Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

La stagione della caccia. C'era una volta Vigata. Su Rai 1 torna Andrea Camilleri con un racconto storico e affascinante

Andato in onda lunedì 25 febbraio su Rai 1, La stagione della caccia. C'era una volta Vigata è un film tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri. Fu pubblicato nel 1992 da Sellerio nella collana Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura. Il romanzo trae spunto da un’inchiesta sulle condizioni della Sicilia degli anni 1875-1876: al sindaco di un piccolo paese alle pendici dell’Etna fu chiesto se si fossero verificati fatti di sangue nel suo territorio: “No- rispose-Fatta eccezione per un farmacista che ha ammazzato sette persone per amore”.

Il film è diretto da Roan Johnson ed è ambientato nella Vigata del 1880. Una cittadina chiusa e pettegola, in cui i Peluso di Torre Venerina hanno una certa influenza e importanza. La famiglia è decimata dai lutti, che coincidono con l’arrivo in città del nuovo farmacista, Fofò La Matina, figlio di un ex campiere dei Peluso che possedeva un giardino considerato portentoso, ricco di piante dai poteri curativi straordinari.

scianna e dalmazio minRoan Johnson tratteggia una cittadina arida e polverosa, su cui splende un sole spietato, una città da film western, realistica e abitata da personaggi bigotti e curiosi (la fotografia è curata da Claudio Cofrancesco). Un luogo apparentemente sereno, in cui non succede mai nulla, ma che nasconde intrighi e passioni. È la Sicilia antica, delle superstizioni, delle tradizioni e del patriarcato, come dimostra il desiderio del marchese Peluso di avere ad ogni costo un erede maschio, anche in vecchiaia, dopo la morte del figlio Federico e pur avendo una figlia, ‘Ntontò.

Nel film si susseguono toni e stili diversi: dal giallo, con le morti di componenti dei Peluso su cui viene chiamato a indagare anche Fofò e che richiamano le indagini di Montalbano, al favolistico (il marchese, pur di avere un figlio maschio, segue le indicazioni superstiziose del Barone e mangia uno dei frutti miracolosi del giardino di Santo La Matina, proprio come in molte favole antiche).

La follia caratterizza i membri di una famiglia che per generazioni si è unita tra consanguinei, fino a generare personaggi grotteschi, quasi comici nella loro pazzia: il giovane marchese, ad esempio, è innamorato di una capretta; il vecchio marchese, Don Federico, rifiuta di lavarsi e delira in piazza seduto su un vecchio scranno. Camilleri e Johnson hanno rappresentato gli ultimi fasti di una nobiltà che sta morendo, ancorata al passato, ai possedimenti materiali ( viene alla mente Verga, con la novella La roba), alla terra, elemento onnipresente nel film, quando riempie le fosse dei Peluso, volteggia nell’aria della città e fa crescere erbe e piante.

ragno e scianna min

Nel cast ci sono Franscesco Scianna nel ruolo di Fofò, Tommaso Ragno, interprete del marchese Filippo Peluso, Donatella Finocchiaro, la marchesa Matilde, Miriam Dalmazio, la marchesina Antonietta, detta ‘Ntontò, Lollo Franco nel ruolo del vecchio marchese, Ninni Bruschetta che interpreta il parroco Maccaluso. Un cast affiatato, che regala ottime interpretazioni, esagerate e teatrali, ma estremamente convincenti.

Francesco Scianna recita con gli occhi scuri e profondi, la gestualità calma e misurata, incarnando perfettamente un personaggio meticoloso, scaltro, un cane da caccia. Resta quasi sullo sfondo, proprio per questa sua pacatezza, in forte contrasto con i modi violenti e teatrali di altri personaggi maschili. Torna per riscattarsi socialmente, perché non è più il figlio povero del campiere, ma torna anche per ‘Ntontò, per quell’amore fanciullesco che ha portato nel cuore. Non basterà quell’amore di bambino, perché Fofò un bambino non lo è più e ha perso l’innocenza che è propria di quell’età.
Tommaso Ragno è il marchese Filippo, rozzo e amante delle donne. La sua interpretazione è una delle più intense e potenti, un personaggio che incarna il padre padrone che tutto vuole e tutti comanda, un aristocratico vizioso e prepotente.

I personaggi maschili dominano per numero, ma sono bilanciati da figure femminili complesse e per nulla banali, come Donatella Finocchiaro, la folle marchesa, ma anche la bravissima Miriam Dalmazio. ‘Ntontò è un personaggio moderno, atipico. Aggraziata e misteriosa, quasi insondabile nell’espressione del volto, con la morte di tutti i famigliari resta l’unica erede della fortuna dei Peluso; in quanto donna cercano di imporle il matrimonio con un cugino, Nenè Impiduglia (Alessio Vassallo), ma riesce a sfuggire alle imposizioni della società, sposando Fofò.

Grazie ad una fedele ricostruzione, merito della scenografia di Mauro Vanzati, dei bellissimi costumi di Chiara Ferrantini e del trucco di Diego Prestopino, il film è il ritratto della Sicilia dell’epoca, violenta e struggente, splendente di ultimi fasti, ma anche oscura, piena di intrighi, in cui il potere maschile schiaccia e opprime, in cui le donne non sono completamente libere. Un film in cui la verità non è ciò che sembra, in cui non c’è un vero antagonista, ma un coro di voci contraddittorie e complesse. Un racconto dal finale agrodolce, che termina senza né vincitori né vinti, sotto il sole cocente di una terra bella e misteriosa.

 

Maria Castaldo 26/02/19

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM