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Anteprima romana di "Senza distanza": Recensito incontra Andrea Di Iorio e Marco Cassini

In occasione dell’anteprima romana di “Senza Distanza” (qui la recensione), lungometraggio indipendente proiettato il 7 e l’8 giugno al Cinema Farnese, Recensito ha incontrato e intervistato il regista Andrea Di Iorio, noto per il corto “Come andrà a finire” del 2011 vincitore del Premio del pubblico al Festival L’Airone del 2012, e uno dei protagonisti, l’attore Marco Cassini (regista e interprete del film “La notte non fa più paura” del 2015 e visto in televisione in “Don Matteo” e nella produzione internazionale “I Borgia”).

Andrea, com’è nata l’idea per la sceneggiatura?
A.D.I: “In realtà si tratta dell’unione di due idee: una un po’ più vecchia, di tanti anni fa e una più recente. La più recente è quella legata al concetto di fuso orario. Tornando da un viaggio all’estero, ho sentito il bisogno di esprimere il desiderio delle persone di fuggire dalla propria realtà, non sempre soddisfacente, e quindi di parlare anche dell’illusione che ci può dare la fuga verso un’altra dimensione, che non è detto sia sempre appagante. Questa era la metafora che m’interessava. Dopodiché, il tema pregnante era del matriarcato, che spiega molti comportamenti e sentimenti comuni a tutte le civiltà; è stato come tornare un po’ indietro nel tempo e capire perché noi interpretiamo le cose in un certo modo”.

Avete mai avuto relazioni a distanza? C’è qualche dato autobiografico dietro questi temi?
A.D.I: “Sicuramente. Ho saggiato quello che si prova in queste relazioni potenzialmente a distanza, non a livello sentimentale, ma nel senso di rapporti molto chiusi. Il titolo stesso del film allude all’idea di una coppia in cui non c’è uno spazio personale”.
M.C.: “Sì, ho avuto relazioni a distanza. E mi sono ritrovato tantissimo in questo film. Ho avuto relazioni stupende anche molto, emotivamente parlando, coinvolgenti”.

Andrea, ha studiato antropologia o la Sua è semplicemente una passione?
A.D.I.: “Ho studiato Lettere all’Università La Sapienza di Roma. E poi sì, l’antropologia è nata come passione. Per me è fondamentale esplorare e affrontare i temi di oggi analizzando il passato, l’umanità nel tempo e nello spazio”.

Marco, qual è l’aspetto del Suo personaggio, Enzo, in cui si riflette di più?
M.C.: “In quasi tutte le sue debolezze. Perché è banalmente e profondamente uno qualunque Enzo. Un ragazzo che vorrebbe fare l’attore, ha i suoi desideri però ha una paura matta di perdere la donna (Mina, interpretata da Lucrezia Guidone, ndr) con cui sta”.

Andrea, Lei a quale personaggio è più legato invece?
A.D.I.: “Non saprei davvero. In realtà, è come se fossi presente un po’ in tutti quanti”.

Nel film c’è un’idea di coppia abbastanza enigmatica: i protagonisti, in questo luogo simbolico che è il bed and breakfast in cui soggiornano, devono vivere senza telefono e contatti col mondo esterno. Andrea, Lei come si rapporta con la tecnologia, quanto è importante il mondo dei social?
A.D.I.: “Avete anticipato quello che sarà il tema del prossimo film: già in “Senza Distanza” vi è un preludio di questo isolamento forzato, in cui la tecnologia è assente e le coppie possono incontrarsi e scontrarsi. Tra l’altro l’elemento dei social, in generale nei film, esteticamente è molto brutto da vedere: è molto meglio assistere al rapporto tra le persone”. primo piano

Tutti i personaggi sono un po’ “sospesi”, come se fossero in una sorta di limbo tra le loro paure e il futuro. Essendo un film anche un po’ intimista, con tanti primi piani e piccoli monologhi, quanto c’è del lavoro dell’attore e quanto invece è stato importante il regista?
M.C.: “Siamo stati molto liberi, come attori, di poterci esprimere senza impedimenti. Avevamo una sceneggiatura, ma Andrea era talmente convinto di ciò che aveva scritto, che ci dava la possibilità, quando possibile, di aprire il rubinetto e di lasciar fluire ciò che sentivamo e, quindi, di metterlo in pratica. E ci sono diverse scene del film in cui, grazie all’aiuto del regista, siamo riusciti a trovare delle corde assolutamente uniche, totalmente improvvisate, ma che affondavano le radici su quella che era la sceneggiatura. È venuto fuori un lavoro che è unico nel suo genere”.
A.D.I.: “A me piace molto il cinema di sceneggiatura, basato sulle storie e sui personaggi. Purtroppo è un cinema che si sta creando sempre di meno, quello del dialogo. Per me la regia deve essere un supporto alla narrazione e non un suo intralcio, per questo ho adottato uno stile con camera fissa, scambi di inquadrature abbastanza lenti, tutti elementi di uno stile registico che non si adotta quasi più”.

