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Un "viaggio mancato" tra Omero e Pitrè: Marco Fasciana racconta la sua "Ballata dei babbaluci"

È “una favola che non è una favola”, un viaggio "mancato" nel passato e nel patrimonio di storie della Sicilia (e non solo) lo spettacolo di Marco Fasciana  La ballata dei babbaluci Ovvero il viaggio mancato di un uomo in vasca, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma  dal 31 gennaio al 7 febbraio. 32 anni, autore anche del testo di questo lavoro con cui si diploma in regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Fasciana ha parlato con noi del suo spettacolo, del suo percorso, delle sue influenze artistiche. E della necessità di fermarsi, ogni tanto, a fare il punto della situazione, per ritrovare il senso di chi si è e cosa si vuole realizzare.

Nel presentare La ballata dei babbaluci hai posto l’accento sull’importanza di guardare al passato per ristabilire un contatto con la propria identità. Quanto e cosa c’è allora del tuo passato, della tua storia, del tuo percorso, dei tuoi ricordi in questo spettacolo?

"Praticamente tutto. È anche un lavoro autobiografico, non perché sia una ricerca sulla mia identità, ma perché in un certo senso volevo partire dal passato per riconnettermi con alcune cose. Durante il mio percorso di vita è come se avessi in parte smarrito la direzione riguardo a tanti aspetti, di conseguenza mi sono reimmerso nei miei contatti familiari, in ciò che poteva piacermi o stimolarmi e che era andato un po’ sfuggendomi".

Tra le altre cose, c’è una parola tipica della tua terra, i “babbaluci”, ovvero le lumache. Che significato gli dai?

"Da un lato volevo giocare sull’immagine dell’animale, di questo essere che si porta dietro la propria casa, un concetto che ha a che vedere proprio con la storia del mio spettacolo. Ma dall’altro lato volevo riferirmi alla mia città, Palermo, e alle trascrizioni dell’antropologo Giuseppe Pitrè, che ha fatto una ricerca incredibile sulla Sicilia e la sua cultura. Tra le tante cose c’è un capitolo del lavoro di Pitrè dedicato alla zoologia, quindi anche ai babbaluci: questi animali hanno dietro una serie di leggende, di storie, tra cui quella secondo cui possano smuovere le balate, cioè delle grosse pietre. E, oltre a questo, si tratta appunto di un elemento identitario di Palermo, al pari dei cannoli siciliani e di Santa Rosalia: al festino del 14 luglio si mangiano i babbaluci. Dici “babbaluci”, dici “Palermo”!".

Oltre a Pitrè, quali sono altri richiami culturali di questo lavoro?

"C’è l’Odissea, a cui in parte si riferisce il sottotitolo Il viaggio mancato di un uomo in vasca. Ma i personaggi vengono fuori dalle storie raccolte da Pitrè: queste favole con la Regina di Carte che taglia le teste, il guardiano del faro, e poi ancora figure come Ferrazzano, il servo furbo, compaesano di Giufà, il servo stupido. È una specie di Odissea “mancata” con le suggestioni del Pitrè, ma anche di Natoli, di Bufalino, insomma di tutta quella cultura siciliana che mi ha cullato insieme ai racconti omerici: da bambino mio padre mi raccontava le storie di Odisseo e mia madre mi leggeva di Giufà, sono cresciuto così".

E per quanto riguarda specificamente la regia e la drammaturgia, ci sono degli artisti che ti hanno particolarmente ispirato per questo lavoro ma anche, più in generale, per la tua formazione?

"Oltre alle fonti che ti ho già citato, per la drammaturgia sicuramente il Vittorini di Conversazione in Sicilia mi ha dato un punto di partenza per l’inizio di questo viaggio. I racconti omerici invece mi hanno ispirato appunto per la struttura “a quadri”. In generale nella mia formazione, al di fuori di questo spettacolo, un autore che mi piace molto è Gogol’".

Avendo curato sia la drammaturgia che la regia, come hai gestito il rapporto tra queste due componenti? Hai scritto un testo che poi hai seguito fedelmente o hai lavorato su un canovaccio?

"Ho scritto un testo che è stato seguito fedelmente, a livello testuale non ho dovuto cambiare molto. Ma a livello di immagini, molte cose sono state stabilite man mano, alcune addirittura oggi. È un processo comunque in itinere, si va per step, cerchi di capire cosa c’è solo idealmente, nella tua testa, e cosa si riesce realmente a vedere fuori".

