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"Bunker": la Compagnia Cani Sciolti torna al Teatro Studio Uno dal 31 maggio. Recensito incontra Matteo Antonucci

Tullio e Walter sono due terroristi che, durante l’autunno caldo italiano (1969), si nascondono in un appartamento per sfuggire alla polizia. Costretti a condividere spazi e tormenti più che idee, entrambi alimentano, ognuno a modo suo, le rispettive follie, mentre il tempo è scandito dai caffè e da Angelica, unico vero contatto che i due hanno con il mondo esterno. “Bunker”, prima commedia edita della Compagnia dei Cani Sciolti, basata su testo di Roberto Nugnes, dopo il successo di pubblico ottenuto alla rassegna “Pillole”, torna in scena in versione estesa alla Sala Specchi del Teatro Studio Uno dal 31 maggio al 03 giugno. A raccontarci qualcosa dello spettacolo è uno dei protagonisti, Matteo Antonucci:

Bunker” è la prima commedia della vostra Compagnia interamente basata su un testo edito. Conoscevate già l’autore, Roberto Nugnes? Perché questa scelta?

"È stata una scelta che abbiamo meditato l’anno scorso. Roberto Nugnes, il quale è un nostro amico con cui collaboriamo insieme al Teatro Trastevere, aveva espresso il desiderio a Luca Pastore (il regista, ndr) di vedere questo spettacolo messo in scena dalla nostra Compagnia. Lui ha scritto altri testi, anche per la televisione, però aveva a cuore questa storia. Luca era molto contento e l’ha proposto a noi. Ne abbiamo fatto un corto, con cui abbiamo partecipato alla rassegna teatrale del Teatro Studio Uno “Pillole”, nella quale si presentano 12 minuti di un futuro spettacolo: il corto che vince la serata (o si distingue particolarmente per gradimento di pubblico, ndr) sarà in cartellone per la stagione successiva del teatro. Quindi tutto ha avuto inizio dall’anno scorso".

Perciò è stato Roberto Nugnes che vi ha proposto lo spettacolo. Siete stati la sua prima scelta?

"Sì. Non so nel dettaglio cosa si siano detti, però Roberto ha proposto a Luca di fare questo spettacolo con i Cani Sciolti e Luca ne era entusiasta. Siamo noi che lo portiamo in anteprima nazionale a teatro. È partito tutto da noi. Poi credo che lo darà anche ai ragazzi del Teatro Stabile di Genova".

Avete cambiato qualcosa del testo?

"No. Quello che rimane di drammaturgia è tutto di Roberto: storia, personaggi, vicende… Noi non abbiamo toccato il testo, non lo abbiamo modificato".

Parlaci dei personaggi, in particolare del tuo.

"I personaggi principali sono due anarchici, Tullio e Walter, rifugiatisi in una sorta di cantina, in un appartamento di comodo, in cui si nascondono dopo aver compiuto un attentato ad un ufficio postale, in attesa di far calmare le acque e di aspettare le informazioni dai loro compagni, che vengono soprannominati “i ragazzi della baracca”. Tullio e Walter principalmente sono opposti e complementari allo stesso tempo. Uno è la mente e l’altro il braccio. Uno ha un temperamento, passatemi il termine, più “reazionario”. L’altro, invece, è molto più razionale. Sono proprio le due facce dell’anarchia, della lotta di classe che c’era all’epoca, tra gli anni Sessanta e Settanta. Io interpreto Walter, l’anarchico più intellettuale, quello più tranquillo. Colui che cerca di smuovere le coscienze dal punto di vista culturale e concettuale. Tullio (interpretato da Biagio Iacovelli, ndr), invece, è quello più “manesco”, suscettibile. I due vivono insieme fino a raggiungere uno stato sempre più alienato, quasi a condizioni ossessivo-compulsive". 33780789 968184390054237 4808578838378315776 n

E invece il personaggio di Miriam Messina?

"Miriam è Angelica, colei che recapita le informazioni ai due dal mondo esterno e rappresenta l’attesa di sapere ciò che sta succedendo fuori. È una sorta di angelo, di mamma, che porta loro i viveri, i giornali, le notizie, che li tiene al sicuro. Per lo meno, questo è quello che trapela dal testo, da ciò che dicono i personaggi".

