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Recensito incontra Domenico Imperato:  Bellavista racconta storie tra i vicoli del folclore e le onde del mare

Domenico Imperato è una delle migliori proposte degli ultimi tempi. Legato indissolubilmente alla sua fedelissima chitarra, compagna di viaggio e di storie, ha già collezionato traguardi di non poco rilievo, come ad esempio il Premio Fabrizio De André nel 2014. Inoltre è certamente un pioniere eclettico che lavora su diversi livelli di sperimentazione, unendo l'esperienza legata al cantautorato tradizionale a sonorità che appartengono a posti lontani ed esotici, come il Brasile e l'Africa. Questa contaminazione multiculturale e policromatica affonda le proprie radici nelle terre del sud Italia e nel sud del mondo, descrivendo luoghi, viaggi, volti e orizzonti. In "Bellavista", album uscito a febbraio 2018 per Lapilla/Ponderosa Music Records, c'è un continuo rimando ad un folclore che nel tempo si è visto sfumato per prediligere la globalizzazione musicale dovuta ad influenze pop/americane. Imperato recupera gli albori del mondo e del nostro bel Paese con qualcosa di viscerale, arcaico e profondamente vero. Potremmo considerare "Bellavista" un album/missione che il giovane cantautore decide di trasportare in spalla, con veridicità e purezza, in ogni frangente di ogni canzone. Una splendida scoperta con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due parole, ed eccone qui il risultato.

Quando hai iniziato a pensare di dover o voler scrivere e cantare i tuoi pezzi?album imperato
Quando ero piccolo ho scritto due pezzi e non si è mai capito perché l'avessi fatto. Avevo 12 anni, suonavo la chitarra e per gioco iniziai a buttar giù due parole, che è una cosa insolita e particolare, non comune tra i ragazzini. Per un periodo, non vivendo in una famiglia di artisti, non venivo spinto verso la musica, mi vedevano quasi come fossi un alieno, quindi sono tornato a giocare a pallone. Ho sempre continuato a suonare la chitarra e un po' di tempo dopo ho ricominciato a cantare. Il canto è una cosa intima e personale, quindi ci mette un po' di più a venir fuori; verso i 19 anni, quando mi sono trasferito a Roma, dopo un percorso che mi ha permesso di maturare come persona e come artista, ho iniziato a riscrivere più seriamente le canzoni e da li è ripartito tutto.

Il nome proprio nelle canzoni è una costante frequente nei tuoi pezzi. Sono tutti nomi di fantasia o sono persone che hanno significato qualcosa nella tua vita?
Nel primo album non c'è neanche un nome proprio. Questa è una caratteristica di "Bellavista", che combacia perfettamente con un periodo compositivo in cui sono alla ricerca di storie. È un disco diverso dal primo, tratta il quotidiano, volevo mettere i piedi per terra. Il primo album era pop ed epico al tempo stesso; in questo disco parlo di persone, di viaggi, di terra. Il mare resta una costante. Volevo confrontarmi con una scrittura diretta e così sono venuti fuori vari ritratti e personaggi, e alcuni sono nomi reali: Stefano, ad esempio, è una persona di Pescara che non c'è più, l'ho conosciuto e viveva nella mia città. Anche in Adele ritroviamo persone e storie realmente accadute.

Le sonorità folcloristiche dei tuoi brani provengono dalle tue origini mediterranee o è una questione di affinità con i suoni, quindi una connessione naturale?
Le origini c'entrano, io ho il sangue del Sud, mio padre è napoletano e mia madre è pugliese. Mio papà era un potenziale artista, cantava, anche se non professionalmente, e aveva un gran dono vocale; secondo me queste cose sono ereditarie, infatti lui l'aveva ereditato da suo nonno. Ha iniziato lui a farmi cantare. I miei retaggi del sud sono innati, inoltre ho vissuto a Pescsra che non è sicuramente nord Italia, io la considero quasi una città meridionale. Lo sento dentro questo luogo mediterraneo pieno di suoni, di mare e di calore, mi scorre dentro, e cerco di farlo venir fuori sempre nei miei brani; non è facilissimo perché sono sonorità arcaiche millenarie ed io tento di riproporli in chiave moderna. Si fa musica per conoscersi meglio e scavarsi dentro, e secondo me a volte gli italiani dimenticano le origini, data l'invasione della musica americana. Poi nel mio bagaglio culturale ci sono influenze brasiliane, perché mi piace riportare anche la musica dal mondo. Cerco la contaminazione.

