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Una grandiosa opera site specific sul Tevere: William Kentridge presenta "Triumphs and Laments"

Roma, al MACRO di via Nizza è stato presentato questa mattina un sensazionale progetto d’arte contemporanea, firmato William Kentridge e promosso dall’associazione “Tevereterno”.
Si tratta di un’ opera site specific senza precedenti, un fregio a grande scala che andrà a ricoprire tutto l’argine del Tevere che va da Ponte Mazzini a Ponte Sisto - per 550 m di estensione e 12 m di altezza – in una processione controcorrente sulle sponde del cuore pulsante del fiume, sotto al traffico, ai passanti, al sole e ai gabbiani romani.
Si tratta della più grande opera urbana realizzata da William Kentridge, artista sudafricano celebre per la maestosità evocativa delle sue opere. Noto per le incisioni e i film d’animazione disegnati a carboncino, il Maestro ha curato retrospettive nei più importanti musei del mondo, realizzato opere liriche-teatrali e opere pubbliche grandiose (v. il mosaico della stazione Toledo della Metropolitana di Napoli).
L’estesa opera sarà composta da ben ottanta figure simbolo della storia della Città Eterna, in bilico tra vincitori e vinti, trionfi e sconfitte – “Triumph And Laments” il nome dell’opera –, episodi e personaggi che hanno solcato la storia e le strade di questa città, dalle sue origini ai tempi più recenti, dall’ omicidio di Remo a quello di Pasolini, senza continuità cronologica, ma con una forte valenza simbolica per la Capitale.
Storici dell’arte, archeologi o semplici abitudinari: niente paura! Sembra che l’opera sia “a tempo determinato” e che scompaia spontaneamente nel giro di un quinquennio. Inchiostro simpatico? No, bensì una innovativa tecnica di “idropulitura” che andrà a scolpire le figure attraverso gli stencil, rimuovendo provvisoriamente quella patina di vegetazione e smog sedimentata per decenni sui muraglioni di travertino abbandonati e che, naturalmente, si ricomporrà nel tempo.
Si va dunque a “scoprire” la storia di Roma, sperimentando un’ affascinante installazione che - come in un estremo “slow motion picture” –, dalle parole dell’artista sudafricano , si trasformerà e si muoverà impercettibilmente sul tempo che scorre, come il fiume, fino a restarne inghiottito assieme alle sue creazioni.
La Lupa, i cavalli delle bighe, Cesare, Mastroianni e tutte le altre icone realizzare da Kentridge sono i protagonisti di una città che celebra la sua storia attraverso ciò che nei secoli più l’ha caratterizzata: il trionfo, la sconfitta e l’arte.
L’ iniziativa è finanziata interamente dalle gallerie Lia Rumma (Italia), Marian Goodman Gallery (USA) e Goodman Gallery (Sud Africa) e da privati, per la direzione artistica di Kristen Jones.
Oltre a costituire un evento, nell’anno giubilare, che contribuisce a proporre Roma come Capitale della cultura e punto di riferimento dell’arte contemporanea, l’interessante occasione intende anche valorizzare  un luogo tra i più affascinanti e magici della Capitale, rinominato “piazza Tevere”, dai quali il pubblico è stato progressivamente allontanato.
L’inaugurazione avverrà il 21 e il 22 aprile 2016, in coincidenza con il “Natale” di Roma e sarà accompagnato da performances spettacolari, ombre danzanti e musiche originali curate dal regista e musicista di fama internazionale Philip Miller.
Per altre informazioni: www.tevereterno.it

Giulia Sanzone 17/09

Al Palazzo Reale di Milano la colossale mostra “Da Raffaello a Schiele, capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”

Palazzo Reale - Milano
Da Raffaello a Schiele: Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest
A cura di Stefano Zuffi
Dal 17 settembre 2015 al 07 febbraio 2016

