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I Notwist al Monk tra grovigli minimali e atmosfere sognanti

Apr 10

Mormorii e poche urla o grida rabbiose, momenti di minimali beats elettronici alternati a istanti blues, strascichi di folk e atmosfere pop sognanti si sono calate sul palco del Monk. Nell’intimità del locale romano, chiusi tra le pareti screziate da luci soffuse e schizofreniche, il 6 aprile scorso hanno suonato i Notwist. La band tedesca, partita negli anni ‘90 nel segno dell’hardcore, ha ereditato la tradizione del Kraut-rock seguendo un percorso di sperimentazione tutto suo per approdare a un’elettronica minimalista, quella che verrà chiamata “indietronica”. Per presentare l’album live “Superheroes, Ghostvillains & Stuff" il gruppo ha sceltoNotwist05 ovviamente anche la capitale oltre ad altre quattro tappe italiane.
Più distesi, pacati e riflessivi rispetto agli esordi punk-metal, in questo tour i Notwist hanno scelto di re-interpretare la maggior parte dei brani di “Neon Golden”, l’album del 1990, quello delle lezioni indie dalle melodie tiepide da novelli Pixies, del post-rock degli Slint e dei primi esperimenti noise dei Sonic Youth. Insomma, il disco che segnò, per il gruppo, una netta emancipazione dalla loro produzione precedente.
È stata una serata intrisa di dolce malinconia. La voce metallica e sottile del cantante/chitarrista Markus Acher ha creato sensazioni e stati d’animo tangibili, il suo timbro caratteristico ha sfiorato sonorità indie-pop per sfociare coraggiosamente e sorprendentemente in vaghi territori post-rock, sulla scia dei vagiti onirici di Mogwai. Da questo clima delicato siamo stati catapultati in un misto di elettronica e intrigante rock/pop quando Acher, con sussurri discreti, ha intonato, come fosse un enigma da decifrare, “Signals”. “Come in” ci ha invitati a entrare nella città fiabesca di un videogioco - tutto pixel e lucine intermittenti - soffiandoci che ne saremmo usciti vincitori. Poi è stata la Notwist04volta di “Kong”, con la sua lineare struttura pop. “Boneless” si è srotolata in modo fluido, scaraventandoci allo sbaraglio, senza protezione alcuna, disossati. Le orecchie del pubblico si sono riempite di un fragoroso groviglio di corde elettrificate, beat e riverberi con “Into Another Tune”, “Pick up The Phone” e “This Room”, che hanno riecheggiato i Radiohead post “Kid A”. Le tre canzoni, come uno sciroppo amaro, si sono fatte bere fino all’ultimo sorso facendo precipitare gli ascoltatori in habitat sensuali, velenosi e avvelenati, catturati anche dall'affascinante semplicità di “Pilot”. Un attimo dopo ci siamo trovati a correre, con “Run Run Run”, in un’orgia magicamente sconquassata, in una poltiglia di suoni perfettamente orchestrati. Labirintica e soffocante, mestamente dolce e polverosa, “One With The Freaks” ha sparso qua e là rivoli di morbida tristezza. Ancora note pacate con la penultima traccia, “Consequence”, il brano che ha ribadito un romanticismo decadente e senza speranze, il marchio di fabbrica dei Notwist.
Gone Gone Gone” è stato il saluto finale racchiuso nei pochi versi di conforto, più volte ripetuti: Gone gone gone gone gone gone/ We will never let you go/ I will never let you go. Perché le loro canzoni, o meglio, la vera Musica è un’entità organica che cresce e sboccia nel momento in cui si offre alla vita. Tanto che, incapaci di liberarci di quel fiore dai petali variopinti e dai contorni indefiniti, non smettiamo mai di sentirlo risuonare. Quel fiore, che un tempo ci ha inebriati col profumo del suo fascino, è lo stesso che ancora, misteriosamente, torna a disorientarci poiché non sa appassire.

Penelope Crostelli 08/04/2017

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