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Festival di Sanremo 2020, la finale: vince Diodato, ma la qualità della kermesse non convince

Mai come quest’anno è stato inevitabile pensare al Festival di Sanremo come a un vero e proprio esperimento sociale sulla “salute” degli italiani. Quella culturale, s’intende. E questa considerazione vale, in un certo senso, anche in virtù della rassomiglianza sempre più vistosa della kermesse a un autentico show del sabato sera, piuttosto che considerarlo ancora un momento di “celebrazione” della musica italiana. Altrimenti, come molti grandi cantautori del passato argomentavano, non si tratterebbe nemmeno più di avere a che fare con una gara e tanto meno ci sarebbero voti o pagelle (da qui anche la nostra scelta analizzare le singole serate attraverso giudizi consapevoli). E, di conseguenza, si eviterebbe quello che ormai (citando De Gregori) è diventato un vero e proprio “must”, oltre che un rischio conclamato: che la rassegna risulti banalmente essere solo un’occasione buona per etichettare l’intera produzione musicale italiana. Basti pensare all’Euro Vision Song Contest che anche quest’anno ci attende e alla rilevanza (giustificata) che ci verrà data.

E’ lecito, quindi, a fronte di questa tanto attesa serata finale, tirare le somme e mettere in ordine tutte le considerazioni fin qui formulate (persino prima che il festival cominciasse ufficialmente), con effetti a dir poco esilaranti. Chi aveva giurato di non vedere Sanremo alla fine ha ceduto (anche solo distrattamente, per provare a rimanere coerente con la “pubblica piazza telematica”), lo share tanto celebrato per il suo record in realtà non corrisponde al pubblico reale (nel 2011 lo share era sotto il 50%, ma il numero di spettatori superava gli 11 milioni), poi i vari tentativi di alzare l’asticella dell’attenzione generale (dal caso Junior Cally all’affaire Bugo/Morgan, passando per il tema del femminicidio), e ancora le domande e i confronti formulati su chi o cosa possa essere ancora definito "genio" o "artistico" ad oggi. E via così.

Ci accompagniamo così alla proclamazione del vincitore assoluto, senza spendere ulteriori opinioni, più di quanto non sia già stato fatto, sulle singole canzoni in gara. Si parte subito con Amadeus e il suo saluto all’Arma dei Carabinieri che, per l’occasione, esegue l’inno di Novaro (musica di Mameli), seguito subito dopo dall’ospite Cristiana Capotondi, che ne approfitta per trasmettere (anche lei) il suo personale messaggio contro “la violenza sulle donne”. Se poi escludiamo la breve apparizione di Mara Venier, l’ultimissima carrellata dei 23 artisti in gara può finalmente cominciare con il tris Michele Zarrillo, Elodie ed Enrico Nigiotti.

Fiorello entra in scena al cospetto di un pubblico che, nel complesso, non è mai stato veramente partecipe, nemmeno quando invita a cimentarsi insieme a lui il compagno Amedeo nella nota “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. Tolto l’irrilevante “return” di Diletta Leotta, Sabrina Salerno e Francesca Sofia Novello, si prosegue con le esibizioni di Alberto Urso, Diodato, Marco Masini e di Leo Gassman (vincitore della categoria Nuove Proposte).

Il momento di Tiziano Ferro si colora per l’occasione di tenerezza e “involontaria” retorica filo cattolica, prima di passare all’ennesima prova vocale. Da qui, il palco torna in possesso di Piero Pelù, Levante, Piguini Tattici Nucleari, Achille Lauro (in tenuta elisabettiana), Junior Cally, Raphael Gualazzi, Tosca, Francesco Gabbani, Rita Pavone e Le Vibrazioni.

Il livello delle ospitate si mantiene secondo gli standard delle serate precedenti grazie all’incursione di Biagio Antonacci che, dopo un inedito, coglie la palla al balzo per rivisitare anche la propria produzione artistica. Chiudono il cerchio Riki, Giordana Angi, Paolo Jannacci, Elettra Lamborghini e Rancore. C’è ancora tempo, ovviamente, per dare modo a Sabrina Salerno di far valere i suoi 51 anni e la sua hit “Boys” (1987) e a Fiorello di regalare al pubblico un ultimo intervento comico, fra autotune (per fare il verso ai "trapper"), lezioni di "ballo da rimorchio" con l'amico Amadeus e un omaggio a Fred Bongusto. Doveroso l'applauso per Ivan Cottini e la sua performance con la danzatrice Bianca Maria Berardi, apprezzabile il ricordo per Alberto Sordi, emozionante quello per Freddie Mercury da parte del tenore Vittorio Grigolo. E se il brodo non fosse già stato abbastanza allungato per dare senso a una suspense (in attesa del vincitore della competizione) che non ha mai avuto effetivamente ragion d'essere, ecco i Gente De Zona a provare dare la sveglia. 

A Diodato il Premio Finale, quello della Critica "Mia MArtini" e il Premio "Lucio Dalla", a Rancore il "Sergio Bardotti" per il miglior testo, a Tosca il "Giancarlo Bigazzi" per il miglior arrangiamento, a Gabbani il "Tim Music" per il brano più ascoltato.

Volendo pesare unicamente il criterio della qualità, rimane difficile esprimere un giudizio generale positivo che, in qualche modo, possa premiare le intenzioni di questo Sanremo, che avrebbe potuto senz’altro festeggiare il suo 70° anniversario in maniera più emblematica. Nessun rimprovero, sia ben chiaro: la musica è un’arte umanamente accessibile a chiunque, e il suo ascolto consapevole è diventato ormai uno scrupolo alla portata solo di chi ancora è disposto a impiegare il proprio tempo in nome della sua sacralità.

Jacopo Ventura

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