A proposito del viaggio, tu hai presentato lo spettacolo dicendo: “Esistono un’infinità di direzioni possibili se ci si dà il permesso di partire”. Cos’è che ostacola la partenza nel tuo spettacolo (e non solo)? Impedimenti psicologici, sociali, culturali?

"Tutti questi che hai detto. Tutto ciò che, in parole povere, toglie serenità e concentrazione. Per me, ad esempio, in questo momento l’ostacolo è il teatro stesso: l’ansia da prestazione, le “bolle” in cui a volte ci si rinchiude facendo questo mestiere, che creano una falsa percezione della realtà di fuori. In questo senso ritornare indietro e ristabilire una connessione con il passato, con la memoria, significa anche fermarsi un attimo e fare il punto su di sé, riprendere coscienza degli aspetti positivi e negativi della propria situazione, del perché sto facendo teatro, per poi ripartire".

E riguardo a questo, guardando appunto al passato, cos’è che ti ha fatto avvicinare al teatro?

"Il mio primo ricordo legato al teatro sono i pupi siciliani, uno spettacolo di Cuticchio al Giardino Inglese, e infatti ho voluto inserire a tutti i costi i pupi nel mio lavoro. A quattordici anni ho iniziato a fare laboratori con Claudia Palazzon. Da lì ho proseguito al Teatro Biondo, ero assistente di regia, quindi sono tornato a fare l’attore alla Galante Garrone. Mi piaceva recitare, poi mi sono detto che preferivo stare alla regia, però ho fatto ancora l’attore con Tommaso Capodanno, divertendomi molto: faccio sempre un po’ “avanti e indietro”, mi rimetto in discussione, quando capirò davvero qual è il mio mestiere avrò sessant’anni e sarà tutto finito [ironico]".

Tornando al tuo spettacolo, l’altro tema che sembra molto importante è quello dell’immaginazione, della fantasia, del fiabesco, del gioco. Quanto sono importanti questi elementi nel teatro?

"Sono fondamentali. Noi tutti abbiamo la necessità di accordarci a una narrazione, di sentire delle storie. Questa è stata sempre la mia prerogativa: continuare a sognare, a fantasticare, ad avere in mente una storia da poter seguire. L’immaginazione, quindi le storie, ti portano in un altro mondo, e di questo abbiamo bisogno se vogliamo trovare spazi di libertà, di sostanza nella nostra vita: ascoltare delle storie e poi raccontarle, un processo che non è solo passivo e parte da quello che facciamo ogni giorno. Creiamo sempre delle storie, inconsapevolmente, perché ne abbiamo bisogno".

In questo spettacolo hai voluto anche sperimentare con il video, richiamando l’idea che i linguaggi artistici siano e vadano messi in connessione. È una prospettiva che condividi?

"Direi di sì, le arti sono in connessione se si riesce a trovare il codice giusto accordato alla storia. In questo spettacolo il mio errore iniziale, per inesperienza, è stato quello di non trovare dei codici precisi per il teatro e per il cinema, che perciò non riuscivano a comunicare tra loro, andavano parallelamente e nessuno dei due arrivava a un punto. È stato l’ostacolo maggiore del mio processo creativo. Ho dovuto ristabilire un po’ il “quadro”, tornare alla storia, rimetterla a fuoco. In questo senso lo spettacolo è stato un “viaggio mancato” anche per me, perché a un certo punto ho dovuto fare un passo indietro, ristabilire il contatto con ciò che volevo raccontare, inserendo il video solo se rafforzava qualche passaggio ai fini della drammaturgia".

E rispetto alle componente cinematografica hai delle influenze particolari?

"Il regista che preferisco è Terry Gilliam, un visionario incredibile, e poi Lynch. Anche i Coen, con Fratello, dove sei?, sono stati uno dei riferimenti per come hanno riportato l’Odissea nei loro termini".

Dal passato al futuro: quali sono i tuoi prossimi progetti ora che hai concluso il percorso di formazione all’Accademia?

"La prossima scadenza che ho è per il completamento di uno spettacolo con la Compagnia Binario 1310. È uno spettacolo di Teatro Ragazzi, riguarda le bacha posh, un fenomeno culturale afghano per cui le bambine si devono travestire da maschi per aiutare le famiglie. Ci hanno dato una residenza a Faenza, al Teatro dei Due Mondi, e debutteremo a Parma".

Emanuele Bucci 29-1-2018

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