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Prima edizione di "Impronte di Pizza", la risposta di Eataly alla settimana della pizza a Roma

Dopo il lancio della Pizza Eataly e il tour delle Pizze del Territorio, arriva a Roma la prima edizione di 'Impronte di pizza' firmata Eataly. L'evento si svolgerà dal 13 al 16 maggio, presso il Ristorante della Pasta e della Pizza di Eataly Roma (Piazzale 12 Ottobre 1492), e avrà come protagonisti alcuni dei nomi più autorevoli dell'arte bianca come: Renato Bosco, Stefano Callegari, Simone Padoan, Franco Pepe e Ciro Salvo, che saranno guidati dal giornalista ed esperto di pizza Luciano Pignataro.

“Negli ultimi anni c'è stata una rivoluzione nel mondo pizza”, spiega Pignataro. “L'attenzione di tutti si è infatti concentrata sulla qualità e si è creato un circolo virtuoso che ha complessivamente migliorato il prodotto partendo proprio dall'impasto. Si sono sperimentate lunghe lievitazioni e ognuno ha trovato il suo stile arrivando a risultati di eccellenza. Mettere a confronto scuole così diverse è interessante perché anche per la pizza, come per ogni cibo, il fine non è il mezzo, ma contano il gusto e la salute del cliente”.

Questa prima edizione, intitolata “Italia in fermento, impasti a confronto”, ha come filo conduttore il confronto e l'analisi delle diverse scuole di pensiero e tecniche di lavorazione dell’impasto. Nel corso dell’evento, infatti, i maestri pizzaioli si alterneranno al banco di lavoro e ai forni, offrendo la possibilità al pubblico in sala non solo di ascoltare esperienze e progetti futuri legati al mondo food, ma anche degustare la loro personale “interpretazione” della pizza.

A introdurre il confronto sarà Antonio Puzzi, responsabile pizza Slow Food. “Pizza è una parola universale e, in quanto tale, ha infinite varianti. Nella sola Italia dei mille campanili, ogni luogo ne dà una specifica lettura: da Napoli a Roma, Genova, Torino, Palermo e Verona, solo per fare alcuni esempi. Nata come ‘speranza’ per saziare la fame, oggi la pizza è sotto la luce dei riflettori e questo ci spinge necessariamente a fare e farci domande. Ecco perché i pizzaioli chiedono ai mulini di differenziare e migliorare l'offerta di materie prime, creano impasti sempre più identitari e portano in tavola ricette che sono frutto di alleanze con i produttori del territorio e immagine della grande tradizione gastronomica italiana."

Impronte di pizza è una delle iniziative della Settimana della Pizza e dei Pizzaioli che animerà gli spazi di Eataly Roma dal 13 al 19 maggio con eventi, incontri e degustazioni. Il suo obiettivo è quello di ascoltare la voce dei più rinomati pizzaioli italiani che hanno lasciato il segno, o la loro impronta gastronomica, nel mondo della pizza, rinnovando il settore, ma anche recuperando le tradizioni e la definizione dell’autentica pizza italiana, aiutando il pubblico a riscoprire la qualità e il valore di un piatto che ha fatto grande la tradizione culinaria del nostro paese. Per Eataly la pizza è infatti “una cosa seria” e una nuova sfida per portare ad un alto livello la qualità dei piatti iconici italiani.

Faranno gli onori di casa Francesco Pompilio, maestro pizzaiolo di Eataly, che ha guidato la definizione della nuova Pizza Eataly, e Fulvio Marino, responsabile delle panetterie Eataly.

Francesca Totaro

Intervista a Tindaro Granata, interprete e autore di Antropolaroid, viaggio familiare nella Sicilia magica

In occasione della riproposizione del suo spettacolo Antropolaroid, Recensito ha incontrato Tindaro Granata, attore e drammaturgo siciliano. Scoperto da Massimo Ranieri, vincitore di un premio Ubu per lo spettacolo sulla stepchild adoption Geppetto e Geppetto, Granata ha lavorato con Carmelo Rifici ed è direttore artistico dell’associazione Proxima Res. In Antropolaroid traccia un ritratto giocoso e drammatico della sua famiglia e della sua terra, una Sicilia da amare ma da cui allontanarsi per seguire i propri sogni.

Come hai affermato tu stesso, non hai avuto una formazione accademica. Questo ti ha dato maggiore libertà di azione, riguardo ad esempio la creazione di testi e personaggi, soprattutto in Antropolaroid?

