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Quando il cinema riflette il malessere psicologico sul lavoro: le donne e i giovani adulti sono le categorie più in difficoltà

Il cinema, la musica, l’arte, rappresentano da sempre lo specchio della società. Non si può fare a meno di notare, nell’universo cinematografico, un’attenzione verso il mondo del lavoro e le condizioni in cui lo si vive. È un tema che ci tocca profondamente, chi prima, chi poi.
Mai come nel nostro presente è importante non spegnere i riflettori su quello che è ormai diventato un fenomeno di massa: il malessere psicologico causato dal lavoro. Lavorare diventa tutt’altro che un diritto, piuttosto una lotta alla sopravvivenza, soprattutto se parliamo di differenze generazionali e (dis)parità di genere. Ma andiamo per gradi.
Il 75% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani under 34 ha sperimentato almeno un sintomo di burnout: sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, distacco mentale. I dati risalgono a novembre 2023 e provengono della ricerca BVA Doxa commissionata da Mindwork, prima società italiana per la consulenza psicologica online in ambito aziendale.

L’evoluzione delle generazioni
Quella che sembra statisticamente essere più incline al burnout è la Generazione Z, Screenshot 2024-03-21 alle 11.00.47.pngcioè i nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2010: una persona su due dichiara di soffrire di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro. La grande differenza generazionale con i Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964) è la mentalità: loro, infatti, hanno una visione del lavoro tradizionale e un approccio “work-centric”, mettono cioè il lavoro al centro delle loro vite, concentrandosi molto sul successo professionale, lasciando da parte la salute e il benessere mentale.
La Generazione X, nati tra il 1965 e il 1980, è quella più “equilibrata” nel rapporto tra vita e lavoro rispetto ai Boomers: hanno vissuto per primi l’evoluzione digitale ma senza esserne troppo colpiti, hanno familiraità con la tecnologia ma riescono tendenzialmente a bilanciare il lavoro e la vita privata.
I Millennials, come la GenZ, sono coloro che vivono il lavoro attraverso la tecnologia, sono i giovani adulti di oggi che rientrano in quel 75% di persone under 34 che hanno sperimentato il burnout sulla propria pelle.
I Millennials e la Generazione Z rappresentano i lavoratori e le lavoratrici dei giorni nostri che preferiscono un maggior equilibrio tra vita privata e professionale, perciò disposti a guadagnare di meno pur di ottenere una situazione lavorativa più flessibile. Questa la grande differenza rispetto alla Generazione X e ai Boomers: maggiore attenzione e sensibilità per il benessere psicologico.

Orari flessibili < gender gap
Secondo lo studio “The impact of working conditions on mental health: novel evidence from the UK”, pubblicato su Labour Economics, lo stress da lavoro colpisce di più le donne rispetto agli uomini. Il fattore di insoddisfazione più comune deriva dalla mancanza di flessibilità degli orari lavorativi. Basti pensare che nel 2023 circa 44mila mamme hanno lasciato la propria occupazione per la difficoltà a conciliare vita privata e lavoro. La cura e la responsabilità familiare sono fattori che, socialmente, gravano di più sulle donne. Il carico di stress è il danno, la beffa è che ogni anno una donna guadagna circa 8.000 euro in meno rispetto a un uomo e solo il 6% delle donne trova un lavoro dopo la maternità. Questi, tra i tanti, dati shock hanno acceso la marcia su Roma (e non solo) durante l’8 marzo 2024: la Giornata Internazionale dei Diritti della donna. Donne e persone alleate sono scese in piazza per far sentire la propria voce e ricordare che un diritto è un diritto, e non può essere una lotta alla sopravvivenza. Le donne vogliono vivere, non vogliono sopravvivere.