Immaginiamo sia stata importante anche la sintonia del cast artistico…
M.C.: “Decisamente sì. Poi parliamo di aver lavorato con interpreti del calibro di Giovanni Ansaldo, Lucrezia Guidone, Elena Arvigo. Insomma, era un cast di assoluto rispetto”.
A.D.I.: “Mi avevano impressionato positivamente i loro lavori precedenti; la bravura degli attori era fondamentale, soprattutto per un progetto come questo, girato in otto giorni”

Molti di questi attori hanno una formazione soprattutto teatrale e la sceneggiatura sembra anche prestarsi in tal senso. Quanto ha influito il teatro, in questo film?
A.D.I.: “Più che il teatro, si tratta di un’impostazione teatrale di un certo tipo di cinema. Il cinema, in questo senso, ha indubbiamente qualcosa di teatrale; non per nulla amo molto i film di Roman Polanski, con quel tipo d’impostazione”.

Marco, sappiamo che Lei è anche regista. Come vede il futuro del cinema indipendente in Italia?
M.C.: “A parte questo film di Andrea (che è stato selezionato alla VIII edizione del New York City Independent Film Festival 2016, ricevendo vari premi anche in altre manifestazioni nazionali e internazionali, ndr), posso portare come esempio il mio film, “La notte non fa più paura” (del 2015, ndr), che ha preso una menzione speciale ai Nastri d’Argento 2017, è stato venduto a Sky e due settimane fa l’abbiamo venduto in Cina e ha fatto il giro del mondo.
Abbiamo prodotto un altro film che si chiama “La porta sul buio” (tratto dall’omonimo libro di Cassini, ndr) e poi “Oltre la bufera” (dedicato a Don Giovanni Minzoni, ndr): sono tutti film sotto la soglia dei 100.000 € e stanno girando sul mercato. Quindi, secondo me, probabilmente il pubblico vuole un qualche tipo di sperimentazione. Recentemente hanno riportato al cinema le versioni restaurate di “Ultimo tango a Parigi” (di Bernardo Bertolucci, 1972, ndr) e “2001: Odissea nello spazio” (di Stanley Kubrick, 1968, ndr). In quest’ultimo, ci sono 18 minuti di nulla con luci ad intermittenza ed è il più grande film della storia del cinema, a parer mio: per quale motivo dobbiamo smettere noi, oggi, di sperimentare? Continueremo a sperimentare perché siamo giovani, perché ci crediamo e veniamo da un cinema che è quello di “2001: Odissea nello spazio”. Io la vedo così. Poi se sbattiamo la testa, la prendiamo sul muso noi. Ma se le cose andranno bene, come penso che andranno effettivamente, sarà solo di guadagnato per tutti”.

indexCosa ne pensate della visione delle relazioni amorose che ha il personaggio di Gaia (interpretato da Elena Arvigo) nel film?
M.C.: “Ci penso tutti i giorni e tutte le notti. Ed è difficile darsi una risposta. Perché non si può non ammettere che Gaia non dica qualcosa di quanto meno interessante. Poi, però, i personaggi si scontrano con la loro cultura di sempre, con il fatto che comunque ci si innamora di una persona e si provi gelosia magari nei suoi confronti. Non è facile, io continuo a pensarci alla visione di Gaia. Devo ringraziare Andrea per avermi fatto fare questo film. Si affrontano temi non da poco”.
A.D.I.: “Lei dice cose che tutti vorrebbero dire, ma la realtà va sempre considerata, non possiamo escludere dei presupposti culturali. Anche se lei è un personaggio che non vuole imporre la sua visione delle cose”.

Dato che la tendenza della generazione dei neo-trentenni è sempre più quella di migrare e stabilirsi lontano dal luogo di origine per cercare fortuna e lavoro, lasciandosi alle spalle spesso affetti e legami, l’amore continuerà ad esistere “senza distanza” o no?
M.C.: “Per me l’amore è qui ed ora. L’amore siamo noi che stiamo parlando di cinema, o noi che ci sediamo e guardiamo, respiriamo…”

E l’amore che poi porta a formare una famiglia?
M.C.: “Secondo me c’è ancora quel tipo di amore. Io ho avuto relazioni assolutamente monogame, quindi non so come potrebbe essere avere una relazione differente, come quella di Gaia ad esempio. Sbaglio?”

Andrea, può anticipare qualcosa circa il Suo prossimo film?
A.D.I.: “Posso dire che riguarderà sempre la distanza tra le persone, ma da un punto di vista diverso: l’idea parte da quanto le persone rinuncino a stare tra loro a causa delle barriere tecnologiche”.

Alessandra Pratesi, Chiara Ragosta, Alfonso Romeo, 09/06/2018

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