Le tue canzoni sono autobiografiche?
Sono quasi sempre autobiografiche, tratto spesso storie vere, o comunque parlo di personaggi ispirati alla vita vera. Mi lascio trasportare da ciò che mi succede e da ciò che accade. A volte mi viene in mente un soggetto come fosse una storia o un'immagine: Nino, ad esempio, è in parte autobiografica, parla di cose che mi sono accadute durante l'adolescenza, ma il personaggio è inventato perché racconta di un ragazzino che esiste nel mio immaginario, solo nella mia testa. Riprende cose mie personali ma anche alcune letture che ho affrontato durante la mia vita come il "Barone Rampante" di Italo Calvino o "L'isola di Arturo" di Elsa Morante.

Quanto conta per il te il rapporto tra le persone e i testi che scrivi? Pensi arrivino come vorresti?
Mi dicono che arrivano. Sicuramente alcuni brani del primo disco erano difficili per il pubblico italiano, c'era troppa roba. Questo disco è più diretto, anche a seconda dei gusti personali. Ci sono persone che ai concerti cantano le mie canzoni, non che nel primo disco non fosse così, ma c'erano dei passaggi particolari a livello armonico, melodico e ritmico che risultavano macchinosi anche da cantare, oltre che da seguire. In questo nuovo album ho cercato di tornare in Italia e di essere più diretto. Mi capita spesso di vedere nel pubblico un piacevole riscontro.

Domenico ImperatoPensi che fare il cantautore sia una missione?
È una missione, ma senza appesantirne il concetto. Tutti dovremmo avere una missione, la vita è una sola ed è importante, ci vorrebbero tre vite per viverla appieno. La musica è un privilegio, c'è chi si alza la mattina e va in miniera, o in fabbrica per otto ore. Io mi alzo e mi metto a fare la musica; certo non è un lavoro leggero e non è facile, però un privilegio stare con la chitarra a cantare suonare, emozionarsi ed emozionare. Bisogna rispettarla profondamente, non la si può prendere sotto gamba; ormai da anni mi sono confrontato con molti musicisti e da quelli migliori ho imparato il rispetto per questa entità superiore. Noi siamo solo un canale attraverso il quale passa questo flusso di energia potentissimo e incontrollato.

Come si immagina Domenico tra dieci anni?
Tra dieci anni non lo so. Mi immagino con altri 5 dischi già fatti. È l'augurio che posso farmi, spero di non ritrovarmi senza questo lavoro. Vorrei che il mio pubblico si ampliasse, non per il desiderio di successo, ma perché ho bisogno che mi ascoltino più persone possibili. Ultimamente sto suonando parecchio, voglio continuare a girare l'Italia per fare concerti. Ieri ho fatto un house-concert ad esempio, ed era una situazione con poche persone, molto intima, ma devo essere onesto: mi è piace ugualmente, anzi, è stupendo.

La canzone "Il Nano" mi ha ricordato "Il giudice" di De André, nonostante la diversità dei due brani. Da chi ti lasci ispirare? Quali sono i tuoi mostri sacri?
De André mi ha ispirato tanto, mi piacciono molto anche Paolo Conte, Pino Daniele, Dalla, De Gregori. Questi sono i miei punti di riferimento. Alcuni di loro fanno parte del mio percorso di crescita, altri li ho scoperti tardi. Quando ero piccolo ascoltavo molto rock, come ad esempio i Led Zeppelin, poi sono passato al reggae ma anche al blues. Però ho un collegamento diretto con i cantautori: amo moltissimo anche Vinicio Capossela e Niccolò Fabi. Io sono sicuramente sempre stato eclettico, e devo stare attento perché mi ci vorrebbero davvero tre vite per unire tutto ciò che adoro.

