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La Biancaneve di Angelin Preljocaj in scena al Teatro dell'Opera di Roma

“Un balletto è come un quadro: la scena è la tela, i movimenti dei danzatori sono i colori e la loro espressione è il pennello; la scelta della musica, la scenografia e i costumi rendono il carattere; infine il compositore è il pittore”. Con queste parole Jean-Georges Noverre descrisse in Lettres sur la Danse et sur les Ballets (1760) l’arte del balletto, un genere che ha saputo rinnovarsi nel corso dei secoli. Biancaneve di Angelin Preljocaj, in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino a giovedì 9 maggio, è un “quadro” perfetto che riproduce una versione dark del mondo fiabesco. Creato nel 2008 e premiato l’anno seguente ai Globes de Cristal, è un balletto romantico contemporaneo su musica di Gustav Mahler. La sua forza risiede nella bellezza del linguaggio coreografico di Preljocaj, nome di punta della danza contemporanea internazionale, e nell’estetica accattivante della scenografia di Thierry Leproust e dei costumi di Jean Paul Gaultier.
Biancaneve Preljocaj 2
Il balletto s’ispira alla fiaba dei Fratelli Grimm, una versione ben diversa da quella del film d’animazione della Disney (1937) che attenuò le tinte cupe del racconto. Al contrario, le nuances grottesche della fiaba hanno stimolato la creatività di Preljocaj il quale ha ripreso il finale cancellato dalla Disney: la Regina è costretta a indossare delle scarpe infuocate che, per il dolore procuratole, la costringono a ballare finché non cade a terra morta. Come tutte le fiabe, anche la storia di Biancaneve presenta molteplici chiavi di lettura. In particolare, Preljocaj ha approfondito il conflitto tra la Regina e Biancaneve, espressione della rivalità tra una donna matura e una giovane. Fonte d’ispirazione per lo sviluppo drammaturgico di questo concetto è stata l’interpretazione dello psicanalista Bruno Bettelheim, secondo il quale il genitore narcisistico si sente minacciato dalla crescita del proprio figlio. Ed è quanto accade nel balletto: fintanto che Biancaneve è una bambina, la Regina conserva il suo primato di bellezza; quando Biancaneve sboccia in una splendida fanciulla, la Regina si sente minacciata e il suo narcisismo scatena forze distruttive che la inducono a eliminare la figliastra.

I tratti stilistici che caratterizzano Biancaneve sono un vocabolario che fonde la tecnica accademica con il linguaggio contemporaneo, un gusto raffinato per l’astrazione formale del movimento che si rivela lirico ma al tempo stesso sensuale e un accurato lavoro di ricerca che porta Preljocaj a sperimentare la danza verticale nella scena dei sette nani in miniera. Qui i danzatori, provvisti di corde elastiche, si calano dalla sommità del fondale e danzano lungo la parete rocciosa perpendicolarmente, creando un momento spettacolare di grande presa sul pubblico. In ogni istante, la coreografia rispecchia esattamente sia il profilo dei personaggi sia le azioni rappresentate. Nel primo caso, la purezza di Biancaneve è tradotta con una danza fluida e ariosa mentre la perfidia della Regina si esprime con movimenti decisi ed energici. Nel Biancaneve Preljocaj 4secondo caso, invece, la rigida gerarchia del mondo aristocratico è data dall’allineamento dei danzatori su quattro file (scena a corte), mentre la passione che caratterizza la scena della foresta, luogo clandestino dove s’incontrano gli amanti, è rimarcata da una disposizione spaziale più libera. Evidenti sono i richiami alla tradizione del balletto narrativo. L’irruzione a corte della Regina, accompagnata da due creature maligne – due gatti neri – e annunciata dalla musica e dalle luci, non può non ricordare l’entrata in scena della fata cattiva Carabosse nel prologo della Bella addormentata. L’apparizione della Regina madre che, sorretta da un cavo, scende dall’alto della scena per soccorrere Biancaneve, rievoca invece le creature volanti del balletto romantico.

Nella replica di domenica 5 maggio, Biancaneve è stata Giorgia Calenda che, con la sua interpretazione, ha rappresentato le varie sfumature della giovinezza: bellezza, naturalezza e purezza. Giacomo Castellana è il perfetto principe della fiaba. Nella scena finale, la sua danza si fonde con l’intensità dell’Adagietto della Quinta Sinfonia di Mahler ed esprime la forza di un uomo che vuole ridare vita alla sua amata. Tra i due danzatori si è creata una piacevole intesa, evidente anche nel passo a due delle rocce, così intenso da non essere supportato – almeno per metà - dalla musica, essendo ogni passo in grado di risuonare da sé. La cattiveria della Regina è stata interpretata da una malvagia e seducente Annalisa Cianci. Ogni suo movimento è contraddistinto da una grande forza espressiva, trasmessa anche dal solo sguardo, minaccioso e fulmineo. Momento topico è quello della mela stregata. Anche in questo caso l’espressività della danza è sufficiente a raccontare la violenza della scena senza ricorrere ad azioni pantomimiche. Il pubblico è rimasto incantato - o per meglio dire stregato - dalla prova del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, di formazione classica ma sempre più versatile dal punto di vista stilistico. Grazie alla direzione di Eleonora Abbagnato che ha ampliato il repertorio e bilanciato i titoli classici con quelli moderni e contemporanei, la compagnia continua a crescere di spettacolo in spettacolo, regalando esibizioni di alto livello.

Silvia Mozzachiodi, 07/05/2019

Foto di Yasuko Kageyama 

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