uno studio preliminare, ovviamente. Addentrandomi in prima persona nel suo mondo mi sono davvero appassionato al suo suono, alla sua musica, sentendo il dovere di lavorare al film con grande sensibilità.

Componendo le tracce musicali originali da inserire direttamente nel contesto drammaturgico e riflessivo della figura di Mia Martini, quanto è stato importante “empatizzare” con l’artista, considerati soprattutto i difficili episodi della sua vita?

Ci abbiamo messo il cuore. Mia Martini era ed è un artista così grande, così importante, che è stata così maltrattata… Imparando a conoscerla ho percepito una storia molto triste, molto oscura. Purtroppo spesso secondo me non è stata valorizzata come meritava. Ci sembrava davvero il minimo restituirle voce mettendoci tutti noi stessi.

Durante il lavoro non avete mai avuto paura di “tradire” lo spirito originale delle canzoni, considerato che alcune tra queste fanno parte dell’immaginario musicale italiano degli ultimi quarant’anni?

Se devo essere sincero no. La preoccupazione c’era, ma è stato talmente alto il livello di guardia che abbiamo cercato di mantenere che non abbiamo avuto questa paura. I riadattamenti delle canzoni sono molti vivi, seguendo fedelmente la musica di quell’epoca soprattutto riguardo il tempo.

Qual è la canzone che vi ha messo più a dura prova nel riadattamento?

Le canzoni sono tutte toste, non ce n’è una in particolare che ci ha messo in difficoltà. Abbiamo cercato più che altro di adottare tutte le strategie in nostro possesso per raggiungere un buon risultato, come ad esempio il microfono carbone per avvicinare un poco la voce di Serena Rossi a quella di Mia Martini.

Quanto tempo è durato il lavoro di progettazione prima e di realizzazione poi?

Facendo un calcolo rapido all’incirca un anno, volendo comprendere in quest’arco temporale anche la realizzazione dell’album. Siamo stati tra i primi a iniziare, avendo sul set bisogno delle musiche per Serena Rossi, e sicuramente tra gli ultimi a finire il lavoro.

Il lavoro musicale compiuto per Io sono Mia è diventato anche un album contenente sia le dodici musiche originali che i riadattamenti. Una bella soddisfazione, discograficamente parlando. In poche ore dall’uscita è scattato in terza posizione su iTunes dietro Bohemian Rapsody e A star is born.

Davvero una bella soddisfazione, anche perché racchiude quasi l’intero lavoro compiuto musicalmente sul film. Abbiamo cercato di conferire alle tracce una certa narrazione interna, legando così le canzoni alle musiche originali. L’album contiene anche La costruzione di un amore, non presente nel film e riarrangiata interamente con il nostro stile.

Lavorare al film su un’icona così importante come Mia Martini cosa vi ha lasciato? In termini d’insegnamento ma anche emozionali?

Abbiamo imparato ad amarla alla follia. Abbiamo convissuto qui nel nostro studio a Moncalieri (Torino) su per le colline con lei, con il suo personaggio, per un arco di tempo così vasto che credo che non se ne sia ancora andata, e forse non se ne andrà mai.

Per quanto riguarda i progetti futuri, proseguirete sulla via della composizione per la tv o avete anche altro in mente?

In questo periodo stiamo realizzando la colonna sonora de La strada di casa 2 che andrà in onda in autunno. Inoltre stiamo dando vita a un’etichetta nostra, abbiamo in programma di pubblicare quattro o cinque Ep, dei mini album appartenenti ad un unico progetto di canzoni inedite scritte da noi. L’obiettivo è arrivare a essere indipendenti, speriamo di riuscirci.

