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Periferia napoletana tra letteratura e cinema: il caso de "L'amica geniale"

"Pur conoscendolo da sempre, era fatto di fantasticherie,
tenermelo per sempre sarebbe stato impossibile,
veniva dall’infanzia, era costruito con desideri bambini,
non aveva concretezza, non si affacciava sul futuro".

Simili flussi di coscienza delineano il personaggio letterario di Lenù, una delle due protagoniste de L’amica geniale (2011), bambina-adolescente-donna nata dalla penna di Elena Ferrante. La serie narrativa ripercorre il suo rapporto amicale di odio-amore con Lila, compagna di avventure e confidenze sin dalla prima infanzia.
La trasposizione televisiva, trasmessa sulla RAI dal 2018 e in coproduzione con HBO, riprende esattamente la disamina di questo legame. Lo fa scegliendo la medesima ambientazione (ossia la periferia napoletana), lo stesso modo di parlare, identiche vicende e personaggi di contorno. Ma come ci è stato insegnato fin dalla nascita del cinema (che ha sin da subito “preso in prestito” contenuti letterari), parlare della letteratura che si fa Settima Arte (o talvolta, viceversa) è difficile: non si può ridurre questo complesso rapporto alle similitudini tra due prodotti. Cinema e letteratura sono due linguaggi diversi, comunicano differentemente e i significanti dell’uno non sono adatti all’altro. Ciò appare ancor più complesso in un caso come quello de L’amica geniale, che fa parte della narrativa seriale ed è stato trasposto in prodotto televisivo, anch’esso seriale. Elena Ferrante ha, tra l’altro, partecipato alla scrittura della sceneggiatura, dando un contributo non indifferente.

Alcune opere letterarie, sembrano quasi pensate per diventare sceneggiatura: le pagine sono ricche di descrizioni che delineano perfettamente gli ambienti e le azioni dei personaggi. Altre, invece, privilegiano il focus su riflessioni intime e personali dei protagonisti: in questi casi, appare molto più difficile (ma non impossibile) realizzare una trasposizione filmica o televisiva. I romanzi de L’amica geniale sono un mix tra queste due caratteristiche. I flussi di coscienza di Lenù sono centrali nella costruzione del suo personaggio, perché è in questo modo che lei ci parla della profonda lotta che svolge con gli altri e con se stessa.

«Stentai a prendere sonno. Mi girai, mi rigirai, il letto e la stanza conservavano odori di altri corpi, un’intimità simile a quella di casa mia ma in questo caso fatta di tracce di ignoti, forse ripugnanti».

Nella serie, grazie a una meticolosa attenzione all’uso espressivo del corpo attoriale (e all’intervallarsi di una narrante voce fuori campo), si riesce a restituire impeccabilmente questo dolore emotivo. Lenù/Elisa del Genio/Margherita Mazzucco (e prossimamente, Alba Rohrwacher) ha spesso lo sguardo perso nel vuoto e il tono sommesso, tratti tipici di colei che subisce ma non riesce a combattere; osserva scrupolosamente Lila e Nino, persone che ha amato incondizionatamente (seppur in modo diverso) per tutta la vita, ma le escono solo parole soffocate e in netto contrasto con il narcisismo di Nino e la rabbia prepotente di Lila.
Lila le getta la bambola in una cantina e Lenù la guarda senza difendersi. Lila la riempie di offese dopo una festa, la definisce “un’oca”, ma Lenù non si ribella. E l’italiano sempre più perfetto di Lenù si scontra con il napoletano stretto di Lila, e il linguaggio della prima appare così più debole di quello della seconda (è un continuo rimando alla brutalità inarrestabile del loro rione). Tutto è dunque costruito in modo perfettamente binario: Lenù e Lila sono diverse (e il cromatismo che le oppone anche visivamente lo premette sin dalla prima puntata) e destinate ad accoltellarsi emotivamente a vicenda. Forse Lenù scansando i colpi e limitandosi a graffiare, Lila invece lanciandosi sulla sua amica-nemica con ferocia. Il loro rapporto tossico è costruito cinematograficamente in modo tale da rendere omaggio al profondo romanzo. E ciò vale anche per tutti gli altri legami e personaggi de L’amica geniale.

L’opera di Elena Ferrante è caratterizzata da un intenso filo rosso drammatico che percorre tutta la serie di romanzi. Ci sono crudezza e violenza e la speranza di un raggio di sole non sembra esser contemplata. La serie televisiva si mantiene più o meno sullo stesso piano tragico: “più o meno” e non completamente perché appare comunque poco meno intensa del corrispettivo letterario. Questo lo si nota nella descrizione del rione, che nei libri viene reso in modo molto più realistico e oscuro, mentre nella serie sembra uno spazio semi-sospeso tra sogno e realtà. Nonostante anche il prodotto televisivo faccia capire l’influenza negativa del rione, forse non ci riesce allo stesso modo dei romanzi.
Oltre a quanto già detto, appare inoltre molto evidente la scelta della televisione di “spegnere” leggermente la violenza di alcuni momenti tragici; questa è sicuramente una conseguenza di doversi adattare alle regole televisive. La violenza carnale su Lila è uno degli esempi più lampanti: la scena della serie è di relativamente breve durata, rapida. Nel romanzo, invece, la descrizione di quel doloroso momento è talmente profonda da riuscire a toccarla con mano.

«E quando lei […] provò a strapparselo di dosso tirandogli i capelli, annaspando con la bocca per morderlo a sangue, lui si sottrasse, le afferrò le braccia, gliele bloccò sotto le grosse gambe ripiegate, le disse sprezzante: che fai, statti quieta, sei meno di una fustella, se ti voglio rompere ti rompo».

Questa scelta (probabilmente inevitabile) non influisce però sull’esperienza de L’amica geniale, che è comunque molto intensa, e l’empatia che sviluppiamo nei confronti dei personaggi è autentica e profonda. Un’esperienza tra l’altro modellata anche da una musica creata ad hoc e che è perfettamente in grado di elevare il prodotto ad un certo livello qualitativo.

La breve disamina de L’amica geniale, sia letteraria che televisiva, ci propone di non ridurre il rapporto tra libro e film a “uno è meglio dell’altro”, bensì di cogliere le positività che caratterizzano linguaggi così diversi. I percorsi portano inevitabilmente a destinazioni differenti, ma ognuna in grado di donare ricchezza e riempire l’animo. Scegliere di consultare entrambe le tipologie di opere è solo un modo ulteriore per approfondire storie e personaggi e legarci ancor di più.

Ora si attende il finale di questa storia al femminile, previsto per questo stesso anno. Alba Rohrwacher ci aspetta nei panni della creazione della Ferrante. Ed è così che la macchina da presa si fa camera-stylo.

Ilaria Petroni, 16/05/2024

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