All’inizio questa mancanza mi faceva sentire in difetto, come se mi mancasse qualcosa rispetto ai miei colleghi. Poi ho cominciato a pensare al teatro in altri termini, ho capito che potevo essere autore e interprete di me stesso e che la mia formazione era un pregio da utilizzare per essere me  stesso. Antropolaroid è uno spettacolo nato da questa idea. Per crearlo mi sono ispirato ai racconti e ai vecchi del mio paese. Utilizzavano la tecnica del cunto alla maniera contadina - cunto che poi negli anni è stato utilizzato anche dal teatro tradizionale. Il mio modo di fare il cunto è quello antico, dei ritrovi familiari della domenica attorno al fuoco. Mi sono basato sui miei ricordi di bambino per creare personaggi che non fossero né giusti né sbagliati, ma più veri possibile. La storia e i personaggi di Antropolaroid sono passati attraverso il canale dei miei ricordi che poi ho trasferito sul mio corpo.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Così facendo sei riuscito a coinvolgere persone provenienti da tutta Italia, facendo ridere e commuovere al di là di ogni background geografico e linguistico. Ma c’è stato un personaggio che ti sei divertito maggiormente a interpretare fra tutti quelli di Antropolaroid?

Sono due ed entrambi femminili. Una è la bisnonna, il personaggio che ricordo meglio, con cui sono cresciuto. Di lei ricordo soprattutto la durezza e allo stesso tempo la dolcezza. Ho questa immagine di lei, una vecchina vispa e arzilla e le sono affezionato  anche perché le persone che se la ricordano rimangono molto impressionati dalla somiglianza. L’altro personaggio è Niamena, la seconda moglie del bisnonno che faceva la prostituta. Lei in realtà è un personaggio quasi inventato, la sua storia non appartiene alla mia famiglia ma l’ho inserita perché mi ha colpito. Sono molto affezionato a questo personaggio perché mi permette di rappresentare la parte più sofferente e delicata di una donna, di questa prostituta che trova riscatto nella femminilità e nel fatto di poter allattare. Trovo che sia una cosa molto dolce e potente allo stesso tempo.

Parlando sempre di Antropolaroid, e in particolare dell’uso del dialetto, ci sono momenti, soprattutto quando parla la bisnonna, che riesci a rendere comprensibili anche se narrati in un dialetto talmente stretto da sembrare oscuro. È effettivamente così?

Sì, quello è il dialetto antico di Montagnareale, un paese sui monti Nebrodi, che io parlo molto velocemente affinché si capisca il meno possibile. Vorrei che in quella scena la bisnonna comunicasse allo spettatore, attraverso quei suoni, qualcosa di misterioso e antico. Mi ricorda le anziane che incontravo da bambino e quella loro lingua così incomprensibile da renderle ai miei occhi quasi creature magiche, come dei folletti.

Racconti quindi una Sicilia ancestrale che si ricollega al tuo presente, in una dichiarazione d’amore a una terra che è necessario abbandonare per sganciarsi da un destino già scritto…

Credo che ognuno di noi abbia i propri motivi che lo spingono ad abbandonare la propria terra, anche se poi si riducono tutti a uno stesso bisogno di autodeterminazione. Nella lontananza ognuno elabora il significato che quella terra ha per lui, riuscendo a costruire la propria storia. In Antropolaroid racconto il mio desiderio di emancipazione attraverso la storia della mia famiglia, ma questo non comporta che guardi con occhi malevoli la mia terra, piuttosto con occhi critici.

Parlando di questa volontà di emancipazione, la scena del suicidio di Tino si può interpretare come un tentativo di sfuggire, attraverso la morte, alla dinamica ricorrente e fatalista di un destino già scritto e immutabile?

Sì, esattamente. Tino è il mio alter ego, come suggerisce anche il nome, diminutivo di Tindaro. Tino si suicida uccidendo quella parte di me che sarebbe emersa se fossi rimasto in Sicilia. È un processo catartico nascosto al pubblico ma a me chiaro al momento della scrittura. Il personaggio è esistito realmente, era un ragazzo che conoscevo e che si uccise quando emersero le connessioni mafiose della sua famiglia. Io ero piccolo al tempo ma la storia mi rimase impressa.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Un altro tema importante del tuo teatro è quello delle famiglie arcobaleno, che tratti nello spettacolo Geppetto e Geppetto. Quanto dovrebbe essere presente questo tema nel panorama pubblico e politico italiano?

È un tema enorme che purtroppo non è stato affrontato fino in fondo, lasciando irrisolte molte questioni. Secondo me se ne dovrebbe parlare molto di più, in generale, perché la nostra famiglia “italiana” oggi in molti casi è una famiglia scomposta, allargata. Le leggi a tutela delle famiglie arcobaleno, se ci riflettiamo, interessano anche loro.

