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"13 assassins": politica, ribellione e vendetta in un classico Jidaigeki

Certo, quando in concorso viene presentato il film di un regista osannato dal presidente di Giuria le aspettative sono alte. Sia sulla qualità, ovviamente, che sulla possibile vittoria finale. Questa è la premessa della proiezione di "13 Assassins", film giapponese diretto da Takashi Miike, presentato in concorso alla 67° Mostra del Cinema di Venezia davanti a un folto pubblico, al cast e alla Giuria presieduta da sua maestà Quentin Tarantino. Lo stesso Tarantino che nel 2007 aveva partecipato nelle vesti di attore al film "Sukiyaki Western Django", omaggio al cinema spaghetti-western diretto proprio da Miike, di cui il cineasta americano è dichiaratamente fan.

Ma genealogie, amicizie e venerazioni a parte, il film è davvero meritevole di una menzione particolare. Di per sé appartenente al genere dei "Jidaigeki" (i film sui samurai) "13 assassins" è al tempo stesso reperto storico, atto di denuncia politica e dichiarazione d'amore per il cinema.

Nel Giappone del XIX secolo vige ancora lo shogunato di stampo feudale, ma alcuni aristocratici iniziano ad abusare dei loro privilegi. In particolare il nobile Naritsugu, fratello dello Shogun, che si macchia dei delitti più efferati: dallo stupro, alla mutilazione, fino allo sterminio di massa. In questo clima di pace e decadenza, per reagire alle angherie che questo arrogante e violento signorotto perpetra ai danni della popolazione, l'alto ufficiale Doi incarica il samurai Shinzaemon di assoldare segretamente un gruppo di combattenti decisi a uccidere Naritsugu. Dopo lunghe ricerche Shinzaemon troverà un gruppo di 13 coraggiosi, disposti ad andare fino in fondo alla missione, sino alle estreme conseguenze. Il finale, piuttosto prevedibile, giungerà solo dopo una sanguinosa battaglia tra i 13 eroi e i 200 uomini della scorta del nobile despota.

Remake di un film del 1961 di Eichi Kudo, "13 assassins" rimane nei ranghi classici del genere, ma senza rinunciare al citazionismo da ultracinema di ultima generazione. Miike riecheggia di tutto: ora la famosa scena delle sanguisughe di "Stand by me" di Rob Reiner, ora alcune inquadrature di Sergio Leone e così via. Non solo: all'interno di un genere piuttosto serioso quale quello dei film di cappa e spada (con una valenza politica, per di più in questo caso) Miike non rinuncia a lampi da commedia, fino ad inserire un personaggio che ricorda da vicino il "gracioso" del teatro spagnolo del "Siglo de oro".

Epica, memorabile, la seconda parte del film che mette in scena con manierismo, violenza (a volte gratuita) ed efficacia una battaglia cruenta, tenendo sempre il fiato sospeso e senza perdere mai il filo delle vicende. Miike dà così vita ad un film di genere, nato senza la pretesa di sconfinare dai limiti narrativi e figurativi che gli sono imposti dal codice. Al suo interno però il cineasta giapponese dà prova di grande perizia tecnica, di sapienza narrativa, di amore per le geometrie dell'immagine e - come se non bastasse - di un brillante sense of humour. Il tutto senza escludere tematiche forti come la denuncia di un sistema politico e sociale, il dubbio interiore, il contrasto tra nuovi valori e tradizione. Il pubblico applaude, la critica anche: chissà che il Giappone non abbia trovato il suo nuovo Kurosawa.

 

(Roberto Del Bove)

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