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Rapiti da Marco Bellocchio e dalla discussione sui battesimi forzati

Camus scriveva “ovunque andiamo ci portiamo avanti quel fardello di passato e di futuro” e Bellocchio questa sfida l’ha presa sul serio, portando sul grande schermo e al suo pubblico nel 2023 i fatti dei Mortara e dell’Italia di metà Ottocento. Un bambino costretto ad un battesimo, una famiglia che perde un figlio per mano del Papa, il Vaticano ad un passo dalla “sconfitta”. Tutto questo è “Rapito”. Presso il Palazzo Besso, lo scorso 5 giugno è stato possibile dialogare intorno al film assieme al suo regista, alla presidentessa del Comitato per la celebrazione del centenario della Fondazione, Ernesta Besso, con il Rabbino della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Di Segni e il referente della Fondazione per le Scienze Religiose, Alberto Melloni. Una occasione unica nel suo genere per comprendere davvero lo sguardo cinico di un uomo, Bellocchio, che fa violenza alla storia e non ha paura di raccontarla. 

Il suo lavoro è molto importante soprattutto in questo momento storico, perché lei è uno degli ultimi cineasti, se non l’ultimo, a fare cinema dove la politica non è solo un pretesto per dare una chiave umanistica per la vendita di un prodotto, differentemente per come accade per la maggior parte dei film, dal momento in cui questo lo rende unico, in questo si sente da solo?

“No, sono molto democratico e molto aperto, però sicuramente come ho detto all’inizio della presentazione del film: io sono stato sconvolto dalla storia di Edgardo, perché bisogna essere molto semplici. Questa poi ha indotto altre riflessioni di genere politico, è molto chiaro. È vero che la sua storia è una tragedia ma mi ha colpito moltissimo combinare questo risorgimento italiano. Non dimentichiamo che sulla pelle del piccolo Edgardo crolla il potere temporale della Chiesa, quindi a livello storico c’è una svolta essenziale e importante. Questa spinta storica a me ha interessato molto in un momento parallelo che ha integrato le due cose. E poi rispetto all’aspetto produttivo, che è una domanda molto interessante, cosa posso dire a riguardo nonostante sia uscito da soli dieci giorni, se non che sta avendo un ottimo risultato anche al botteghino. Il pubblico in sala sta rispondendo soprattutto nelle grandi città, invece nei piccoli centri dove il cinema è uno solo è più difficile avere abbastanza pubblico. I distributori la chiamano “la profondità”. Ecco “la profondità” fa più fatica, ma l’aspetto positivo è che c’è un passaparola molto bello che determina l’andamento molto incoraggiante. Riguardo alla politica, il mio approccio filosofico viene dopo: cioè l’idea iniziale non è mai stata: “Voglio fare un film politico per parlare male di Pio IX, no, quello che mi interessava, la storia straordinariamente palpitante di questo bambino, poi l’aspetto politico era già intrinseco, era la storia in sé ad evocare questo aspetto”. 

In una recente intervista lei ha definito il suo ateismo come un rifiuto della dimensione metafisica, raccontando il rapimento di Edgardo forzatamente battezzato, voleva farci riflettere su quanto tutti noi siamo stati battezzati non per scelta ma per prassi cattolica e che dunque, forse siamo tutti cristiani senza volerlo? Quanto la dimensione del sonno nei suoi film rimbomba e riporta in luce il senso di colpa dei diversi personaggi come avviene nella scena in cui Edgardo è costretto a disegnare sul pavimento con la lingua quattro croci per punizione senza avere colpa?

“Certo la dimensione del sonno nei miei film riporta quasi sempre una risoluzione del senso di colpa. La scena delle croci è una scena che ha colpito tanto; è un episodio che ha raccontato lo stesso Edgardo giustificando il comportamento del Papa, poiché essendo ormai assuefatto, quella punizione ricevuta senza in realtà avere colpa la vede come un atto di bontà e di benevolenza. Riguardo all’aspetto del mio credo, preferisco definirmi un “non credente”, non sono ateo, perché nell’ateo c’è sempre una militanza contro la Chiesa. Voglio riconoscermi quella libertà di non credere, però di trovare possibilmente un dialogo, un terreno comune anche di lavoro insieme con chi invece crede. Riguardo al battesimo, c’è anche una riflessione in questo: anche io sono stato battezzato per prassi, però ho riconosciuto un rapporto di fratellanza e di vicinanza con il piccolo Edgardo, perché pure io, pur essendo stato battezzato, educato cattolicamente senza che io lo chiedessi ovviamente ho vissuto una educazione tutt’altro che di libertà ma composta invece di paura e di terrore; un’educazione ad un bambino: Bambino mio, questa vita è secondaria, quella che conta è l’altra vita, quindi quello tu non devi cadere nel peccato mortale. Perché se muori facendo un peccato mortale, andrai all’inferno eternamente nelle fiamme. Una forzatura una estirpazione della libertà individuale. Per questo il sentimento di vicinanza con Edgardo. Anche lui è stato non solo battezzato forzatamente, non solo estirpato dalla propria famiglia e dal suo essere ebreo, ma è stato educato secondo a dei principi cristiani e cattolici”.

C’è una scena molto significante secondo noi, che è quella del padre quando decide di non dire al bambino che la madre sta male, in quel gesto del padre c’è una estrema protezione nei confronti di questo bambino e la curiosità è come le è stata suggerita questa evocazione? 

“Ti rispondo portandoti come esempio un recente dibattito avvenuto a Milano dove una signora, penso ebrea, dice che preferiva più il comportamento del padre rispetto a quello della madre. Anche se nella storia vera non è così. Però ad un certo punto dice al suo amico: “che la politica di mentire per riprendersi il bambino è sbagliata”. Penso che sia abbastanza documentato che il padre dice: “Mia moglie non sta male, non è impazzita”. Però quando il bambino è con la mamma chiede del papà perché intuisce che forse il padre può essere meno rigido, meno duro e meno in opposizione per non ritornare a casa.”

La scena dello schiodamento è una scena molto dolce e significativa, è un Cristo che viene liberato dal suo senso di colpa? Cosa ha pensato per la creazione di questa scena?

“Quando ho pensato alla costruzione di questa scena mi viene sempre in mente la parola “Conciliazione”, non è che un bambino ha un raziocinio complesso. Però dopo che è caduto dalla sua esistenza, ha abbracciato la madre ripetendo le preghiere, piangendo come se nel sonno fantasticasse di poter trovare una riconciliazione, perché lo schiodamento del crocifisso, possa in qualche modo riportare pace per lui stesso, non perché lui è un rivoluzionario ma per liberare Cristo per cercare di restare con le “entrambe” le famiglie.”

Come è arrivato a questa vicenda poco nota che il pubblico sicuramente non conosceva e quindi ci chiediamo da cosa è rimasto colpito e da cosa si è lasciato ispirare? E poi per quanto riguarda la figura del protagonista si può che lei ha disegnato la figura della vittima Edgardo, come doppia vittima, perché alla fine dei conti diventa anche carnefice di se stesso? La scena che tenta sul punto di morte di battezzare la madre, direi che è una scena molto forte. 

“Direi che non sono uno a cui piace molto parlare ma mi piace molto di più ascoltare. Ma ciò che mi emoziona è l’estrema attenzione. Per quanto riguarda l’ispirazione è nata proprio da un libro di un cattolico molto conservatore, Tessori, che difendeva naturalmente la conversione di Edgardo respingendo quella che è stata oggettivamente una violenza. Una violenza terribile: un bambino che viene strappato dalla famiglia numerosa, molto in connessione anche con la mia di famiglia (anche la mia è una famiglia numerosa). È questo che mi ha ispirato, poi naturalmente mi sono anche documentato per cercare di ricreare una storia più verosimile possibile. Ho parlato con vari membri della comunità ebraica, ho letto diversi libri. Però sappiamo che prima di me alcuni registi volevano affrontare questa storia perché è estremamente affascinante.  Ho avuto la fortuna di poterlo fare. L’ho fatto per l’entusiasmo di farlo, per seguire questo bambino in cui evidentemente rivedevo anche un po' me stesso. Certamente ci sono due concezioni, ci sono i cattolici molto aperti e ci sono altri all’estremo opposto. Secondo la mia opinione è stato sopraffatto, è stato schiacciato, è stato violentato e quindi dovrebbe entrare in un secondo tempo una riflessione anche, non dico psichiatrica, ma almeno psicologica. Una volta sopraffatto, per la sopravvivenza inziaiel, non ha più trovato quella libertà delle su origini, nonostante il fratello e la sua famiglia in qualche modo cercassero di riportarlo indietro lui ha voluto continuare essere figlio del Papa".  

Carmela De Rose, Ilaria Ferretti 10/06/2023

 

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