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Valentino Villa mette in scena “I pretendenti” di Jean-Luc Lagarce: l’intervista al regista

Valentino Villa, regista dello spettacolo I pretendenti, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma, dal 4 al 9 febbraio 2020, ha raccontato il lavoro fatto sul testo di Jean-Luc Lagarce. Non è la prima volta che Villa si cimenta con quest’autore, che ritiene un’interessante sfida registica. “Per ogni testo di Lagarce c’è un problema di regia che apparentemente sembra irrisolvibile” spiega Villa, stavolta la maggiore difficoltà è stata quella di rappresentare costantemente sul palcoscenico diciassette personaggi per tutto il tempo dello spettacolo (80 minuti ca.), ma i talentuosi attori dell’Accademia, dice il regista, hanno affrontato al meglio i problemi recitativi della messa in scena, dando prova di essere tra i migliori della loro generazione che si possano trovare in circolazione.

Come nasce la scelta di mettere in scena questo testo: I pretendenti di Jean-Luc Lagarce?

"Avevo già lavorato su Jean-Luc Lagarce, diversi anni fa, sempre in Accademia, su un testo che si chiama Gli eroi, da allora ho lavorato anche su altri testi in altre forme. Ho sempre pensato che I pretendenti si dovesse fare soprattutto per due aspetti: la coralità e il linguaggio complesso, sfidante. Mi è sembrato che questo gruppo di allievi fosse quello giusto per metterlo in scena, così ho colto la palla al balzo."

Secondo lei questo testo è ancora attuale? E se sì, per quali aspetti?

"È una domanda che non mi sono posto, perché dal mio punto di vista è un testo particolarmente importante e quindi ha una costante attualità. C’è un ragionamento sull’individuo, l’individualismo e la ricerca cieca di occupare delle posizioni, però non lo ritengo attuale per questo, ma perché parla di dinamiche eterne come quella dell’entrare in conflitto, senza apparenti ragioni, tra gli esseri umani. È un testo attuale anche perché rappresenta perfettamente il funzionamento di una comunità di individui."

Ho trovato interessante l’utilizzo espressivo delle luci. A tal proposito le va di raccontare il lavoro fatto sull’illuminazione?

"Anche se può non sembrare il lavoro è piuttosto semplice. Abbiamo lavorato principalmente con l’idea di illuminare tutto come se fossero delle luci di arredo, di ambiente. Quindi ogni spazio si porta dietro la sua luce “naturale”: da una parte abbiamo dei corridoi che possono essere delle intercapedini dei muri o degli scantinati e quindi c’è una qualità di luce specifica; poi abbiamo un interno illuminato dalle applique. Ci siamo concessi solo un paio di “invenzioni” legate a una delle ultime parti del testo in cui anche l’autore sembra tornare e ritornare sugli stessi fatti con un punto di vista piuttosto diverso. In questo caso viene sottolineata una parte del testo che sembra essere caratterizzata da una finzione o dal fatto che forse non è mai avvenuta (ndr. si riferisce al discorso del rappresentante del ministero illuminato da intense luci rosse che si scuriscono progressivamente)."

C’è un momento nello spettacolo in cui regna il buio. È come se questo buio facesse emergere la voce della verità, ovvero le opinioni e i pensieri più liberi dei personaggi. È così? E perché questa scelta stilistica?

"Lo spettacolo è organizzato così: c’è uno spazio interno (l’aula della riunione) in cui tutti sono in un rapporto tra di loro che potremmo definire pubblico, quindi ognuno si mostra per come vuole essere visto dagli altri; nei due spazi laterali (i corridoi) i personaggi si confidano uno con l’altro o hanno delle conversazioni private; una parte che nel testo viene chiamata “seconda parte”, in cui c’è un cambio di registro, è una specie di terza dimensione, né pubblica né privata. In quest’ultima dimensione le persone si parlano senza filtri, si aggrediscono e manifestano i loro istinti più bassi, per questo abbiamo immaginato di avere un terzo livello, una zona di buio in cui tutti sono più liberi e anche più feroci."

Un altro aspetto molto curioso è l’utilizzo dello spazio, che sembra “stare stretto” ai personaggi. Tutti gli attori sono costantemente in scena e gli ambienti principali sono sostanzialmente due: la sala riunioni e i corridoi laterali. Le va di raccontare il lavoro fatto sullo spazio e sugli attori che ci si muovono e ci si affollano?

"Una particolarità di questo testo è che ci sono diciassette personaggi. In questi casi è raro, soprattuto nella drammaturgia classica, che i personaggi vivano tutti insieme nello stesso spazio e parlino tutti contemporaneamente, in dialogo fra di loro o in piccoli gruppi. Ritengo questa una caratteristica formale piuttosto importante del testo di Lagarce. La situazione che dà l’onnipresenza di diciassette persone che interagiscano tra di loro in realtà sottende un senso di sovraffollamento e qualunque palcoscenico risulta, in qualche forma, claustrofobico. Invece di cercare di rendere il palcoscenico più grande, abbiamo pensato di ridurre le dimensioni proprio nel momento in cui diventa più interessante l’idea dell’asfissia, della claustrofobia. Effettivamente in diciassette lavorano in una piccola sala riunioni di 9mq. Questo genera un lavoro interessante degli attori ma rende anche il montaggio dello spettacolo particolarmente complesso. Gestire un piccolo spazio con così tanti attori è stata la parte più faticosa di tutto il lavoro."

C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere a proposito di questo spettacolo?

"Aggiungerei due cose: quasi tutte le persone che vedono questo spettacolo riconoscono qualcosa della loro vita pubblica, sociale che può essere quella dell’ufficio o di un qualunque gruppo di individui che si riunisce e instaura in fondo sempre le stesse dinamiche. La seconda cosa è che Lagarce ha una caratteristica costante: per ogni suo testo c’è un problema di regia che apparentemente sembra irrisolvibile. In questo caso il problema è che, avendo diciassette persone costantemente sul palco, non si sa bene cosa dovrebbe succedere mentre un gruppo di loro parla e un altro gruppo invece è in silenzio, quindi non si sa se deve ascoltare o meno. Molto del lavoro che è stato fatto, anche in termini di spazio, è stato affrontare quel problema senza cercare di evaderlo, utilizzando alcuni trucchi tipici del teatro."

Un ultimo motivo per andare a vedere I pretendenti a teatro?

"Intanto perché questi giovani attori sono forse quanto di meglio ci si possa aspettare in palcoscenico per la loro generazione, confrontandosi in modo eccellente con dei problemi recitativi di messa in scena molto complessi. E poi perché I pretendenti è un testo importante per il Novecento e che nasconde i suoi riferimenti sia contemporanei sia classici. Volendo ci si può ritrovare tutto il mondo shakespeariano. C’è una tale presenza così tanto spietata di umanità che si percepisce la presenza di molti riferimenti classici."

Martina Cancellieri 09/02/2020

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