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“Il Teorema della Rana”: truffa allo Stato per salvare il teatro

ROMA – La rana è uno degli animali che, nella storia dell'Uomo, è stata più volte presa ad esempio e utilizzata per parabole, metafore, allegorie, favole e fiabe. C'è il principio della rana bollita di Noam Chomsky: una rana immersa in un pentolone pieno d’acqua fredda con il fuoco acceso si gode la temperatura accogliente, poi l’acqua si riscalda pian piano, diventando tiepida e gradevole; la temperatura sale e la rana si stanca, non è spaventata, ma adesso l'acqua è davvero troppo calda e la rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire e finisce bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua bollente avrebbe fatto un balzo e sarebbe saltata subito fuori dal pentolone. Oppure c'è la storia della rana dalla bocca larga con l'anfibio che incontra l'uccello e il topolino vantandosi di mangiare vermi con quelle sue fauci gigantesche fin quando non incontra il coccodrillo, ghiotto proprio di rane dalla bocca larga. E ancora la favola della rana e dello scorpione di Esopo: uno scorpione chiede a una rana di farlo salire sulla sua schiena per trasportarlo sull'altra sponda di un fiume. La rana rifiuta temendo di essere punta durante il tragitto. L'aracnide però la convince a non aver paura perché se la pungesse anche lui annegherebbe. La rana si fida e porta lo scorpione sulla sua schiena ma a metà percorso la punge condannando entrambi. La rana allora gli chiede perché e lo scorpione risponde: “Non posso farci nulla, è la mia natura”.Fotografia-1.jpg
Infine ci sono le storie della rana sorda, sul non farsi demoralizzare da chi non ha fiducia in noi, della rana e il bue di Fedro sul non cercare di essere ciò che non siamo, e quella cinese della rana in fondo al pozzo che ci fa riflettere su chi ha le vedute strette e ottuse: la nostra rana viveva felice in un pozzo dal quale non era mai uscita. Un giorno una tartaruga marina passò di lì e la rana la chiamò invitandola a entrare. La tartaruga, invece di scendere nel pozzo, iniziò a raccontare alla rana della vastità del mare, suggerendo alla rana di andare con lei nell’oceano, molto più grande e bello di uno stagno in fondo a un pozzo. La rana non riusciva a capire come poteva essere possibile che ci fossero posti migliori del suo e rimase dov’era.
Perché la rana salta e zampetta e zampilla da un posto all'altro, pare inafferrabile quanto naif, scarta, si sposta, imprendibile quanto ingenua. Insomma la rana crede di essere la più furba del reame ma alla fine viene scoperta. Quello che succede nelle mirabolanti avventure de “Il Teorema della Rana” (testo di N.L. White; prod. Alt Academy e Compagnia Attori & Tecnici, visto al Teatro Vittoria; ha tutte le potenzialità per poter diventare un altro felice “tormentone” teatrale da repertorio come il loro classico e ormai cult “Rumori fuori scena”) dove un direttore di teatro, e il suo staff, per salvare la propria struttura dai debiti post pandemia e dagli scarsi finanziamenti alla cultura, decide di frodare il Ministero e la Previdenza Sociale non per bieco tornaconto personale ma per far quadrare i conti e far respirare la propria creatura, il palcoscenico, le maestranze, l'arte della scena. La trama è bella ingarbugliata tra scambi di persona e fraintendimenti, piccole e grandi truffe e l'ansia che monta e che porta tutti i personaggi al limite dell'agitazione, del patema, delle palpitazioni. Il testo è un connubio di ilarità intelligente e finissime trovate che si incastrano alla perfezione, dialoghi pungenti ed entrate e uscite che scatenano il panico nella finzione della storia e grandi risate in platea. Ogni scena è una nuova esaltazione, un'altra esagerazione, proficua drammaturgicamente, per far esplodere le dinamiche interne, quelle lavorative, quelle parentali, quelle con i controllori dello Stato.
