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Diari calitrani. Sponz Fest 2016 vol. 1: la Relogia, il treno, il Sentiero della Cupa

“E il silenzio si prende tutto, ma è un silenzio che ha voci dentro” (Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni)

Lì dove le lucciole non ci sono più, eppure si vedono ancora. Lì dove il tufo in autunno si mescola al mosto, ma in estate si rinfresca al silenzio del vento e del buio, che racchiude tutto come il guscio di una enorme tartaruga. Ne aveva di polvere da sparare lo Sponz Fest 2016. Parafrasando il detto, ne aveva di cosa da dire, e tutte belle. Il festival ideato da Vinicio Capossela crea un nuovo immaginario, mescola le arti in modo unico e attento, rende merito a una terra schiacciata dal tempo, che non è più dalla sua parte, e dallo spazio, imbrigliato da affaristi e lucratori. In mezzo, però, c'è un popolo genuino, onesto, profondo, ancorato alla radice, che con energia cerca di alzare la mano e farsi ancora vedere, e capire.
Perché ce n'è di cose da vedere, di profumi da gustare, di suoni da ascoltare in Alta Irpinia. Lì dove il vento è amico e nemico, quando forma figlie dell'affare che intermittenti dominano la vallata montana. Prima di sbarcare a Calitri, luogo principe dello spettacolo, ci fermiamo a Lacedonia. Tra i vichi e le ringhiere riverniciate una piazza bacia il belvedere, l'altra consola le vittime del terremoto del 1930. Qualche cuccia per cani in legno, tre lenzuola stese. Segni di vita assieme alle anime che passeggiano, giocano al bar o si godono il sapore agliato di lagan' e cic'.
Dal belvedere della città che ospita l’Istituto Magistrale fondato da Francesco De Sanctis si salutano Calitri e Aquilonia, dove la vita si è fermata con il tremamento del ‘30. Accanto il promontorio Pauroso e il Monte Origlio. A sinistra c’è Macchialupo, così denominata per la massiccia presenza di lupi. Dietro la prima pala a manca è già Puglia, con Rocchetta che sale dove sorge il sole. Non si vede invece il Formicoso, distesa pianeggiante tempestata di pilastri eolici. La lotta per difendere la terra è uno dei nervi scoperti dell’Irpinia. A Calitri sono riusciti a non far piantare le pale, hanno lottato con l’esercito per evitare l’apertura delle discariche, così come ad Ariano. Siamo lì dove le maniche se le rimboccano, e se hanno polvere sparano. In senso proverbiale, si intende.

A Calitri, dove arriviamo il 25 agosto in tarda mattinata, il mantra è “cannazze”, il pronome è “voi” e l’amaro costa poco. C’è chi è arrivato in camper dal nord, chi da Catania o dal Salento, chi si attrezza con cambusa vecchio stile e pianta le tende accanto al Camposanto, dove le anime riposano senza sosta e cicale e grilli gorgheggiano. Forestieri che dormono di notte su una grande aia, per cantarla con Matteo Salvatore. Nel centro storico calitrano c’è la Relogia ferma alle otto meno venti, lì dove il tempo si è fermato il 23 novembre 1980. Quell’immagine, ripresa dall’artista Rocco Briuolo e diventata copertina del Paese dei Coppoloni, è un simbolo sotto cui spesso ci si ripara per poi ribattere quelle strade, quella pietra sgomenta e quelle porte abbarbicate l’una sull’altra. Per i vicoli che portano all’arco degli Zingari, nella parte bassa del centro, mammenonne si scambiano ricette. L’arco è arco sotto, ombra fresca, e ponte sopra, esposto al sole. Rosa, giallo e rosso sono i colori che decorano la pace, interrotta solo dal rumore di qualche piatto, dalle voci dei visitatori in lontananza e da qualche bambino che viaggia a dorso di mulo, accompagnato dai mulattieri.
In cima al borgo Castello, dove per l’occasione è stato allestito un lounge bar dal sapore felliniano, ci si appoggia al tufo per rinfrancarsi la coscienza con una birra fresca e con le parole di Domenico Quirico, reporter de La Stampa, inviato di guerra, sequestrato per cinque mesi in Siria nel 2013. Si ascoltano le chiacchiere di calitrani d’origine divenuti furastieri, come chi a sei anni ha lasciato il paese per andare a Poggibonsi e oggi parla toscano, ma rivendica la sua radice. Si parla di esodo, di grandi migrazioni, di migranti utili – che non hanno bisogno della compassione, che troveranno posto in un mondo che già gli somiglia, quello della Merkel – e migranti inutili, che arrivano a Lampedusa senza nulla addosso, con solo le braccia, le mani e lingue che nessuno conosce. Il viaggio trasforma l’uomo nello spazio e nel tempo, e lo sa bene Vinicio, anima ospite anch’egli, figlio di migranti, che ascolta contrito storie già sentite, ma mai abbastanza. La voce roca di Quirico si appassiona sull’onestà, necessaria quando si entra nella tragedia degli altri, e sulla sostanziale differenza tra misericordia e commercio. Nel libro “Esodo” racconta del viaggio accanto ai migranti, della mutazione che subiscono nei tratti di terra e di mare, centimetro dopo centimetro.
In serata la festa si sposta sui binari del treno. La stazione di Calitri-Pescopagano, scalo riaperto dopo sei anni e assaltato a mo’ di cowboy il giorno inaugurale dello Sponz, diventa davvero un ranch del Texas. Da una parte la carne alla brace e il caciocavallo impiccato, dall’altra Armando “testa di uccello” – uno dei tanti personaggi che a leggerli nel romanzo di Capossela sembrano irreali, quasi calviniani, e poi invece si fanno carne e voce – omaggia la ferrovia e racconta la sua storia. Capossela ferma il tempo leggendo l’incipit leggendario di Furore” di Steinbeck e omaggia la polvere prima di lasciare spazio a un texano vero, infreddolito dalla pungente temperatura dello scalo, Micah P. Hinson. Bizzarro personaggio, mingherlino quasi quanto il bocchino che fumante accompagna tutta l’esibizione, regala sferzate noise alternate a sporchi arpeggi folk.
L’itinerario non si ferma al treno, ma continua a notte fonda nel Sentiero della Cupa, impervio, ripido, buio e freddo. Candele e luci attorniano la strada che porta all'antro delle creature, alternate a specchi su cui si trovano, in verde, poesie, racconti, estratti di opere varie. È la parte bassa, dove batte poco il sole e nascono le leggende, quella che si invoca per spaventare i bambini, “stai attento alla criatura ‘ra Cupa”. La luce viene dalla musica, gutturale e spaventosa – i gracchianti poteri del sax di Gavino Murgia – un canto anti-profetico che si dipana da un’effigie di steli, scheletri e rami. In alto un teschio spiritato sembra muoversi ai cambi di luce, chiama a raccolta gli adepti e li scaccia con le sue grida. Giù per la Cupa, ninfa notturna, le lucciole si vedono ancora. Giù per la Cupa risuonano l’eco ancestrale e il latrato dei cani, che accompagnano l’aura smargiassa del Pumminale. Giù per la Cupa si va a cavallo contro la luna calante. Le stelle sorridenti baciano la notte, che finisce tardi. I mali consigli se ne vanno col sonno, la birra e il vino li faranno tornare.

 

to be continued...

 

Daniele Sidonio 30/08/2016

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