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"Shadows of tomorrow", la danza delle ombre per ricordarci che esistiamo

ROMA - A volte non si è mai abbastanza preparati a confrontarsi con determinate realtà artistiche che, oltre ad essere spesso lontani da noi per gusto o comprensione, richiedono deliberatamente uno sforzo maggiore, che nulla ha a che vedere con il raziocinio al quale siamo abituati ogni giorno: bisogna, piuttosto, lasciare "la propria mente" fuori le tende del foyer, e predisporsi in maniera quasi devota con tutto il proprio arsenale emotivo a una totale esperienza immersiva, restituendo semplicemente ai nostri sensi la libertà e il "dovere" di agire secondo i loro preziosi dettami.

Ed è proprio questo lo sforzo di preparazione che, secondo noi, richiede l'arte di Ingri Fiksdal e, nello specifico, il suo lavoro coreografico "Shadows of tomorrow" (andato in scena al Teatro India di Roma).

Invitato ad entrare e rispettare la coreografia già pronta, tra le luci colorate e i danzatori in posizione, il pubblico prende posto in rispettoso silenzio, finché (in un sentito clima di aspettative, seppure confuse, fatto di scambi di domande e curiosità),  il "viaggio" nel mondo delle ombre può cominciare.

Dal buio primigenio della sala, solo alcuni dei quattro gruppi di riflettori disposti a perimetro iniziano debolmente a testimoniare la presenza degli interpreti (riuniti in due insiemi circolari e posizionati in angoli opposti), che lentamente prendono vita nei loro movimenti oscillatori prima di rompere lo spazio e invaderlo letteralmente con spostamenti ondeggianti, armoniosi, confusi nelle ombre riflesse dalla luce sulle pareti bianche. Una perfetta geometria coreografica, senza alcuna collisione di corpi, mentre in assenza totale di una colonna sonora d'accompagnamento provo ad immaginare una partitura di John Cage. La danza onirica di venti colorati arlecchini-lebbrosi senza rischio di identità. O reminescenti "amanti di Magritte", se a qualcuno dovesse riemergere una vena surrealista/esoterica. 

Solo un breve momento di stasi, prima dell'evanescente "secondo atto" (sostenuto dallo scrosciare della pioggia sul tetto, a voler quasi prendere parte attiva alla rappresentazione). La teatralità, giocata principalmente sull'effetto visivo, passa sempre più per i colori e i movimenti convulsi, quasi tribali e spaventosi, dei danzatori. Fino a staccare la spina della realtà oggettiva (che quotidianamente ci rende complici omologati) e lasciare fini all'ultimo "passo" un senso di totale vertigine. L'invito implicito, se volete, di fare i conti con la propria esistenza fuori dai severi schemi del raziocinio, eppure rimanendo ancorati a una sicurezza essenziale: quella secondo cui senza "ombre" non potremmo quasi accorgerci di "essere".

Un viaggio durato circa 45 minuti, quello che dal 2016 Ingrid Finksdal ha voluto portare fin qui a Roma dalla sua Oslo (Norvegia), reso possibile dalla cornice del Teatro India e dalla partecipazione (opportunamente selezionata) dei performer che nelle settimane precedenti hanno risposto alla "chiamata" per essere doverosamente preparati alla messa in scena finale.

Un libero accesso dalla porta principale della "danza contemporanea" di questo secolo, ma per il quale si richiede una predisposizione emotiva tutt'altro che banale. Senza esagerare, una sincera "voglia di perdersi".

Jacopo Ventura 28/02/2020

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