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“Jentu”: la danza di un Don Chisciotte moderno

Una pioggia sottile e luminosa scende ticchettando sul proscenio del Teatro Vascello di Roma. Dietro una finestra, oltre questo velo d’acqua, ecco l’intima luce di un lumino illuminare i volti di un uomo e una donna. Lui giovane e irrequieto, lei capelli grigi e occhi malinconici. Non una storia d’amore ma una vecchia amicizia. Due compagni esiliati dal mondo reale e costretti in una dimensione immaginaria, in un inverno interminabile che forse non vedrà mai il primo germoglio di una nuova primavera fra la neve disciolta. Zerogrammi, la compagnia di teatrodanza torinese non si smentisce neanche questa volta riuscendo a trattare con garbo e delicatezza un tema così malinconico come quello dei sogni abbandonati, mai intrapresi o irrealizzati. È proprio questo ciò su cui invita a riflettere “Jentu”, lo spettacolo presentato al Festival di Danza Contemporanea "Fuori Programma".

Soli in scena per tutta la durata dello spettacolo, il regista e coreografo Stefano Mazzotta e la danzatrice Chiara Guglielmi danzano insieme facendosi coraggio l’una con l’altro. La linea drammaturgica costruita da Fabio Chiriatti riprende il romanzo di Miguel Cervantes “Don Chisciotte”, anti eroe per eccellenza, figura emblematica del fallimento, instancabile e determinato nel rincorrere, i suoi ideali, nel perseguire i suoi obiettivi inafferrabili e privi di forme concrete. Proprio come l’acqua che continua a scendere ininterrottamente davanti agli sguardi smarriti dei due compagni di viaggio. I danzatori interpretano due paladini senza gloria, moderni Don Chisciotte e Sancho Panza che sfidano il tempo e l’età scivolando fluidi e sostenendosi l’uno con l’altra. Le prese e l’estenuante ricerca del contatto tra i due danzatori non sono altro che la lunga serie di prove a cui sono sottoposti i loro protagonisti durante il loro percorso. È qui evidentissima l’influenza del teatro danza tedesco di Pina Bausch. La donna si arrampica sull’uomo che la sostiene come può per lasciarsela poi scivolare dalle mani, quasi fosse acqua. A ogni caduta lei si arrampica un’altra volta, decisa a restare tra le braccia dell’uomo.jentu2

È la metafora di un tentativo che attraverso la reiterazione si rivela una costante imprescindibile. Tra assoli e duetti ognuno mostra al compagno i propri desideri e aspirazioni. La drammaturgia corporea è il mezzo attraverso il quale Chiara-Sancho Panza mostra a Stefano-Don Chiosciotte tutte le possibili varianti di un’ azione. Dalla sua bocca, prima timidamente sottovoce, poi con sempre più impeto, scorrono come un fiume in piena semplici imperativi accompagnati da un’intensissima e precisa gestualità: “Corri! Salta! Prova! Insisti! Parti! Combatti!Ascolta! Dormi!Gioca! Ridi! Ma lui resta sempre silenzioso, sordo e inerte alle incitazioni della sua compagna. Infatti dopo l’entusiasmo l’uomo sembra abbandonare la sua vitalità per invecchiare di colpo. Si muove con lentezza. I suoi passi pesanti lo portano lontano dalla donna che, tuttavia, sembra incoraggiare la sua partenza. Gli avvolge la sciarpa intorno al collo e lo aiuta a infilarsi il cappotto che dovrebbe ripararlo dalla fastidiosa pioggia del mondo reale. Ma la distanza tra i due è di breve durata poiché lui non sembra deciso ad uscire dal loro involucro. È impossibile separarsi. Ed ecco che i due ritornano nuovamente alla ricerca del contatto, a tentare di ricongiungersi in un abbraccio a incamminarsi un’altra volta ma insieme.

Nasce così una nuova filosofia del fallimento inteso non come arrendevolezza e conseguente cessazione del tentativo ma come infinita ripetizione di quest’ultimo. Solo chi smette di provare cadrà veramente e non riuscirà più a rialzarsi. Il traguardo finale non è che un punto insignificante se lo si confronta con a ricchezza derivante dalla lunghezza del percorso. Dopotutto ciò che conta non è la meta ma il viaggio.

Roberta Leo

17/07/2017

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