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“Syriana”: George Clooney agente CIA nel nuovo film di Stephen Gaghan

Indagare sugli imperscrutabili rapporti economico-politici che intercorrono tra Stati Uniti e Medio Oriente è una questione di grande attualità, tuttavia poco affrontata sul grande schermo. Ha tentato l’impresa Stephen Gaghan, uno dei più affermati sceneggiatori americani, già autore del copione di “Traffic”. Il regista esordisce dietro la macchina da presa con “Syriana”, un progetto cinematografico nato con il dichiarato intento di denunciare il malaffare geopolitico del petrolio, una scottante tematica che, nonostante le lodevoli intenzioni del regista, frana di fronte alla frenesia di voler raccontare tutto senza però trovare un’organica narrativa di base. L’intricata trama si svolge tra Stati Uniti, Iran, Pakistan, Svizzera e Marbella. Vengono narrate cinque storie parallele, vicende di uomini alle prese con il fondamentalismo islamico, lo spionaggio internazionale e i grandi investimenti finanziari; eventi personali e non si intrecciano con le meccaniche socio-politiche mondiali. Un film corale prodotto da George Clooney e Steven Soderbergh che prende spunto da una storia vera e da un libro “La disfatta della CIA”, in cui un ex agente dell’intelligence americana, esperto in questioni mediorientali, viene tradito e abbandonato dall’organizzazione che ha servito per molti anni. Nel film l’agente veterano è interpretato da George Clooney, ingrassato e stempiato, che viene incaricato di assassinare il principe Nasir, leader riformatore arabo che ha preferito agli affaristi texani del petrolio, la Cina. Offrendo a questa i diritti di sfruttamento del gas, per ragioni puramente economiche. L’agente CIA scopre di essere diventato merce di scambio, impelagato in un misterioso complotto ordito ai suoi danni, realizzando di non aver mai compreso le vere ragioni delle missioni che ha ciecamente affrontato per tutta la vita. Moltissimi personaggi interagiscono tra di loro creando una trama difficilmente comprensibile che spesso rischia di voler mettere troppa carne al fuoco, senza cercare di analizzare in profondità i perversi equilibri della corruzione, radicati a livello endemico nella società americana. Un film comunque coraggioso, che elude ogni semplicistica risoluzione, ma che infine risente troppo di un sensazionalismo sfacciatamente americano.
(Anna Barison)

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