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E’ tela d’autore la “Cute” danzante della Compagnia Matros

Si attende sospesi nell’oscurità di una sala al Teatro Studio Uno, mentre accenti di bit liquidi gocciolano adrenalinici, tra sudore e cicatrici della pièce di teatro-danza vincitrice del premio Off – Nomination Miglior Regia al Roma Fringe Festival 2015, che si prospetta da subito come un quadro vivente, in bilico su linguaggi insoliti e contaminazioni feconde.
Mentre il suono procede continuo, interferente e intermittente da un laterale piano dal vivo, come un organismo animato al centro del palco si erge una tela, tesa e gravida di mistero, cucita insieme da materiali evocanti la poesia povera delle opere burriane: una membrana fremente, squarciata da tagli verticali che inventano alture e rientranze celebrando Fontana, scivolando in spasmi e convulsioni assillanti, generate da gesti oscillanti, abbozzati, embrionali.
Spuntano aghi che infilzano e tirano un tessuto che s’apre, sanguina, assorbe e si rigenera in un ciclo epidermico determinato, attraversato da percezioni calzate, o ritmi ossessivi, che tendono verso un esterno bramato, da cui la membrana protegge la sua larva in lotta per sbocciare, mentre le note spingono, gli arti della “creatura” si inseguono, lottano e scalpitano disegnando traiettorie, gettate fuori, disperate, da quell’involucro che sostiene e rinchiude, dimora sensuale e uterina del buio.
Su luci assetate di una metamorfosi in atto, la regia sfiora una sorta di tableau danzante attraverso uno studio attento e sperimentale, mentre una smania di vita ansimante, frutto di aneliti dal volto umano, affiora in nascita come escrescenze a fior di pelle. Atto d’amore o fuga imprescindibile, in posizione fetali la ninfa epidermica riuscirà ad emergere, scagliata al di là della tela, sorgente di luce nell’ultima contrazione vitale.

Giulia Sanzone 18/12/2015

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