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Masterclass: la professione dell’attore secondo Sergio Castellitto

Il 25 gennaio ha preso il via la rassegna di incontri Masterclass, firmata da Mario Sesti: una serie di appuntamenti con i grandi nomi del cinema e non solo: Sergio Castellitto, Francesca Archibugi, Franco Battiato, Matteo Garrone, Radu Mihaileanu e Rocco Papaleo. Sino al 18 aprile, sei grandi personalità nelle sale del MAXXI di Roma e del Mycityplex Savoy.
Mario Sesti, responsabile dei progetti speciali Cityfest, spazio culturale ideato dalla Fondazione Cinema per Roma, medierà ogni incontro riunendo insieme i talenti che hanno interpretato il cinema, indagandone gli strumenti di analisi del linguaggio e della tecnica cinematografica. Ogni conversazione sarà aperta al pubblico integrando gli interventi con la proiezione di materiali video e la possibilità di dialogare con l'ospite.
Lunedì 25 gennaio, alle ore 21, nella sala 2 del Mycityplex Savoy è intervenuto Sergio Castellitto, per la sua Masterclass, Professione attore; interprete, regista e sceneggiatore, ha spiegato come è stato in grado di declinare nella sua carriera esperienze teatrali, televisive e cinematografiche.
Gli incontri proseguiranno il 15 febbraio al MAXXI insieme alla cineasta Francesca Archibugi con Raccontare al cinema, raccontare il cinema. Poliedrica e audace, è nota al pubblico per Il grande cocomero, dove ritroviamo un impeccabile Castellitto, e ancora Verso sera o Il nome del figlio.
Il terzo appuntamento, giovedì 17 marzo, avrà come soggetto Franco Battiato che presenterà Altrocinema. Il cantautore, a seguito della proiezione Attraversando il Bardo, sarà regista del suo legame con la materia musicale trasposta sul grande schermo.
Il 29 Marzo al MAXXI, troveremo il regista di Gomorra, Matteo Garrone. Candidato al Golden Globe e vincitore del premio speciale della giuria a Cannes per Gomorra, ha ricevuto lo stesso riconoscimento per Reality; oggi è uno tra i registi e autori italiani più apprezzati al mondo.
Un rapporto particolare quello di Cityfest con l’attore e regista Sergio Castellitto che, dichiara Sesti, incarna perfettamente un certo gusto tipicamente italiano di fare teatro, cinema e televisione, un connubio esemplare tra forza comica e densità drammatica. E poche settimane fa si è conclusa, su Sky Atlantic, la seconda stagione della serie televisiva In Treatment, nella quale l’attore romano ha vestito ancora, con un grande successo di pubblico, i panni del dottor Mari.
Una vasta panoramica sulla figura dell’attore, sulle sue manie e gli stati di grazia che la professione concede: dall’ossessione per la “memoria”, al saper amministrare la propria apparenza, al poter lavorare sui “tempi dell’ascolto”.
“La recitazione è una grande lente per capire se stessi” ha replicato Sergio Castellitto, alla domanda di Mario Sesti se avesse mai fatto terapia nella sua vita: uno sguardo privilegiato quello dell’attore, che consente di affrontare se stessi e le proprie criticità nello studio dei personaggi e poi di fronte alla cinepresa. E proprio riguardo a questo, abbiamo chiesto a Castellitto quanto interpretare l’oscurità di un personaggio (come un fedifrago, un omicida, un disperato) possa costituire una “terapia” per l’attore stesso: “Non abbiamo una grande tradizione di personaggi negativi in Italia”, la risposta, proseguendo che il nostro cinema è stato in grado di raccontare la crudeltà più con il grottesco che con la furia o la ferocia. Per quello che riguarda le sue scelte interpretative ha replicato: “Non mi andava che i miei figli vedessero la mia figura così efferata”.
Capacità di maneggiare il melodramma senza farvisi divorare, sia davanti che dietro la macchina da presa. Un’abilità che Sergio Castellitto ha maturato anche grazie alla possibilità di lavorare con i grandi nomi che hanno fatto la storia del cinema italiano, come hanno dimostrato le clip proiettate nel corso della serata. Tre suggestivi montaggi a raccontare, attraverso frammenti di pellicole, da La famiglia di Ettore Scola, all’Ultimo bacio di Gabriele Muccino e L’ora di religione di Marco Bellocchio, sino a quelle di cui ha firmato la regia, come Non ti muovere, Nessuno di salva da solo e La bellezza del somaro, la bellezza di una professione che espone l’umanità attraverso se stessa.
“Ho capito che attore ero quando sono diventato regista” ha dichiarato Castellitto, che non scorda di citare la moglie Margaret Mazzantini, tra il pubblico, responsabile con i suoi libri e sceneggiature di aver fatto di lui un regista. “In qualche modo, ho sempre fatto la regia dei miei personaggi, che il regista se ne sia accorto o meno”, ha proseguito, puntualizzando che il lavoro dell’attore con il regista ha sempre a che fare con la fiducia e se il regista è il vero “uomo di trincea”, l’attore è un “imboscato”, artefice di quelle infiltrazioni di coscienza che il regista richiede.
“Il mestiere dell’attore è fatto di una combinazione di fattori”, ha risposto Castellitto a fine incontro alla nostra domanda circa quanto lavoro fosse necessario per rendere l’umanità di un personaggio drammatico, la presenza/assenza di pietà, senza scadere nel patetismo: “É sempre caricatura il gesto di un attore” ma è essenziale credere nel suo talento, non negare mai all’interprete “il diritto alla voce, la più grande conquista del cinema”.

Francesca Pierri
Federica Nastasia 27/01/2016

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