In un teatro vuoto da scenografie, che sta attendendo il montaggio della nuova commedia da provare, serpeggiano telefonate sibilline e misteriose sospensioni, si parla di personaggi ormai scomparsi e di morti di persone invece vive e vegete. Gli otto attori in scena, uniti, compatti e omogenei, sono un concentrato di vitalità ed entusiasmo, tutto è spericolato e spumeggiante, mentre il sogno dei soldi facili si tramuta in un incubo e la confusione prende il sopravvento in un continuo disordine dinamico, parapiglia elettrico, scompiglio frenetico, trambusto alacre e camaleontico. Daniele Gargiulo (Luca Ferrini pirotecnico, anche regista) è, insieme con la moglie Giulia (Chiara Bonome scrosciante) il direttore del teatro che si trova a navigare in cattive acque. Nel tempo, con la complicità del cugino, Raul (Simone Balletti croccante e tramortito) addetto alle luci, ha creato un “sistema”, secondo loro infallibile (come lo fu il Titanic), per frodare l'INPS e incassare soldi per malattie, infortuni gravi, morti sul lavoro, invalidità permanenti, sussidi per attori anziani, famiglie a carico, il tutto inventato. Un castello di bugie immenso che nel tempo si è gonfiato a dismisura e si è autoalimentato diventando incontrollabile e ingovernabile. E il palcoscenico (per l'ora e mezza di rappresentazione) diventa un Far West brioso ed esuberante, un tutti contro tutti dove le menzogne (che notoriamente hanno le gambe corte) si rincorrono creando un enorme caos ironico degenerando in risse dialettiche sarcastiche. Di fondo, tra i sorrisi e la leggerezza che aleggiano e albergano costanti per tutta la durata e la tenuta della piece, una granitica accusa sia al Ministero, per come ha gestito il post Covid, e a tutto il comparto cultura italiano, sia nei confronti dell'estrema burocrazia di Previdenza Nazionale e Sindacati, che dovrebbero fornire aiuto e supporto amministrativo e che invece complicano tutto con moduli, timbri, nuove firme, rimanendo impersonali e metaforiche, assenze più che presenze. In questo caso i due esponenti statali sembrano essere, proprio per sottolineare la parodistica distanza con la realtà, molto coinvolti e partecipi, presenti al limite dell'invadenza.
C'è unil-teorema-della-rana-foto.jpg grande rapporto tra il palco e la platea da dove provengono, e recitano, in sequenza tutti gli attori come una sorta di vera prosecuzione del palcoscenico stesso. Ma alla fine i nodi vengono necessariamente al pettine: il tecnico di scena, Mattia Badalamenti (Alberto Melone gagliardo) che è stato fatto credere morto è invece arzillo, il vecchio attore Ruggero Rosati, per il quale percepiscono ogni mese gli assegni, è invece in una casa di cura all'estero, mentre il Dottor Martini (Paolo Roca Rey frizzante) ispettore della Previdenza, entra in teatro con varie scartoffie da firmare per elargire nuove sovvenzioni. Il direttore Gargiulo fa finta di essere Rosati mentre non si trova nessuno che si travesta da lui per apporre anche la sua firma. La temperatura sale, gli equivoci fioccano e si moltiplicano, i malintesi abbondano in una girandola di piccoli e grandi colpi di scena che ribaltano, ad ogni quadro, la situazione già contorta e critica tra imbarazzi e gli escamotage dei personaggi per salvarsi dalla catastrofe imminente perché è chiaro a tutti che il sistema truffaldino è stato scoperto e tutto il loro mondo, basato su fondamenta di argilla e cartapesta, sta per liquefarsi e sciogliersi. Al Dottor Martini si aggiunge pure la solerte e zelante assistente sociale Angela (Valentina Martino Ghiglia decisa e risoluta) che con la sua energia si impegna ad aggrovigliare e intricare ancora maggiormente i fili della trama.
Gli scambi sono scoppiettanti e vulcanici tra morti presunti, funerali da preparare, nozze che saltano, scoperte scomode e delicate, nuove falsità architettate per coprire le falle e le crepe sorte da altre fandonie. Il quadro non può che essere una tela di Pollock dove niente è lineare, come un gomitolo che si è arruffato e legato su se stesso. A far sobbollire ancora di più il tutto ci si mette anche anche la Dottoressa Cometti (Chiara David, divertentemente svampita) mediatrice di coppia, chiamata per risolvere i problemi coniugali tra i due direttori, perché la moglie crede che il marito, nel tempo libero, si travesta da donna. Una valanga irresistibile di inconvenienti senza freni che tutto travolge, aumentando i giri del motore ad ogni battuta. Nessuno è chi dice di essere e la commedia non può che finire in tragedia perché l'unica soluzione plausibile per uscire dalla farsa è la confessione dove tutti sono colpevoli, criminali amatoriali, lestofanti da tre soldi e manigoldi dilettanti ma a fin di bene, imbroglioni con il fine ultimo di riuscire a difendere con i denti la loro passione, proteggere allo stremo il loro/nostro amato teatro.

Tommaso Chimenti 16/06/2023

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