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Haifa ha iniziato a camminare: Occident Express di Stefano Massini su Rai Play

Nel 2015 una donna anziana di Mosul si è messa in fuga con la nipotina di 4 anni: ha percorso in tutto 5.000 chilometri, dall’Iraq fino al Baltico, attraverso la cosiddetta “rotta dei Balcani”."Occident Express (Haifa è nata per stare ferma)" è il racconto, in forma di monologo, della sua incredibile storia, la cronaca del suo viaggio narrato in prima persona. È il diario di una fuga. Haifa non sceglie di mettersi in cammino: qualcosa di più grande decide per lei, obbligandola a lasciarsi tutto alle spalle. Cosa cerca? Una meta. Un approdo. Forse solo un posto dove fermare le gambe.
Lo spettacolo, una produzione Teatro Stabile dell'Umbria/Officine della Cultura, scritto da Stefano Massini e con protagonista Ottavia Piccolo, ha girato con grande successo i teatri di tutt’Italia tra il 2017 e il 2019. Nel 2020 ne è stato realizzato un film, diretto da Simone Marcelli che, dopo la presentazione nella sezione Giornate degli Autori all’ultima Mostra di Venezia, è ora disponibile su Raiplay.
La regia rispetta, tramite inquadrature fisse, l’impostazione teatrale, ma ricorre allo stesso tempo ad un esplicito montaggio, con bruschi stacchi che alternano campi totali del palcoscenico, figure intere, mezze figure e primi piani della protagonista. Così, quando nel finale, vediamo per la prima e unica volta un primissimo piano del suo volto rigato da lacrime, questo colpisce con forza ancora maggiore, con una potenza cinematografica. Quel “non sprecate l’aria” diventa allora frase culmine di un racconto che aveva fatto dell’esperienza sensoriale il suo cardine: la fame, la sete, il freddo, il vento: il viaggio è fisico e interiore.
Il palcoscenico è nella penombra, alla luce vi è solo un elemento al centro: macerie di muri, di edifici. Tramite dissolvenze, in certi momenti si reca dietro le quinte del teatro Petrarca di Arezzo, dove è avvenuta l’ultima rappresentazione prima che l’emergenza sanitaria interrompesse la tournée, scelto come cornice per le riprese. Per poi, scendere tra la platea, dove tutte le sedie sono vuote. Approdo di una sua percorso che, anche attraverso gli intermezzi animati, evidenzia lo statuto onirico, mnemonico della rappresentazione, in cui oltre le sue parole regna il silenzio, il vuoto, i resti.

«Haifa è nata per star ferma». Da bambina, la sorella adottiva glielo ripete continuamente: «Haifa è nata per star ferma». Eppure, quando le sue ossa iniziano a diventare stanche, quando i suoi capelli si sono fatti bianchi, Haifa deve iniziare a camminare, la nipotina in braccio o trascinata per mano, via da Mosul, verso il mare, poi la Grecia e poi di nuovo di là, oltre i monti, l'Ungheria, l'Occidente e - forse - un mondo migliore.
Che Haifa sia nata per star ferma sembra esserne convinta anche lei stessa, che dà il via al racconto sicura che «se avessi potuto scegliere, non avrei fatto neanche il primo passo». Lo dicono anche la voce e lo sguardo di Ottavia Piccolo [Il gattopardo, Metello, La famiglia] che prende su di sé il peso di questa testimonianza e la racconta nel lungo monologo il cui unico contrappunto sono la musica e il teatro vuoto, dove gli orrori della storia di Haifa sono rievocati dalle parole dell'attrice.
E allora lo spazio, i suoni, la voce, trasmutano la condanna all'immobilità alla quale sembra essere ancorata Haifa: «poi, un giorno sono partita»; le sue parole divengono la nuova voglia incessante di tutto il genere umano che sembrava fermo e perduto ad andare avanti, di arrivare dall'altra parte, di ritrovarsi e ritrovare sé stessi.
Divenuta novella Ulisse in un' Odissea fatta di tunnel sotterranei, mezzi e traghettatori di fortuna, piedi sbucciati e fronti distrutte dal sole con una bambina al seguito (sembra di sentire la parole di McCarthy «poi si incamminarono sull'asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro»...), nella voglia bruciante di cavalcare l'Espresso Occidentale, Haifa ritrova nel suo nome non più quello che è nato per star fermi, ma quello da gridare, come da bambina, al fiume Tigri, quando la voglia di ricercare sé e la propria identità ancora ardeva, prima che tutto sprofondasse. Da urlare di nuovo adesso, con i capelli bianchi, nel mezzo della fuga, ora che quella stessa voglia è tornata. Ora che si è partiti.
Oltre ad Ottavia Piccolo, protagonista indiscusso è anche l’accompagnamento musicale. La colonna sonora è stata composta e diretta da Enrico Fink, e suonata dal vivo dall’Orchestra Multietnica di Arezzo. I brani contribuiscono a raccontare i mille luoghi attraversati da Haifa e incarnano le emozioni provate durante il suo lungo viaggio. Spesso succede che i musicisti irrompano nella scena, si siedano vicino ad Ottavia sui cubi squadrati che compongono la scenografia, sottolineando così ancora con più insistenza le sue parole. Come dei ricordi che non riusciamo a scacciare dalla nostra testa, così i musicisti accompagnano attivamente il monologo di Haifa, facendole rivivere le sue passate esperienze ed enfatizzando la loro drammaticità. Capita anche che uno strumentista parli, o che alcuni di loro la seguano con ostinazione ovunque vada, suggerendo così che il racconto di Haifa è pregno di esperienze traumatiche che non dimenticherà facilmente. La musica rafforza quindi la recitazione di Ottavia Piccolo, regalando agli spettatori sfumature, suoni e sensazioni dirette dei luoghi descritti. Cambia in continuazione a seconda delle vicende narrate, a volte si carica di suspense e tensione con temi di archi stridenti, a volte assume toni più rock con potenti assoli di chitarra elettrica. Anche le luci di Alfredo Piras cambiano a seconda degli episodi raccontati e spesso si sincronizzano con la musica. Nonostante durante tutto lo spettacolo prevalga un senso di oscurità, in alcuni momenti dei fasci di luce squarciano la scenografia, simboleggiando della speranza che rappresenta il viaggio. Altro elemento che mette in risalto la narrazione è l’animazione di Simone Massi che si sovrappone alle immagini nei momenti più topici. I disegni in bianco e nero e vibranti di tragicità, fanno eco alla storia di Haifa e di Nassin: come per esempio il momento dell’assalto al treno o il racconto della storia di Shaban. La peculiarità del tratto di Massi e la potenza dei suoi disegni conferiscono verità alla storia e portano all’apice la disperazione della narrazione, senza però sviarla. Attraverso musica, luci e disegni, Marcelli compone un linguaggio universale, attraendo e coinvolgendo così lo spettatore dentro la storia senza difficoltà. Il regista compone un diario di viaggio in cui non c’è un attimo di sosta e in cui è impossibile voltarsi indietro: uno spietato racconto fra parole e musica che rende possibile l’immedesimazione in una storia di fuga che sembra inconcepibile da comprendere.

 

Elisa Pizzato, Gabriele Ragonesi, Luca Sottimano 14/04/2021

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