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Il fascino del crimine: da Gomorra a Twin Peaks

Appena conclusa la messa in onda di Gomorra con un finale di stagione clamorosamente “rosso sangue”. La fortunata serie di Sky Atlantic stupisce e colpisce nel segno ancora una volta, celebrando in questa quarta stagione il ritorno agli albori di Genny Savastano, più crudele e determinato che mai a «ripigliarsi tutto chill che è d’o suo». Un cambio di rotta evidente considerato che nei primi episodi della stagione, spiazzato dalla morte del “fratello” Ciro Di Marzio indirettamente da lui provocata, è lo stesso Genny a decidere di lasciare tutto nelle mani dell’Alleanza capitanata dalla fedele Patrizia. Genny “diventa” grande, antepone la famiglia agli interessi economici e di potere, nell’utopia di far crescere il figlio Pietro in un mondo scevro di camorra, droga e tradimenti da chi meno te l’aspetti. Scalando i piani alti arriva ai vertici dell’alta finanza, sognando un progetto più grande di lui: costruire il secondo polo aeroportuale di Napoli. Ma il “colletto bianco” non fa per Genny, disilluso da un mondo in cui non riesce a farsi strada senza portarsi addosso l’insostenibile marchio della camorra. «La verità è che per quelli come noi i sogni non esistono», quindi meglio tornare a Secondigliano e farlo in grande stile, ma soprattutto a ogni costo. Così l’ultimo scoglio da superare per tornare trionfalmente in prima linea è eliminare il personaggio a lui più vicino, divenuto irrimediabilmente scomodo. In questa stagione Patrizia è non solo il personaggio che gode più degli altri di un processo di crescita narrativa, ma anche l’unica donna della serie a prendere (seppur per poco tempo) l’agognato potere nelle proprie mani dopo Imma, scomparsa nel finale della prima stagione. Ma forse Patrizia non è l’unica a uscire di scena. Nascondersi sembra essere l’unica soluzione (almeno per il momento) per Sangue Blu, scampato alla vendetta dei Levante, altro nodo cruciale e familiare della quarta stagione vittime anch’essi della furia vendicativa di Savastano. In un clima teso post carneficina quindi, ultimo colpo di scena la “fine” di Genny, costretto dopo la testimonianza giudiziaria di Patrizia a trincerarsi in un grigio bunker sotterraneo, come suo padre prima di lui. Ciclicità o dimostrazione esplicita di quello a cui gli antieroi della camorra (nessuno escluso) sono destinati?

Partendo dal finale della quarta stagione di Gomorra, abbiamo pensato di elencare a analizzare altri esempi di serie tv che avessero al centro del loro sviluppo storie di potere e criminalità. Non potevano mancare le due serie italiane che, insieme a Gomorra, costituiscono una triade di grande successo, come Suburra e Romanzo Criminale.

Suburra

suburra

Nell’antica Roma, la Suburra era il quartiere criminale della città, luogo di malaffare e giochi di potere. Oggi, la situazione non è cambiata. Sulla scia del successo di Romanzo Criminale e Gomorra-La serie, Netflix ha realizzato la sua prima produzione italiana: Suburra. La serie è un prequel dell’omonimo film del 2015, diretto da Stefano Sollima, e mostra le lotte per il controllo dei terreni sul lungomare di Ostia. Le vite di Aureliano Adami (Alessandro Borghi), di Spadino Anacleti (Giacomo Ferrara) e di Lele Marchilli (Eduardo Valdarnini) si intrecciano con quelle del potente Samurai (Francesco Acquaroli) e Sara Monaschi (Claudia Gerini), contabile del Vaticano, entrambi interessati ad acquisire i terreni. Suburra mostra al pubblico il lato oscuro della Capitale, è il racconto dell’ascesa al male dei tre protagonisti, il nuovo che vuole scalzare il vecchio: uccidere i padri e prendere ciò che si desidera, a qualunque costo. Pur non avendo, almeno nella prima stagione, la stessa forza narrativa di Gomorra, il punto centrale della serie sono i suoi personaggi, divisi in clan, con usanze, voci e abiti, in lotta con se stessi e con il mondo. Fragili e pericolosi, contraddittori, proprio come la città in cui vivono.

Romanzo Criminale

romanzo criminale

Negli anni '70, la Banda della Magliana era la prima organizzazione criminale romana a unificare in senso operativo la frastagliata realtà della malavita locale, costituita fino ad allora da piccoli gruppi di criminali. Nel 2008, diventa protagonista di Romanzo Criminale, serie televisiva prodotta da Cattleya e Sky. La vicenda ruota intorno alla vita di tre amici – il Libanese, il Freddo e il Dandi – che vogliono diventare i nuovi Re di Roma. Costruita su due stagioni, nella prima viene dato più spazio alle imprese criminose della banda, mentre nella seconda viene approfondito il "retroscena" del crimine: si ha quindi un riposizionamento della banda in base alla morte del Libanese, e agli effetti e interrogativi che questa ha provocato nella coscienza dei protagonisti. É in questa seconda parte che viene presentata la morale: i cattivi, quelli veri, non stanno in strada a spararsi e a uccidersi. Indossano occhiali eleganti e siedono su comode poltrone in uffici ricolmi di archivi e documenti. Solo che noi spettatori non veniamo mai a sapere chi siano davvero, per quale motivo agiscano, per conto di chi lavorino. Romanzo Criminale risulta essere una saga di rise and fall tipicamente italiana, che con le vicende (reali) di quegli anni convulsi si interseca e si intreccia indissolubilmente tanto che il confine tra finzione e realtà è davvero sottile.

