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“Temporaneo Tempobeat”: al Teatro India, si danza tra voce e tecnologia

Lei è una danzatrice-coreografa svizzera, lui un videoartista italiano: la loro creazione, uno spettacolo che sposa tecnologia e corpo umano, interattività elettronica e movimento fisico.

Sono Ariella Vidach e Claudio Prati, che chiudono con “Temporaneo Tempobeat” (al Teatro India il 14 e il 15 luglio) il primo tempo della rassegna “Il teatro che danza”, rassegna che tornerà con due ultimi appuntamenti il prossimo settembre. Contaminando la danza contemporanea con la tecnologia (sul palco, unici elementi anche scenografici, un computer portatile e una cassa acustica agita come fosse un trolley da viaggio), i due artisti presentano al pubblico un lavoro estremamente minimalista, dove il teatro è ridotto ai minimi termini, presente per sottrazione, di fatto quasi annullato, e la danza si mostra nella sua dimensione più asciutta, drastica, nervosa: stilizzata. Silenziata.TEMPOBEAT2

Cinque danzatori (Chiara Ameglio, Giovanfrancesco Giannini, Manolo Perazzi, Stefano Roveda e Alessio Scandale) si muovono e si fan muovere vicendevolmente in uno spazio neutro, generando da sé le musiche e le basi per le proprie coreografie: strumento prediletto, la voce. Alternando l’utilizzo del pc per dar vita a loop e ritmi all’affascinante e sempre ipnotica tecnica del beat boxing, tutti e cinque gli interpreti vanno a tessere coreografie e relazioni gestuali senza che uno prevalga sull’altro, in un continuo saliscendi di tensioni e timbri, incuriosendo gli spettatori per l’imprevedibilità delle combinazioni voce/corpo. Risulta, infatti, teoricamente infinita la gamma di azioni e movimenti che da una semplice articolazione fonetica può sgorgare: basta giocare con una vocale, ad esempio, dilatarne la durata o arricchirne di sfumature il tono, per ottenere una serie di soluzioni efficaci e sempre nuove. Lo spettatore, così, si trova di fronte a una trama coreografica costantemente in divenire, passibile di continui ricami e rammendi, tagli e aggiustamenti, ampliamenti e riavvolgimenti, se tutto dipende dal serbatoio vocale di chi quella coreografia la porta avanti: in più di un caso, cioè, si ha l’impressione che lo spettacolo (che forse non si farebbe torto a considerare, per aspetto e statura, un happening) stia per finire e invece no – c’è ancora una voce a dar forza a una gamba, un sospiro che a un braccio imprime se stesso, un grido che risveglia una testa. Affascinante e interessante natura, questa, che però sconta a tratti un vizio tutto interno: il rischio della prevedibilità e della ripetitività è sempre dietro l’angolo. Ecco che allora vive, “Temporaneo Tempobeat”, una sorta di schizofrenia genetica, presentandosi al tempo stesso come uno spettacolo vero e proprio e come uno studio, un progetto ancora in divenire, messo a fuoco fino a un certo punto.

Puntando tutto sul rapporto tra voce e corpo – rapporto, verosimilmente inesauribile, in cui la prima è motore e motivo del secondo – ci troviamo di fronte a qualcosa che legittimamente ci si aspetta si sviluppi fino a una conclusione, se non proprio a un estremo limite almeno a uno snodo, a una scoperta, a un “in più”, e che invece, per giunta nella fulminea durata di un’ora, si posa nelle orecchie e sugli occhi come una pacata ecolalia.

Sacha Piersanti 17/07/2017

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