Ancora una volta Milano è testimone, in questa lunga cavalcata nel segno di Expo 2015, di un evento che non ha precedenti, la Mostra “Da Raffaello a Schiele: Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”. Inaugurata il 15 settembre con la presentazione alla stampa alla Sala Conferenze di Palazzo Reale, con la partecipazione di Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, di Stefano Zuffi, curatore della mostra, di Laszlo Baan, Direttore generale Museo di Belle Arti di Budapest, di Domenico Piraina, Direttore di Palazzo Reale, questa mostra segna l’inizio di un ciclo “Musei dal mondo a Palazzo Reale”, una linea espositiva attraverso cui Palazzo Reale vuole allargare e rendere proficui gli scambi internazionali. Non a caso la scelta per aprire questo percorso è ricaduta sul Museo di Belle Arti di Budapest. I motivi in verità sono diversi, primo fra tutti, sottolinea Piraina, perché il Museo di Budapest si è mostrato nei confronti di Milano sempre molto generoso con i suoi prestiti. Tutti ricorderanno infatti, le lunghe file fatte per vedere lo scorso dicembre a Palazzo Marino, la Vergine col Bambino di Raffaello.
Un secondo motivo è riconducibile alla storia stessa del Museo, una storia a tutto tondo europea. Concepito nell’800, nel secolo delle Nazioni, con una storia simile a quella di molti altri musei europei, in Ungheria c’era il desiderio di costruire un museo che raccontasse la storia ungherese senza però dimenticare le grandi scuole: francese, spagnola e naturalmente italiana. Del Corno, sottolinea come questo glorioso museo abbia costituito un preziosissimo alleato per le mostre milanesi: “attraverso i prestiti si creano dialoghi tra Nazioni” e l’allestimento della mostra che si snoda al Piano Terra di Palazzo Reale lungo 9 Sale espositive, vuole ricordare il collocamento originario museale. Il tema del museo del mondo è frutto di uno studio approfondito, nato da una collaborazione improntata ad una simpatia reciproca. Il desiderio di Del Corno è quello che ciascun visitatore possa portare, dopo aver visto la mostra, il ricordo di un quadro (immagine) sul quale riflettere. E al discorso toccato da Del Corno, ben si aggancia l’intervento di Baan, che dopo aver ringraziato gli “amici” italiani, ci racconta di come la seconda corte rinascimentale in Europa fosse proprio quella del re Mattia a Buda. E come ogni storia che si rispetti, dietro ad un grande uomo, c’è sempre una grande donna ed in questo caso c’è lo zampino di Beatrice d’Aragona, moglie di Mattia, che diede impulso e vigore alla corte, realizzando da una parte la seconda Biblioteca più grande del Rinascimento dopo quella papale, e dall’altra, invitando molti artisti italiani alla corte ungherese. Non a caso, fra gli altri, la collezione del Museo di Budapest si avvale di circa 1000 pezzi italiani.
Buona parte delle opere facevano parte della collezione Esterhazy, una delle più importanti famiglie nobiliari ungheresi. L’apertura ufficiale del Museo di Budapest, avvenuta nel 1906 ha vissuto due tappe fondamentali, una nel 1956, quando le Istituzioni hanno deciso di dividere le opere tra Il Museo di Belle Arti e la Galleria Nazionale, la seconda, nel 2011, quando Museo e Galleria di riavvicinano. Si tratta di una mostra, dichiara Laszlo, con opere particolarmente alte, che per la seconda volta, solo dopo una mostra alla Royal Accademy di Londra, vengono portate fuori dalle mura del Museo; un museo che possiede anche collezioni egizie, greco-romane, ma per l’Italia si è pensato esclusivamente ad un allestimento dal Rinascimento al primo conflitto mondiale.
Nel congedarsi, Laszlo cita un critico inglese, che all’epoca aveva salutato la mostra londinese con queste parole che rendono molto l’essenza di questa bellissima mostra: “vedere queste opere è come ascoltare un disco del nostro compositore preferito con melodie però inascoltate, nuove”. Queste parole suonano molto autentiche, perché, ci sembra di vedere opere nuove ma da sempre conosciute. Zuffi tiene a precisare la partecipazione attenta ed accurata da parte dei rappresentanti del Museo di Budapest anche nel posizionamento fisico delle opere, a sottolineare il fatto che si tratta di un allestimento non solo immaginato ma fisico, seguito meticolosamente anche nel suo concretizzarsi. Un allestimento che restituisce senza dubbio l’aspetto nobile delle gallerie di Budapest.
Le nove sale testimoniano come tempo e spazio dialoghino tra loro, coinvolgendo ben otto nazioni europee oltre all’Italia. Potremmo definire questa mostra polifonica ma armoniosa, che parte dal cuore del Rinascimento per arrivare alle Avanguardie. Ideare questa mostra è stata una sfida, in quanto organizzare in uno spazio compresso, cinque secoli di storia, prevede uno studio scientifico notevole. Nulla è tralasciato, ogni opera è accompagnata da un corredo informativo nutrito. Ogni sala rappresenta una tappa forte della Storia Occidentale grazie anche alla presenza di opere chiave che spaziano dal Rinascimento al Barocco, dall’Illuminismo al Romanticismo, dal Simbolismo alle Avanguardie del Primo ‘900.
Forse la sala più difficile è quella dedicata al Simbolismo, dove una scultura di Rodin convive con dipinti di artisti ungheresi. Di certo possiamo dire che si tratta di una mostra accogliente per tutti e stimolante individualmente. Ciascuno opterà per un’opera preferita in un itinerario che comunque rimane di alto livello. Una mostra Europea che pone l’Arte come lo spazio più bello per esprimere poesia e libertà. E come ben ha espresso Zuffi, forse proprio per questa sua espressione potente di libertà, oggi purtroppo, l’arte viene distrutta. La mostra aprirà i battenti al pubblico il 17 settembre 2015 per concludersi il 7 febbraio 2016. Un appuntamento imperdibile con la storia.