Erika Di Bennardo

25.03.19 

Mistero Buffo di Dario Fo al femminile, i 50 anni di un’opera ancora attuale

Nel Manuale minimo dell’attore, si legge: “Ogni volta che mi trovo davanti a dei giovani che mi chiedono di dar loro consigli su come impossessarsi del mestiere, ripeto: «La prima regola, nel teatro, è che non esistono regole»”. Il che non vuol dire affatto agire senza discernimento e ragione, bensì affrancarsi nella messa in scena da uno schema di categorie precostituite, purché – attenzione – il metodo e lo stile scelti siano corrisposti da un fortissimo bisogno di creare arte. Ed è questa necessità di mettersi in gioco e parlare allo spettatore che affiora continuamente nella mia conversazione con l’attrice-autrice sarda Elisa Pistis, che approderà il 30 e 31 marzo sul palcoscenico del Teatro Abarico di Roma con una versione al femminile del grande capolavoro di Dario Fo. Sì, esatto: “Una donna, tutta da sola, che fa Mistero Buffo”, esordisce lei, cagliaritana nata a Elmas, 33 anni a giugno, occhi e capelli di un intenso castano scuro. Diplomatasi nel 2013 alla ‘Nico Pepe’ di Udine, dopo una laurea in Beni Culturali, frequenta attualmente il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’. Nel 2015 è finalista al Premio Candoni per monologhi originali con Il mio paese è donna, da lei scritto e interpretato. Viene selezionata da Marco Baliani per il progetto Human, spettacolo che girerà tutta l’Italia tra il 2016 e 2017 con Baliani e Lella Costa. Ha appena debuttato alPISTIS1.jpg Teatro Massimo di Cagliari il suo ultimo testo, Ai miei tempi-I° studio, prodotto da Sardegna Teatro. Il 5 maggio arriverà nello spazio della Corte dei Miracoli di Milano con, come lei lo chiama, la sua ‘Mistera buffa’, prima di presentarlo il 12 aprile in Giappone, dove sarà ospite presso l’Istituto Italiano di Cultura a Osaka. “Anche quando sarà dura, tu continua e segui la tua strada”: bussola per una teatrante a tutto tondo i preziosi consigli del Nobel che Elisa, racconterà, ha avuto la fortuna di conoscere nel 2015. È la premessa di un’intervista che comincia nel segno delle autentiche parole del Maestro e che continuamente guarda agli attualissimi temi presenti nella sua giullarata popolare composta nel 1969 (e che proprio quest’anno compie mezzo secolo), ma senza farne una copia, perché “in teatro parto da me stessa, dalla mia sensibilità. E nel mio cuore quel ‘gigante’ di Fo è sempre con me”.

Potresti raccontare la genesi del progetto? Quand’è che ti sei avvicinata per la prima volta al testo?

“Già quando ero in Accademia a Udine ho iniziato a lavorare sul monologo di ‘Maria sotto la croce’ (che interpretava Franca Rame) e ho potuto recitarlo durante un’esperienza al Festival di Avignone. Ma ho da subito impresso una nota molto personale, traducendolo in sardo. Uscita dall’Accademia, dovevo ottenere il permesso dall’agenzia di Dario Fo per i diritti. Così ho scritto un progetto per partecipare a un bando che prevedeva tra gli ospiti delle serate il Maestro. Sono riuscita ad avvicinarmi a uno dei suoi assistenti e da lì, dopo un annetto di telefonate, a farmi ricevere nella sua casa a Cesenatico. È stato allora che ho finalmente ottenuto i diritti e debuttato il 31 marzo 2018”.

Esattamente, un anno fa. Cosa ti è rimasto impresso dell’incontro con Fo?

“La sua lucidità, il rigore e la generosità. Aveva 89 anni e lavorava più di dieci ore al giorno. Era molto colpito dal monologo in sardo, che è uno dei pochi pezzi drammatici dello spettacolo. ‘Maria sotto la croce’ funziona molto in lingua sarda, perché è una storia pilastro della nostra cultura (che uno sia credente o meno) e il sardo gli conferisce ritmi e sonorità arcaiche, senza ostacolarne la comprensione. Ciò che ho conservato dei consigli di Fo: proprio l’idea di un teatro inclusivo, non elitario, che possa scavalcare le differenze linguistiche e annullare le distanze tra attore e spettatore”.

Mistero buffo è un testo ‘aperto’ e si presta a varie rivisitazioni. Secondo te, perché?

“Perché la drammaturgia, diversamente dai testi di Cechov o di Shakespeare, si regge su altri princìpi: un narratore in scena che fa tutti i personaggi ma senza mai diventare personaggio se non nel momento in cui lo recita per scivolare subito dopo nelle vesti di un altro ancora. È particolare anche nello stile, a metà tra narrazione e recitazione, incrociando il teatro della Commedia dell’arte e la tradizione dei giullari medievali”.