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Immancabile un confronto con la serialità estera, in particolare quella statunitense, ma anche quella britannica, per evidenziare somiglianze e differenze con i prodotti televisivi italiani.

I segreti di Twin Peaks

Dal piccolo schermo all’immaginario collettivo. Antesignana delle serie tv cult che hanno costituito uno spartiacque nella percezione del medium televisivo degli anni ‘90, capostipite di una serialità post-moderna che mescola elementi tipici della soap opera alla detective story e al sovrannaturale, iniziatrice di un genere mistery dal sapore rétro: debuttava ormai quasi 30 anni fa sulla rete statunitense ABC il primo episodio pilota de I segreti di Twin Peaks, con il tocco autoriale del visionario David Lynch alla regia e il sodale sceneggiatore Mark Frost con cui fu ideato il progetto iniziale (e anche il suo prequel, nel 1992, con il film Fuoco cammina con me). Tre stagioni in tutto, di cui l’ultima nel 2017: una miniserie revival di 18 episodi in anteprima sul canale Showtime che vede riunito gran parte del cast originario, stavolta sul set insieme a Naomi Watts, Amanda Seyfried e Laura Dern. “Ci rivedremo tra 25 anni”, la profezia annunciata dalla protagonista all’epoca, che si rivela oggi agli occhi dei fan una promessa mantenuta. Le musiche di Angelo Badalamenti, la tazza di caffè dell’Agente Dale Cooper (interpretato da Kyle MacLachlan), le parole dette al contrario dal Gigante, il volto sorridente di Sheryl Lee al ballo della scuola, i presagi della Signora Ceppo, i teli rossi della Loggia, la danza del nano a ritmo di jazz e, infine, le forze oscure governate da Bob: i segni iconici di un’estetica che non può fare a meno di riaccendere nostalgie negli appassionati del genere. Tutto comincia quando nell’immaginaria cittadina di montagna viene ritrovato in riva al lago il cadavere di una ragazza avvolto in un telo di plastica: chi ha ucciso Laura Palmer?, il rompicapo che ha scatenato in tutto il mondo un fenomeno di costume da cui ancora oggi sono stati tratti fumetti, dischi e una valanga di studi teorici. Il colpevole è presto svelato, ma molti gli enigmi che restano senza risposta. E allora ci sarà una quarta stagione? Ai rumours che anticipavano uno spin-off sul personaggio di Audrey Horne il maestro Lynch preferisce il silenzio. A questo punto, non ci resta che aspettare.

Breaking Bad

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La televisione è storicamente brava a tenere i suoi personaggi in una stasi (… ). Quando ho capito questo, il passo logico successivo è stato quello di pensare a come poter fare una serie in cui l'impulso fondamentale fosse verso il cambiamento. Così dice il regista Vince Gilligan quando gli si chiede come è nata l'idea di Breaking Bad, serie televisisa andata in onda dal 2008 al 2013 su AMC. La storia racconta di Walter White, padre di famiglia e professore di chimica, a cui viene diagnosticato un cancro. Nell'idea di non avere più nulla da perdere, decide di entrare in affari con un suo ex-studente divenuto spacciatore: inizia così a cucinare cristalli di metanfetamine. Quello che apparentemente è il racconto di un uomo in crisi di mezza età diventa una storia molto più complessa nella quale il protagonista diventa l'antagonista. Infatti, con il procedere della serie, Walter prende una direzione che lo allontana dalla retta via trasformandolo in una persona sempre più insensibile, oscura e moralmente discutibile. Il suo percorso di “crescita” suscita nel pubblico domande come: per chi si deve fare il tifo? Più White va verso la dannazione più le sue azioni sembrano non avere conseguenze e più il pubblico lo giustifica. Ma viviamo davvero in un mondo dove le persone terribili non vengono punite per i loro misfatti? No, infatti, se c'è una lezione in Breaking Bad è proprio questa: le azioni hanno conseguenze e non è possibile pensare di passarla sempre liscia.