Hai scritto "Dall'altro lato del mare": quanto conta il mare nella tua vita? Cosa rappresenta per te?
Il mare conta tantissimo per me, sono cresciuto a Pescara, città di mare. Fa parte del mio immaginario da sempre. W. Benjamin scriveva “Non v'è nulla di più epico del mare”, e secondo me aveva ragione. Il mare è l'orizzonte, ti permette di immaginare, fantasticare, scrivere. In questo disco c'è sempre voglia di mare. Anche nel primo ci sono tre brani collegati da questo filo conduttore. In questo caso specifico il brano è arrivato un po' dopo, racconta una cosa successa in Brasile, inizialmente era addirittura scritta in portoghese, poi l'ho tradotta e nel disco l'abbiamo tenuta in italiano. Metricamente è il mare ma in realtà è l'oceano.

Ci sono idee disparate su cosa sia l'indie oggi in Italia, e soprattutto su chi ne faccia parte, al di là della questione discografica. Tu cosa ne pensi?
Penso che l'indie sia un grosso calderone, vuol dire tutto e non vuol dire niente, è un'arma a doppio taglio. Ci sono cose molto belle, dischi splendidi, tuttavia viviamo in un periodo di confusione totale, e anche il pubblico viene ingannato spesso da un'ottima comunicazione. Io che faccio questo lavoro posso dire che ci sono dei bellissimi lavori, altri invece valgono meno, ma sono certo che il tempo farà il suo dovere e alcuni lavori resteranno, altri invece lasceranno il tempo che trovano. Ci sono molti artisti che hanno scritto dischi bellissimi ma si sono rovinati nel tempo. L'indie non è più un avamposto, ne tanto meno un'avanguardia, piuttosto inizia a strizzare l'occhio al mercato diventando tuttalpiù macchina per far soldi, ben altro che indie. In alcuni casi ci sono album molto belli ma in altri casi a mio avviso non c'è differenza con il mainstream becero. Alcune cose che fanno parte di questa grande fetta di mercato mi emozionano particolarmente come il primo disco di Colapesce, i lavori di Di Martino, Brunori, il primo disco di Motta e così via. Generalizzando, per il resto posso dire di aver notato troppe cose uguali tra loro, molti cantano tutti allo stesso modo.

Nel tuo album hai cantato un pezzo con Erica Mou, “Al matrimonio di due nostri amici”. Avete scritto il brano insieme?
Il testo e la musica di “Al matrimonio di due nostri amici” sono miei. In fase di pre produzione io e Francesco Arcuri [produttore artistico del disco, ndr] abbiamo pensato di inserire una voce femminile su questo pezzo; così, dopo aver tentato con una ragazza di Pescara che però non rendeva affatto, ho avuto l'idea di Erica Mou. Mi è sempre piaciuta e dopo un suo concerto mi sono deciso a chiederle di cantare questo mio brano. Lei ha ascoltato, le è piaciuto e quindi ha acconsentito. Erica è molto brava, è un'artista completa.

Cosa pensi della canzone femminile in Italia? Pensi che ci sia qualche possibilità di venir fuori da una situazione di minoranza?
Ci sono delle cose belle nell'indie femminile. Attraverso il mio percorso mi sono reso conto che le donne, a livello di retaggio culturale, sono considerate più interpreti che cantautrici. Ce ne sono meno, ma ci sono. Come riflettevo un po' di tempo fa, c'è una disparità a livello numerico anche nel passato, storicamente parlando. Io stesso ho citato prima molti cantautori e non cantautrici. Però poi ci sono nomi del nostro passato come Mina, la Bertè, Mia Martini che erano delle interpreti che hanno comunque cambiato la storia musicale del nostro paese. Sicuramente l'interpretazione delle canzoni è una cosa che appartiene più all'universo femminile. In alcune arti le donne sono decisamente migliori degli uomini, come ad esempio nella fotografia: è una questione di occhio, di attitudini. Nonostante ciò ci sono cantautrici molto importanti come appunto Erica Mou, Maria Antonietta, Levante e nuovissime cantautrici incontrate nei concorsi che sicuramente faranno parlare di sé perché hanno progetti decisamente validi.

