Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

"Kingdom": la seconda stagione "schizza" sugli schermi di Netflix

Questo sembra proprio essere l’anno della Corea. E non che ci fosse bisogno della pur meritatissima incetta fatta agli Oscar da Bong Joon-ho per riconoscerne l’enorme patrimonio culturale. Kingdom, serial coreano scritto da Kim Eun-hee e diretto da Kim Seong-hun, rinnovato già di una seconda stagione dal 13 marzo disponibile su Netflix, è la dimostrazione di un prodotto nato ai margini delle auree kermesse ma che vive e prolifera dal 25 gennaio dello scorso anno nello spazio produttivo sempre più corposo che la piattaforma va via via destinando alle cinematografie nazionali, nel tentativo di dare un maggior respiro ai prodotti non anglofoni.
Il sole sorge sul Sangju dove avevamo lasciato il principe ereditario e i suoi seguaci asserragliati su una fragile roccaforte e impegnati in una strenua difesa del regno dalle orde di contadini del Dongnae affetti da un virus che li aveva trasformati in zombie.
Il fatto è che anche i morti viventi hanno visto l’alba: quelli con cui combatte il principe Chang sono veloci e non temono la luce del sole, pare non abbiano talloni d’Achille, o almeno questo si crede prima che gli studi che la dottoressa Seo Bi conduce parallelamente sulla pianta della resurrezione, causa primaria della pandemia, non diano prova del contrario.
E intanto fiotti di sangue schizzano sullo schermo, come a volerci insozzare di quei liquidi corporei e di quella putrescenza che facevano da contorno alle altre storie di parassiti, scarafaggi e lerci seminterrati raccontateci da Bong Joon-ho. Allora, nel Medioevo della dinastia Joseon in cui si sviluppa la vicenda di Kingdom, come oggi, nella Corea di Parasite: racconti di potere e di classi sociali invalicabili, e la fame, che dai contadini del Dongnae cavalca secoli di storia e che, come una memoria atavica, raggiunge il sottoproletariato urbano del vischioso quartiere di Ki-taek, assumendo ancora i tratti ripugnanti di un morbo che si propaga. image asset
L’imperatore, padre di Chang, anch’egli segretamente trasformatosi in un non morto e tenuto legato ad un baldacchino circondato da incensi per coprire il fetore di carne marcia, era stato occultato alla vista del popolo per molto tempo con la scusa del vaiolo. La sua vita, che restava comunque necessaria per scongiurare la rivendicazione del di lui legittimo erede, viene stroncata proprio dal figlio costretto a difendersi dalla furia famelica in un incontro con ciò che del genitore era rimasto. E ora, il principe Chang, è più che mai consapevole di combattere un virus che si dipana su due fronti, non solo quello rappresentato dal popolo progressivamente cannibalizzatosi, ma anche quello che serpeggia fra l’élite godereccia al governo, incarnato dalla luciferina imperatrice e dal clan Hak-jo a cui appartiene, affetti non dalla stessa fame del loro popolo, ma di una parimenti mostruosa. Una strage degli innocenti si consuma fra gli shoji che dividono le stanze degli eleganti appartamenti reali, frutto della follia accentratrice della regina Cho Beom-il lanciatasi nella ricerca disperata, fra le partorienti popolane, di un neonato maschio al fine di preservare la discendenza legittima a discapito di Chang, figlio “bastardo” del re. 
La componente action dell’horror e al rigore storico del quale vive questo dramma in costume, si miscela così alla serratezza del thriller politico con la quale anche Joon-ho raccontava dei suoi scheletri nel seminterrato. In entrambi i casi il potere ha un volto noto, “sono gentili perché sono ricchi”, ribatteva mordace Kim Chung-sook in Parasite mentre la sua intera famiglia si “borghesizzava” per mascherarsi ed assomigliare allo status symbol; e invece Chang, che sin dalla prima stagione pareva insofferente all’etichetta che il suo ruolo gl’imponeva, si toglie il kat e l’hambok di cui si veste la corruzione, per indossare un umile completo di canapa col quale combattere per ciò che è giusto e ciò che è necessario accanto ai pochi seguaci e amici perennemente imbrattati di sangue. L’umanità del principe, bastardo e ora anche parricida e per questo non meno colpevole per la corona del resto dei suoi sedicenti legittimi titolari, spende di una candida purezza se si guarda al momento abbacinante dell’assalto degli zombie al palazzo reale che adesso non è più trincea, ma nuovo fronte.
Il piano d’isteria assolutista di Cho Beom-il non contempla assoggettamenti né reclamazioni; così, liberatasi prima del padre e capo del clan Cho Hak-Ju, dà ordine che alcune delle creature usate come oggetti di studio vengano liberate dalle prigioni reali al fine di impedire a Chang di deporla e rovesciare il governo. Le porte verso il potere si aprono, così, perché l’esodo di morte invada la corte, se ne cibi e la trasformi a sua volta in altra morte, fino a quando anche l’ultimo varco, quello dietro il quale si è trincerata la regina col neonato strappato ad un’altra madre, non sarà caduto. Cho Beom-il, arroccata sul suo trono mentre il mondo appena fuori conosce la più tetra devastazione, si lascia fagocitare dalle orde di non-morti in un estremo gesto di cieca avidità, proprio come i disperati tentativi di sabotaggio dei Kim al personale di casa Park, sgomitate di cupidigia di altri morti di fame.

Gabriella Longo

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM