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Conquista gli occhi ma non il cuore Il nome della rosa, fiction tratta dal romanzo di Umberto Eco

È l’inevitabile, quanto telefonatissimo, paragone con Game of Thrones, che penalizza Il nome della rosa, serie tv andata in onda lunedì 4 marzo su Rai 1, registrando un record di ascolti: oltre 6 milioni e mezzo di spettatori. Paragone che, diciamolo subito, non sta né in cielo né il terra, ma la serie targata HBO in questi anni ha funto da metro di giudizio per tutte le serie in costume, di cappa e spada, storiche e para storiche che dir si voglia, rivestendo per queste ultime la funzione del puntatore per il compasso: lei ferma, loro in movimento adorante intorno a lei, in una rappresentazione eliocentrica della serialità, non ancora intaccata dalla riforma galileiana. Riforma di cui non si fa portatrice Il nome della rosa, che preferisce seguire il proprio personale puntatore, il romanzo che Umberto Eco considerava, con irritante quanto genuina falsa modestia, uno dei suoi meno riusciti.

La serie è fino ad ora un’accurata trasposizione, che ha il merito di aggiungere più che modificare, delineando meglio il contesto storico, cosa che per ragioni di tempo non era stato possibile (ma non era nemmeno ritenuto necessario) nel film del 1986 di Jean-Jacques Annaud con l’indimenticabile Sean Connery nel saio di Guglielmo da Baskerville, Sherlock Holmes ante litteram alle prese con misteriosi omicidi in un monastero. Film criticato al tempo per gli stravolgimenti che aveva apportato al romanzo, ma che aveva il merito di tratteggiare un Medioevo proprio come ce lo aspettiamo (e probabilmente proprio com’era): un periodo buio, lurido, con persone sporche in viso, ricoperte di stracci, bestiali echi di umanità, contrapposta al portamento da uomo anticipatamente rinascimentale di Guglielmo.

La serie di Giacomo Battiato, invece, con John Turturro nei panni del francescano detective, Damian Hardung in quelli del novizio Adso, Rupert Everett interprete del terrificante inquisitore Bernardo Gui, va in un’altra direzione. Una direzione già vista, peraltro, con scelte visive e stilistiche che vanno dalle panoramiche di vallate incontaminate con l’erba perfettamente tagliata alle inquadrature in primo piano di ragazze esuli di guerra, morte di fame ma dai ricci perfettamente disegnati e nessun accenno di denutrizione o sporcizia. Una scelta stilistica di estremo ordine e pulizia, che stupisce e incanta lo spettatore quando indugia sulle bellezze dell’abbazia o sulle riprese in campo aperto delle meraviglie naturali dell’Abruzzo, in cui è stata girata la serie, ma che stride quando presenta un’umanità fin troppo patinata e composta.

Specifichiamo che, fino ad ora, di umanità se ne è vista ben poca, e quella che abbiamo ammirato fa parte della scelta del regista di tracciare una nota storica a piè di pagina, per inquadrare la vicenda crime in un contesto più ampio. Contesto nel quale si muove Dolcino, predicatore eretico che aizza la popolazione, interpretato da un Alessio Boni interpretativamente su di giri ma che non riesce ad accendere gli animi degli spettatori come invece fa con il popolo affamato. Margherita, la sua compagna, è interpretata da una Greta Scarano che ci appare ancora in rodaggio e che per adesso viene ampiamente battuta dall’unica altra interprete femminile della serie, l’esule di guerra dai ricci perfetti, Antonia Fotaras, che buca lo schermo con i suoi incredibili occhi verdi, nonostante l’inspiegabile permanente. Convince e cattura lo spettatore, seppur presente per pochi minuti sullo schermo, Roberto Herlitzka, gigante del teatro interprete di un magnetico Alinardo. 

I dialoghi sono incalzanti, molti sono i rimandi all’attualità: impossibile non vedere un’implicazione politica, sebbene all’acqua… di rose, nella frase “mentre sogniamo mondi migliori, governanti ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso”. Il doppiaggio, come molti spettatori hanno lamentato, appiattisce e livella l’interpretazione dei grandi nomi stranieri, su tutti John Turturro che perde almeno il 50% della sua (ottima) recitazione con una voce sterile, da telecronaca.

Insomma, la prima puntata de Il nome della rosa colpisce visivamente e tecnicamente, ma non riesce a squarciare i nostri cuori come ci aspettavamo, complice una regia che concede molto allo spettatore già nella prima puntata e non riesce a creare quella suspance assassina che ti fa rodere il fegato in attesa della prossima puntata. La patina di luminosità, ordine e delicatezza che Battiato stende sulla vicenda mal si sposa con l’immagine brutale, oscura e ancestrale che abbiamo del Medioevo. Concezione che, inspiegabilmente, ci è stata instillata ancor più in profondità da prodotti che con il Medioevo, quello vero, non hanno niente a che vedere, come appunto Game of Thrones. È un tragico segno dei nostri tempi, constatare che un prodotto televisivo debba prima di tutto confrontarsi con il suo principale concorrente, e poi con la sua fonte letteraria.

Ma se è vero, come dice Guglielmo, che non vedere le cose non impedisce loro di esistere, noi sappiamo che il Medioevo, quello vero, possiamo trovarlo senza patine, imbellettamenti, luci costruite ad arte, nelle pagine di un libro che non smette di troneggiare al di sopra, e nonostante, tutti i tentativi di rappresentazione per immagini.

Giulia Zennaro, 4/3/2019 

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