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Inside Community, la serie da recuperare, perfetta per il binge-watching in loop

L’anno è il 2009 ed è tempo di svolta, peccato siate capitati nel peggior istituto formativo del mondo: il Greendale Community College. Un'università che accoglie un’accozzaglia di perdenti, tra cui: ragazzi problematici, ultraventenni che hanno abbandonato gli studi, divorziati con figli e anzianotti che tentano di tenere sveglio il cervello mentre sono ad un passo dalla tomba.

Non vi preoccupate, ad affrontare l’imbarazzante e degradante percorso che vi attende, arriva in soccorso il gruppo di studio di Jeff Winger e co. Spoiler Alert: non vi aiuterà a studiare o a passare gli esami, ma vi renderà questo periodo meno detestabile.

Jeff Winger (Joel McHale) è un ex-avvocato trentasettenne costretto a ritornare sui banchi universitari dopo che una denuncia lo priva della licenza per professare (sembra si sia laureato in Colombia e non alla Columbia). Considerato il leader, nonostante il complesso dell’abbandono del padre, spesso rappresenterà proprio la figura paterna del gruppo  -sì, anacronisticamente anche per l’anzianotto della crew-. Questo sarcastico, attraente, cinico narcisista (come ogni avvocato del resto) decide di istituire un fittizio gruppo di studio per avere una chance con Britta (Jillian Jacobs). L’idea, però, viene presa seriamente e così Winger finisce con l’attirare a sé, con sommo dispiacere, un gruppo di disadattati, tutti bloccati al Greendale come lui.

Tra questi, la sopra citata Britta che, dopo aver abbandonato gli studi per “cambiare il mondo”, si ritrova verso i trent’anni senza competenze e obiettivi. Ritenuta una guastafeste per i suoi slanci moralistici da attivismo politico militante alternativo, rappresenta la voce della ragione, il super io del gruppo e spesso la figura materna. In realtà risulta un personaggio molto buffo per i suoi modi insensatamente esasperati e goffi. 

Si aggiungono Shirley Bennette (Yvette Nicole Brown), casalinga afroamericana, cristiana  iperreligiosa fino al bigottismo, divorziata con figli, in cerca di riscatto, tenta di diventare imprenditrice; Annie Edison (Alison Brie), diciannovenne ebrea, perfezionista del tipo ossessivo-compulsivo, con alle spalle una dipendenza da Adderal e un esaurimento nervoso; Troy Barnes (Donald Glover), afroamericano, testimone di Geova, appena uscito dal liceo, ex star del football, sport che abbandona per un infortunio; Pierce Hawthorne, l’anzianotto bianco, razzista, misogino, alla ricerca di accettazione e comprensione, capace talvolta di riflessioni sorprendentemente sagge; ed infine il mezzo polacco  e mezzo arabo  Abed, il nostro personaggio metatelevisivo, conscio di vivere in una serie, ponte tra questa e lo spettatore, amante del cinema e probabilmente affetto dalla sindrome di Asperger.

A ruotare intorno al gruppo, oltre a personaggi minori, l’inetto rettore Dean Pelton (Jim Rash), personaggio sopra le righe genderfluid, la cui inadeguatezza è pari solo all’amore che nutre per la scuola e gli studenti. E poi Ben Chang (Ken Jeong), l’insegnante di Spagnolo (sì, un professore cinese di spagnolo, non siate così sorpresi: è da razzisti!), una figura in bilico tra l’insanità mentale e il puro genio.

Questi personaggi saranno pure dei perdenti, degli outsider, ma ci sono sempre l’uno per l’altro, sebbene siano evidenti le differenze e le diffidenze che serpeggiano tra i banchi. Spesso sparlano fra loro e si mal sopportano, talvolta si odiano. Vero è, però, che si può odiare veramente solo una persona che si conosce bene e che vi permette di avvicinarvi a tal punto da conoscere i mostri che la animano. E per essere così vicini da odiare una persona dovete amarla, perché soltanto amandola riuscite a stare, nonostante tutto, al suo fianco, lì vicino, da dove potete vedere quei difetti. E questo fa la differenza. Rimanere accanto alle persone fa la differenza tra un gruppo di studio e una famiglia, tra un gruppo di studio e una vera comunità

Strutturalmente, niente in Community è fuori posto. L’architettura della sceneggiatura è semplicemente impeccabile, ricordare che l’autore è Dan Harmon (Rick e Morty) accompagna solo. Sì, forse alcuni episodi, come dichiarano i personaggi stessi nelle puntate, sono sottotono. Riflettendoci, però, già solo il dichiarato momento metatelevisivo è sufficiente a riportare tutto su di un piano che incastra alla perfezione ogni singola scena, battuta, episodio, dando un senso anche a quelli meno entusiasmanti. E la serie torna a risuonare di genio. 
Sono proprio gli autoreferenziali «oh no ecco la puntata a scarso budget», il ripetuto «6 stagioni e un film» e la rottura della quarta parete e delle dinamiche televisive a mandare in sollucchero lo spettatore fanatico.