Lo spettacolo è ambientato agli inizi di quelli che saranno definiti “anni di piombo” e viene presentato come “basato su una storia vera”: ci saranno quindi riferimenti ad eventi e personaggi di quel periodo?

"Il testo non si preoccupa di indagare con morbosità sugli eventi storici di quel periodo. Non si pone l’obiettivo di dire perché è successa quella cosa, o se è successa allora era in conseguenza di quest’altra…
È Angelica che rappresenta i fatti, è lei che dà quelli spunti storici su quella che era l’epoca e su cosa era quel periodo lì. L’interpretazione che ne ho dato io, da come ho deciso di affrontare il testo, il mio personaggio e il suo relazionarsi con l’altro protagonista, è restituire come si sopravviveva in quegli anni sapendo di scegliere di stare rinchiusi, senza informazioni e cercando di vivere quella vita il più quotidianamente possibile. Quindi credo che (lo spettacolo, ndr) sia prevalentemente un discorso antropologico sull’uomo e su come si ritrova a convivere con un altro uomo, che può essere un compagno, un amico con idee condivise o meno, ma comunque costretti a vivere insieme".

Non solamente un testo basato su eventi storici che hanno caratterizzato un particolare periodo della storia italiana, ma anche una sorta di rappresentazione “ridotta” di una società votata all’individualismo e sulla difficoltà di entrare in contatto, non virtualmente, l’uno con l’altro. Questo è un po’ quello che si vedrà nel vostro bunker?

"Sì, penso che sia una chiave di lettura che si possa utilizzare. Il testo è, bisogna rendere merito a Roberto, talmente scritto bene che c’è quel tipo di divertimento che può avere solo un attore nel leggere un personaggio più che nell’interpretarlo. Non si deve fare lo sforzo di mandare un messaggio, perché questo testo rivela già qual è la vita delle persone tramite la vita di questi due anarchici. È ovvio che entrambi hanno delle proprie credenze politiche, religiose, sociali, come tutti noi. Io lo definirei uno spiare, da parte del pubblico, quello che era il vivere di quegli anni, facendo un salto all’indietro di quasi 50 anni ormai, dato che siamo alle soglie del 2020. Eppure gli anni Settanta sembrano così vicini, perché la nostra generazione può farseli raccontare dai nostri genitori o dai nostri nonni.
L’uomo, in fondo, non cambia mai, rimane sempre fermo sulle sue passioni, sulle sue idee, sui suoi concetti. E forse è proprio questa la forza di questo spettacolo. Ma come potrebbe essere forte la stessa situazione ambientata nel Medioevo magari. Oppure con due cristiani nascosti nelle catacombe che scappano dai Romani. È possibile dargli un’identità storica di qualsiasi tempo, ma quello che vivono le persone sono sempre le stesse cose: hanno fame, hanno sete, hanno bisogno di dormire, hanno bisogno di condividere idee. Nell’apparente semplicità del testo, ognuno può vederci la complessità del genere umano".

È solo un caso che siano stati scelti gli anni Settanta? Intendi che avrebbe potuto essere qualsiasi altra epoca, l’essenza non sarebbe cambiata?

"Io personalmente non credo che l’uomo cambi. Possono cambiare gli ideali o i modelli, ma le emozioni, le idee sono cose che rimangono fisse nell’uomo. Possiamo domandarci perché siamo qui, o perché ci comportiamo in un certo modo, così come ammettere che ci sono sempre stati le guerre e gli scontri. Quello che viviamo oggi con l’opinione pubblica è la stessa cosa: tra chi accetta o no alcuni governi, tra chi accetta o no alcuni stati della famiglia… Cambiano alcune sfumature ma la sostanza è la stessa., un filo rosso che unisce uomini di più epoche.
Però qui andiamo su discorsi metafisici che non serve sfiorare in questo spettacolo. In maniera surreale, potevamo far parlare un anarchico degli anni Settanta con un Galileo Galilei, come se fossimo in un iperuranio. Per “Bunker” magari Roberto era appassionato di quel determinato periodo storico (fine anni Sessanta, ndr), la storia lo ha toccato e ha voluto immaginare come potevano aver vissuto questi due anarchici in questo rifugio per un periodo non ben esplicitato".