Adele Labbate 16/09/2015

Recensito incontra la cantautrice Marlò

Una donna delicata, una voce raffinata che accarezza e graffia. Federica Di Marcello, in arte Marlò, scrive canzoni e a 25 anni ha partecipato a tutte le rassegne più importanti per l'artigianato musicale. Dalle storie che ha vissuto sono nate "Il pozzo nell'anima", "La donna di scorta", "La mente mente" e "Tu che canti piano", con cui ad Area Sanremo ha strabiliato parolieri di chiara fama. Non ama le urlatrici, si meraviglia teneramente a ogni complimento, lotta contro i pregiudizi sul cantautorato femminile e si appresta a pubblicare il primo disco. Si ispira a Norah Jones e ha studiato al CPM di Franco Mussida, storico membro della PFM. Noi di Recensito l'abbiamo raggiunta al telefono e ci siamo lasciati trasportare a lungo dalla sua voce, dalle sue storie, dalla sua sensibilità. Passato, presente e futuro di un'artista decisa ma non presuntuosa compongono un percorso che vi riportiamo integralmente. Le piacerebbe musicare Alda Merini, ma per ora Marlò "si limita" a incarnarne questo verso: "la semplicità è la raffinatezza della profondità".

Partiamo dalla fine. Migliore interpretazione a Botteghe d'autore 2015 con "Il pozzo nell'anima". Che esperienza è stata?
Bellissima. Da settembre a oggi è una delle cose che mi ha dato più soddisfazione, sono riuscita finalmente a portare un mio pezzo solo piano e voce. Che poi mi sia stato dato un premio è una cosa ancor più di valore. È stato un concorso pulito, con una bella giuria; Ivan Rufo (direttore artistico del festival, ndr) ha gestito tutto benissimo, e poi in finale c'erano tutti artisti validi. Lo ripeterò più avanti.

