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Recensito incontra Marco Cavalcoli, l’attore che racconta di David Bowie, di Paolo Poli e di sé stesso

Emozionato per la sua prossima messa in scena al Teatro della Pergola di Firenze, in quel Saloncino dedicato all’attore Paolo Poli, Marco Cavalcoli, seduto tra i libri della RED Feltrinelli di Roma, è cordiale e sorridente. Racconta di sé in modo consapevole e con un pizzico di timidezza, quell’ingrediente che, si dice, sia ricorrente e fondamentale in molti bravi attori.

“Santa Rita and the Spiders from Mars” è il nome dello spettacolo che presto andrà in scena al Teatro della Pergola di Firenze. Cosa significa per te?

"È il primo che ho creato; Rodolfo di Giammarco mi ha proposto di mettere insieme un reading tra David Bowie e Paolo Poli e ho risposto subito di sì: ho trovato interessante lavorare su queste due figure. Da una parte è difficile perché non si tratta di scrittori ma di performers, artisti. Dall’altra è bellissimo perché senza esserne del tutto consapevole mi sono ritrovato a scrivere e dirigere uno spettacolo teatrale".

Quando ti sei reso conto di aver creato uno spettacolo?

"Il giorno del debutto! Adesso so di aver fatto un passo in avanti come artista e autore".

Ti trovi mai faccia a faccia con la scrittura?

"Scrivo poco e se scrivo mi trovo meglio a commentare politicamente e filosoficamente. Non mi occupo di scrittura poetica. Da ragazzo disegnavo molto ma ho smesso definitivamente intorno ai vent’anni. Concepisco me stesso in scena come un corpo scrivente: scrivo lavorando sulla mia presenza".cavalcoli7

Come definiresti la presenza scenica?

"Ci sono tante modalità diverse di presenza perché un attore è prima di tutto un essere umano dotato di proprie peculiarità. Un attore è presente quando mi sorprende. In generale si tratta della capacità di far vibrare l’aria, modificare lo scorrere del tempo, le dimensioni dello spazio, la velocità della luce. Andare oltre il limite del quotidiano e aprire una porta sul mondo immaginale, quello dell’anima, della psiche. Accogliere quelle forze che ci caratterizzano ma che dimentichiamo perché incontrollabili".

«Non ho mai voluto apparire come me stesso in scena, mai fino a poco tempo fa». È una tua affermazione…

"In realtà l’ho rubata a David Bowie e a Paolo Poli. Loro praticavano un gioco di sovrapposizioni di identità e io, portandolo in scena, l’ho fatto mio. Questa affermazione mi descrive fin dagli inizi; ricordo che Pietro Babina ci chiese di svolgere un percorso personale e io portai avanti un lavoro in cui scomparivo: ero solo voce. Da lì in poi la mia ambizione è stata quella di scomparire e ancora oggi preferisco lavorare in radio. C’è una vertigine nell’esserci mentre si scompare in scena che io amo molto. Ultimamente sto scegliendo di scomparire in modo più presente, di posizionarmi anche fuori scena ma esserci con la mente, come mente".

Vuoi raccontarci il tuo percorso da attore?

"In una parola? Durissimo. Recitare era una delle mie passioni; ho cominciato con qualche laboratorio a Ravenna e ho continuato con una compagnia di amici, sempre a Ravenna. È iniziato come un gioco ma è diventato qualcosa di molto serio. Ancora studiavo ma a ventisette anni mi sono trovato a dover scegliere se vivere di questo o no. Ho scelto il teatro e sono stato povero per circa vent’anni. Il risvolto positivo è che ho vissuto con estrema felicità i primi successi e ho condiviso momenti unici, di grande densità artistica e psicologica. All’inizio di una carriera la condivisione è tutto; poi il successo pubblico ha dato respiro a sensazioni che già conoscevo".

Cosa credi che ti abbia portato al successo?

"Lo studio. Ho studiato molto anche se in maniera a-sistematica. Questo adesso mi fa sentire all’altezza di prendermi cura dei giovani, di guidarli. Oltre allo studio, le esperienze personali che si intrecciano al mestiere e lo nutrono, gli danno spessore. I veri scatti sono legati alla vita, non allo studio".

Torniamo ai protagonisti di “Santa Rita and the Spiders from Mars”. Pensi che personaggi come Bowie e Poli continuino a vivere dopo la morte?

"Non credo all’esistenza dopo la morte ma soltanto perché penso che gli uomini vivano tra vivi e morte. Questa compresenza non ha bisogno della riproducibilità tecnica dell’opera per realizzarsi. D’altra parte, da quando le opere sono registrabili, l’eredità per i posteri è scottante. Non si può cantare l’opera senza conoscere la Callas, Domingo e Caruso. Bowie e Poli hanno lasciato molto materiale e sono tra quegli artisti da cui non si può prescindere".

Che rapporto c’è tra teatro e musica?

"Da diversi anni lavoro sulla pariteticità dei vari elementi che compongono lo spettacolo. Considero un suono, una luce o uno spazio come compagni di scena, non come commenti a ciò che accade ma come elementi che si pongono sullo stesso piano dell’attore, del testo e della regia. Il teatro è una scatola magica in cui è possibile far convergere con libertà le arti. Questo prima era un esperimento, un’azione avanguardistica, adesso è realtà".

Hai già avuto a che fare con lo spazio del Saloncino della Pergola?

"È la prima volta e ne sono molto felice sia perché è un luogo bello e prezioso sia perché la Pergola è un teatro molto caro a Paolo Poli e il Saloncino è dedicato alla sua memoria. Lo spettacolo va in scena il 23 maggio, giorno del suo compleanno".

Infine, cosa pensi della critica oggi? Trovi che sia autorevole? E se sì, quando?

"La critica ha sofferto molto della perdita di spazio nei giornali. Adesso è relegata in piccoli trafiletti che finiscono con una faccina sorridente o triste. Lo scopo della critica non è invitare gli spettatori a teatro ma stimolare il dibattito e la formazione di un pensiero, di un’opinione sull’arte teatrale. Oggi il web ha aperto spazi di riflessione importanti ma in un contesto ancora molto confuso. Io invece soffro la fine dell’epoca borghese: il suo senso critico si sta sgretolando e in questo vuoto è importante il giudizio del pubblico. Riguardo all’autorevolezza, per la carta dipende dalla testata, nel calderone del web è più difficile distinguerla e trovarla perché la pubblicazione è istantanea. Un po’ come Ennio Flaiano ricorda a sé stesso, bisognerebbe aspettare un paio di giorni prima di inviare il proprio pezzo. La fretta fa soffrire il pensiero… e la grammatica".

Benedetta Colasanti 24/05/2018

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