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Dolce è la vita di un Cristo pinocchiesco?

FIRENZE – Come se fosse un problema matematico con l'incognita, partiamo dall'assunto che Cristo può essere benissimo paragonato e associabile a Pinocchio. Entrambi con un padre creatore, artigiano che li ha messi al mondo e modellati a sua immagine e somiglianza, entrambi si sono fatti di carne, il primo è disceso da pura essenza e Spirito Santo il secondo da legno, per espiare i loro/nostri peccati, il tutto avvolto ed ammantato da misterioso miracolo. Un forte legame di entrambi con il legno, materia che costruisce e ripara ma anche che arde donando calore, dal mestiere di falegname di Geppetto e Giuseppe, al loro ruolo, padri “adottivi” responsabilizzati al grande compito e scelti, fino alla croce, atto ultimo.
“Dolce Vita” mira ad altezze siderali totalmente antitetiche a quelle materiche felliniane. In cinque passaggi di una via crucis ridotta, la danza impostata da Virgilio Sieni, più “pasquale” che “natalizia”, ci apre le porte dall'Annunciazione, con un arcangelo goffo (Ramona Caia, perfetto controllo del corpo), che stenta, quasi storpio, che incede e incespica, con un busto in plastica che ne amplifica il respiro come sub in immersione profonda. Un angelo che si trascina a terra, che striscia come serpente più che volare come farfalla. Non è leggero ma pesante e appesantito. Le ali non gli servono, lo impacciano come albatro, sono malmesse e malferme, non le usa, non le può utilizzare, immobilizzate, storte, imperfette, rotte, inservibili, anche lui corrotto dalla terra e ad essa richiamato come forza di calamita. L’Annuncio diventa corpo, dolore ancor prima del parto, ma anche solidarietà: i sette danzatori si muovono attorno all’angelo, lo raccolgono, lo trascinano, nel tentativo di non lasciarlo sprofondare, lo liberano dal silenzio soffocante quando cade la maschera di plastica che lo imbrigliava.
Accanto a me una bimba ha ali sottili da Trilly e tutù di tulle rosa. Grandi lettere formano cartelli, come le signorine tra un round e l'altro di pugilato, che preannunciano i vari capitoli. C'è un che di Frankenstein in perenne trasformazione e passaggio di elementi in questa cristologica figura fragile che si umanizza in mezzo a tanti cappelli da asini da Paese dei Balocchi. Non è dolce la vita, non lo è stata, forse non può esserlo, essendo segnata da dolori profondi, per finire nella morte. I volti da clown tristi, le lacrime di Pierrot, bocche sfatte di rosso sbavato, non di riso ma di singhiozzi e pianti. Nella Crocifissione (secondo dei cinque quadri di cui si compone l’opera) i cappelli appuntiti diventano frecce, aculei per colpire, lance per ferire, colonne vertebrali di dinosauri, becchi d'uccello e squame preistoriche, proiettili e missili, il prolungamento degli arti, dei pensieri, dei flussi di energia che scorrono a morsi, a singhiozzi. La Dolce Vita prima la godi, poi la paghi. O è Dolce solo la Vita dopo la vita.
Seguono Deposizione e Sepoltura. La narrazione di corpi si fa lenta, profonda, armoniosa, ma anche frenetica, asimmetrica, vigorosa e sudata, con improvvisi cambi di ritmo e direzione che tengono il tempo di un contrabbasso suonato in ogni sua parte, ora gutturale e rabbioso, ora violento e arioso, ora animalesco e digrignante. Infine la Resurrezione che è un rinfrancarsi, un rinfrescarsi, un risollevarsi, un risorprendersi, un rianimarsi. Tra bellezza e senso del tragico, nel chiedersi se l’amore sia liberazione o perdita.

Visto a Cango, Firenze, il 20 dicembre 2015

Tommaso Chimenti 23/12/2015

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