L'anno scorso sei arrivata in finale a Musicultura con "La donna di scorta". Nell'edizione di quest'anno c'erano concorrenti donne molto dotate, dalle idee interessanti, ma forse un po' troppo intimidite. Per una cantautrice – per di più emergente – quanto è più complicato farsi riconoscere?
Io credo che ci sia un limite grande dato dalla storia del nostro cantautorato, che è associato agli uomini. E forse è anche giusto, perché sono i cantautori uomini ad aver fatto la storia, spesso le donne sono state eccellenti interpreti. Forse c'è un po' di pregiudizio, si pensa che una donna sia meno preparata rispetto all'uomo, ma Musicultura e le varie Carmen Consoli, Marina Rei e Paola Turci dimostrano che non è sempre vero. Farsi prendere in considerazione è complicato anche perché tra uomini e donne cambiano le tematiche: il punto di vista di una donna ha un qualcosa in più che forse oggi manca, anche per colpa degli stereotipi che ci vengono proposti. Se non sei un'urlatrice non sei presa in considerazione. Ma la donna è anche delicatezza, raffinatezza. Io ci tengo e non esco dal mio essere donna, porto sul palco la mia esperienza sperando che possa essere apprezzata. Norah Jones ce l'ha fatta, io punto a quel cantautorato lì.

Da dove viene la storia della donna di scorta?
È una storia personale. Io scrivo quasi sempre di cose che mi sono accadute o che ho vissuto da vicino, perché quando vuoi parlare di ciò che non sai, o sei molto preparato oppure... La donna di scorta può essere tante cose, è una mia percezione. Una persona può fartici sentire in qualsiasi circostanza. È una storia uscita senza velleità ma al momento giusto, e mi ha portato più fortuna di quanto potessi pensare.

A Musicultura 2015 Niccolò Fabi ha spiegato che per la nascita di una canzone è necessario un "accidente" di qualche tipo. Lo scorso anno tu hai dichiarato più o meno la stessa cosa, e cioè che la canzone è un mezzo per incanalare un sentimento nato da un evento, bello o brutto che sia. La pensi ancora così?
Certo. Chi è capace riesce a trovare nella scrittura un mezzo per buttare fuori un sentimento, che si tratti di gioia o tristezza. Se crei un canale stai meglio e sei fortunato rispetto a chi non ha una passione. Quando mi chiedono di scrivere una canzone, io rispondo "spera per te che non la scriva", perché potrei essere arrabbiata o delusa. Ora mi sto sforzando di prendere argomenti e scriverne, ma finora tutto è sempre nato da qualcosa che mi ha colpito o che mi è accaduto, da una lettura, dato che leggo molto. Dall'esigenza di dire qualcosa che non riuscivo a dire.

Nel 2014 tra gli ospiti c'era la PFM di Franco Mussida, che tu conosci bene. Quanto influisce la tua formazione "scolastica", chiamiamola così, nella composizione? Certo le basi tecniche sono importanti, ma forse non tutto si impara a scuola.
Ho iniziato a studiare a 10 anni, e fino ai 15 sono stata una maniaca dello studio della musica, ero ossessionata dalla perfezione del suono e della voce. Quando sono arrivata al CPM ero ancora in quel limbo, ma gli insegnanti che ho incontrato mi hanno liberata. La tecnica è fondamentale per evitare di rimanere negli stessi canali, ma una volta che hai imparato a non farti male mentre canti, la puoi dimenticare. La tecnica è alla base, ma il resto è creatività, suono, interpretazione. Devi solo trovare il tuo modo per dire qualcosa, almeno così è per il cantautorato. Se stai raccontando una storia, alla fine è quella che deve arrivare. Il CPM mi ha lasciato tanto, i miei maestri Tommaso Ferrarese e Andrea Rodini mi hanno insegnato a trovare la mia dimensione.

Rimanendo a Musicultura 2014, tra gli ospiti c'era anche Vasco Brondi, uno dei fari del panorama indipendente. Premesso che non è sempre giusto etichettare un artista, dove si colloca Marlò?
Vorrei collocarmi da qualche parte perché vorrebbe dire che ho fatto un percorso, ma aspetto che sia qualcun'altro a dirmelo. Non sono presuntuosa, faccio la musica che mi piace e che so fare, e spero che la semplicità sia la mia forza. Se dovessi trovare un'etichetta direi pop d'autore, ma preferisco inserirmi semplicemente nella musica bella, che sia cantautorato, pop, o trash (ride, ndr).