Tutti aspettiamo qualcosa. Domenico cosa sta aspettando?
Abbiamo il calendario pieno per l'estate. Io vorrei solo fare musica e suonare di più, nonostante ciò ho imparato a non aspettare niente, quel che deve succedere succede, bisogna amare e prendere quello che arriva. Ieri ho suonato, oggi suono di nuovo, questo mi basta. Quando era appena uscito il disco ho avuto un attimo di destabilizzazione perché non avevo molte date in programma, poi per fortuna la macchina si è rimessa in moto. Avrò date anche al nord Italia, e aspetto di venire a suonare nella mia Puglia.

Giorgia Groccia 27/06/2018

CYFEST, il Festival Internazionale di Arte e Tecnologia arriva per la prima volta in Italia

Risentite della mancanza della Nazionale al Mondiale 2018? Sognate ad occhi aperti di poter essere anche voi in terra sovietica, o semplicemente siete appassionati di arte e tecnologia? La Russia, mentre continua ad ospitare il campionato del mondo di calcio, ha deciso di far visita a chi si sente “fuori dai giochi”, cioè il nostro Paese. Fino al 1 luglio, infatti, sarà possibile visitare il CYFEST, il più grande festival di arte e tecnologia russo realizzato annualmente dall’organizzazione no-profit Cyland Media ArtLab di San Pietroburgo che, dopo un tour iniziato nella capitale culturale russa, proseguito a New York, Pechino e Brighton, per la prima volta fa tappa anche nel Belpaese, precisamente alla Reggia di Caserta, in occasione dell’anno della cultura russa in Italia.invito web loghi bd

L’XI edizione si chiuderà proprio nella splendida cornice delle Retrostanze del ‘700, ovvero gli appartamenti nobili: le stanze barocche ospiteranno una mostra unica, a cura di Anna Frants, Elena Gubanova e Isabella Indolfi, in cui le nuove forme di arte e tecnologia più avanzate si fonderanno insieme.
Tredici artisti, italiani e russi, esporranno installazioni interattive, sculture cinetiche, video proiezioni e opere di intelligenza artificiale: tutti i lavori sono ispirati al tema “Weather Forecast: Digital cloudiness” (Previsioni del tempo: Nuvolosità digitale). La sfida lanciata ai tredici professionisti verte sull’utilizzo del digitale in modo consapevole, partendo dalla tesi che l’uomo si sia spinto, con comportamenti irresponsabili, a voler modificare la Natura stessa, influenzando negativamente il clima planetario; al tempo stesso, riflettere su come il digitale sia diventato sempre più una nuvola onnipresente nella vita sociale di ciascuno. L’artista è colui che cerca di recuperare, ricreare e suscitare il dubbio, il sentimento e l’emozione nell’uomo, piegando il digitale ai propri bisogni.

I protagonisti dell’esposizione saranno: Anna Frants, Donato Piccolo, Alexandra Dementieva, Licia Galiziae, Michelangelo Lupone, Elena Gubanova e Ivan Govorkov, Franz Cerami, Matilde De Feo e Max Coppeta, Daniele Spanò, Aleksey Grachev e Sergey Komarov, Maurizio Chiantone.
La manifestazione è realizzata con il patrocinio della Regione Campania e con il matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

Chiara Ragosta, 27/06/2018

"Blue. Frammenti", opera prima di Giorgia Groccia. Recensito incontra la giovane autrice

“Scrivere mi ha salvato”, ammette Giorgia Groccia mentre parla del suo libro che tiene stretto fra le mani. Barese, classe 1994, lunghi capelli biondi, un sorriso timido e due occhi scuri che brillano quando le si domanda della sua opera prima. Per lei, già cantautrice e attrice, con un passato da modella, dovrebbe essere semplice affrontare interviste riguardanti qualche suo lavoro. Eppure sembra molto emozionata quando si tratta di raccontarci del suo debutto come scrittrice. Recensito ha incontrato la giovane artista, allieva del Master in Critica Giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, in occasione della pubblicazione di “Blue. Frammenti”, il suo primo romanzo edito da FaLvision Editore.