La lotta alla parità di genere al cinema: 2 film e una serie tv da non perdere
A proposito di lotte, di lavoro e di donne, Michele Placido, regista, sceneggiatore e attore fra i più apprezzati del cinema italiano, trasferisce il testo 7 minuti (2016) del drammaturgo Stefano Massini in un film, presentato all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, che si ispira a una storia vera, accaduta in Francia, a Yssingeaux, nel 2012. Protagoniste undici donne, tra operaie ed impiegate, di nazionalità diverse, alle prese con una decisione difficile. Tra loro Ottavia Piccolo, che era al centro anche della versione teatrale, Ambra Angiolini, Violante Placido, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia e Maria Nazionale. In 7 minuti, un’azienda tessile diventa l'arena di una lotta che mette in primo piano le pressioni subite dalle dipendenti da parte delle multinazionali. La riduzione del tempo di pausa pranzo, simboleggiata dalla clausola dei 7 minuti, diventa il catalizzatore di una serie di tensioni che emergono dalle vite personali delle protagoniste. Questo film è in grado di mostrare come il lavoro non sia solamente una Screenshot 2024-03-21 alle 11.08.19.pngquestione economica, ma anche sociale e personale, influenzando le relazioni interpersonali e le scelte individuali (ndr. abbiamo seguito recentemente lo spettacolo nella messinscena del Teatro Vittoria: https://www.recensito.net/teatro/7-minuti-stefano-massini-claudio-boccaccini-recensione.html).
Parallelamente, Io la Conoscevo Bene (1965) di Antonio Pietrangeli offre uno sguardo critico sul mondo dello spettacolo e sulle aspirazioni di una giovane donna di umili origini. Adriana, interpretata magistralmente da Stefania Sandrelli, con il suo percorso tragico, rappresenta le molteplici difficoltà e le vulnerabilità che le donne devono affrontare nel cercare di affermarsi in ambiti dominati da uomini più potenti e influenti. La promessa di successo si trasforma in un labirinto di abusi e disillusioni, portandola infine a un destino tragico. Il film di Pietrangeli è uno spunto per capire quanto la nostra società sembri mutata e nel contempo sia rimasta esattamente come allora, cioè si sia trasformata solo in superficie. Ecco perché la Sandrelli e il suo personaggio che cerca invano di penetrare nello star system paiono così tremendamente moderni.
Attraverso la serie tv L'amica Geniale (2018), basata sui romanzi di Elena Ferrante e diretta da Saverio Costanzo, si possono esplorare ulteriormente le complessità del mondo del lavoro, soprattutto focalizzandosi sulle vite di Elena Greco (Lenù) e Raffaella Cerullo (Lila) e il loro intreccio con le dinamiche sociali e lavorative Screenshot 2024-03-21 alle 11.12.05.pngdel contesto. Nel corso della narrazione, le due protagoniste affrontano le imposizioni lavorative dettate dalle norme di classe e genere, che cercano di relegarle in ruoli di sottomissione e oggettificazione. Tuttavia, è proprio attraverso la costruzione del loro rapporto di amicizia che trovano la forza di sfidare queste normative e di definire la propria identità al di là delle relazioni oppressive. La storia si svolge nella Napoli del secondo dopoguerra, un contesto urbano ai margini dei benefici del boom economico, che contribuisce a creare un ambiente in cui le protagoniste devono lottare non solo contro le oppressioni patriarcali, ma anche contro le condizioni socio-economiche sfavorevoli. Il tema del lavoro si intreccia strettamente con la ribellione delle donne al potere patriarcale, evidenziando le lotte quotidiane contro l'oppressione e l'umiliazione. La serie tv mostra come il lavoro diventi uno strumento di controllo e sfruttamento, soprattutto per le donne, sia nelle fabbriche che nei ruoli di cura e riproduzione sociale legati alle responsabilità familiari. La scrittura diventa un elemento centrale nel percorso di scoperta e affermazione di sé delle protagoniste. Elena trova nella scrittura un modo per esprimere il proprio desiderio di narrare e per confrontarsi con le dinamiche sociali ed economiche del suo tempo, mentre Lila trasforma il suo lavoro di creatività in una forma di resistenza e di lotta contro le ingiustizie del mondo.

Chiara Ricciardi, Redazione 21/03/2024

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