Sei stata finalista al Premio Lunezia, una fucina niente male per i giovani parolieri. Il gioco di parole di "La mente mente" come è nato? È stato complicato mantenerlo per tutto il brano?
Io non scrivo seguendo delle regole, faccio fatica a impormi un tempo, una metrica. Se quando leggo le parole, queste suonano, allora poi ci metto la musica. Il gioco di parole nasce dal mio sonno disturbato: una notte mi sono svegliata con l'incipit in testa, poi ho mantenuto non tanto il gioco quanto la musicalità, la cantilena. Il ritornello non usciva e allora l'ho lasciata riposare, poi mi sono detta "zitti tutti, non voglio sentire più niente", e da lì è nato il gioco del ritornello. Mi diverte molto perché è un po' fuori dai miei schemi, ma la versione che andrà nel disco mi somiglia di più.

Arriviamo a Marlò. Nome d'arte un po' francese coniato dal nonno, se non andiamo errati. Cosa nasconde? O cosa evidenzia?
Povero nonno, l'ho reso involontariamente famoso! (sorride, ndr) Inconsciamente, però, ha riassunto le cose che più mi piacciono. È incisivo, breve, elegante, un po' internazionale, ma vicino al mio cognome. È tutto ciò che vorrei fosse accostato a me e alla mia musica. Un nome d'arte non lo volevo, ma Marlò non mi ha fatto sentire una persona diversa ed è un modo per ricordare più semplicemente di chi si parla.

Hai detto che leggi molto. Spesso i cantautori, per vicinanza tematica o sensibilità, si accostano alla letteratura nella composizione anche di interi dischi. Quanto entra la letteratura nella musica di Marlò?
Diciamo che ho una passione per la lettura in generale, che coltivo sin da piccola. Ho sempre un libro in borsa, insieme a qualcosa per scrivere. I libri mi hanno spesso influenzata: leggi e cogli una bella immagine, finalizzata a quel racconto, in cui tu però vedi tutt'altro. Sono appassionata alla poesia e agli aforismi, li trovo esaltanti. Mi piace che le mie canzoni possano essere lette anche senza la musica. Degli scrittori, poi, adoro l'ironia. Ecco, se potessi musicare Alda Merini sarei felicissima, ma non mi azzardo. Comunque una persona che scrive, non può non leggere.

A proposito di poesia, Giò Alajmo una volta ha detto che "la canzone non è altro che una poesia che ha ritrovato la sua melodia". Condividi questa espressione?
Sì, in pieno. Parto spesso dalle parole, e per me un bel testo rimane tale con o senza musica. Se alla lettura non se ne coglie il senso, allora non è un bel testo. Ad esempio tutte le canzoni di Fabi, o di Vecchioni, sono poesie. Tante poesie potrebbero essere musicate e tante canzoni potrebbero diventare poesie. È una scelta.

Quest'anno sei stata tra i finalisti di Area Sanremo con "Tu che canti piano". È una storia vera? "Potresti suonare per me, ti guarderò seduta sul divano senza scarpe, quel che resta del trucco, le luci basse e tu che canti piano". Sei consapevole di aver scritto uno dei ritornelli forse più eccitanti che un uomo – almeno per chi ama suonare – possa sentirsi rivolgere?
Che imbarazzo! (ride, ndr) Questa non era una canzone, ma una lettera per una persona con cui non riuscivo a comunicare. L'ho scritta per lasciargliela nella giacca, ma mi sono vergognata così tanto da trovarmi a leggerla in un contesto qualunque e ancor più imbarazzante, e mi sono giustificata dicendo "è una canzone". Tale è diventata, ma è senza metrica, senza tempo; mi hanno chiesto di modificare il testo, ma per me doveva rimanere così. Solo dopo mi sono accorta che era molto intima, ma ormai era fatta. L'ho cantata ad Area Sanremo, in un'altra occasione e poi nulla più. Ma troverò il coraggio di suonarla e cantarla ancora.

Tu che canti piano, "La donna di scorta" e "Il pozzo nell'anima": i tuoi brani "fanno male", graffiano le corde più intime di chi ascolta.
Non voglio dire che spingo alla riflessione perché non sono nessuno, ma spero che "far male" sia inteso in senso positivo.