Il vostro regista, Luca Pastore, ha disposto il lavoro su uno stile di teatro immersivo. Ciò per invitare alla riflessione gli spettatori sulla società attuale?

"Ritengo che il riflettere sarà diverso per ogni persona che vedrà lo spettacolo. Perché quello che, innanzitutto, una persona produce facendo un tipo di arte come quella teatrale è esprimere qualcosa secondo una propria idea, oppure con idee che si vengono a compenetrare, come in questo caso tra Roberto, Luca e noi attori. Quindi è tutto un voler condividere delle idee e chissà se si darà una risposta alla fine. Sicuramente qualcuno uscirà con delle domande, qualcuno con una riflessione, ma non credo che ci sia l’intento di fare una morale. Piuttosto, c’è lo scopo di far vedere, di far spiare: parliamo di teatro immersivo per dare un genere, ma è il pubblico che si siede e deve spiare lo spettacolo. Quello che sicuramente va a “rompere” questo spettacolo è la convenzione teatrale di avere un palcoscenico, una platea e quindi un pubblico di fronte e basta".

33901910 968182396721103 2520284232312422400 nNei precedenti lavori dei Cani Sciolti, la musica è sempre stata una parte fondamentale della messa in scena. Nel caso specifico, quando fu presentato, in forma ridotta, alla rassegna “Pillole – Tutto in 12 minuti” del Teatro Studio Uno, “Bunker” si apriva con una canzone di Rino Gaetano. Che ruolo avrà la musica nella versione estesa?

"Sì, penso che la musica sia fondamentale e compenetrata proprio allo spettacolo. Si va ad inserire anche lei come una spia, come qualcosa che riecheggia nello spazio, nell’ambiente, in quegli anni. Il resto è una sorpresa che ognuno deve vivere a suo modo. Comunque sì, è vero che come Compagnia facciamo un largo uso della musica in scena, quasi fosse un altro attore. Anche la luce è un’interprete, fa la drammaturgia, è un’altra sorpresa che accoglierà il pubblico. O per lo meno è quello che speriamo da un punto di vista tecnico.
Musica e luci fanno parte entrambe del teatro immersivo, oltre alla scenografia. Del fattore musicale ed illumino-tecnico se n’è occupato sempre Luca per questo spettacolo, ha parlato anche con me per schiarirsi le idee. Ad esempio, qualche giorno fa abbiamo montato insieme la scena a teatro.
Non abbiamo scelto composizioni musicali inedite per “Bunker”, proprio perché è stato un esperimento per la nostra Compagnia decidere di portare in scena un testo non nostro e, quindi, di non usare il nostro compositore (Matteo Juri Messina, ndr), membro della Compagnia. Anche se gli aspetti tecnici sono stati curati da Luca, noi siamo stati consultati e ci siamo confrontati. Poi la scelta finale è spettata comunque a lui. Agiamo così generalmente quando lavoriamo insieme. Sull’aspetto illumino-tecnico, in particolare, Luca si rivolge a me, perché quando non facciamo gli attori o i registi, il nostro lavoro comune consiste in quello: fare montaggio luci e/o audio per i teatri".

Progetti futuri della Compagnia?

"Sì, abbiamo alcune novità per la stagione prossima. Però non c’è niente di ufficializzato, quindi non me la sento di parlare io di questo, ma semplicemente perché compete a Luca formalizzare l’uscita di un nuovo spettacolo, oppure magari annunciarne un altro su un’altra opera edita. Comunque di cose in pentola ne bollono parecchie".

A te personalmente cosa piacerebbe portare in scena?

"Uno spettacolo mio, che ho scritto io. Vedremo cosa ne verrà fuori. Un indizio? È basato su un personaggio mitologico".

Chiara Ragosta, 29/05/2018

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