 

 

Orange is the new black

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C’è chi l’ha definita una «Grey’s Anatomy dietro le sbarre», chi un «Prison Break al femminile», ma Orange is the new black, serie made in Netflix, ideata da Jenji Kohan nel 2013 e ad oggi, arrivata alla sesta stagione con una settima in lavorazione, è molto di più del semplice dramma, ospedaliero o carcerario che sia. Non solo perchè parte da una storia vera di base, quella dell’ex detenuta Piper Kerman, che nella serie diventa Piper Chapman, una donna comune, che dall’oggi al domani si ritrova a dover scontare quindici mesi di reclusione in un carcere federale in seguito a una vicenda giovanile di amore e droga, ma soprattutto perchè inserisce tematiche inedite all’interno di un contesto definito come quello del genere crime. Se da un lato infatti, nelle storie personali di Piper e delle altre detenute del carcere di Litchfield, a nord di New York, ci si imbatte in omicidi, spacci e qualsivoglia coinvolgimenti nella malavita organizzata, dall’altro, la scelta di un cast variegato, per identità, età anagrafica e orientamento sessuale, fa di OISTNB la prima serie crime LGBT.

 

 

Fargo

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Le distese innevate delle valli del Minnesota, una brillante agente di polizia alle calcagna di uno spietato killer in coppia con un codardo agente assicurativo, e al centro un astuto piano criminale: è il leitmotiv della prima stagione di Fargo, tratta dall’omonimo film diretto dai fratelli Joel ed Ethan Cohen (a loro volta ispirati da fatti di cronaca realmente accaduti), produttori esecutivi in questa nuova veste. Sono finora all’attivo tre stagioni (ciascuna in sé con una trama diversa per una narrazione autoconclusiva) e una quarta in corso di lavorazione. Non si può mancare di segnalare all’interno di una lista significativa sulle più chiacchierate crime stories dell’ultimo decennio la pluripremiata miniserie televisiva trasmessa a partire dall’aprile 2014 su FX, e in Italia su Sky Atlantic. Attraversata da una vena ironica, retaggio dell’umorismo tipico della black comedy che caratterizza sin dalle origini lo stile dei due registi, la serie tv si colloca in un’ambientazione davvero particolare: villaggi isolati, strade deserte, laghi ghiacciati, squallidi motel e tristi tavole calde. Atmosfere thriller e grottesche che si snodano su piani narrativi diversi costruendo un intricato storytelling, ricco di salti temporali, che conduce lo spettatore nei più reconditi angoli della psiche umana, abissi profondi di orrore dove si è spenta ogni speranza di redenzione e salvezza per coloro che scelgono la delinquenza a ogni costo. Una grammatica di violenza efferata dove ogni colpo di scena insegna che nessuno è immune dal germe del male. Dalla tragedia se ne caverà una catarsi? Forse sì, perché “Fargo non è un luogo, ma uno stato mentale”.

Narcos

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Pablo Escobar. Un nome, un’etichetta. Come non citare dunque in questa carrellata di storie del crimine, quella ideata a partire da una delle figure storiche più controverse della criminalità organizzata a livello mondiale? Creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro per Netflix, Narcos è un biopic in tre stagioni sul re del narcotraffico colombiano. Se prima della sua uscita nel 2015, ‘El Patrón’, non aveva mai trovato un ruolo da protagonista così sfaccettato, sia sul piccolo che sul grande schermo, limitandosi ad ottenere ritratti piuttosto piatti, con Narcos, il fascino del personaggio acquisisce una profondità diversa, dando luogo a una figura duplice, costantemente in bilico tra l’eroe benefattore e il criminale del narcotraffico. Un’ambivalenza messa in mostra dalla stessa colonna sonora firmata da Pedro Bronfman e Rodrigo Amarante. Una duplicità che è insita nella trama stessa, la quale si snoda seguendo non solo il punto di vista di Pablo ma anche quella dei suoi nemici principali, gli agenti della DEA che gli danno la caccia

 

 

Peaky Blinders

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Per sapere di cosa parla Peaky Blinders basterebbe ascoltare la sigla d’apertura: Red Right Hand (cantata da Nick Cave & The Bad Seeds) è l’incarnazione perfetta dello spirito della serie. L’uomo dalla mano destra rossa del testo è, infatti, Thomas Shelby (Cillian Murphy), l’impenetrabile leader dei Peaky Blinders, dal nome delle lamette che i criminali nascondono nel risvolto dei cappelli. Siamo negli anni ‘20 a Small Heath, quartiere malfamato di Birmingham: i tre fratelli Shelby gestiscono le scommesse illegali sulle corse di cavalli e Tommy Shelby sogna di estendere il controllo della famiglia fino alla capitale. Ostacolato dal sadico ispettore della polizia Chester Campbell (Sam Neill), giunto a Small Heath per ripulirla dal sudiciume che la infetta, Thomas si ritroverà a lottare per la sopravvivenza della sua famiglia. La trama avvincente, la cura per i dettagli, la colonna sonora ad alto impatto e personaggi memorabili, antieroi cupi e tormentati, rendono questa serie, targata BBC e creata da Steven Knight, un ottimo prodotto. Su Netflix sono disponibili le prime quattro stagioni. La quinta sarà trasmessa sui canali BBC nei prossimi mesi.

 

Maria Castaldo, Erika Di Bennardo, Chiara Rapelli, Sabrina Sabatino e Angela Santomassimo

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