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“’Na specie de cadavere lunghissimo”, la morte, la carne e Pasolini

Il “tu” dell’Italia è una profezia insanguinata. Pier Paolo Pasolini si difende con occhi e mani disubbidienti, ma le parole grondano della sua stessa morte. Il genocidio culturale, il consumo come rito e feticcio, il Nuovo Fascismo in camicia nera e televisiva: Pasolini ucciso avvera il suo “teorema” come la cicuta riaffermare la sovranità della legge, anche se ha condannato Socrate ingiustamente.

Gli assassini siamo noi e Fabrizio Gifuni con “’Na specie de cadavere lunghissimo”, regia di Giuseppe Bertolucci, da dieci anni dispiega inesorabile la sua lucida disperazione contro chi si sorprende a pensare: “Pasolini ha ragione, è così, esattamente così”. Ma poi resta seduto, in un silenzio complice. Primo capitolo di quella che, con il successivo “L’ingegner Gadda va alla guerra”, ancora della coppia Gifuni-Bertolucci, è diventata negli anni la contro-biografia della nazione, “’Na specie de cadavere lunghissimo” è un assolo di fraterno dolore composto da due scene, due movimenti di una medesima direzione d’orchestra: la prosa polemica e profetica del Pasolini luterano, corsaro e dell’ultima intervista di Furio Colombo così come i suoi versi friulani; gli edencasillabi sorprendenti del poemetto “Il Pecora” di Giorgio Somalvico che, in un grammelot crepitante romanesco, costringe alla razionalità della metrica il delirio di Pino Pelosi nella sua scorribanda notturna, da Ostia a Roma, alla guida dell’Alfa GT del poeta con cui è passato sul suo cadavere. Fabrizio Gifuni dà voce e sudore al Pasolini degli ultimi giorni, poi si spoglia nudo dei panni e dei pensieri dell’intellettuale e va incontro al giudizio violento dei suoi scritti, trasformandosi da padre a figlio, da poeta a borgata, da vittima a carnefice.

Una corsa attoriale a perdifiato, rocambolesca e straziante. Un monologo incendiario sul presente del passato che ancora smuove coscienze e corpi, senza limiti di età, tanto che due signore anziane e due giovani liceali si alzano scandalizzati prima della fine. “’Na specie de cadavere lunghissimo”, infatti, mette al centro della scena il dialogo con gli spettatori, ridisegna la sala della Pergola con alcuni tavolini allestiti in platea, insieme alle tradizionali poltrone, per stare addosso al pubblico. Con il fiato della Storia sul collo.

Gifuni si aggira con la naturalezza dello spettro che è andato di traverso al Paese, se l’è bevuto tutto, fino all’ultima goccia. Balza sui tavolini come se volesse premere l’acceleratore del discorso, perché l’omicidio Pasolini si avvicina ogni minuto di più, ma il tempo per dire e spiegare i colpevoli deve comunque bastare; è un pugile che si muove sul ring della memoria, un giro e un destro al luogo comune sui “ragazzi di vita”, un altro giro e un sinistro agli “ismi” che stordiscono del loro vuoto.

Il fraseggio corre velocissimo e chiede uno sforzo prezioso di attenzione e partecipazione: per star dietro a Fabrizio Gifuni bisogna perdere i freni, andare fuori controllo, lasciarsi trasportare dentro quella voce di vento e tempesta, di semina e raccolto. Ruggire faccia a faccia con lo specchio di un tempo che ha realizzato nel sangue i presagi di Pasolini. Il suo sangue. Una sfida a sentirci tutti colpevoli di questa specie di cadavere di Paese che uccide per mentire che non lo farà mai più.  

 

(Matteo Brighenti)

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