Da dove nasce l’idea di questo libro?
“Avevo questa storia già in testa da almeno due o tre anni. Avevo iniziato ad accennare una bozza nelle note del computer, con i nomi dei personaggi e più o meno la trama. Inizialmente volevo riportare due punti di vista diversi, un po’ come nel romanzo “Ma le stelle quante sono” di Giulia Carcasi. Dopo averlo lasciato da parte per anni, ho ripreso a scrivere il racconto durante un periodo brutto che ho passato a maggio 2017, non avendo molte cose a cui aggrapparmi. È stata la scrittura ad aiutarmi ad uscirne: ho anche composto una trentina di canzoni, ma questo libro mi ha aiutato a distrarmi da ciò che stavo vivendo. Mi sono resa subito conto, però, che non volevo utilizzare due punti di vista, ma uno solo che potesse essere così forte tanto da bilanciare il tutto. Quindi ho eliminato completamente l’idea delle due parti e mi sono concentrata solo sullo sguardo femminile, di Maria”.

Quanto c’è di autobiografico?
“Realmente di autobiografico non c’è nulla: sono tutti personaggi ed eventi di fantasia. Grazie a Dio non sono fatti che mi sono successi in prima persona quelli descritti. Però di mio c’è il pensiero, inteso come femminile, come flusso libero di idee, di sensazioni e di emozioni. Non è autobiografico, ma c’è comunque qualcosa di mio: dal momento che scrivo in prima persona cerco anche di immedesimarmi in quello che sto elaborando”.

Parliamo dei nomi dei personaggi: sono scelti a caso?
“I nomi maschili sono casuali: per esempio, il nome Marco, che è uno dei pochi nomi maschili che compare nel libro, è molto comune, ossia di Marco ce ne sono miliardi al mondo. Invece, i nomi femminili, benché anch’essi siano abbastanza diffusi, hanno ognuno una motivazione. Il nome Maria è in contrapposizione al personaggio di Blue: sono un po’ il diavolo e l’acquasanta, il sacro e il profano, perché Maria è un nome che ricorda la Madonna, mentre invece Blue è agli antipodi di qualcuno che può essere ritenuto puro, chiaro. Il nome Mia già di per sé è un nome egoista, che richiama possesso, egocentrismo e quindi inquadra bene le caratteristiche del personaggio. Il nome Ambra, infine, rievoca la pietra preziosa molto bella, ma non così limpida, perchè ha delle sbavature dentro, delle macchie che ricordano un po’ l’anima di questo personaggio”.IMG 6691 20 06 18 06 47

Perché l’alter ego di Maria si chiama Blue? Lo hai scelto per un motivo particolare, oppure è il tuo colore preferito?
“Si chiama Blue perché questo termine in inglese significa tristezza, ma non propriamente la tristezza negativa che intendiamo noi, non ha una vera e propria traduzione precisa. È un misto fra tristezza e malinconia, ma noi non abbiamo un vocabolo per identificare questa sensazione. Non è negativa, ma sta a metà fra l’essere effettivamente tristi e la malinconia, la quale è quasi piacevole, ci si culla nella malinconia. È quella giusta via di mezzo che mi interessava per identificare quel tipo di personaggio”.

Hai detto che Maria è un nome ispirato alla Madonna: sei credente?
“No, ma ho molto rispetto nei confronti della Fede. Io penso che la Fede sia una cosa importante e che sia innata, nel senso che non credo che sia dovuta totalmente a delle sovrastrutture sociali e quindi a un’imposizione. Ritengo che quando una persona cresce, possa decidere liberamente se essere credente o meno: lo è quando sente davvero di esserlo. È una bellissima cosa avere Fede, ma bisogna sentire di averla”.

Uno dei capitoli del libro si intitola: “Siamo luoghi comuni in posti mai visti”. Tu ti sei mai sentita così?
“Sì, più volte nelle mie relazioni mi sono sentita così, sia con gli uomini, sia con amici o conoscenti. Vuol dire che c’è qualcosa di diverso che ci discosta dagli altri, ma nel profondo non siamo niente di differente. È una bella sensazione inizialmente, ma dopo un po’, analizzandola a fondo, ti domandi se vale la pena effettivamente avere a che fare con quella persona in particolare. Quindi sì, parecchie volte mi sono sentita così”.