Vogliamo salutarti con una domanda leggera. Abbiamo letto in una precedente intervista che ami la cucina quanto il teatro, qual è il piatto che preferisci cucinare?

Amo cucinare il pane, di tutti i tipi, spesso lo preparo per i miei ospiti. Il piatto che cucino meglio in assoluto però è la pasta fatta in casa, specialmente i maccheroni alla vecchia maniera siciliana, modellati uno a uno con un filo d’erba. È il piatto della domenica o dei giorni di festa.

09/05/2019

Giulia Zennaro

Valeria Verbaro

 

"Se chi ascolta riesce a leggere la musica con le orecchie, il maestro d'orchestra ha fatto bene il suo lavoro": intervista al Maestro Matteo Baxiu

Dopo la (molto) buona riuscita dell'appuntamento del 6 maggio che ha visto protagonista la IX Sinfonia in Re minore, Op. 125 di Ludwig van Beethoven, l'Associazione Musicale Arteviva – composta da Coro e Orchestra da camera – prosegue con le celebrazioni per il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci e, soprattutto, conclude la propria XV Stagione Sinfonica e Sinfonico Corale. Il prossimo appuntamento è per il 10 giugno alle 21:15 nella stupenda Basilica di Santa Maria delle Grazie – sede concertistica dell'Associazione da ormai dieci anni – con Preludio da Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner e VI Sinfonia in Si minore, Op. 74 “Patetica” di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Per l'occasione, abbiamo fatto una chiaccherata con il direttore, il Maestro Matteo Baxiu.

Qual è la realtà dell'Associazione Musicale Arteviva?

L'Associazione nasce ufficialmente nel 2001 dalla passione e dall'impegno di un gruppo di coristi (il Coro Polifonico Theophilus) la cui esperienza iniziò nel 1995. Oggi è una realtà a cui fanno capo l’Orchestra da camera Arteviva, il Coro da camera Arteviva e l’Accademia di musica Arteviva. Nonostante siamo cresciuti e ci siamo dati una forma più istituzionale, l'obiettivo è rimasto quello di sempre: diffondere la cultura musicale a tutti i livelli attraverso, da un lato, le attività didattiche specifiche e, dall'altro, la stagione concertistica. L'orchestra ha raggiunto un livello qualitativo tale per cui nel novembre 2008 ha eseguito il primo concerto presso la Basilica di Santa Maria delle Grazie, che è diventata location stabile dalla stagione 2010/2011 in poi.

In tutti questi anni, qual è stato il principale cambiamento?

Negli anni c'è stato soprattutto un cambio di musicisti. Aldilà del repertorio, delle capacità tecniche e del lavoro fatto, il valore dell'orchestra è cresciuto proprio perchè siamo stati in grado di mettere insieme artisiti dalle personalità complementari.

Si va verso la conclusione della XV Stagione Concertisitica. Che tipo di stagione è stata?

È stata una stagione un po' particolare perchè ci siamo trovati nella condizione di doverci riorganizzare dal punto di vista dell'organico per avere basi più solide dalle quali ripartire l'anno prossimo. Abbiamo comunque deciso di ospitare alcune orchestre esterne nella prima parte della stagione come ad esempio l'Orchestra Sinfonica di Grosseto. Il programma è ripartito con un pezzo di richiamo, che abbiamo gia eseguito nel 2015 sempre a Santa Maria delle Grazie, in onore di Leonardo da Vinci

In occasione del 500° anniversario dell'artista Vinciano, avete scelto di mettere in programma la IX Sinfonia di Beethoven. Qual è il legame tra i due?

Leonardo è stato un valente musicista, è stato inventore di strumenti musicali e abbiamo anche testimonianza storica di alcune sue composizioni, anche se sono solo schizzi di contrappunto. Tuttavia questi suoi lavori non sono in linea con il nostro repertorio che va dal classicismo viennese (Mozart, per capirci) in poi. L'intento però è stato quello di rendere omaggio a un genio eclettico attraverso la musica di un altro genio, quale è Beethoven, con uno dei capolavori della musica.

Per l'esecuzione della IX Sinfonia sarà coinvolto il coro Canticum Novum e quattro solisti. Cosa c'è di complesso in questo lavoro?

Le parti vocali sono abbastanza particolari: chi si avvicina alla partitutra sempre si “lamenta” perchè composta da parti molti difficili e molto tecniche. È complessa perchè ci sono molti passaggi ripetuti che tendono a stancare le voci: c'è il rischio di “sgonfiarsi” nel corso dell'esecuzione. Ecco perchè richiede voci molto solide, oltre che una massa vocale importante.

