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Festival di Sanremo e temi sociali, stavolta tocca al femminicidio

Il 70° Festival di Sanremo è ormai alle porte, e come da programma, ha già cominciato ad attirare l’attenzione del pubblico su di sé attraverso controverse scelte musicali e temi sociali da portare sul palco. Quest’anno tocca al femminicidio.

La cornice del Teatro Ariston è ufficialmente pronta ad ospitare la 70° edizione del Festival di Sanremo (lo start il 4 febbario) che, lasciandosi precedere come sempre da rumors e indiscrezioni (più o meno voluti), piuttosto che allargare la lente d’ingrandimento sulla qualità delle canzoni in gara, strizza l’occhio anche nel 2020 alle tematiche sociali “del momento”. Significativo, in questo senso, è stata non solo la ben nota gaffe del presentatore designato Amadeus, ma anche (e soprattutto) la scelta di far partecipare alla gara, insieme agli altri 23 “campioni” previsti, il discusso rapper Junior Cally (pseudonimo di Antonio Signore). images 1

A suscitare scandalo sarebbero stati proprio alcuni testi appartenenti alla più recente produzione del cantante romano classe 91, in particolare il brano “Si Chiama Gioia” (dall’album “Ci Entro Dentro”, 2018) che, insieme all’imbarazzo generale causato “forse” dalla difficoltà del successore di Baglioni-Bisio-Raffaele nel giustificare una tale onnipresenza di carattere femminile sul palco dell’Ariston (ben 10 vallette spalmate sulle 5 serate previste!), ha dato il via libera allo sfogo generale dei populisti-moralizzatori-occasionali che per quest’anno hanno eletto tema sociale della kermesse sanremese il “femminicidio”. Con tanto di relativo hashtag “#iononguardosanremo”, stavolta di matrice pseudo femminista.

Nessuna novità, quindi, per quel che riguarda il tipico gioco-forza della rassegna musicale più famosa d’Italia, che da sempre a suo modo ospita argomenti di carattere socio-politico per avere qualche riflettore in più puntato e consentire alla Rai di fare dignitosamente i conti con l’Auditel in questo periodo dell’anno. Se il caso “Mahmood” della scorsa edizione ha potuto far leva sul tema dell’“immigrazione incontrollata” (piuttosto che su quella della canzone stessa), volgendo lo sguardo indietro di alcuni anni, in maniera anche disordinata, è possibile rintracciare alcuni casi altrettanto esemplari, spesso e volentieri per iniziativa degli stessi artisti in gara.

Ed ecco allora spuntare il compianto Giorgio Faletti che con la sua “Minchia Signor Tenente” (1994) denunciava la vergognosa criminalità del Sud d’Italia, oppure la violenza domestica sui bambini di Ermal Meta nella canzone “Vietato Morire” (2017), la pena di morte cantata da Enrico Ruggeri e Andrea Mirò (“Nessuno Tocchi Caino”, 2003), la mafia secondo Fabrizio Moro (“Pensa”, 2007), l’abusivismo spiegato in maniera irriverente dagli Elio e Le Storie Tese (“La Terra dei Cachi”, 1996), l’impegno politico e romantico di Daniele Silvestri (“L’uomo col Megafono”, 1995), senza dimenticare i vari Celentano (“Il ragazzo della via Gluck”, 1966), Nilla Pizzi (“Vola Colomba”, 1952) e altri ancora.

La vera questione, a questo punto, torna a concentrarsi (come ormai troppo spesso capita) sulla strumentalizzazione di certi argomenti “occasionalmente” tanto a cuore all’opinione pubblica, con relativi personaggi da mettere alla gogna, per una questione strettamente di comodo. Allora, perché non citare brani meno recenti, additati all’epoca come sessisti ma dei quali non se ne è mai parlato abbastanza a causa (magari) della mancata concomitanza con eventi di spicco della tv italiana?

Nel 2010, ad esempio, Fabri Fibra sfornò la sua “Donne” (“Controcultura”), qualche anno dopo il più esplicito Gué Pequeno “sputava rime” nel rap di “Tutte in Fila” (“Lettera al Successo”, 2014), il lattante Sfera Ebbasta pubblicava la controversa “Hey Tipa” (Emergenza MixTape, 2013), fino ad approdare a tempi più recenti dove troviamo Fedez feat. Dark Polo Gang e il porno assoluto di “TVTB” (“Paranoia Airlines”, 2029).

Come storicamente accade, poi, la reazione immediata del “popolino” è quella di bollare un intero genere musicale come causa della cattiva educazione delle giovani generazioni, cosa che negli Stati Uniti (ad esempio) è stata bella che superata, per quel che riguarda il rap ovviamente (senza scomodare il rock, il jazz o chi per loro), già dai tempi di The Fat Boys, Beastie Boys, Tupac, The Notorius B.I.G., Snoop Dog o Eminem (tanto per abbracciare il più possibile l’intera storia del rap/hip hop). Guerre tra bande, lotte sociali, spensieratezza e, sì, anche le donne: le vere tematiche di questo genere figlio del funky, reggae, scat e rhythm and blues non sono mai state un mistero, ma da noi inesorabilmente persino un certo grado di consapevolezza sembra arrivare in ritardo. Altrimenti non passerebbe in sordina un brano come “Uomini Contro” di Ensi (2013), al cospetto di tanto moralismo pre-Sanremo.

Anche quest’anno, insomma, il Festival della Canzone Italiana si fregia della chance/responsabilità di affrontare insieme ai suoi telespettatori un tema di indiscutibile attualità come la “violenza sulle donne”, qualora il fu monologo della Littizzetto nel 2013 non fosse già stato abbastanza. La memoria di questi tempi si sa è corta e puntare il dito contro certi artisti definendoli fomentatori di certi cattivi esempi di carattere civile e morale è facile, soprattutto quando non ci si informa abbastanza. Troppo, troppo facile.

Jacopo Ventura

 

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