In uno degli ultimi capitoli del libro, Maria dice di essere “una luce gialla tra le luci blu”: di che colore è Giorgia?
“Io forse sono il contrario. Adesso sono una luce blu in mezzo a tante gialle: significa essere non fuori dal coro, ossia dire “sono diversa dagli altri”, ma piuttosto non sentirsi in compagnia anche quando lo si è, o comunque sentire sempre una distanza con le altre persone ma allo stesso tempo una vicinanza per quanto riguarda il dialogo. Secondo me, le parole sono l’unico modo per abbattere determinate barriere. Però molte volte è difficile creare un dialogo effettivo con le persone che vada oltre il luogo comune”.

Facciamo un gioco: rispondi alle domande che la protagonista si pone all’inizio del capitolo “In un giorno qualunque”. Dunque:
“Ti è mai capitato di essere altrove?” Sì, spesso e volentieri.
“Ti è mai capitato di voler essere in un altro corpo?” Quasi tutti i giorni (ride, ndr).
“Ti sei mai stancata di guardarti allo specchio?” Sì, spesso.
“Ti è mai capitato di voler essere da un’altra parte?” Sì.
Sono tutte domande che mi sono posta soprattutto durante la prima adolescenza e, in maniera prorompente, durante gli anni universitari. Il secondo anno, in particolare, è stato tutto così: speravo di essere un’altra persona, di non essere lì, di fare altro… Ho affrontato una crisi profondissima. Adesso, devo dire, che mi sento sicuramente al posto giusto: togliendo certi momenti di debolezza che abbiamo tutti, sono contenta di essere come sono e sono contenta di essere fatta così. Non mi cambierei”.

Nel libro si parla di diversi luoghi: Milano, Costiera Amalfitana e Bari. Tu ora sei a Roma: come l’hai trovata?
“Io sono innamorata di Roma ed è il motivo per cui non l’ho utilizzata come protagonista del racconto. Avevo bisogno di un distacco emotivo. Ho vissuto, ad esempio, Milano sempre in maniera frastagliata, mai per tanto tempo: ci sono stata per lavoro, per turismo, sempre per brevi periodi. Parlare di Roma sarebbe stato sviscerare un legame sentimentale troppo forte e la protagonista non doveva avere quel tipo di affinità con il luogo. Avevo bisogno di una città a cui non mi sentissi legata sentimentalmente. Di Roma, invece, sono follemente innamorata e oltretutto la conosco bene. Ci vivo da due anni, quindi sarebbe stato troppo difficile utilizzarla e mantenere un distacco emotivo da questa città”.

Milano è legata all’immagine di un bar, Bari a quella di una panchina, la Costiera Amalfitana alla spiaggia e al mare: Roma a che cosa potrebbe essere legata?
“Difficile rispondere. Potrebbe essere legata, in generale, alla notte. Roma di notte penso sia una delle cose più poetiche mai viste. Un luogo in particolare? Potrebbe essere lo scorcio che si intravede a Monti tra la strada e il Colosseo, ma potrebbe essere anche benissimo il vicolo buio di San Lorenzo, dove non c’è illuminazione. Dopo il tramonto, questa città diventa così tanto pericolosa, ma così tanto magica che penso di poter vivere per tutta la vita di notte a Roma senza mai stancarmi”.

Ti piacerebbe scrivere un libro con protagonista Roma?
“In realtà già ho iniziato a scrivere qualcosa al riguardo. Ma non sveliamo nulla”.

Chi ti ha influenzata? Chi sono i tuoi scrittori preferiti?
“Mi piace molto Francis Scott Fitzgerald. Quando ero più piccola, amavo leggere Giulia Carcasi, perché trattava le stesse tematiche che ho affrontato io nel mio libro, in maniera non scontata. Paolo Giordano anche è tra i miei preferiti: ho letto “La solitudine dei numeri primi” quando avevo più o meno 12 anni e un po’ mi ha segnata. Ora le mie letture sono varie: un mese fa ho divorato “Novecento” di Alessandro Baricco e ora sono alle prese con un libro di Elena Ferrante, “Amore molesto”. In generale, il thriller psicologico mi ha sempre affascinato come genere, anche al cinema. E mi ispira tantissimo il cinema francese”.