L'appuntamento conclusivo sarà il 10 giugno con Wagner e Tchaikovsky. Perchè loro?

Abbiamo fatto una scelta un po' di pancia e un po' con criterio. Criterio perchè la sinfonia di Tchaikovsky è inquadrata all'interno di un progetto sulle sinfonie che vorremmo si sviluppasse negli anni. Abbiamo già eseguito il ciclo completo delle sinfonie di Beethoven, le principali di Mozart e una buona parte di quelle di Shubert. Abbiamo iniziato l'anno scorso con la V di Tchaikovsky che è una delle più amate. Ma secondo noi mancava una parte di programma. Abbiamo quindi scelto di pancia la VI Sinfonia “Patetica” del compositore russo. Al contrario, il Preludio dell’opera Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner, è stato inserito in programma perchè bello, affascinante e amato dal pubblico ma anche perchè un po' entra in contrasto con Tchaikovsky. Infatti, mentre le sonorità e gli sviluppi della sinfonia sono intimi, il preludio è maestoso e imponente. Abbiamo voluto quindi accostare due brani diversi ma che, a parere mio, si incastrano perfettamente.

Il ritrovo è sempre nella Basilica di Santa Maria delle Grazie. Cosa aggiunge all'esecuzione e come influisce?

L'acustica in Santa Maria delle Grazie non è felice: bisogna usare molto cortezze, stare molto attenti alla posizione del coro e dell'organico perchè c'è la cupola che crea delle difficoltà. È quindi una location impegnativa. Siamo “obbligati” ad “adattare” l'esecuzione a tutte queste caratteristiche rispetto, ad esempio, alla nostra sala prove che è molto asciutta (il che è ottimo) e rende più facile cogliere ogni sfumatura. La faccia positiva della medaglia? chi viene a sentire un concerto in un contesto come questo fa un'esperienza unica e affascinante: l'insieme di quello che si vede e di quello che si sente è un'esperienza d'arte. E questo ci ripaga.

Queste sono le difficoltà circoscritte a una serata. Quali sono, invece, le difficoltà di un direttore d'orchestra oggi?

I direttori artisitici non sono completamente liberi. Per quanto riguarda la programmazione, ci sono molti paletti da rispettare perchè si deve rispondere a esigenze economiche come, banalmente, vendere i biglietti o avere un buon riscontro di pubblico. Si tende quindi a ripetere sempre gli stessi brani mentre “uscire” dal conosciuto diventa rischioso. Il problema è proprio quello di non poter azzardare. Se si vuole fare ciò, bisogna mettere il brano conosciuto accanto alla “novità”. E, a dire la verità, molto spesso viene apprezzato maggiormanete il pezzo meno conosciuto.

Al di là delle questioni economiche – seppur decisive - cosa vuol dire essere un direttore d'orchestra oggi?

La riflessione qui diventa più profonda. Non essendoci un'educazione seria all'interno delle scuole – e per seria si intende non solo formare musicisti ma anche dare degli strumenti ai cittadini per poter affrontare e ragionare in maniera diversa la vita - conoscere la musica e/o studiare uno strumento diventa un modo per formare un certo tipo di ragionamento e mentalità. Se chi ascolta riesce a leggere la musica con le orecchie, allora il maestro d'orchestra ha fatto bene il suo lavoro.

Che relazione si crea quindi tra chi ascolta, chi suona e chi dirige?

La magia e la potenza della musica stanno in due su caratteristiche: vive e muore nello stesso momento e ha bisogno di interpreti che devono essere persone vive. C'è quindi un intermediario tra l'opera musicale, la partitura che è una traccia e il pubblico. La preocupazione di chi dirige e di chi esegue è quella di rendere comprensibile per chi ascolta quello che c'è sulla partitura ovvero quello che l'autore ha scritto. Chi dirige e chi esegue dovrebbe avere la consapevolezza che il materiale su cui lavora non è suo e quindi interrogarsi su cosa l'autore voglia dire con quelle note.

Cosa c'è in questa “relazione a tre” che continua ad attrarla e incuriosirla?

L'essere l'interprete. Per quanto richieda uno sforzo mentale decisivo, riuscire a partire dalla partitura e arrivare a un messaggio unico è appagante. La pagina scritta passa nella testa del direttore e dei componenti dell'orchestra che tentano di capire cosa voleva comunicare l'autore, lo elaborano, lo adattano e tentano di presentare un'idea comune al pubblico

Chiara Rapelli 8/05/19

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