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“Partire dal Basso”: a Officina Pasolini incontro con un artista ‘sintonico’

Apr 10

In un'amichevole chiacchierata con Tosca e il giornalista Felice Liperi, lo scorso 6 aprile Max Gazzè ha parlato di sé e della propria esperienza come musicista. Lo spazio teatrale del centro di alta formazione Officina Pasolini, da quest'anno anche hub culturale, sotto la guida di Massimo Venturiello, la stessa Tosca e Simona Bianchi, ha ospitato un cantautore tra i più interessanti nel panorama musicale italiano, nel pieno di un periodo particolarmente fortunato della sua carriera: dal tour con Daniele Silvestri e Niccolò Fabi, passando per il successo di “Maximilian”, titolo e alter ego virtuale dell’autore stesso, fino alla sua ultima fatica, Alchemaya, un’opera che vede la partecipazione della Bohemian Symphony Orchestra di Praga con la quale ha debuttato qualche giorno fa al Teatro dell’Opera di Roma.Gazzè3
In felpa e scarpe da ginnastica, Gazzè incontra il pubblico dopo una sessione di registrazioni per il suo nuovo album, che si sono svolte proprio nello spazio dell’Officina dal 5 al 7 aprile. Una scelta non casuale, quella del cantante e bassista romano, che parla di questo centro in termini di «luogo di aggregazione, di stimoli che vengono da arti diverse e soprattutto luogo di confronto reale, con le persone». Dal suo punto di vista si tratta di un’esperienza fondamentale, che in un certo senso riflette la propria formazione musicale. «Io sono cresciuto così», spiega, «confrontandomi costantemente con altri musicisti. Purtroppo oggi questa cultura dello scambio si è un po’ persa». Ed è proprio dal tema dello scambio e della contaminazione che appare animato questo suo nuovo e ambizioso progetto. La parola “Alchemaya” , infatti, in greco significa ‘fondere insieme’, in una simbiosi che si riverbera tanto sulla forma quanto sui contenuti. «L’orchestra sinfonica si fonde con dei sintetizzatori. Da qui è uscito fuori questo neologismo, ‘il sintonico’», comincia a spiegare il suo autore. Un modo sintetico ma efficace per sottolineare quel grado di tonicità in più che l’uso dei sintetizzatori dà all’orchestra. «Ma Alchemaya ha significato per me anche il fondere insieme tutti gli argomenti importanti di una ricerca che, per quanto mi riguarda, va avanti da circa trent’anni e parte fin da “La favola di Adamo ed Eva”».
Gazzè2Il tema della condivisione diventa il punto di partenza per approfondire l’esperienza personale dell’artista. In questo senso, fondamentale per Gazzè diventa il rapporto con la propria band, una sorta di piccolo nucleo familiare, di laboratorio "itinerante" in cui ogni singolo componente contribuisce alla realizzazione del prodotto musicale. Gazzè ribadisce l’importanza del confronto, lontana anni luce dal mito del frontman come figura dominante e solitaria sul palco. Non a caso la sua carriera appare costellata dall’incontro con molte altre personalità, spesso e volentieri donne. «Mi piace molto suonare con le donne, perché in loro riscontro una sensibilità e ‘un movimento’ totalmente diversi da quelli dell’uomo. Per cui inevitabilmente quando una donna suona la chitarra lo fa da donna. È qualcosa che mi incuriosisce e mi affascina allo stesso tempo. Capita una cosa simile quando suoni con un musicista sudafricano o asiatico: ognuno ha una sua morfogenetica che dipende dalle proprie radici, le quali fanno sì che suoni in maniera diversa».
Non poteva mancare poi, all’interno di uno spazio come Officina Pasolini, uno sguardo sulle prospettive dei giovani che in questi anni si affacciano sul panorama musicale. ‘Partire dal basso’, il tema alla base di questo appuntamento, assume quindi una doppia valenza: la volontà di partire dallo strumento simbolo dell’artista, ma anche dal lavoro vero, dalle possibilità concrete offerte ai giovani musicisti, in un mondo dominato dalle visualizzazioni, dal virtuale, dall’obiettivo che deve essere raggiunto subito, qualunque sia il mezzo. Se è vero che ogni musicista è il prodotto di esperienze che provengono dal proprio retaggio, dalla propria vita, quella di Max Gazzè è la storia di un artista che si è formato all’estero, “facendosi le ossa” nelle jam session di cui era costellato il centro di Bruxelles, cercando di “contaminarsi”, già all’epoca, con ogni forma di esperienza possibile. Un cantautore che proprio in virtù di questa eredità diffida dell’immediato successo assicurato dai talent show. «Credo che abbiano creato delle belle realtà, ma, d'altra parte, che abbiano fatto anche molti danni». Il suo consiglio alle giovani generazioni è di pensare alla strada da percorrere per arrivare all’obiettivo, prima ancora che all’obiettivo stesso. «Il percorso è necessario per creare le fondamenta, le radici. Fare un passo alla volta, questo è fondamentale».

Desirée Corradetti 09/04/2017

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