Cosa vediamo, quindi, nel tuo allestimento?

“Non ci sono costumi, scenografie, musiche o altri espedienti scenici. Soltanto io e gli spettatori, perciò si può fare in diversi contesti, persino nelle piazze o per strada, e arrivare nelle periferie più inaccessibili. Oltre alla componente dell’ascolto, c’è molto fisico, io mi muovo tantissimo e uso un linguaggio gestuale. C’è da dire anche che mi diverto tanto a interpretare tutti i personaggi e il pubblico questo lo avverte subito”.

In che modo hai lavorato a una messa in scena così articolata?

“Nel Mistero thumbnail_Elisa P1.jpgci sarebbe materiale per fare quattro ore di spettacolo, io ho scelto il filo rosso dei Vangeli apocrifi. In verità, non ho avuto un’educazione cattolica, forse per questo mi attirava far combaciare il discorso religioso col mio retaggio culturale per parlare di storie umane universali. Ho iniziato a provare nel salotto di casa, avvalendomi in seguito della collaborazione registica Giuliano Bonanni, mio maestro all’Accademia di Udine”.

 Perché un testo come Mistero buffo torna a parlarci nel presente?

“Per l’attualità dei temi come il lavoro, l’ingiustizia sociale e l’abuso del potere. Il merito di Fo è stato seminare attraverso la risata riflessioni profonde, ma sono diversi i tempi in cui ci muoviamo, per cui non aveva più senso far leva sull’attacco ecclesiastico, negli anni Sessanta quasi al limite della blasfemia e oggi completamente sdoganato. M’interessava riferirmi piuttosto a dinamiche della nostra società e soffermarmi sull’umanità di certi personaggi, raccontando di una famiglia che deve intraprendere un duro viaggio, da Betlemme attraverso il deserto fino in Egitto, per approdare in terra straniera, proprio come i migranti. O, per esempio, di un bambino escluso nei giochi dai suoi coetanei o della disperazione di una madre in lutto per la morte del figlio”.

Che operazioni hai compiuto dal punto di vista linguistico? E da dove nasce il bisogno di tradurre una parte nella tua lingua madre?

“All’inizio recito nella lingua di Fo e ricorro al grammelot, in un miscuglio di suoni dialettali del Nord Italia, quali il lombardo, il veneto, il friulano e il piemontese. Il monologo di Maria, invece, l’ho tradotto quasi alla lettera nella mia lingua. Sono sarda al 100%: vivere su un’isola crea un legame fortissimo con la terra, le sue tradizioni ancestrali e i riti folklorici. L’invito che io rivolgo allo spettatore, però, è di non fossilizzarsi sulla singola parola quanto abbandonarsi all’ascolto di una melodia”.

Quale fase sta vivendo, a tuo parere, la ricerca teatrale negli ultimi anni?Elisa2.png

“È, sicuramente, falso che la gente non abbia voglia di andare a teatro. Credo che spetti a noi offrire una programmazione motivata da un senso e agire nell’ottica di una funzione sociale. Perché se il teatro è in piedi dalla notte dei tempi, ed è sopravvissuto a guerre, dittature e carestie, una ragione ci sarà: l’arte può veramente cambiare il mondo, ma bisogna essere bravi a comunicarla. Qualunque allestimento deve sì partire da un sostrato culturale ma garantire sempre diversi livelli di fruizione”.

Attrice, drammaturga, ora anche regista. Cosa rappresenta il teatro per te?

“È il lavoro della mia vita. Non avverto troppo la distinzione tra le categorie professionali, perché il teatro lo vivo a 360 gradi. Il mio sogno, infatti, sarebbe un giorno far parte di una compagnia e confrontarmi con altri per tirare fuori nuove creazioni”.

Insomma, perché venire a vedere il tuo Mistero buffo?

“Per condividere un rituale in cui vi prenderò per mano, attraversando momenti di gioia e commozione, perché il teatro è respirare insieme”.

Sabrina Sabatino 25/03/2019

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