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La leggenda negli occhi: goodbye Major Tom

Gen 10

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. (Fabrizio De André, "Smisurata Preghiera")

"Look up here, I'm in heaven". Ce l'aveva detto. Lo sapeva e ce l'aveva detto, con l'incipit oscuro, ipnotico e quanto mai profetico di "Lazarus", traccia tre del suo testamento musicale "★", uscito l'8 gennaio. La morte di David Bowie lascia un vuoto incolmabile nella musica che verrà. È andato via serenamente dopo 18 mesi di lotta, quasi raggiungendo, come se ci fosse un ideale anche nel momento dell’addio, dello strappo definitivo, Fabrizio De André, scomparso l’11 gennaio di 17 anni fa. Fulgidi geni che sapevano andare in direzione ostinata e contraria; numeri primi morti nel primo mese che sta diventando maledetto per la musica.
Un lavoro sull'immagine senza precedenti – sviluppato sulle orme del mimo Lindsay Kemp – la capacità di fare arte partendo da se stessi e difendendo un'estetica musicale precisa. Teatralità, mimica ed eleganza. David Bowie era, è, e rimarrà un'icona eterna della musica, del glam, dell'arte. Una leggenda così semplice da leggersi negli occhi. Una leggenda così incredibile da esser nata con un pugno nell'occhio: una scazzottata adolescenziale che pare gli abbia causato quell'a-simmetria nello sguardo che lo ha reso celebre. Tecnicamente dovrebbe chiamarsi midriasi permanente, paralisi del nervo costrittore della pupilla che non riesce a dosare la quantità di luce che può entrare nell'occhio. A pochi interessa, questo è certo. Conta solo che quello sguardo lo ha usato per stregare generazioni intere e per creare le sue trasgressive maschere sceniche.
David Robert Jones, nato a Brixton, Londra, l'8 gennaio 1947, è tante cose. È Ziggy Stardust, è Il Saggio Aladino, è l'alieno Newton, è il Duca Bianco e Lazzaro. È una star diversa piombata sulla terra nel 1969 con la psichedelia e il prog di "Space Oddity", da cui comincia l'Odissea della strana creatura protagonista, nel 1972, di "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars", extraterrestre bisex-androgino-rockstar che lo pone anche sulla cresta di un'onda alta e pericolosa, la libertà sessuale. Nel 1976 "Station to Station" lo consacra come Duca Bianco, contrappunto di quel Newton protagonista del film "L'uomo che cadde sulla terra". Si trasferisce a Berlino dove assieme a Brian Eno registra la Trilogia: "Low" (1977), "Heroes" (1977) e "Lodger" (1979). Siamo alla fine dei Settanta e il Duca immagina tutti come eroi in grado di 'ballare' sul muro "senza che niente potesse accadere". Bowie non si fa mai trovare dove lo si aspetta – è una sua peculiarità – e negli anni Ottanta decide di ritoccare la propria maschera mettendogli una corona commerciale, "Let's Dance", colonna sonora del decennio a metà tra rock e dance. Perché il Duca è tremendamente capace di fare arte e di essere trasgressivo e pop al tempo stesso, con eleganza invidiabile e inimitabile. Ma non sono solo questo, gli anni Ottanta di Bowie: nel 1981 duetta con Freddie Mercury nella creazione di "Under Pressure", successo indiscusso dei Queen, e nel 1985 gioca con Mick Jagger per incidere "Dancing in the street" per il Live Aid di Bob Geldof, replicata dal vivo l'anno dopo con Paul McCartney al basso.
L'Italia lo ha conosciuto e amato da lontano, ma l'ha visto da vicino nel 1997 a Sanremo, quando cantava "Little wonder", inserito nell'album "Earthling". Nel 2003 con "Reality" sembrava aver chiuso baracca e burattini, ma aveva riaperto bottega tre anni fa con "The Next Day". Del 2006 l'ultima esibizione dal vivo, stesso anno in cui gli viene assegnato il Grammy alla carriera. Poi la lotta contro il cancro, che se lo è portato via maledettamente. Dal fulmine rosso e blu di "Aladdin Sane", la stella nera. Riascoltare "Lazarus", "Blackstar" e tutta l'opera ultima di Bowie è dilaniante, perché nell'oscurità di testi e atmosfere disegnati dal Duca si trova tutto. "Blackstar" è un atto creativo incredibile, tutto quello che lui sapeva e ci stava dicendo, ma forse non abbiamo fatto in tempo ad ascoltarlo, a digerirlo, a comprenderlo. Look up there, he's in heaven.

Daniele Sidonio 11/01/2016

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