Chi è il Gianfranco della dedica?
“È il mio papà. Con lui ho sempre avuto un rapporto un po’ burrascoso quando ero più piccola: è il motivo per cui non ho sempre avuto relazioni tranquille con il genere maschile, ovvero perché avevo con lui un brutto rapporto. Non c’è mai stata una rottura effettiva tra noi, ma quando ho fatto pace dentro me con lui, ho iniziato a guardare le cose in maniera diversa, ho acquisito più sicurezza di me e ho iniziato ad amarlo davvero, cioè a non avere paura di amarlo.”

IMG 6692 20 06 18 06 47Maria, la protagonista del libro, ascolta tanta musica. Tu sei anche cantautrice. Che rapporto hai con la musica? Come hai scelto le musiche da inserire nel libro?
“Il mio rapporto con la musica è abbastanza viscerale, nel senso che non potrei farne a meno. Per quanto l’amo, a volte mi è capitato di arrivare ad odiarla, poiché ci sono stati dei periodi che, pur dando il massimo, non riuscivo ad ottenere il risultato sperato. Attualmente ho capito che, per me, sono importanti soprattutto le parole che una persona vuole ribadire tramite la musica, do molto peso ai testi. Il motivo per cui ho fatto finalmente completamente pace con la musica è perché ho trovato il mio posto. Per quanto riguarda le canzoni che ho scelto per il mio libro, esse sono appropriate per quei momenti descritti in determinati capitoli. Ad esempio, in una delle prime pagine, c’è una frase di una canzone di Calcutta, “Milano”, perché secondo me quella canzone corrisponde esattamente all’idea che ho io di Milano, ogni volta che sento quella canzone immagino Milano. Ho inserito i Pink Floyd perché fanno parte del mio background musicale, li amo da sempre, me li faceva sentire papà quando ero piccola, quindi non potevo non citarli. C’è anche una canzone dei Cigarettes After Sex, la quale è molto eloquente: parla di una richiesta di non far del male, ma in realtà tra le righe c’è anche la supplica di far del male, quindi è molto contradditoria come il personaggio di Maria/Blue in quel momento. Poi ho scelto una canzone dei Go Go Dolls, “Iris”, perché è legata alla mia adolescenza. Infine, la più importante è “Baby Blue” di Tor Miller, che canta esattamente del mio personaggio: sembra sia stata scritta appositamente, trasmette proprio quelle sensazioni che io spero di aver trasmesso con le parole”.

Scrittrice, cantautrice e sei anche attrice: a maggio sei stata al Festival di Cannes come protagonista di un cortometraggio, “La figlia di Mazinga”. Quali sono i tuoi progetti futuri?
“Progetto immediato è quello di far uscire un EP di inediti per settembre. Spero quest’estate di fare un po’ di date con le mie canzoni e di farle conoscere al pubblico, facendo uscire anche qualche singolo. Mi auguro, inoltre, di riuscire a scrivere un’altra storia, un altro racconto, anzi: di continuare a scriverlo durante l’estate, perché in realtà l’ho già iniziato. Per quanto riguarda la carriera d’attrice, dopo Cannes parteciperò al Festival ContaminAzioni (Festival di liberi esperimenti teatrali autogestito dagli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, ndr) con un’opera teatrale di un mio collega, Andrea Giovalè (con il quale collabora anche per il duo musicale Caffelatte, ndr), il quale ha scritto un monologo di cui io sarò l’interprete protagonista. Il tema, però, è top secret”.

Ultima domanda: perché bisognerebbe leggere “Blue. Frammenti”?
“Voglio riportare una bella cosa che mi è stata detta ultimamente, che mi ha sorpresa ed emozionata molto. Esattamente non ricordo le parole, ma il sunto era che “Blue. Frammenti” è una storia universale, che abbraccia varie generazioni che tra di loro hanno tanti anni di differenza. Può essere non dico d’aiuto, ma uno sguardo da entrambi i punti di vista, quello giovanile e quello più adulto, verso le stesse tematiche. Penso che questo sia un buon motivo per leggerlo”.

Chiara Ragosta, 26/06/2018

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