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Permette? Alberto Sordi: su Rai Uno il ritratto di colui che non ci ha mai permesso di essere tristi

Un giovanissimo Alberto Sordi viene espulso dall’Accademia di Recitazione dei Filodrammatici di Milano. La causa? La sua non velata parlata romana. Ma Alberto tornato nella capitale riesce, con determinazione e dedizione, a diventare l’inconfondibile voce di Oliver Hardy e apprezzato attore di varietà con i suoi primi celebri personaggi.
Permette? Alberto Sordi di Luca Manfredi (andato in onda in prima serata su Rai Uno dopo essere stato in sala per soli tre giorni) ripercorre gli inizi della carriera di Sordi ma anche le importanti amicizie “cinematografiche”, quella con Fellini soprattutto, la sua relazione con l’attrice e doppiatrice Andreina Pagani e il legame indissolubile con la madre.
I primi vent’anni di carriera dell’attore (dai primi anni Trenta all’uscita del film che lo ha consacrato “Un Americano a Roma”) vengono raccontati partendo proprio dall’annotazione alla sua, non evidentemente presagita, dote linguistica che sarà una delle qualità più distintive del “sordismo” fatto di una gestualità enfatica e da un naturale senso di mimesi.
Alberto Sordi, con la sua inconfondibile corporeità, negli anni ha rappresentato le mille sfaccettature del prototipo dell’italiano rumoroso, sornione,approssimativo e spesso meschino e mentitore impenitente. Una filmografia eterogenea la sua, costellata da indimenticabili commedie da cui sono scaturiti iconici personaggi e gag intramontabili che si sono inserite nel patrimonio culturale nostrano. Dal suo “Lavoratori!” seguito dall’esplicativo gesto con la bocca a “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo”, quella che può essere definita la maschera Sordi ha imposto quella comicità cinica, agrodolce e provocatoria influenzata da un patetismo latente caratteristico di molti dei protagonisti da lui interpretati. Non solo umoristici ritratti ma anche impersonificazioni dell’intrinseca arte di arrangiarsi tipicamente italica e dell’incapacità di assumersi adulte responsabilità vivendo in una società che timidamente stava affrontando la fine della guerra.


Il regista Manfredi sceglie di focalizzare l’attenzione sulla dimensione privata e pubblica dell’attore, affidandosi alla prova del protagonista interpretato da Edoardo Pesce (il Buffoni di “Romanzo Criminale” o l’irriconoscibile pugile Giancarlo in “Dogman”), qui anche aiuto sceneggiatore.
Pesce recupera la voce, la camminata e lo sguardo di Sordi: riesce ad entrare nel personaggio cercando di farne una rappresentazione il meno caricaturale possibile ma con l’inevitabile rischio di accentuare quelle caratteristiche così amate dell’attore romano. Una rischiosa modalità che riguarda anche le caratterizzazioni di Fabrizi (Lillo Petrolo), De Sica (Francesco Foti) e Fellini (Aldo Paradossi) raffigurati nelle loro più conosciute e stereotipate peculiarità: dal cucinare la carbonara ai stravaganti interessi felliniani.

Permette? Alberto Sordi è un ritratto modesto e poco variegato che estromette molti dei chiaroscuri e delle ombre di un uomo che ha sempre celato un’abbissale complessità, aspetto quest’ultimo che ha contribuito a renderlo un personaggio privatamente enigmatico. Non poche (a detta dei suoi familiari) sono le inesattezze e le lacune: dal rapporto con la madre, qui palesato come morboso, all’esclusione della devozione religiosa che ha sempre accompagnato l’attore.
La città di Roma, officina di varietà e cinema, la Seconda Guerra Mondiale e il Fascismo fanno da cornice temporale e scenografica al film senza mai prevaricare un aneddotico racconto delle prime importanti esperienze lavorative, e non, che hanno man mano concorso alla definizione del mattatore da noi tutti conosciuto.

A pochi anni di distanza dal biopic In Arte Nino dedicato al padre, Luca Manfredi rende omaggio all’amatissimo Albero Sordi. Ma proprio l’ingombrante status di estrema popolarità dell’attore, così caro all’immaginario collettivo italiano, ha reso complessa l’attivazione di un nostalgico ricordo o di un processo di curioso apprendimento di come un semisconosciuto giovane sia diventato l’Albertone nazionale così apprezzato e benvoluto anche da generazioni ben più distanti da quegli anni.

 

Miriam Raccosta  25/03/2020Sordi

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