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Trump vs Huawei vs Google: chi paga per la guerra commerciale con la Cina?

Prima l’aggiunta di Huawei alla Entity List – la lista che include tutti quei soggetti che hanno bisogno di specifici requisiti di licenza per esportare, ri-esportare e o trasferire i loro articoli all’interno del territorio statunitense – annunciata il 16 maggio del 2019. Poi la soffiata di Reuters, nella notte di lunedì 20 maggio: una fonte anonima avrebbe confermato la decisione di Google di sospendere la cessione delle licenze delle sue app a Huawei, che avrebbe potuto usufruire soltanto dei prodotti coperti dalle licenze open source di Android. Huawei2

Quindi il panico per quello che molti, troppi giornali hanno annunciato: gli attuali possessori di un telefono Huawei (e Honor, sotto-brand dell’azienda cinese) non avrebbero più ricevuto aggiornamenti per Gmail, Google, Chrome, il sistema operativo di Android e avrebbero perso l’accesso al Google Play Store. Ma le cose stavano davvero così? Immediata era arrivata la smentita dallo stesso account ufficiale su Twitter di Android, nella mattinata del 20 maggio: chi già possiede un device dell’azienda fondata da Ren Zhengfei nel 1987 continuerà a ricevere aggiornamenti e potrà per ora usare le app di Google esattamente come prima. Tutti gli smartphone attualmente in circolazione sono infatti già stati certificati grazie a due processi denominati CTS (Compatibility Test Suite) e VTS (Vendor Test Suite).

Il problema sarebbe sorto per i modelli successivi, che non avrebbero ricevuto nessuna certificazione e su cui non sarebbe stato installato il pacchetto di servizi Google per smartphone (GMS). Problemi per la sicurezza erano, però, previsti anche per i device già in uso: Google ha sempre fornito alle compagnie produttrici di smartphone, tablet e simili il codice per le correzioni alle falle dei propri software un mese prima di annunciarle pubblicamente. In questo modo soggetti come Samsung e Huawei avevano tutto il tempo di sviluppare le patch adeguate a risolvere i bug. Senza questo collegamento privilegiato, Huawei verrà a conoscenza delle patch solo quando saranno rilasciate su Android Open Source Project (AOSP), mossa che renderà i device dell’azienda vulnerabili per un lungo periodo di tempo, prima che le patch possano essere disponibili.

I colpi di scena, tuttavia, non erano finiti. Nella giornata di lunedì il Dipartimento del Commercio americano ha annunciato infatti di aver concesso una Licenza Temporanea Generale (TGL) di novanta giorni, che permetterà ai cittadini americani e alle imprese di telecomunicazioni, che al momento si affidano agli apparecchi Huawei per servizi essenziali, di approntare in tempo le necessarie contromisure. In pratica i possessori di device Huawei continueranno a usarli esattamente come prima – mentre il Dipartimento non esclude l’estensione di questa proroga di novanta giorni.

Huawei3 Questa eccezione non sembra solo una risposta al panico che la notizia della rescissione di ogni rapporto commerciale fra Google e Huawei ha provocato. Anche le aziende produttrici di chip e microchip – fra cui Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom – hanno sospeso le forniture dei loro prodotti al colosso cinese. Le ripercussioni sul mercato finanziario non si sono fatte attendere ma hanno colpito anche le compagnie americane. L’indice NASDAQ Composite – un paniere che include più di tremila titoli e riassume l’andamento del NASDAQ, appunto – è crollato dell’1,46% e proprio le compagnie che vendono chip a Huawei hanno subito il colpo più forte, mentre hanno perso il 2% le azioni di Alphabet, la holding a cui fa capo Google.

La crisi dei produttori di chip segue a un periodo nero per le aziende di semiconduttori, che nelle due settimane precedenti all’annuncio avevano già sofferto gli effetti della guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti – al punto che oggi l’indice S&P 500, il più importante indice azionario nordamericano, segnava una perdita dell’0,67%. Ken Bernman, strategist di Gorilla Trades, ha suggerito che in molti hanno rivenduto le azioni in considerazione del fatto che il bando calato su Huawei impedirà ad aziende come Intel, Qualcomm, Alphabet di intrattenere rapporti commerciali con uno dei loro partner più importanti; questo significherebbe realizzare minori profitti, nel caso il colosso cinese dovesse rimanere nell’Entity List.

E proprio la compagnia di Ren Zhengfei ha affermato ieri in una nota che: «Huawei ha dato contributi sostanziali allo sviluppo e alla crescita di Android in tutto il mondo. Come uno dei partner-chiave a livello globale, abbiamo lavorato da vicino con la loro piattaforma open-source per sviluppare un ecosistema di cui hanno beneficiato sia gli utenti sia l’industria. Huawei continuerà a fornire update della sicurezza e servizi post-vendita a tutti i prodotti smartphone e tablet esistenti della Huawei e di Honor, coprendo quelli che sono stati venduti e quelli che sono ancora in stock a livello globale. Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile, per garantire la migliore esperienza a tutti gli utenti globalmente».

La menzione di un «ecosistema software sicuro e sostenibile» non può non far pensare a Kirin OS, il sistema operativo a cui l’azienda cinese sta lavorando dal 2012 e che le permetterebbe di sganciarsi completamente da Android e dagli effetti collaterali delle decisioni protezionistiche del governo Trump. Certo è che solo in Italia Huawei e Honor hanno una quota di mercato del 32,1% in quanto alle unità vendute e del 22,8% in quanto al fatturato, seconda soltanto a Samsung. Anche a livello globale Huawei ha superato da poco persino Apple e si è attestata al secondo posto, con una crescita delle vendite globali nel primo trimestre del 2019 del 50%. Mosse del genere non danneggiano soltanto le grandi aziende ma soprattutto i consumatori, che si ritrovano in balia di decisioni che impediscono loro la corretta fruizione di device e servizi per cui hanno pagato. Una fruizione che gli viene negata non per obsolescenza dell’apparecchio in loro possesso ma perché vittime di una guerra commerciale che continua a innalzare muri.Huawei4

Di fatto mosse come quella dell’amministrazione Trump annullano gli effetti di collaborazioni tecnologiche che nel corso degli anni hanno giovato del contributo sia da un lato sia dall’altro della barricata recentemente innalzata – certo a costi non risibili per la salute e il benessere dei lavoratori, com’è il caso degli operai impiegati in fabbriche come quella della Foxconn, che riforniscono di componentistica elettronica importanti partner occidentali come la Apple. E, soprattutto, non siamo che all’inizio di una guerra commerciale che esplode nel mezzo di una crisi economica mai del tutto terminata.

L’OCSE ha già avvertito che alla lunga gli effetti di questo scontro fra il dragone cinese e lo Zio Sam porteranno a un rallentamento della crescita non solo delle loro economie ma anche del PIL globale. E la contesa potrebbe ancora prevedibilmente inasprirsi, stando alle parole di Zhang Ming, ambasciatore cinese per l’UE: «Questo è un comportamento sbagliato, quindi ci sarà una reazione necessaria. I legittimi diritti e interessi delle compagnie cinesi sono stati danneggiati quindi il governo cinese non starà a guardare».

Per ora una cosa è certa: gli unici che restano a guardare sono i milioni di consumatori che si chiedono che garanzie hanno, se non possono nemmeno usufruire più liberamente dei prodotti tecnologici acquistati, durante una guerra commerciale che non promette di avvantaggiare nessuno dei contendenti.

Di Ilaria Vigorito, 21/05/2019

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