Assolutamente. Ascoltandoti, ci si accorge che c'è qualcosa di forte dietro al testo.
Allora è un complimento bellissimo. Quando scrivo di qualcosa che mi ha colpita, mi piacerebbe che la gente pensasse "se ti comporti così, un'altra persona sta male", oppure che qualcuno si riconosca in quella situazione. Sono molto sensibile, e la sofferenza per scrivere devi almeno averla percepita, perché nella musica deve arrivare un sentimento. Anche per far ridere devi esser stato male: puoi ironizzare su qualcosa perché sai cosa vuol dire. Nel nuovo disco c'è una filastrocca, "Il maggiore", che è molto allegra, e quando l'ho scritta ho chiamato tutti per avvisarli!

Ciò che balza all'occhio, anzi all'orecchio, è l'enorme dose di sincerità. Insomma chi ascolta capisce immediatamente che non c'è niente di forzato o di artefatto in ciò che dici.
È l'unica cosa a cui tengo. Gli arrangiamenti passano, ma se il messaggio resta sono felice. È l'unica cosa per cui mi batto. Grazie!

Botteghe d'autore, Area Sanremo, Premio Bianca D'Aponte, Premio Lunezia, Musicultura, Tenco Ascolta. Hai intrapreso un percorso più artigianale, più "colto" e meno commerciale per far conoscere la tua musica. È stata una scelta ponderata?
A me le urlatrici non piacciono, ma oggi non c'è scelta. L'alternativa è poca, Carmen Consoli e Paola Turci sono due rispetto a centinaia. Ho fatto una scelta automatica: io canto così. Ho provato a urlare come mi dicevano ma non ce l'ho mai fatta. Ho sempre cantato come mi piaceva, come per me era bello. Con questo percorso il mio modo di cantare ha potuto avere un riscontro migliore, anche se poi non disdegno il commerciale, il pop inteso come popolare, perché la musica deve arrivare a tutti. Ho fatto la gavetta che mi serviva – e non è finita – a contatto con artisti importanti. Era, secondo me, il percorso più adatto al modo che ho scelto di fare musica. Con il cd cerco di dare un'impronta più radiofonica, mi piacerebbe che il senso profondo delle mie canzoni arrivasse al critico musicale e alla bambina che gioca in casa.

A proposito del disco. Dal singolo pezzo all'opera intera, dal micro al macro, il tuo modo di comporre è cambiato?
Dopo Area Sanremo sentivo il bisogno di qualcosa da portare in giro per farmi conoscere. Avevo tre pezzi arrangiati da tre persone diverse, per cui ho deciso di prendere una persona che è Francesco Fugazza, un ragazzo di cui si sentirà parlare. Con lui ho incontrato il mondo dell'elettronica, a me estraneo. È venuto fuori qualcosa di particolare perché ho unito il mio modo di cantare a una persona con le orecchie più moderne delle mie. Mi sono resa conto che mi mancava una fetta di musica che mi piace molto, quella dei suoni, dei cori, delle voci come strumenti. Abbiamo messo ai brani un vestito più moderno e internazionale, spero sia venuto fuori un bel mix.

Ultima domanda: dove sta andando Marlò?
Avendo nuovi brani da far ascoltare, ho in programma di ricominciare i concorsi. Mi piacerebbe riprovare Area Sanremo, ma vedremo. A gennaio uscirà il disco e spero di presentarlo nelle grandi città, per vedere qual è il riscontro col pubblico; lavori e spendi del tempo ma poi devi verificare cosa arriva agli altri. Spero di aver fatto un cambiamento in positivo, l'anno prossimo sarà tutto incentrato su questo cd.

Che immaginiamo sia autoprodotto.
Assolutamente autoprodotto. Sono stata nel posto più bello del mondo, a Poggibonsi, nelle Cantine di Badìa (Cantine di Giovanni Sala, all'interno del Castello di Badìa di Nicola Dei, ndr), immersa nelle colline e nel silenzio, a contatto con la natura. È una dimensione alienante, ma importante, è un altro mondo. Poi ho trovato persone meravigliose, dei professionisti, siamo diventati un piccolo team e ora ho dalla mia parte tante persone che sostengono il mio progetto.

Daniele Sidonio 07/09/2015

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