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Un giovedì grasso: la terza serata del 69° Festival di Sanremo

Ufficio Stampa Rai

Non c'è due senza tre! E anche quest'anno siamo arrivati alla metà del 69° Festival di Sanremo con la terza serata che – come da consuetudine (forse fin troppo consuetudine) – si è aperta sulle note di Viva l'Inghilterra, noto brano del 1973 del direttore artistico Claudio Baglioni, accompagnato dal suo formidabile corpo di ballo. Questo unico momento da respiro british/international ha permesso subito dopo al cantante di introdurre The King Claudio Bisio e The Queen Virginia Raffaele che, a seguito di un breve siparietto, danno il via alla gara.
Inizia così la competizione per il secondo gruppo di 12 concorrenti – i primi 12 si sono esibiti durante la seconda serata - e l'occhio di bue si accende su Mahmood (Soldi) che rompe il ghiaccio con la sua grinta giovanile e una canzone in versione “ribelle” tanto da chiedere all'orchestra di dare il ritmo a battito di mani. Degni di nota insieme al neo-cantautore sono sicuramente altri giovani come Ultimo con I tuoi particolari; Irama e La ragazza col cuore di latta che, per quanto possa ricordare la storia di Mary raccontata dai Gemelli Diversi nel 2002, è comunque attuale come tematica, testo e musicalità; e Motta con la sua Dov'è l'Italia che ci esorta a chiederci davvero verso quale direzione stiamo andando. In aggiunta a questa scia di nomi, bisogna prendere in considerazione Cristicchi che dopo un silenzio musicale di sei anni porta sul palco Abbi cura di me, un inno alla vita che funziona e che piace. Insieme ai concorrenti più accattivanti della serata ci sono anche quelli meno incisivi e convincenti ovvero Anna Tatangelo (Le nostre anime di notte), Renga (Aspetto che torni), Patty Pravo e Briga (Un po' come la vita), Boomdabash (Per un milione), The Zen Circus (L'Amore è una dittatura) e Nino D'Angelo e Livio Cori (Un'altra luce).
Come sempre oltre alla vera e proprio gara, il Festival è arriccchito da un altro tipo di intrattenimento che non sempre ha l'appeal che si vorrebbe. Gli sketch della serata funzionano ma non finiscono di convincere, le risate ci sono ma sembrano quasi fatte più per dovere che per piacere. È questo il caso sia di Virginia Raffaele nei panni dell'imitazione di un grammofono – brava ma presto noiosa - che del duetto suo e di Claudio Bisio sulla filastrocca di Gianni Rodari Ci vuole un fiore in omaggio ad Sergio Endrigo – che riprende il filone dell'armonia ma risulta poco spontaneo e naturale.
Molto più interessanti, invece, i momenti degli ospiti: da Venditti che canta Sotto il segno dei pesci e l'intramontabile Notte prima degli esami, un Alessandra Amoroso che sinceramente emozionata e coinvolta immortala su questo storico palcoscenico 10 anni di carriera, Ornella Vanoni che viene abilmente “gestita” e contenuta da una Virginia Raffaele molto credibile e sciolta nel ruolo, Raf e Umberto Tozzi che smuovono la platea con un revival di brani storici, Rovazzi che con un espressione impassibile sul volto ma con savoir faire e non chalance ha per circa 10 minuti portato tutti in una dimensione altra rispetto all'Ariston. Tra tutti questi, il momento più vero, piacevole e intenso – tanto che dispiace quando finisce – è stato quello dedicato a Mia Martina e la sua stupenda Almeno tu interpretata e cantata dall'altrettanto capace Serena Rossi – occasione anche per ricordare il prossimo appuntamento del 12 febbraio su Rai 1 con Io sono Mia. Unica nota storta: è mai possibile che Baglioni debba duettare con tutti? Prima di essere dittatore artistico è cantante però in alcuni casi questa presenza un po' ingombrante e quasi ridondante lo rende come il prezzemolo.
A questo punto, superata la metà del Festival, il quattro vien da sé. Ci aspetta adesso una quarta serata di gara ma in versione duetti per poi arrivare al gran finale con il vincitore definitivo del 69° Festival di Sanremo.

Chiara Rapelli 8/02/19

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