Si aggiungano le puntate speciali; il citazionismo sfrenato cinematografico, televisivo e pop; la forma, il genere e lo stile che trascendono i codici mutando continuamente dal serial all’animazione in stop motion, al western, alla soap, allo sci-fi...; ma è soprattutto "l’epicizzazione dell’ordinarietà", la rivendicazione del più banale o anche imbarazzante gesto elevato alla stregua di eroiche e seducenti azioni a coinvolgere e appassionare il pubblico, anche il meno esperto. E così una battaglia con i cuscini si trasforma in una storica guerra degna di un documentario oppure un compito di biologia diventa una crime story.

Tutti vorremmo rendere i nostri piccoli gesti quotidiani degni di essere narrati come fossero cronache epiche. Spesso non ci accorgiamo di quanto sia speciale l’ordinarietà di certi momenti o non sappiamo coglierne veramente l’essenza spettacolare, perchè ormai privi di fantasia. Questo è un tema che spesso viene portato a galla dalle surreali idee dei personaggi, in particolare di Abed: lo scontro titanico tra infantilità/fantasia e maturità/grigia stasi mentale. I temi in realtà sono troppi per essere elencati: dal classico scontro tra es e super io, al superamento dei pregiudizi, al riconoscimento delle proprie fragilità e limiti….

Non si empatizza timidamente con i personaggi, li si ama, li si vive e in realtà è come se li si conoscesse da sempre: voi siete lì con loro, su quel tavolo, su quella sedia vuota, perché in realtà è il posto dello spettatore. Siete compagni di studio, di disavventure e anche voi fate parte della comunità: un senso di inclusività vi avvolge così come pervade tutta la serie. Inclusività e senso del gruppo mai banali e scontati, spesso messi a rischio da egoismi, pregiudizi e opportunismi, da tutte le incoerenze che nel piccolo rispecchiano la nostra società. E nonostante le individualistiche forze centripete, vi troverete in un insieme di persone che si sforzano incessantemente di rimanere unite per sè e per l’altro; perché nessuno ha mai detto che è facile stare al fianco di qualcuno, ma è proprio questo sforzo che vi trasforma in comunità. E solo allora, come dichiara Jeff nella prima, e circolarmente, nell’ultima puntata, avrete «smesso di essere un gruppo di studio, e siete diventati qualcosa di inarrestabile: io vi dichiaro ufficialmente una community»

Ma non vi preoccupate, non è una serie buonista, il sarcasmo e il cinismo accompagnano il tutto così come flaws e ghost accompagnano costantemente i protagonisti, presentati come tipi piatti stereotipizzati, pronti col tempo ad essere decostruiti e migliorati. 

E si ride, reazione scontata per una comedy, ma che è raro raggiungere sinceramente. Tutto grazie ai momenti no-sense, alle gag comiche vecchia e nuova scuola e ad una buona dose di quel politicamente scorretto che nell’irriverenza mette a nudo le ipocrisie umane, pur comunque rimanendo inclusivo. Avrete spesso brevi moti di vergogna per esservi sganasciati ridendo a squarciagola come dei folli in metropolitana, il consiglio è di aspettare il ritorno a casa, ma è comprensibile l’addiction che vi spingerà ad usare lo smartphone per la visione della serie anche nei momenti meno appropriati. Rilassatevi e godetevi appieno il momento di ilarità, tanto la vergogna lascerà presto spazio ad un rivendicato senso di libertà di essere imbarazzanti anche in pubblico, side-effect delle puntate che vi dis-educano alle convenzioni borghesi del vivere in comunità.
E si piange, qualche lacrima la si versa sempre in una buona sit-com, ma questo ce lo aveva già insegnato Scrubs, prima ancora Friends e se andiamo a ritroso non finiamo più.

Community è quel tipo di serie amata molto da sceneggiatori, cinefili, fanatici delle sit-com e della cultura pop. Una particolarità che nel corso degli anni la ha, forse, portata a non essere  compresa dal grande pubblico della televisione, con difficoltà di produzione e una stentatissima sesta stagione. Sei stagioni, cinque prodotte dalla NBC e una salvata in extremis da Yahoo, conclusasi nel 2015. Forse il pubblico non era pronto, ma adesso che è da poco approdata su Netflix, forse, il nuovo audience -quello dello streaming- le darà finalmente giustizia. Community, del resto, è il perfetto prodotto per lo streaming, la serie perfetta per il binge-watching, sia che la stiate guardando per la prima o per la settima volta in loop.

La speranza è quindi che aumentino le fila di quei fan che spingono per l’uscita del film conclusivo. Infondo, alcune trame si devono ancora chiudere e Abed è dalla seconda stagione che negli episodi ripete il mantra «6 stagioni e un film» e noi ci crediamo.

Sara Moscagiuri  23/04/2020

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